Fondamentali di passaggio


Crisi malgrado, c’è gente che ha ancora buon tempo; è una notizia rasserenante. Quando hai un saldo stipendio e molte ore per lo svago, d’altronde, è sciocco non approfittarne.
E così, la Presidenta Boldrini s’è incontrata coll’Accademia della Crusca – la qual vive per difendere la nostra bella lingua italiana e quindi ci si stupisce che esista: ma dove stan di sentinella questi accademici, alla Fortezza Bastiani? – per discutere di sessismo grammaticale. Che è forse un nuovo gioco di società fica, tipo il Whist.

Dice la Boldrini, alla Crusca, pressappoco: ‘scruscatemi un po’ ‘sto sessismo, ch’io non son certo un presidente dacché, per la chioma che porto, la curvosità del profilo in controluce e certe mancanze, ho da finire in “a” tutto il riferito. Indegno trovo, ed ostile, non mi venga riconosciuta tal valenza ed abbia io piegarmi obtorta colla all’uso incongruo d’un appellativo erroneo solo perché v’è di questo maldestra tradizione. Voi lo vedete: femmina sono XX garantita, specchio di Venere, luce di Luna, ed esigo la metà del Mondo che mi appartiene per genere e condizione. Cambiatemi orsù tosto la lingua’.
E subito deve aggiungere: ‘Ma non la mia, imbecilli, quella madre!’

Ora, io capisco vi siano casi in cui la noia, il fastidio della vita – specie trascorsa in certi ambienti – spinga alcuni verso piccole ossessioni; c’è chi non cammina sui bordi delle piastrelle temendo di precipitare negli interstizi; chi si mangia le unghie, talvolta dopo essersi scaccolato il naso; chi colleziona tappi di bottiglia. Però questi nostri fratelli (e sorelle, ci mancherebbe, e sorelle, sia detto) devono essere aiutati/e/o/a/k. L’ultima ce l’ho messa perché non si sa mai che altre richieste potrebbero arrivare.
Allo scopo, faccio del mio trasportando nei nuovi dettami boldrin-cruschici un breve resoconto che, siccome son io uomo, e di ciò serenamente conscio e soddisfatto, volgo al maschile ferreo, negandomi articoli e desinenze non pertinenti. E di che altro potrei parlar sì maschilmente, se non di servizio militare?

Son maschio, e ricordo dunque che servii qual militaro nel Trentino e tutto un anno feci senza mai montar di sentinello o di guardio, né scaricar pallottoli di mitraglio, fucilo o di pistolo, anzi: senza mai gli armi tenere negli mani, da cui ci si potrebbe dimandare che minchio di militaro feci mai, e anch’io, fratelli, me l’ dimando. Tant’è; ero ASO; esso è un siglo che dovrebbe terminare in un vocalo il qual non riconosco, tanto m’è estraneo; il siglo acronimo signìfico: “Aiutanto di SanitÒ”, che non è passato remoto.
Mentre gli altri si muovevano in camion o cogli autoblindo od i jeeppi, io mi sbracavo in ambulanzo, dove c’è pure il barello, apposto per dormirvici su nei trasferimenti. Non andavo in menso per mangiare perché eravamo esentati dagli obblighi dei soliti najoni e quando andavo in licenzo, manco detenevo sempre il firmo sul documento; a pensarvi bene, spesso nemmeno il documento avéo con me – anzi: con mu; no, con mo – scappavo, e morto lì; i sentinelli mi conoscevano e non mi rompevano i cabasisi, e così anche il sergento di guardio, come pure il tenento di picchetto. Così accadevo dal momento che io, come guardio sanitario, il facevo l’inieziono sullo culo a tutti, et essi temevano assai che il mio mano non fosse fermo bastante sicché gli forassi il chiappo errato con un medicino periglioso scelto o bello posto per vendicarmi.
Capìti ben, dunquo, quanto il mio militar sìo stato un barzelletto ancor più di ciò ch’ero esso un po’ per tutti. Però l’infermerìo del casermo è un potenzo malgrado non spiani degli armi da trinceo: i sottili aghi dei siringhi ed i ferri chirurgici in quel vallo eroico detenuti, son schermo bastante a respinger gli assalti de’ rompicoglioni.
Poi il najo mi finì, ed ora sto in congedo illimitato provvisorio. Però se riguardo quei tempi freschi, ancor rido al pensiero dei graduati a molti stelli coi facci spaventati davanti ad io con l’ago. E memorando ciò, sì, mi vien non dico tristezzo, dico un po’ di virilo, allegro nostalgìo.

Oh, come mi sento bene; sapete, quella femmina ha ragione: è tempo di scrivere ben sui muri anche “w il fico”.

