Lucky Luke ed il Principe di Lampedusa


Da alcune settimane, in edicola sono in vendita gli albi di Lucky Luke, un personaggio dei fumetti che compariva sul Corriere dei Ragazzi di molti anni fa. E’ un cow boy pistolero giustizialista disegnato e scenografato in modo molto simile al famosissimo Asterix, e le sue avventure sono altrettanto buffe e divertenti.

Lucky Luke

Luke ed il cavallo Jolly Jumper

 

Uno di questi albi s’intitola “il Granduca” e la storia racconta di come il nostro pistolero venga convocato da rappresentanti del Governo americano per far da scorta ad un Granduca russo che subordina la propria firma su importanti accordi commerciali tra i due Paesi ad un viaggio di conoscenza attraverso il West.

Perché tratto questo apparentemente risibile argomento?
Perché non è affatto risibile, ma anzi.
Non lo è in quanto gli sceneggiatori hanno caratterizzato il personaggio del Granduca in modo più che fumettistico e perfino più che letterario: direi sociologico.

Questo Granduca è un enorme omone con grandi favoriti, accompagnato da un piccolo e strambo Colonnello della Guardia il quale funge da suo assistente ed interprete, poiché Sua Altezza non parla una parola di inglese.
Il Colonnello, naturalmente, si fa intendere dagli ospitanti, ma costruisce la sintassi straniera in modo bizzarro come tutti quelli che hanno studiato un’altra lingua solo sulle grammatiche e restando sempre in Patria; perciò, volendo dire, ad esempio “Sua Altezza desidera conoscere l’orario di partenza” si esprime con “Sua Altezza desidera imparare l’epoca di nostra dipartita”; le espressioni comprensibili per quanto sintatticamente assurde del colonnello sono il primo piccolo colpo di genio degli autori del fumetto.

Ed ecco il Granduca: l’uomo sembra la mescolanza tra un pazzo ed un bambino; appare bonario e disponibile, ma quando vuole qualcosa, improvvisamente grida ordini ad altissima voce: “VODKA!”; si eccita per le minuzie e non si cura, o pare non capire gli accadimenti importanti; ha solo curiosità elementari, come un bimbo in un parco dei divertimenti, ed apparentemente nessuna coscienza del pericolo, che ricerca anzi avidamente con lo scopo di vivere una eccitante avventura. Per il nobile russo, il West americano è esotismo puro ed egli si attende dal viaggio solo l’eccitazione che si può provare di fronte a ciò che nella propria terra non si troverebbe mai.
Il Granduca ha paura di nulla, ma non per ardimento: egli non si mostra in altra veste che quella del turista in preda ad un visibilio stupefatto; vuole combattere con gli indiani, perché a suo avviso la cosa dev’essere divertentissima; se il nostro cow boy di scorta vuole evitare un villaggio perché pieno di desperados (i cartelli all’ingresso dei villaggi sono del tenore: “straniero: gli uomini più ricchi della città sono il boia e il becchino”), Sua Altezza si oppone assolutamente: non vuole perdere l’occasione di vedere da vicino i desperados all’opera, di modo che la scorta deve inventarsi continuamente nuove situazioni che appaiano eccitantemente rischiose all’ospite, senza però esserlo affatto.
Ad un certo punto, i nostri rimangono senza cavalli; due bari professionisti mettono a posta i propri in un incontro di poker; il Granduca che fa?
Non conosce il poker, lui conosce solo un gioco d’azzardo: la roulette. Russa, ovviamente.
Così, con un olimpico sorriso, lascia un colpo nel revolver ed inizia tranquillamente a tirarsi alla tempia: clic, e passa l’arma; i bari, terrorizzati, si danno subito per sconfitti e mollano i cavalli. Il Granduca, manco a dirlo, è assai contrariato, che diamine: avrebbe voluto continuare la partita. Più avanti nella storia, ripeterà la roulette, ma stavolta Lucky Luke gli ha infilato nel tamburo colpi a salve e quando Sua Altezza incoccia nel caso sfortunato e si spara, rimarrà delusissimo dal non essere morto e, gettando rabbiosamente a terra l’arma, imprecherà in russo gridando: “accidenti, mancato!”
Assistendo nel saloon ad uno spettacolino da mandriani, dove una attempata e volgarotta prostituta-ballerina si prodiga in una canzonaccia, il nobile vede in quella fantesca una donna, cioè secondo il suo pensiero una dama, e si comporta di conseguenza: si dice ammirato dalla sua ‘grazia’, la invita al tavolo, la omaggia d’un baciamano tra lo stupore di tutti, pretende di bere nella di lei scarpa e poi, secondo l’uso russo di rompere i bicchieri dopo il brindisi, getta via la scarpa, si inchina alla donna con un altro baciamano, e si allontana regalmente.
Durante un trasferimento, i nostri incappano in Texas Ripper, un tremendo predone assassino che li coglie di sorpresa; il Granduca è felicissimo quando l’interprete gli comunica l’identità dell’uomo che li sta per uccidere, senonché questi, sentendoli parlare in russo, s’illumina. Tutto si conclude con una bella bevuta, perché Texas Ripper si rivela per Vassili Vissarionovitch Ripper, figlio di un emigrante russo, il quale sapendo che l’omone che voleva derubare ed uccidere è nientemeno che Sua Altezza di Tutte le Russie il Granduca Leonida, si inchina ossequiosamente e bacia l’anello che il nobile gli porge con bonaria e vaga condiscendenza. Le storie di Lucky Luke sono effettivamente piene di cow boy dalla genealogia più disparata, perché, com’è vero, l’America è un coacervo di migranti riuniti, perciò la trovata di scena ha il pregio di un certo realismo.

