Di qua dal cretino


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Ecco: questo qui è un cretino.

Dice – “ma non è un geco?” – sì, è un geco. Cretino.

Perché, santa madonna, non si può stare tutta la sera di là da un vetro che ha la luce – e dunque anche le farfalle – al di qua ed incaponirsi a dargli crapate contro dal di là, per prendere le farfalle che vi si posano sul di qua. Dico io: lo capirai bene, dopo un po’, che c’è il vetro, no? E dopotutto, pensa: su cosa sei aggrappato? Se stai su su una superficie, è ovvio che ci sia lì quella superficie, no? E allora, la farfalla che si posa di panza su quella superficie sarà al di là da quella superficie sulla quale sei aggrappato tu, non è vero, benedetto geco? Cioè al di là dal tuo aldiqua.

E invece, oéh, invece il geco non lo capisce; ogni volta che arriva una farfalla a posarsi su ‘sto vetro, lui gli arremba verso, tutto convinto, deliberato, certo; si slancia e -tòc! ‘na crapata che a guardarlo ti vien male a te sulle corna; la farfalla, manco si muove, dice “guarda te quant’è cretino ‘sto geco” e resta lì, e lui, incredulo -tòc, tòc, tòc! una serie di cornate da rimanerci secchi; poi ad un certo punto si ferma un attimo, sembra che pensi, e tu dici: “vedi, ci sta ragionando su, pensa ‘ah già, che fesso, c’è il vetro sul quale sto appiccicato!’) – ed invece punta la farfalla, che lo guarda beffarda, e -tòc!! vai di nuovo di facciata a schianto.

Anche quando ho spento la luce, si sentivano ancora le farfalle ridere.

 

Nota: questa non è una satira sui gechi: è una satira sullo stile di ragionamento internèttico

 

Breinstòrmin’ colla santa


Come sa bene il Caravaggio, quando ci sei dentro fino qui non c’è che sperare nei santi e, dato che il brenstòrmin’ con la mia collega non è che avesse risolto benebène la situazione, mi son ritirato in un canto ed ho pregato a Sant’Iva, che è tra gli spiriti eletti quello che di giorno in giorno sta acquisendo sempre più peso.
 

Caravaggio - La coscienza commerciale detta le leggi del mercato

 