Chiediamolo al bar


La storia tragica del pilota che schianta volontariamente il proprio aereo sul fianco di una montagna uccidendo 150 passeggeri, ci fa capire che i severissimi controlli attitudinali che le compagnie aeree rigorosamente prevedono a garanzia della sicurezza dei voli, per ciò che riguarda gli esami psicologici non servono a un cacchio.

Come mai? Perché la psicologia non è una scienza, o meglio: dal punto di vista scientifico è un divertissement. Infatti ne si fa spettacolino in televisione, al contrario di quanto si fa, per esempio, con l’ingegneria o con la matematica. Due esempi:

L’altro giorno in tivvù c’era Lella Ravasi, una psicologa-scrittrice; dato che la prima caratteristica è considerata la principale, a lei veniva chiesto di prodursi in qualche numero di magia psicologica, cioè nel buttare lì qualche diagnosi utilité con la tecnica “a me gli occhi: a domanda qualsiasi, dò risposta scientìfica”. Si parlava di sogni e allora, vài di Barnum.

E dato che si tratta di spettacolo, costruiamo una gara tra l’abitudine a concionare a caso di scienza, e lo spirito scientifico:

Primo concorrente: Lella Ravasi

Domanda: Cosa vuol dire sognare di andare in tandem?
Ravasi: beh, indica l’importanza per ciascuno di imparare ad andare da sé.
Domanda: Cosa vuol dire non riuscire a ricordarsi i sogni?
Ravasi: eh… è meglio ricordarseli!…
Domanda: Io sogno serpenti, cosa vuol dire?
Ravasi: ah, sa, io sono junghiana, dunque il serpente è un simbolo di trasformazione; lei è in una fase di trasformazione.

Secondo concorrente: lo spirito scientifico

Domanda: Cosa vuol dire sognare di andare in tandem?
Psicologa: in tandem? Dipende. Lei ha un tandem? Conosce qualcuno che va in tandem? C’è un episodio della sua vita che riguarda questo cacchio di tandem? Cosa le viene in mente se dico “tandem”? Guardi, facciamo così: se lei ha dieci anni di tempo e svariate decine di migliaia di euro da dare a me, venga due volte la settimana nel mio studio e, ‘probabilmente’, al termine di questo iter clinico potremo scoprire cosa è ‘per lei’ andare in tandem.
Domanda: Ehm… e cosa vuol dire non ricordarsi i sogni?
Psicologa: mi ascolti: queste non sono domande, sono fuochi d’artificio: scoppiano e spariscono. Se vogliamo delle risposte, bisogna anche fare le domande. Dunque: sappia che NELLA SCIENZA NON C’È UNA RISPOSTA VALIDA SEMPRE, ma tutto deve adattarsi alla specifica circostanza.
Due giorni la settimana, a cominciare da giovedì.
Domanda: Ah… eh… e se io sogno serpenti, cosa vuol dire?
Psicologa: …sì, lei ha proprio bisogno di uno psicologo. L’aspetto giovedì.

E poi, naturalmente, non poteva mancare Egli, lo psichiatra per antonomasia, colui il quale dello psichiatra ha tutto, compresa la faccia: il Professor Applauso Vittorino Andreoli.

Il Sommo, invitato a dir la sua nientemeno che sul nazismo, si è prodotto nel solito numero di funambolia da fermo. Mettiamo in gara pure lui; Egli, a domanda, ha illuminato:

Primo concorrente: Andreoli

Domanda: Professore, lei che è un grande psichiatra, ci dica: Hitler era un uomo lucido o un folle?
Andreoli: beh, Hitler dal 22 di aprile, si rende conto…
Domanda: E se dovesse fare una diagnosi?
Andreoli: è un paranoico, diceva “mi hanno tradito i miei generali!”, aveva tre medici solo per lui, infatti si chiamavano tutti “medici personali”! Ad Hase chiede come fare a morire, Morel gli prescriveva gli psicofarmaci…
Domanda: Ma nel bunker, con lui, i suoi sodali erano folli drogati o prigionieri?
Andreoli: lei deve sapere che la paranoia ha un fascino perché si ha davanti uno che si crede Dio.

Secondo concorrente: lo spirito scientifico

Domanda: Professore, lei che è un grande psichiatra, ci dica: Hitler era un uomo lucido o un folle?
Psichiatra: Ascolti, buon uomo: non si possono fare le domande così, ad uno specialista; son mica il mago di Arcella. E’ come se lei chiedesse ad un ingegnere: “un ponte ad una campata sola reggerebbe il carico?” – evidentemente mancano dei dati e l’ingegnere direbbe: “mi faccia vedere il progetto e la previsione dei carichi d’esercizio”; analogamente io dico: “mi faccia vedere Hitler e mi dia qualche anno di tempo”, ma siccome non è più possibile visitare Hitler, una risposta scientifica a questa domanda non è più possibile. In via deduttiva, giusto per accennare ad una possibilità, le dirò che la diagnosi ‘presumibile’ ‘sembrerebbe essere’ quella di paranoia; ma dicendo così, dal punto di vista scientifico è come se le avessi detto niente. Grazie, arrivederci.
Domanda: E…
Psichiatra: ho detto “arrivederci”.