Ed ora: perché dico che questo personaggio dei fumetti è caratterizzato in modo coltissimo? Non è solo una macchietta buona perché buffa?

No.
Perché qualunque pazzo può comportarsi in modo “buffo” nel senso di ‘non conseguente’ al mondo che lo circonda. Ma non comprendere il mondo che ci circonda significa non riconoscerlo come proprio, e questo può accadere anche quando non si è davvero parte di quel mondo. Se un marziano è tale sulla Terra, ognuno di noi sarebbe un terrestre, su Marte.
E allora il Granduca è strano perché si trova nel West invece che in Russia? No: perché si trova nel mondo invece che a Corte, ovvero lui è strano nel mondo, ma non a Corte.
Il West della storia rappresenta tutto ciò che è fuori dall’ambiente in cui il Granduca si muove, e lui è talmente “altrove”, così tanto esterno al mondo comune da non conoscerlo affatto e quindi esserne perfettamente affascinato; il Granduca non è allora per nulla pazzo, è anzi perfettamente conseguente: resta stupito, esaltato e incuriosito come lo sarebbe chiunque scoprisse un luogo pieno di cose sconosciute, di cui si è solo sentito parlare; è eccitato come chi si trovasse proiettato nella preistoria e potesse vedere i dinosauri, per esempio. E la sua indifferenza di fronte al pericolo, perfino quando si porta la pistola alla tempia nella roulette russa, non è incoscienza: è coscienza della propria grandezza superiore a tutto il resto, superiore anche ai concetti di vita e di morte.

Questo è appunto il segno del suo rango: la sua non è quindi semplice ignoranza, bensì totale differenza e alterità; questa, è la concezione del rango di un Principe Imperiale.