  • Io: – (tra me)  ‘Me cazz’ si chiameranno i santi, chi se lo ricorda più… (chiama al telefono)  Pronto?… no, dico: pronto?… Sant’Iva? (batte sulla cornetta)  Pron…
  • Sant’Iva (comparendo): – ‘Sseghè.
  • Io: – …Chi parla? Sant’Iva? Ma che sei, milanese?
  • Sant’Iva: – No, sei tu milanese; io m’adatto.
  • Io: – Ehm… c’hai una fisionomia familiare, Sant’Iva; vorrei potermi sbagliare
  • Sant’Iva: Non sbagli; te l’ho detto: m’adatto.
  • Io: Eh, ma così mi metti apprensione… non potresti somigliare a qualcun’altra, che so: bruna e riccia… per cambiare…?
  • Sant’Iva: Spiacente, ma questo hai e questo ti tieni, dès pudèm minga fa’ i miràcul anca del culur dj cavèi, sü nèm.
  • Io: ‘Cca boia, óh… ce l’avete proprio con me pure voi lissù…
  • Sant’Iva: Bòn: alùra, frigna no e cerchiamo di sbrigarci un attimino perché poi c’ho da fare altre robine importanti. Parla, fioëu, sì insomma: figliolo.
  • Io: – Siente a ‘nu póche, sant’Ì: ‘o vulisse fa’ ‘nu miraculille ppe’ mmé sule ppe’ mmé, ttù che s’i ‘n’accussì bella guagliuna? (tono marpione) …‘O ssàpe che s’ì ‘na bella guagliuna, è ‘o vere che ‘o ssàpe… (tentenna la testa e strizza l’occhio con sorriso canaglia)
  • Sant’Iva: – Se stai cercando di vedere se cambio accento, nàni, scòrdatelo; e poi parli napoletano peggio di salvìni, no dico. E piantala di fare il cascamorto pure colle sante perché piuttosto che abboccare vendo i tuoi reni sul mercato arabo, t’è capi’ cìcci?…
  • Io (rassegnato): Ognuno ha la sua croce, a me ne son toccate due. Vabe’, passiamo al mercanteggiamento: quanto vuoi per un miracolino commerciale, robetta da poco, tipo che ci fai finire in pari quest’anno? Prima che rispondi, ti dico subito che mi hai dato un prezzo fuori mercato: serve un sconto almeno del cinquanta, e su quello sconto ancora un venticinque più dieci; ah, e poi i pagamenti: scadenze novanta-centoventi con Ri-Ba al dieci del mese successivo e, naturalmente, niente acconti, poi…
  • Sant’Iva: Cìccio: ma mi hai preso per un venditore di pentole o un ministro? Io sono una Santa, nanìn, vuoi che faccia pagare i miracoli?
  • Io (confuso): In che senso “vuoi che faccia pagare”: si pagano, no…? Fattura, DDT… (s’illumina)  aaahh!… (abbassando la voce)  …niente fattura!… (pratico)  e allora, biondina, qua devi fare uno sforzettino e abbassare ancora un po’, neh… no, perché, dico: te ti metti in tasca una bella sommetta così, senza colpo ferire, mentre noi…
  • Sant’Iva: Sei proprio un senza Dio. I miracoli non si pagano.
  • Io (ancora non capisce): Sì, vabbè, ma cosa significa “non si pagano”? Tutto si paga; non si pagano e va bene, ma quanto costano?
  • Sant’Iva: Madunìna bèla aiutami tu. Sono gratis, pirlùn, t’è capi’ dès? Tu-non-pagare-me-per-miracolo. Hai seguito il labiale?
  • Io (s’illumina): …Non si pagano!
  • Sant’Iva: E finalmente.
  • Io (tra me): Questa è matta; boia: questa è proprio fuori come il mare. (a lei)  Occhei; allora molla qua il miracolino e arrivederci e grazie è stato un piacere, ‘parte per l’aspetto, il carattere, il tono di voce, la gestualità, l’abbigliamento, il senso delle pause ed i concetti espressi. Buon rivólo. Ciao.
  • Sant’Iva: Eh no.
  • Io: Cosa no?
  • Sant’Iva: Mica pensi che sia gratis.
  • Io (attonito, poi crescendo isterico): …Come! Ma… ma cazzo, sei uguale a quella vera proprio in tutto! È passato mezzo secondo, adesso non è più gratis! È gratis, puf: non è gratis! E io come faccio! Non posso nemmeno divorziare perché non siamo sposati! E poi dice “chi l’ha visto?”: chi l’ha visto?! Ma non mi vedete più nemmeno col telescopio, e non mi trovate da nessuna parte perché ammazzo sulla strada tutti i testimoni! Nessuno potrebbe condannarmi: è legittima, anzi: “doverosa” difesa!!
  • Sant’Iva: Ma non voglio mica essere pagata.
  • Io (attonito, poi affranto): Eh?… ma…? …ommamma, chissà se c’è, il paradiso degli atei…
  • Sant’Iva: È  gratis, ma tu devi fare qualcosa per meritartelo.
  • Io: …ma che casino…? …cioè?…
  • Sant’Iva: Devi piegarti ai dieci comandamenti del mercato.
  • Io: Oh sacramento.
  • Sant’Iva: Prònati. Sei pronto? Scrivi; primo: “Io sono la capa tua, perché tu la capa non la tieni ed è meglio che qua comando io che la capa cellò e sono io”. Secondo: “Non chiamarmi invano, anzi: non chiamarmi mai, che sarebbe sempre invano perché al contrario di te io c’ho sempre da fare e quindi manco per sbaglio ti rispondo”. Terzo: “Ricordati di disonorare le feste; le feste non ci sono, e nemmeno le pause”
  • Io (scrivendo): …Nemmeno le pause?!
  • Sant’Iva: No; il caffè te lo pigli in pausa pranzo, l’unica ammessa. Quarto: “Non commentare, non recriminare, non dire proprio niente. Ah: e non sbadigliare, insomma onora il sacro tempio dell’ufficio e cuccia lì”. Quinto…
  • Io: Madonna, e quanti ne mancano?…
  • Sant’Iva: Che, hai già dimenticato il quarto? Quinto: “Non insistere: detesto le collezioni di farfalle”
  • Io: Ma…
  • Sant’Iva: Silenzio! Sesto: “Non commettere adulterio, ossia non cercare di cambiare collega perché ti faccio mangiare dalle cavallette, occhio a te”. Settimo:
  • Io: …’Llette… un momento…
  • Sant’Iva: “I soldi della cassa sono quelli dell’ufficio, se li vuoi me li chiedi e se li prendi senza chiedermeli ti taglio le mani come ai ladri”. Ottavo: “non mi dire le bugie; sarai anche bravo a dire le bugie, ma io ormai ti conosco e ti sgamo subito, ciccio”
  • Io: Ma bestia d’una miseria, tu sarai mica…
  • Sant’Iva: Nòno: “È inutile che dici alle altre donne di quanto sono cattiva, siamo tutte donne e non trovi sponda nemmeno con tutti i tuoi salamelecchi. Non hai scampo, t’è capi’?”. Decimo…
  • Io: Ma di’ un po’, dimmi la verità…
  • Sant’Iva: …“Non desiderare proprio nulla. Qui è tutto mio; anche tu sei mio e perciò fai come dico io e basta”.  (pausa. Poi)
  • Io: Sant’Iva…
  • Sant’Iva: ……………..
  • Io: Sant’I’, dico a te.
  • Sant’Iva: …Eh? Ah già, dici a me. Che vuoi? Hai scritto?
  • Io: Ho scritto, ho scri’. Senti, “Sant’Iva”, ma vogliamo scommettere che tu invece ti chiami…
  • Sant’Iva: Ti ho dato l’esperienza mistica che volevi, no? Non sei contento? Adesso appendi in bacheca il decalogo e, hòp, vieni a lavorare, su!
  • Io: Allora è vero! Tu sei…
  • Sant’Iva: Beh…ti ricordo che tu sei ateo, cìcci, e se ti lasciavo qui a pregare Sant’Iva, passava il trimestre. Ora basta giocare, chiaro? Al lavoro!
  • Io (manata sulla fronte, seguendola): Orca bestia, è vero, io sono ateo! Ecco cosa mi sembrava strano in Sant’Iva!…