A me sembra chiaro perché gli aerei cadono, ragazzi.

Parliam di spòrt


Lo spòrt è tanto talmente utile e bello che i Greci antichi ne veneravano i campioni indicando un anno passato come “l’anno in cui tizio vinse quella cosa”. Beh, dico: se i padri della cultura occidentale la pensavano così, dobbiamo seguirne l’esempio: 

Pugilato:
Sul quadrato di combattimento, due uomini in braghe si picchiano cattivamente; un terzo uomo colla cravatta gira attorno a loro avendo autorevole funzione d’impedire che il litigio dei due trascenda in morsi cavallini, calci ai testicoli e sputi in faccia, perché i cazzotti in bocca van bene, ma, per Giove, con stile.
Attorno, un pubblico sempre più misto esulta della zuffa; nessuno tenta di comporre il diverbio dei litiganti, giacché non esiste diverbio alcuno, ed essi se le dànno per una specie di disperato piacere cui fa eco il sadicoso tifo degli astanti.
Lo scopo del pugilato è quello di ridurre almeno uno degli atleti in condizioni tali che l’altro appaia un tantino meno concio e possa perciò essere considerato vittorioso; il fatto si rende palese nel caso un litigante crolli improvvisamente a pavimento e non riesca più a mettersi in piedi. Si descrive l’evento con il termine “knock out”, che ha il pregio di essere dinamicamente onomatopeico, echeggiando sia il colpo che il lamento del disgraziato.
Si definisce “knock out tecnico” l’evenienza nella quale uno degli atleti, per restando in piedi, appaia così sfinito e sderenato da non farcela più a sostenere il tempo di nuove sberle. È chiaro che solo un tecnico può comprendere quando un pugile gonfio come un pesce palla, colle ginocchia tremolanti e grondante sudore e sangue sia arrivato allo stremo delle forze talché una continuazione dell’incontro diventerebbe una variante dell’introspezione anatomica.
Si tratta di uno sport un tempo chiamato “la nobile arte”, il che suscita nelle menti giovani alcune interessanti domande sulla nobiltà e sull’arte.
È meglio tentare di non rispondere a questo genere di domande.
Sci alpino
Si definisce “alpino” questo sport per differenziarlo dallo sci d’acqua, forse, sebbene le Alpi ospitino diversi laghetti. La disciplina prevede una salita su un versante molto freddo, quindi una discesa lungo lo stesso versante per mezzo di una scarligata su strisce di legno, seguita da una risalita ed una consecutiva ridiscesa. Lo sport dello Sci Alpino è una metafora del Mito di Sisifo che è a sua volta una metafora, probabilmente dello Sci Alpino.
Atletica leggera
Ottimo e variegato gruppo di discipline che comprende vari tipi di salto (in lungo, in largo, con l’asta, triplo, ripetuto, trattenuto e con uno schizzo di seltz) di corsa (furiosa, strategica, buffa, a staffetta, egoista, con salti e fine a se stessa) e di lanci di oggetti: martello (in realtà una palla legata ad una catenella), disco (specie quelli brutti), peso (tipo una palla, però pesa) e giavellotto (detto “zagaglia” nel caso l’atleta faccia anche gli anelli col naso).
Poi comunque la disciplina dell’Atletica Leggera richiede una super-specializzazione, risultando che dopo aver passato anni a imparare a tirare un giavellotto (dai cinque agli otto secondi di esecuzione) l’atleta passa il resto della vita a guardare gli altri che saltano, lanciano e corrono qui e là.
Nuoto
Il nuoto nasce come tentativo di non annegare e si sviluppa nel diciannovesimo secolo come disciplina ricreativa e poi agonistica. Da questo periodo, il nuotatore salta da un bordo di terraferma fin dentro l’acqua (“tuffo”) e poi inizia a sbracciarsi e sgambettare per raggiungere il bordo opposto della riva. Segue ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata e ritorno e riandata. È per questo motivo, cioè per il fatto che sia previsto il raggiungimento più e più volte ripetuto del bordo opposto, che lo sport non si pratica nell’oceano e risulti invece confinato in vasche (“piscine”) di ampiezza assai limitata. La ripetitività del gesto potrebbe assimilarlo alla sciata di Sisifo, ma questa somiglianza è solo apparente, grazie al fatto storicamente certo che il fine ultimo del nuoto rimane senza alcun dubbio, per l’atleta, quello di non annegare.
Tiro a Volo
Da una antichissima tecnica di caccia detta “bastardo, m’è scappato ancora”, un tempo effettuata con vari corpi contundenti lanciati in aria a scopo ilare (per gli uccelli), dopo l’invenzione della polvere da sparo ad opera dei Cinesi i quali se ne servivano a scopo ilare (per i cinesi), il Tiro a Volo è divenuta disciplina sportiva.
Per praticare questo sport non sono richieste particolari doti fisiche: fa tutto il fucile, adeguatamente direzionato; mai più che l’atleta si trovi costretto a seguire in volo l’oggetto da cogliere al volo: allo scopo conseguiscono i proietti (“pallini”) che fanno perciò tutta la fatica necessaria alla pratica del Tiro a Volo. Nel tempo che intercorre tra lo sparo e la cilecca, voi potete dunque rilassarvi, per esempio aprendo un blog.