Ed infatti, nel romanzo Il Gattopardo Di Giuseppe Tomasi, Principe di Lampedusa, un personaggio ci parla proprio di questo argomento: si tratta di Padre Pirrone, il reverendo che abita casa Salina.
Bisogna specificare che un abate casalingo era un tempo prerogativa dei superpotenti, come ricorda il Don Rodrigo de I Promessi Sposi il quale, volendo sfottere Fra Cristoforo che è andato ad ammonirlo, gli dice: “oh, il predicatore in casa! Non l’hanno che i Principi! lei mi fa più di quel che sono!…”. In casa Salina siamo dunque dentro un mondo di altissimo rango, la dimora di un Principe intimo del Re delle Due Sicilie.
Il reverendo, allora, in un capitolo si ritrova con dei paesani che gli chiedono con curiosità antropologica come sono poi fatti questi ‘Signori’.
E lui risponde, e dice:

“I ‘signori’, come dite voi, non sono facili a capirsi. Essi vivono in un universo particolare che è stato creato non direttamente da Dio ma da loro stessi durante secoli di esperienze specialissime, di affanni e di gioie loro; essi posseggono una memoria collettiva quanto mai robusta, e quindi si turbano o si allietano per cose delle quali a voi ed a me non importa un bel nulla […] e con questo non voglio dire che sono cattivi: tutt’altro. Sono differenti; forse ci appaiono tanto strani perché hanno raggiunto una tappa verso la quale tutti coloro che non sono santi camminano, quella della noncuranza dei beni terreni mediante l’assuefazione. […] ho visto Don Fabrizio [il Principe di Salina, il Gattopardo ndt] rabbuiarsi, lui uomo serio e saggio, per un colletto di camicia mal stirato; e so di certo che il Principe di Làscari dal furore non ha dormito tutta una notte perché ad un pranzo alla Luogotenenza gli avevano dato un posto sbagliato. Ora, non vi sembra che il tipo di umanità che si turba soltanto per la biancheria o per il protocollo sia un tipo felice, quindi superiore? […] ne ho visto uno [un nobile, ndt] che aveva deciso di uccidersi l’indomani e che sembrava sorridente e brioso come un ragazzo alla vigilia della Prima Comunione […] se incontrate un ‘signore’ lamentoso e querulo, guardate il suo albero genealogico: vi troverete presto un ramo secco”.

Queste parole le scriveva il Duca di Palma e Principe di Lampedusa Giuseppe Tomasi, uno che faceva parte di quel mondo lì e sapeva bene di cosa stava parlando (a margine, è curioso che questo Principe evidenziasse così bene le smagliature della nobiltà sotto i ricchi abiti ed il romanzo è pieno di queste rilevanze, dalla paura di perder peso all’essere Prìncipi d’un deserto di poveracci. Curioso, e chiusa parentesi).

Il Granduca del fumetto di Lucky Luke è dunque visto e giudicato dal di qua, dalla nostra parte di normali cittadini, dalla parte dei paesani de Il Gattopardo: il fatto che ci appaia bizzarro dipende dal fatto che non possiamo capirlo, perché non siamo come lui.

Quale poteva essere dunque, in un fumetto come in ogni letteratura o studio sociologico, la più perfetta caratterizzazione del Granduca Leonida, ovvero del personaggio di un Principe Imperiale?

Empietà


Lo slogan “trivella tua sorella” proposto al (e rifiutato dal) Comitato no-triv ha fatto su ottima caciara, perché accusato di sessismo, ullallà.

Lo slogan è accompagnato da una bella figurina schematizzata secondo lo stile dei segnali stradali, che mostra distintamente una sorella (non può che esserlo) in posa quadrumane sotto una trivella ben eretta e con lo spruzzo. Ecco qua.

trivella1

L’idea e la sua realizzazione sono sessisti? E nel caso, cos’è sessista e cosa no, come si dirime?
Non è questione da poco, perché, ragazzi, qui ne va di mezzo l’ingiuria, e l’ingiuria, come sapete, ci è necessaria, non si scherza mica con l’ingiuria; no dico, pensate:

Lo slogan della sorella è sessista in quanto raffigura e parla d’una sorella; mi è stato fatto notare che questa è discriminazione bella e buona poiché lì gattonando in attesa di trivella poteva esserci un fratello, con lo slogan conseguente, ed invece si è scelta apposta la sorella per scherno incivile verso la sorellanza muliebre.
Ho replicato che secondo me lo slogan “trivella tuo fratello” avrebbe avuto ben poco senso dal momento che l’ingiuria più efficace, comprensibile, tradizionale nonché linguisticamente fluida è “assòreta!”, mentre volendo maschilizzarla avremmo un cacofonico “affràteto” malamente pronunciabile, ignoto ai più e dunque di corta portata.

