Scolastica


“Altrimenti andiamo dal preside!” – mi disse una volta l’insegnante di… di… e chi se lo ricorda più. Era esasperata perché non ascoltavo un tubo, conturbato forse dalla sinuosa Elena, o sogghignante coll’Antonio, ma credo più probabile causa, l’Elena; mi voltai improvvisamente a guardarla e “andiamo” – dissi, e la precedetti sortendo di classe con una risposta così pronta che stupì anche me. Mi ero messo in una bella situazione ed ora dovevo tenere botta; falcavo i corridoi con l’insegnante che mi trottava arréto faticando, e intanto cercavo di immaginarmi questa figura misteriosa: il preside, che poi era una donna; una donna preside! Come te le figuri, quando sei un ragazzino in fregola, le morbide curve d’una donna applicate a quel che dev’essere una mummia rancorosa? Come si concilia Maga Maghella (Raffaella Carrà ai tempi del Tuca-Tuca) con una zia vecchia e zitella che ancora parla di quel pilota di biplano che non poté sposare perch’egli affondò da eroe nel Mar Caspio durante la prima guerra punica?
Andavo con spavaldo timore verso l’ufficio di presidenza dove stava annidata la preside, come il mostro di Alien nel suo mondo di secche bave.
Entrammo, io per primo, nella stanza che mi parve a prima vista, soprattutto spoglia. M’immaginavo, si vede, un mondo rococò che potesse incorniciare una specie di segaligna vecchia dama di compagnia, ma lì non c’era manco un mappamondo in legno stinto, nemmeno una sfera armillare così come vetri corniciati in piombo, né ritratti del Re alle pareti sebbene, per il vero, sotto un timido crecefisso sghembo stesse incorniciata la faccia di un Papa dall’espressione perplessa, un Papa che poi morì come muoiono i Papi generandone un altro per partenogenesi. Ma era l’unica variante, questo Papa appeso, rispetto alle pareti bicolori della nostra aula che ospitava sì lo stesso macabro crocefisso ad arrossare il muro, ma ove campeggiava pure il Presidente della Repubblica, l’onesto Pertini, con la sua faccia da burbero e buono nonno di tutti, molto più universale dell’omino pendente.
La Preside aveva un’età cinese; indefinibile, cioè. A distanza di tempo, potrei dire che era una quarantenne mascherata per una recita da settantenne, o l’inverso, perché la cotonatura di una chioma folta era pregressa ad una età avanzata così come lo era la gonna sopra il ginocchio e, d’altra parte, le rughe ed il portamento mostravano la morsa di un tempo passante forse a gran velocità.
Spaventato quindi da quel confronto, preoccupato per la pagella, volendo scansare una sospensione con relativo votaccio di condotta, prevenni un esito infausto per mezzo di una tecnica di guerra: sparare per primo e dall’alto; attaccai, insomma, presi io le mosse, ed autoritariamente, trasformandomi in Preside davanti alla Preside. Zelig era sì di là da venire, ma io no.
Già ero entrato di volata, spalancando la porta con un rustico “permesso” senza attese di risposta, ed ora, in piedi davanti alla donna seduta alla scrivania, così dominandola in altezza, peroravo come l’avvocato d’un film a dieci minuti dalla conclusione. Accusai la docente di avermi portato lì invece che impiegare la sua ora per spiegare la materia, cosa che evidentemente – e non era la prima volta che lo si notava – non aveva voglia di fare, preferendo, per questioni evidentemente sue personali, aggredire gli allievi con le motivazioni più fantasione; cosa avevo dunque fatto? Avevo picchiato qualcuno? Impedito a lei di parlare? (ella cercò di replicare, ma le imposi il silenzio con un gesto) – provocato danni agli arredi? Io ero a scuola non certo per delle gite immotivate nei locali di presidenza, ma per seguire lezioni tecniche comunicate da un didatta preparato alla bisogna e dunque, se l’insegnante non era in grado di coinvolgere l’uditorio dopo due ore di matematica ed aveva necessità di trovare, così, sfogo a pensieri che nulla avevano in comune con la didattica, lo rendesse chiaro a tutti, sì che non avremmo perso tempo e denaro in una scuola malfunzionante, cambiando istituto. Aggiunsi che i compagni m’eran buoni testimoni per ciò che avevo detto e mostrai tutta l’impazienza di chiudere alla svelta la questione, come avessi altrove mille cose da fare di somma importanza; imparare materie, era ovvio, feci capire. E la guardai in un accigliato silenzio sospeso.