Curling
Il Curling, secondo alcune fonti, nasce dalla quotidiana frequentazione tra i degenti e gli addetti alle pulizie degli ospedali psichiatrici; non altrimenti si spiega questa metodica d’esecuzione nella quale su tre persone che rischiano di cadere su una superficie scivolosa (pavimenti delle corsie lucidati a cera) uno tira in terra un pitale mentre altri due ripuliscono febbrilmente la zona.
Nello spirito di inclusione nella società degli individui gravemente svantaggiati, il Curling è stato ammesso tra le specialità olimpiche. Da cui si deduce che il cristianesimo ha fatto anche dei danni all’Occidente.
Carving
Quasi omofono del precedente, gli è affatto diverso: nel Carving voi sciate, fingendo ad ogni curva di esservi rotta una gamba. Essendo una mescolanza di sci alpino e mimica teatrale, il Carving può essere divertente da guardare, per tre o quattro curve.
Arti Marziali
Judo, Karate, Taekwondo, Full Contact, Aikido e poi tutti i nomignoli orientàbili che possano venirvi in mente, come Nim-Nam, Chu Ping, Traebàk, Sinturòng, le Arti Marziali sono innumerevoli; fondamentalmente dovete accoppare qualcuno, ma, per non apparire solo degli scimmioni assassini come un camorrista qualunque, la fate lunga con discorsi sull’”energia”, la “coscienza di sé”, il “rispetto per l’avversario” e tutto ciò che vi salta in testa di fantastico od ovvio: “la sfera”, “l’unione degli opposti”, “il movimento della gru canadese che canta nel sole del mattino mentre la scimmia gatta ruggisce nella palude”, e via così.
E poi, se ci riuscite, accoppate qualcuno.
Una informazione importante: di solito non ci riuscite, e vi fanno un culo così.
Sport di palla:
Gli “sport di palla” sono giocati in gruppi detti “squadre” contrapposti, per il motivo che giocandoli da soli si dovrebbe essere troppo veloci per ribattersi la palla efficacemente, e giocandoli in gruppo ma senza un avversario, toccherebbe a ciascuno a turno andare a riprendere la palla, cosa che comporterebbe continui litigi tra i giocatori. Gli Sport di Palla si giocano con una palla (mai due) di varia foggia e dimensione a seconda dello sport. La palla raffigura di volta in volta simbolicamente una preda (ed in questo caso si dice al giocatore: “bloccalo, prendigli la palla!”) oppure un’arma (“gli ho infilato la palla sotto la traversa”). Il giocatore di palla non si chiama mai “pallista” o “pallonaro”, e mantiene la propria riconoscibilità umana per mezzo di un nome proprio.
Pallacanestro:
Detta anche “basket” (cesto), consiste nel mettere la palla in un cesto (basket) mentre altri non vogliono. Mettendosi d’accordo sarebbe facile farlo, ma non si intavolano mai trattative, in modo da poter passare del tempo a giocare la partita. Al termine dellapartita, i giocatori sono più ricchi mentre il pubblico è più scemo: una mirabile alchimia oggi allo studio delle menti maggiormente inadeguate della società.
Calcio:
Come sopra.
Rugby:
Come sopra.
Pallavolo:
Più o meno come sopra
Tennis e Ping Pong:
Come sopra, con l’importante differenza della maggiore evoluzione intellettiva dei giocatori: questi mostrano infatti di saper eseguire l’analisi dimensionale avendo compreso che una palla piccola su un campo piccolo rotola come una palla grande su un campo grande, e dunque non occorre fare tutta quella bestiale fatica.
Automobilismo:
Che l’automobilismo possa essere considerato uno sport, alcuni negano. Come io. Ma comunque, diversi miliardi di viventi, vissuti ed ancor da nascere, tale son convinti esso sia. Che gli vuoi dire.
Nell’automobilismo, un’automobilina porta un omino per una stradina e ogni tanto c’è una curvettina. Mantenendo questa riduzione, avrete la Policar; io l’ho aspettata per anni, poi mi son stufato e mi son fatto la fidanzata.
Biciclettismo:
La bicicletta è un mezzo di trasporto sul quale quel mezzo matto di Cesare Lombroso scrisse addirittura un trattatello dove sosteneva che quel mezzo di trasporto propendesse al delitto (C. Lombroso – Il ciclismo nel delitto – La coda di paglia ed.). Per lui, tutto propendeva al delitto. La bicicletta è un mezzo faticoso in salita e pericoloso in discesa, dunque le gare si svolgono perlopiù in salita e in discesa. Vogliamo vedere le lacrime ed il sangue. E magari, anche qualche delitto. Poi, chi arriva prima, ha vinto. Tutto qua.
Scacchi:
Qualche buontempone vorrebbe che il gioco degli scacchi fosse classificato come “sport”. Uno sport seduto. Ma lo sport è fisica attività, perdinci; bene: volendo movimentarlo un poco, si potrebbero creare degli scacchi che se ne vanno in giro a cazzo, obbligando il giocatore a rimetterli continuamente a posto. Non è venuto ancora in mente a nessuno, ma non disperiamo: un giorno qualcuno leggerà questa mia e la farà passar per sua, ci si può giurare. Mica perché il Mondo sia ladro: solo perché è pieno di gente che crede a fònzi e provenzoni; vorrete mica che non creda alla bontà dell’idea degli scacchi sportivi in moto arbitrario.