Perché “affràteto” non funziona? Perché offendere un uomo di sponda attraverso il colpo rimbalzante sui suoi familiari femmine è molto più lesivo, mentre dargli direttamente del pirlone è incassabile senza troppe storie: un uomo è abituato a prenderle stando appunto davanti (per difesa) a quelli che considera i suoi più cari valori; così, colpendo quelli, gli si dimostra ch’egli è tanto poco valido nella pugna da non saper difendere manco la sorella, ah ah. Con questo scherzo, l’uomo si ritrova nudo in campo, sotto lo sguardo dei nemici irridenti e della sorella umiliata, fa la figura dell’incapace e ne soffre acerbamente. Lo scherno rimbalza dall’uomo ancora ricadendo su tutta la famiglia, ed è così un vero colpo di granata che si abbatte sul campo dell’offeso. E’ in tal modo che sui generi ragiona la natura, chi credevate l’avesse stabilito tutto questo, se non lei.

Ma noi siamo antisessisti e, come i vegani, vogliamo astrarci dalla Natura. Pericolosa aspirazione.
Perché se si considera esatto un procedimento in un caso, allora non possiamo considerarlo più inesatto o non idoneo negli stessi casi. Così come “assòreta” è sessista, lo deve perciò essere l’intercalare “càzzo!”, non è chi non veda.
E “cretino” e “idiota”, essendo cretinismo ed idiotismo definizioni nosografiche, potrebbero esser tacciati di discriminazione verso i diversamente abili, come pure il mitico “vaffanculo”, tanto utile nella conversazione malgrado abbia preciso riferimento a pratiche copulanti alternative, non potrebbe che essere considerato biecamente omofobo, talché volendo un bel giorno futuro ingiuriare qualchessia dovremmo esprimerci a un dipresso così:

“Lei è una testa di cavolo, intendendo io con cavolo proprio l’ortaggio e dioguardi qualsivoglia allusione sessista, ma la sua mancamentazione non è patologicamente determinata poiché quando lo fosse io la considererei anzi con il massimo rispetto, come si conviene a tutte le diverse abilità. Al contrario il suo capire un cavolo (l’ortaggio, ribadisco) dipende evidentemente dal suo proprio basso acume, il quale è in lei connaturato non geneticamente né per accidente di fortuna, che rientrerebbero nel rispettabilissimo caso già detto; piuttosto deve trattarsi della sua personalità irrisolta e della sua incultura – che per certo non deve essere mai considerata causa discriminativa quando dipendesse da una condizione a lei imposta, ma anche liberamente scelta – le dette caratteristiche che la identificano, ad ogni modo, mi inducono irresistibilmente a mandarla a quel paese; e non un paese esistente, salvognuno, dal momento che non siamo certo razzisti, ma diciamo pure un luogo della mente, remoto e nel quale io non verrei volentieri a motivo del fatto che là lei solo (e dico solo poiché, avendoci inviato altri come lei, non vorrei qualcuno insinuasse che io utilizzi uno sprezzante sarcasmo verso le pratiche sessuali orgiastiche) vi risiede, ovviamente nulla avendo io contro gli eremiti, stimabili portatori di una diversa socialità”.

Che fatica. Ma basterebbero, le assicurazioni di neutralità che corredano un insulto siffatto? Secondo me, no. Perché gli orticoltori potrebbero adontarsi: Che c’entra il cavolo? Cos’ha questo signore contro il caro cavolo, nobilissimo tra gli ortaggi? Ed anche la spettabile A.N.F. (Associazione Narratori Favole) avanzerebbe certo eccezioni dato che i bambini, come si sa, nascono sotto i cavoli e perciò risulta evidente che l’insultatore abbia in dispregio in qualche modo la natalità umana. Anche gli Ignoranti Uniti non potrebbero che sentirsi tirati in ballo dalla allusione che l’ignoranza come condizione abbia a considerarsi, sebbene solo in qualche caso, censurabile. Questo solo dato sarebbe sufficiente a rivolgere all’insultatore una motivatissima accusa di parzialità, cioè di razzismo. Non se ne esce.