La vecchia-non troppo restò un poco interdetta: le avevo rubato la parte; su questo, contavo. Mi guardò incerta e balbettò qualcosa, ma io la tecnica di guerra la conoscevo troppo bene: una pausa deve avere l’effetto di un colpo d’interdizione: il nemico, mirando sua ferita ne subisce il fascino, ma non deve avere tempo di comprendere ciò che gli è accaduto: a metà di quel tempo che precede sua reazione va colpito di nuovo, duramente e diversamente. Da agitato che ero mi feci composto e serio, parlai in tono grave, quasi gorgogliante, una nota dolente nella voce, come un padre: “Lo sa cosa è successo ieri?…”
La donna alla scrivania quasi impallidì, voltò un colpo di sguardo all’insegnante dietro me, che aveva ancora nemmeno fiatato, poi sgranò gli occhi nei miei e percepii la flessione spaventata del suo tono a metà frase: “cosa è successo?” – incauta. La fissai come un genitore deluso, senza parlare; io non avevo la minima idea di cosa fosse successo; voglio dire: di cosa mai avrei potuto inventarmi potesse essere successo, e mi ci voleva qualche secondo per trovare una idea gestibile, ma non mi veniva in mente niente. Esordii appoggiando le nocche di una mano, quasi distrattamente, sulla scrivania: così mostravo confidenza con il suo spazio, depotenziando la sua azione successiva, perché ogni azione di forza si basa su un totale controllo della propria posizione, ma soprattutto sull’occupazione del suolo nemico a scopo di fiaccarne il morale – poi dissi, quasi sussurrando: “signora preside” – (pausa) – “qui io posso raccontarle mille episodi sconvenienti” – (pausa, sguardo, assenso) “ma questo non è il mio ruolo; non sono io a doverle dire se e quanto qualcosa non va, né per colpa di chi” – (da qui, di séguito, senza pause) – “io sono qui per seguire dei corsi ed ho solo poche ore per farlo e lei sa bene quanto il tempo di scuola sia più teorico che reale per molti motivi, come le assenze” – “le assenze?!” – disse la vecchia strana, emergendo di tono come avesse trovato uno scoglio in una corrente; era quello che volevo, perché la tecnica di guerra prevede tu dia una falsa sicurezza al nemico, in modo che si sporga rendendosi bersaglio; lei ovviamente pensava alle assenze degli studenti, e si sporse: – “le assenze. Abbiamo cambiato, lei sa, tre professori, dovendo così riprendere il programma in ben due materie, e accumulando così un mese di ritardo, più o meno. E tra poco termina il trimestre” – terminai in tono severo e fondo. Pausa. La vecchia arrossì e annaspò: – “…eh, purtroppo… sì, quest’anno ci sono stati dei problemi… ma nel prossimo…” – gesticolava come ballasse la pizzica; io, una statua. La fissavo mentre seguitava – “…le cose saranno diverse… andrà meglio… faremo… diremo… gestiremo…”. – “Sì, molto bene” – la interruppi aggrottando le ciglia al suolo, breve pausa, poi sollevai gli occhi: – “ma ora dobbiamo pensare a questo, di anno. In classe” – accennai un gesto – “diciotto persone aspettano di continuare la lezione; Signora Preside, ha ancora qualcosa da dirmi?”.
La indefinibile serrava le mascelle secche, ed anche il mezzobusto con quelle antenne di braccia pareva rigido come quello di un manichino: – “…in questo momento ho da fare; tornate pure in classe e… mi raccomando” – disse così – lo sapeva lei, e lei sapeva che lo sapevo io – per incastrarsi in modo meno sghembo nel ruolo che doveva avere, dietro quella scrivania. Non mi guardò, mimando che quell’imbarazzo fosse alterigia. “Buongiorno” – dissi definitivo, ed uscii a passo finanziario. L’insegnante mia, che fino allora muta mi era stata alle spalle, mi seguì obbediente.
E quando fummo per i corridoi, dopo un poco di falcata manageriale, rallentai il passo e l’affiancai; le mostrai un orologio in parete e dissi, con un sorriso ed un mezzo occhiolino: – “be’, ce la siamo cavata in poco tempo dopotutto, no?…” – suonava come dovessimo essere complici dell’essere scampati entrambi ad una strigliata; lei, ancora stranita, fece un quarto di sorriso attonito che si faceva più sbarazzino man mano io commentavo qualcosa che ora non ricordo, su una parte dell’argomento di lezione che trovavo interessante e bla bla; le parlavo come ad una collega.

E tutto si ricompose. Perché gli animi di noi tutti rispondono alle emozioni, le quali si creano artificialmente con una certa facilità. Ben lo sanno i prestigiatori, i preti, gli psichiatri, i politici e gli stronzi.