Novità dal mondo della droga


Immer unter alles
Rènzi: “faremo vedere all’Europa di cosa è capace l’Italia!”
Uh ragazzi, preparatevi ad un’altra guerra mondiale..

T’ho beccato eh? Stavi facendo politica!
Hai visto, eh? Lo dicevo io che quel Landini lì, altro che sindacato… stava facendo politica, il furbetto!
Sì, stava facendo politica. Per due motivi: il primo, perché la politica è l’organizzazione della società e quindi qualsiasi attività organizzativa sociale, è politica. Il secondo perché la politica non è mica qualcosa di peccaminoso che si venga colti in fallo a fare: è servizio meritorio, invece, spirito societario, e Landini certo non è privo di questo.
Rènzi al contrario, credo di sì. Lui non fa certo politica.

Il presagio
Il Papa ha detto che “sente” la fine vicina del suo pontificato.
Scusi, sa, Francesco, ma che minchia vuol dire? È malato? È stufo? È minacciato di morte, ha le visioni, è depresso? Dobbiamo considerare queste parole un avviso, un allarme, un suggerimento, una richiesta d’aiuto, un tentativo di impietosirci? Od era così, tanto per parlare a cavolo?
Una cosa che questa gente non impara e forse non capisce, perfino quando sembra di buona coscienza, è il rispetto per gli altri; soprattutto gli altri che stan lì a sentire ed intanto gli pagano la chiacchiera..

Exitus
L’epatite C ammazza come poche altre cose. Ma c’è un farmaco che risolve il 90% dei casi. Allora evviva? Evviva una minchia. Costa 37mila Euro; ce l’avete 37mila Euro? Se non ce l’avete morite, prego.

C’è qualcuno in grado di dare anche solo un poco di torto al Dottor Strada?.

Indignasiùn!
Che è successo? Che la prestigiosa caserma dei bersaglieri più decorati d’Italia è stata venduta alla Cassa Depositi e Prestiti.
Abbastanza indignante, ma non si tratta di questo.
L’edificio milanese, di 100mila metri quadrati, era stato lasciato incustodito in modo che, nel tempo, vari razziatori ne avevano fatto scempio fregandosi i cavi di rame, i pezzi di ottone e quanto poteva esserci di miserevole valore, e barattando i prelievi con merda e spazzatura.
Be’ è indignevole, ma non si tratta di questo.
Un edificio è, tecnicamente, una struttura stabile atta ad ospitare esseri viventi, di solito umani, mentre quello, che rappresentava oltre ad un bel capitale finanziario anche un pezzo di gloriorissima storia militare del Paese, ospitava niente e nessuno eccettuati saltuari miserabili ladri zozzoni; può, per sua natura, un edificio, sia esso glorioso o meno, essere adibito al niente?
Certo è molto indignoso, ma non si tratta di questo.
Si tratta che un gruppo di irregolari con tendenze artistiche e fricchettone, chissà perché detti “squatter” dal termine inglisc che significa più o meno “accovacciati”, ne ne ha preso possesso. Del casermone immerdato, dico, e invece che starvi accovacciato s’è tirato su le maniche, lo ha ripulito un po’ ed ha pensato di adibirlo a centro sociale.
Questo, questo sì è sommamente indegno! E infatti, dai bersaglieri alla Lega ai Fratelli d’Italia (povera canzone!) alla Cassa Depositi e Prestiti che malgrado tutti quei depositi e prestiti aveva lasciato marcire il prestigio di un luogo tanto medagliato, a questo punto sì che tutti son – come un sol uomo – insorti: non passa lo straniero! – hanno più o meno detto. Cioè, i ladri merdaioli, sì, passino, ma gli squatter, perdìo, no! Anche perché vogliono ripulire, quelli. E come si permettono, gli eretici, di spolverare la Storia d’Italia?
Io direi di fucilarli. Alla schiena, come meritano i traditori. E che Alalà ne abbia pietà..