Qual è la conclusione di tutta la menata?

La conclusione, a mio vedere, è che oggi (come ieri e, verosimilmente, domani) ci si scàndala per emotività da rush cutaneo senza andar appena più sotto nel derma, il derma essendo la concezione che la vita è complicata da più fattori:

1-      Il fattore biologico-teleonomico, che ci fa così e non cosà strutturalmente, di modo che io son uomo e non posso esser donna, bimbo, vecchio, arcangelo od ornitorinco a piacimento, mentre fortunatamente non mi è preclusa la possibilità di mascherarmi in uno dei precedenti, a Carnevale.

2-      Il fattore etologico-antropologico, basantesi sull’assunto che l’uomo vive l’ambiente, non il contrario, e ne derivi che la vita di relazione (con l’ambiente) non si possa forzare oltre i limiti del vivibile, sennò si muore. Perciò magnate tutto, non cercate di volare senza mezzi plananti, sappiate che vi sembra solo di essere padreterni, ed invece siete pieni di cacca nella panza e comportatevi più o meno secondo natura: farà bene a voi ed a tutto il resto intorno.

3-      Il fattore fattoriale, le permutazioni e le combinazioni sono un giochino appassionante, ma spesso ci si perde. Nella Torà (la Bibbia ebraica) paginate di permutazioni son perse a cercare cosa, non si capisce. E’ vero che la vita è permutevole, e basti pensare allo scambio degli alleli od alle combinazioni degli acidi nucleici, ma allora è meglio darsi alla biochimica piuttosto che alla Torà. Questo per dire che a molti piace permutare così, come tirare una pallina contro il muro per vedere dove picchia, insomma parlare senza legarsi ad un metodo. Perché accade questo? Perché molti odiano l’applicazione faticosa, non riconoscendone il lato piacevole. Eppure tutti dicono che dopo una bella corsa ci si sente meglio; il fatto che lo dicano eppure non riconoscano il “sentirsi meglio” dopo lo studio, mostra appunto che non sanno quello che dicono e permutano a casaccio di cane.

4-      Il fattore sociologico, legato all’epoca di riferimento, che prescrive l’etica debba essere una variabile – ed infatti varia eccome – dipendente dal momento storico, e non il contrario. Ciò significa che se nel XVII secolo esisteva lo schiavismo ed ora no, è così e basta e non potrebbe essere accaduto l’inverso, e la prova sta nel fatto che è accaduto proprio così (talvolta serve ribadire, perché non tutti capiscono alla prima). Se l’etica appare variabile non possiamo considerarla religiosamente, essendo – un dio a scelta – sempre fisso ed immutabile ed uguale a se stesso. Perciò calma, ragazzi: Torquemada è morto senza figli, a quel che se ne sa.

5-      Il fattore psicologico, perché ognuno di noi è diverso, o almeno diversamente dice le solite quattro sciocchezze ed, all’insaputa degli psicologi, è questo il campo della psicologia.

Potrei continuare, ed è una minaccia, ma lo faccio bastare. Per concludere dico che il problema appare sempre lo stesso: il conformismo, che è la paura fottente di far la figura del ‘diverso’; la qual cosa luminosamente manifesta che noi discriminiamo i diversi, guarda un po’, sebben si dica nonnonnò. Così, se io so che i miei vicini di casa guardano sanrèmo, lo guardo pure io, così in ascensore so cosa rispondere, sia mai che potessi starmene zitto. E se la tivvù (nientemeno) mi raccomanda di pensarla così e così, come vuoi che la pensi. Non lo facessi, sarei emarginato.

Da questo bel club. Sia mai.