Teoria del caos


Tra le molte cose che mi affascinano del mondo femminile, c’è la multicosa lì, come si chiama oggi, la pluriroba, la polifaccenda, insomma la capacità di trovare l’ordine nel caos; ai matematici come Edward Lorentz ci sono voluti millenni per scoprire e formulare qualcosa che, avessero chiesto a qualche primitiva collega della mia collega, avrebbero potuto sapere da subito: “scusi, signorina: esiste un ordine nel caos?” – “ma certamente, che domande sono?”
Vedete, è una risposta da donna; un uomo avrebbe detto: “ma se è caos, lo dice la parola stessa, non è ordine, no? Che razza di domande sono?” – perché noi siamo banalmente logici, e pensavamo lo fosse anche la natura.
E invece nossignore: la natura è femmina, ha un ordine nel caos. E la donna lo capisce. E io no, e voi, colleghi, neppure; e ci tocca studiare come derelitti per tracciare direzioni effimere in cui catalogare, schematizzare, paradigmare, regolare ed ordinare l’inordinabile ordine del caos. Poi arriva lei e – trac – lo capisce e lo gestisce così puro come lo trova. E se lo trova ordinato, lo incasina meravigliosamente, perché il tracciato lei lo sa: sa dove sono i vostri calzini pure se non abita con voi, sa dov’è l’appunto che prendeste in auto dieci anni fa e che perdeste sotto la pioggia di settembre, sa dov’è l’ago nel pagliaio.
Ma non chiedeteglielo, sennò s’incazza. Perché? Non lo sappiamo, il perché, ancora non l’abbiamo scoperto. Ma la ragione dev’essere semplice, a giudicare da come le sembra sciocca la vostra domanda.
E non chiedetele cosa c’è da incazzarsi, perché altrimenti s’incazza sul serio: applichiamoci ancora qualche millennio, probabilmente un giorno sapremo; e diremo: “aaahh!… ecco come stanno le cose!…” lo metteremo in formula e lo scriveremo sui libri. E lei ci guarderà con materna sufficienza, come a dire: “finito di giocare?”

postazione F

Preventivo con clienti


Come si sa, Georges De La Tour realizzò tre versioni del suo quadro “Il baro con l’asso di quadri”; una di esse si trova al Louvre, un’altra al Metropolitan di New York e la terza al Kimbell Art Museum di Fort Worth; poi ce n’è una quarta: “Il baro con l’asso di fiori”, di identico soggetto e sviluppo, dove cambia solo la carta; questa è in una collezione privata, a Ginevra.

Si pensava che la menata fosse finita qui, ma pochi sanno che il Maestro, noncontènto, dipinse una quinta variante intitolata “Preventivo con clienti”.

Abbiamo l’orgoglio di annunciare che questa versione adorna il nostro ufficio da quando, durante un caffè da Sotheby’s, per la giusta cifra dell’incalcolabile l’abbiamo acquistata, trovandola adatta al nostro sofisticato ambiente. La carta, in questo caso, non è un quadrato: è un rombo.

 

De La Tour - Preventivo con clienti 4