Sotto la bandiera dell’incoerenza
Ancora guerra per le strade delle teorie. Oggi la campagna prevede la distruzione di Dolce & Gabbana, la coppia (in tutti i sensi) di stilisti che ha avuto l’ardire di pronunciarsi contro le adozioni di bimbi da parte delle coppie omosessuali.
L’annuncio dei due – annuncio per la verità poco sòccially corrètt e dunque forse per questo apprezzabìlly – ha suscitato un vespaio – oh scusate, stavo scrivendo come un giornalista – ha suscitato un mucchio di proteste da tutto il mondo di freaks dello spettacolo e pure da buona parte di quello intellettuale, a guardar bene, spesso non meno freak.
Elton John, coerente con il suo senso di equilibrio, ha lanciato l’idea di boicottare la produzione di Dolce & Gabbana. Capace perciò che uno di questi giorni lo vedremo finalmente vestito fuori ordinanza. Di un’altra importante figura di riferimento per i giovani di tutto l’Universo, la moglie bizzarra del suicida tanto per fare Kurt Cobain, è l’idea di bruciare gli abiti di quella casa di mode (e, se ne avessero scritti, anche dei loro libri, naturalmente). Il rogo viene sempre in mente anche a chi non conosce la Storia; è il pregio degli archetipi universali.
L’indice della Santa Inquisizione si è poi via via arricchito di figure prestigiosissime per il pensiero di tutti noi come Paris Hilton e Ricky Martin, i quali hanno bollato gli incauti stilisti come “fascisti”; e perché no: certo non saranno maoisti, quei due costumisti di Scaramacai.
Altri hanno definito Dolce & Gabbana, con una volée di ossimori: “omosessuali bigotti di regime”, e se nessuno ha ancora detto “fàmoje er culo” è solo per una residua capacità di associazione.
Sfortunatamente non ci è pervenuta l’attesa illuminata riflessione di Jerry Calà e Bombolo, di quest’ultimo per cause naturali.
Ma un momento:
il problema delle adozioni per tutti eccetera è un problema di eguali libertà, no? Dunque se io sono un eguaglista delle libertà so riconoscere il valore delle libertà, prima fra tutte la libertà, no? E allora si può sapere che cazzo vogliono i freaks? Tutti possono dire quello che gli pare: anche i sarti sono liberi.
E invece no. Perché? Tentiamo un ragionamento, sapendo che così sfidiamo i crociati delle libertà occidentali:

l’omosessualità non è una malattia”; questo asserto muove la nostra sensibilità verso il problema. È un asserto rassicurante. E perché è rassicurante? Forse che una malattia ci preoccuperebbe? Cos’è la “malattia”?
La malattia è la deviazione da uno stato di salute”. E grazie; allora cos’è la salute?
“La salute è l’esplicarsi delle funzioni vitali, nell’ambiente proprio della specie, nel modo che maggiormente consente la perpetuazione della vita di quell’organismo e la sua riproduzione”(le definizioni sono mie: se qualche prof si spettina, dopo essersi ricomposto mi dica dove è l’errore, che ne parliamo).
Detta così, l’omosessualità risulterebbe chiaramente una malattia. Ma questo non ci piace affatto. No no e no. Perché?
Per due ragioni, una principale e l’altra derivata dalla prima:
La principale è che noi evidentemente attribuiamo alla malattia una valenza etica, cioè la giudichiamo moralmente.
Facile verificare che è davvero così: basta fare un giro negli ospedali o ricordarsi di un proprio ricovero; il malato, il paziente(cioè il sofferente) viene percepito come un minus valens; lo è, ovviamente, dal punto di vista fisico proprio, e sociale nel senso che un cardiopatico non può validamente giocare a “ce l’hai” senza rischiare la morte sul campo, ma il problema è che questa condizione genera un giudizio di minor valore generico, dunque anche etico, del malato secondo il processo mentale istintivo: “egli non è più alla pari, perciò è meno, perciò noi siamo di più”.
E allora ecco il comico risarcimento sociale di paglia: da “storpio” ad “handicappato” a (bellissimo) “diversamente abile”, come dire che uno, quand’è storpio, è abile in una cosa che uno sano non saprebbe proprio fare; e quale può essere questa diversa ed esclusiva abilità? Mah, non se ne vede altra che quella di essere, appunto, storpio.
Vedete: l’importante è attribuire a chi ha perso una abilità, un’altra abilità; non ce la facciamo proprio a rispettare una mancanza: in vista di una mancanza sentiamo mancarci il rispetto, e allora suppliamo con la fantasia, che è meglio della verità sentita inconfessabile.
Dunque: la malattia degrada socialmente il malato; fuori dalla etimologia, non è lui il “paziente”, ma gli altri, i sani, i quali portano pazienza con lui, attingono alla compassione, alla comprensione e tutta questa serie di sentimenti di forzata benevolenza, perché in realtà lo de-prezzano. Non ammalatevi mai, signori.
La seconda ragione sta nell’ordine della paura di ciò che non si capisce. Un cardiopatico, è chiaro di cosa soffra: una stenosi della mitrale, una inefficienza del nodo seno-atriale, una cardiomegalia, sono descrivibili e ne sono prevedibili i sintomi; è chiaro, soprattutto, quali condizioni della vita del malato possano provocare degli aggravamenti: il malato (e tutti gli altri che lo guardano compassionevolmente) sa (sanno) cosa può e non può fare.
Ma un epilettico, uno schizofrenico, un autistico, un paranoico, ci fanno paura per l’oscurità delle cause che ne generano la malattia e sommamente per la loro imprevedibilità. Le malattie cosiddette “mentali”, insomma, sono la malattia al quadrato, nel comune sentire e giudicare la mancanza di salute come mancanzatotalizzante, pura e semplice. Si pensi non solo all’epilessia come malattia anticamente “sacra”, ma anche alla giustificata ancor oggi terapia dell’”elettroshock” dove, nella assoluta imponderabilità del processo che la giustifichi, ci si produce nella medesima tecnica che i possessori di vecchie televisioni a tubo catodico ricorderanno bene: lo schiaffo a due mani sui lati dell’apparecchio quando la sintonia andava inspiegabilmente a perdersi. Sia nel vecchio televisore come pure nell’ammalato psichiatrico, sempre inspiegabilmente, lo schiaffone ai relée spesso dà frutti. È la medicina del boh, proviamo e speriamo, una variante della danza della pioggia che mostra quanto duri ancor oggi la concezione superstizioso-magica della “malattia mentale”.
Ora, se io dico di percepire me stesso come un cane e pretendo di essere portato in giro al guinzaglio tre volte al giorno, non vi sarà alcuno disposto a derubricare la mia condizione da quella di malato psichiatrico.
Ma se io dico di percepirmi donna e pretendo di avere il seno e di far pipì da seduto, molti di quelli di prima acconsentiranno a dire che ho il diritto di scegliere cosa essere nella mia vita e saranno dispostissimi a riconoscermi sano come un pesce che non ha inghiottito la plastica.
Questo approccio differenziato manca di coerenza logica. Perché? Perché esiste qualcosa di più potente della realtà osservata (e del conseguente ragionarvi): la convenzione del momento
Ovvero: con procedimento affine a quello religioso, la società chiede ai propri componenti di non chiamare più genericamente “negri” gli africani, ma “neri”. La ragione, non detta ma ovvia, è che comanda la lingua inglese nella variante americana, nella quale “nigger”, simile a “negro”, è spregiativo ed il vocabolo di rispetto è “black”, cioè “nero”.
Nella nostra più complessa lingua, però, è più spregiativo “nero”, perché è un aggettivo e noi usiamo appellare nessuno come “foruncoloso”, “pelato” o “chiappone”; d’altra parte nemmeno gli americani chiamano i cinesi “yellow”, da cui si vede che una logica dell’aggettivo come spregiativo c’è anche da loro, ma poiché gli americani percepiscono il termine “black” come rispettoso, a noi tocca adattarci a chiamare un uomo per aggettivo:

Ci adattiamo in quanto percepiamo l’affanno di non essere contro, di non sentirci disorganici al gruppo. Ma siamo anche pronti alla benevolenza verso quelli che sono “contro”, ammesso che siano sufficientemente aggressivi e che la loro aggressività non venga censurata dai media; si pensi a Ferrara, Sgarbi, Brunetta, Calderoli e compagnia di giro. Se invece a quella aggressività si fa opposizione sui media, allora essa non basta; si pensi a Landini.
E se non vi è aggressività, manca l’elemento principale per generare il fenomeno di accodamento; si pensi a Vittorio Agnoletto (se qualcuno si ricorda chi è). In conclusione: sulle nostre convinzioni comanda la società dai suoi media, come Cristo a suon di parabole i suoi discepoli.
Ma non basta: la società comanda anche sulla scienza:
(la società): anche se nessuna prova scientifica può avvalorare il cambio di concezione, basta coll’insinuare che l’omosessualità possa essere una malattia, perché così facendo la scienza suscita diffidenza nei confronti di questi individui, gli omosessuali, ed in nome del progresso delle idee teso verso l’egualitarismo nella società, non possiamo più accettare teorie divisive; dunque gli omosessuali sono sani punto e basta.
(la scienza): signorsì.
Chiaro? Se io fossi malato mi de-prezzereste e l’unica mia chance per avere riconosciuti dei diritti sta nell’essere considerato sano.
È evidente dunque quanto si abbia ancora da fare per mettere il becco fuori dal naturalismo animale che ci fa considerare il malato come un individuo a perdere. Fino a quel momento diamoci pure regole surreali su basi di ragionamenti illogici, ma sapendo quello che facciamo. Almeno sapere, è umano.
E lo sarebbe anche saper rispettare, senza bisogno di scuse da bambini.

(Sulle adozioni, poi, un’altra volta, o questa stessa se vi fossero commenti)

Quelli che il cane cià il giardino


Pedonando a sei zampe, io e lui, sempre consideriamo con mutua afflizione la prigionia di tutti gl’animali sulle cornici delle strade. I bordi delle vie sono un’infilata di gabbie che contengono, letteralmente, la vita di altri. Ed ecco gli uccelletti chiassosi, il cui richiamo ossesso non si può sostenere per più di venti secondi e perciò pare oscuro l’intender come gli attori di quell’esposizione possano convivere sereni a quel bordello; il mai tacere degli uccelli invece, ben si comprende: i volatili han lunga vita, e questa essi trascorrono tutta in due decimetri quadri, davanti al Mondo aperto. Anch’io griderei senza requie mai. Lui, poi.
E poi ci son’i cani; cos’è il cane?
Un mammifero quadrupede carnivoro, lo sappiamo tutti, ma che natura ha, per che vita è costruito?
La nostra medesima, ed è per questo che ci siamo uniti così bene; siamo entrambi sociali e nomadi, ossia spinti per natura ad unirci ai consimili in un coinvolgente e continuo fisico spostamento.
E allora quelle gabbie?
Se si domanda al bipede carceriere, egli risponderà sorpreso: “ma cià il giardino!”, ossia, il cane, avendo il giardino, possiede tutto quel che gli necessita; cos’altro potrebbe desiderare, un cane, se non trenta metri quadri di giardino.
Conoscevo una coppia di americani, giovani, borghesi, manhattaniani (lui scampò quel giorno al crollo delle torri), laureati, viaggiatori, con molti amici europei. Un bel dì, essi presero un cucciolo di cane. La fanciulla dei due soavemente mi mostrò il libro che per buona coscienza si era procurata al fine di istruzione sul come si fa a tirar su una bestia così esotica come il cane. Il libro era scritto da un autore – io credo – sconosciuto perfino alla propria madre, giacché non vantava né masters, néPhD e nemmeno due dita di buonsenso privato; egli raccomandava, con candore da lavatrice, di tenere il cucciolo, per le prime settimane, in una stretta gabbia che lo privasse di macromovimenti al fine di educarlo ad un desiderato self control.
Io trasecolavo sforzandomi di spremere, con le mie limitate competenze linguistiche, il concetto che “questo autore è un coglione da olimpiade, ma non solo: egli non capisce una minchia perché non conosce una minchia; di etologia e scienze della natura, ma pure di antropologia e financo di storia e letteratura, per non dire di biologia, quest’uomo è a zero. Ma con tutti i libri che ci sono, santa madonna, cosa cazzo hai comprato, beata americana di Manhattan? Se venivi dal Texas che ne facevi di ‘sto cucciolo, un cavallo da rodeo? Ma cosa vi insegnano in tutti quei college?”
La mia amica rispondeva che quel libro “si vendeva molto” in America e le era stato consigliato. Un comune amico tedesco presente alla discussione, notando l’inutilità dei miei sforzi, sorrise scherzando: “si vede che di qua e di là del mare abbiamo logiche diverse”.
Ora, è facile sorridere della amica americana come ha fatto l’amico tedesco, ma siamo certi che l’idea di donare amorevolmente al proprio cane “il giardino” sia affatto differente? Voglio dire che anche qui io conosco persone per altro intelligenti ed evolute, ma che sostengono esser prima necessità, per un cane, quella del giardino. E’ forse l’eguaglianza “cane = animale primitivo”, “primitività = natura”, “giardino = natura (perché c’è l’erba)” a generare una convinzione così.
Ma è come voler andare sulla Luna col regolo: la vita non è così semplice; è ripetitiva, invece ed infatti ripete i fondamenti costruttivi dei suoi componenti: uomo e cane si assomigliano nella natura propria, perciò possono con facilità unirsi in gruppo in modo da soddisfarsi reciprocamente. Bisogna saperlo, però; bisogna conoscere un poco di più; oppure essere totalmente ignoranti di informazioni tecniche, ed utilizzare quella formidabile proprietà che nell’uomo ha raggiunto vette mirabili: il buonsenso, che nasce dalla osservazione personale, più la riflessione personale.
Per fortuna esistono anche persone siffatte; ne conosco qualcuna e son certo che la natura le ha distribuite nel Mondo. Anche in America. Chissà se ce n’è un gruppo in feisbùc.