Scopri la differenza


Gentili Signore, seguitemi, ve ne prego.

Voi dovete recarvi ad un importante appuntamento di lavoro; poiché le vie della città sono intasate di traffico, decidete di prendere la metropolitana.

Mentre siete in piedi tra tanti altri viaggiatori, vi sentite urtare leggermente; càpita, nella calca – pensate – senonché il contatto si ripete ad intervalli sempre inferiori e ad un certo momento avvertite chiaramente che qualcuno vi sta toccando in modo intenzionale: avete sul vostro corpo le mani di un estraneo.
Avvampate di rabbia incredula, di intollerabile fastidio, e di scandalo: vi voltate immediatamente – “ma cosa fa, come si permette!?!” gridate all’uomo dietro di voi; quello arretra di un passo, bofonchia qualcosa come “ma cosa vuole da me… chi le ha fatto niente…” – voi non volete soprassedere, incalzate l’uomo – “lei è un maiale! Non si vergogna?! Lei mi fa schifo! E’ un disgraziato, ma come…?!” – vorreste picchiarlo; vi sentite umiliate, disprezzate, usate; vi viene da piangere;  gli altri viaggiatori guardano la scena senza intervenire, ma uno di essi si avvicina: “sono testimone: quest’uomo molestava la signora; è inqualificabile” – e, rivolto all’uomo che ciondola ad un passo dice con voce dura: “lei non si muova: ora chiamo la polizia ferroviaria”.
La polizia ferroviaria arriva, entra nel vagone, fa domande; voi raccontate il fatto, avete un testimone. Vi convocano al comando e fate regolare denuncia. Grazie al testimone, il vostro molestatore viene messo in fermo con l’accusa di violenza privata ed atti di libidine: reati contro la persona, accuse molto gravi.

Ringraziate il signore che vi ha accompagnato scusandovi per il tempo che vi ha dovuto dedicare (vi ricordate che durante la sosta nella stazione di polizia aveva guardato per una volta fugacemente l’orologio); gli tendete la mano e lui ve la solleva delicatamente, senza stringerla; con pacatezza ed eleganza vi conforta dicendo “è stato tempo speso ottimamente; spero possa dimenticare presto questa disavventura” – poi vi sorride e, con un piccolo inchino del capo si accomiata da voi augurandovi che la vostra giornata prosegua in modo felice. Lo guardate andare via pensando che quello è un altro genere di uomo rispetto al vostro molestatore; voi siete una donna bella, molto corteggiata, ma pur percependo la galanteria del vostro testimone, non avete notato verso di voi ammiccamenti, sottintesi o sguardi intrusivi. Quel bel signore elegante è un gentiluomo. Che ora se ne va. Anche per voi è ora di andare.

Siete nel luogo dell’appuntamento – “…e meno male!…” – dice il regista vedendovi arrivare; farfugliate cercando di raccontargli l’accaduto, ma non vi ascolta – “dài, finiamo questa scena e poi giriamo quella con Gloria, che finalmente ci ha fatto l’onore” – sul set c’è un via vai di stuntmen e truccatori – “azione! Forza voi due” – comanda il regista; i due uomini in scena iniziano a picchiarsi duramente – “stoop, trucco!” – urla il regista. Truccatori entrano sul set e impiastricciano gli attori di finto sangue; – “azione! Dài, la bottiglia!” – l’attore afferra una bottiglia rompendola sul viso del compagno; è di una plastica speciale inoffensiva, che pare vetro – “trucco!” si applicano le gelatine che simulano tagli profondi, e la scena riprende; uno stuntman sostituisce l’attore cadendo di schiena su una balaustra e volando poi qualche metro più sotto, su un materasso – “stoop! Va bene, questa la vediamo al montaggio, non mi convince” – dice il regista mollemente – “prepararsi per la cinque! Luci; chiamatemi il Guido”.
“Dottore, allora noi andiamo” – dicono gli stuntmen ed i truccatori “sì, voi potete andare; qui domani alle nove. Puntuali: non come qualcuno, eh” – poi il regista si volta verso di voi, vi guarda per qualche istante, sorride col suo modo beffardo e: “Allora, Gloria: pronta?”
Tocca a voi. La vostra scena segue quella della rissa, gli uomini si picchiavano per voi: nel film, uno dei due vi salvava da uno stupro (lo stupro lo girerete in seguito: le riprese si fanno così, e poi fa tutto il montaggio) poi con lui facevate l’amore appassionatamente; dovete esprimere realismo, si tratta di un thriller romantico. “Dài co’ ‘ste luci; Guido, sei in forma? Mi sembri un po’ assente” – Guido si acciglia: “sto benissimo” e raccoglie qualcosa da terra. “Lo vedremo subito. Allora, ragazzi, voglio vedere trasporto, eh? Siete innamorati, vi desiderate come bestie in calore, questo è il momento in cui scoppia la passione, chiaro? Spettinatemi un po’ il Guido, che pare uscito dal salone di bellezza; amore brutale, fame, fame: siete bestie. Fate l’amore come si fa l’amore, anzi: come si scopa. Dài, luci”.

Questo racconto continua prossimamente. Non è un semplice racconto: è una considerazione.

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 2

Proseguiamo la disamina dal precedente raccontello: approfondiamo:

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Per le scene d’”amore” (sesso), nei film – curiosamente – non si fa uso di trucchi. Dico “curiosamente”, perché nel cinema tutto è finto: le scenografie, le suppellettili, gli effetti, le luci, gli spari, le coltellate, i pugni e perfino le sberle: anche le sberle sono finte. Ma il sesso, no. Voi, quel tizio lì, il Guido, che avete visto di sfuggita poco prima, dovete baciarlo davvero, e vi spoglierà, vi toccherà in tutto il corpo, e dovrete mostrare di esserne entusiasta. Sarete nudi, entrambi, completamente. Sì, è vero: avrete, voi e lui, una specie di perizoma minimo per evitare che, nel momento in cui Guido vi spalancherà le gambe mimando tra esse un amplesso furioso, viviate la scena nella sua completezza. Ma farete sesso, ragazze, altroché se lo farete; perdìo se lo farete. Lo farete.

Come mai, nel cinema, solo il sesso è praticato davvero, senza trucco?

Una attrice mi ha detto: “ma non c’è ‘penetrazione!’”
Ed io mi sono ricordato del Bill. Ve lo ricordate, il Bill? Anche lui aveva detto così: “non c’è stata ‘penetrazione’, dunque non abbiamo fatto sesso!” ed il Congresso, sordo alla teoria, lo aveva smutandato, lui, il Presidente, per osservare se la testimonianza della ragazza (che cacchio avrà testimoniato? Forma, dimensione, colore, grinze, tatuaggi, voglie, nei, curvatura, disposizione vene, nome ed indirizzo?) corrispondendo all’apparato dell’uomo più potente (in senso politico, tranquilli) del mondo, era veritiera. E poi la ragazza aveva portato alle analisi il proprio vestito di quel giorno, omaggiato da una estensione del Presidente verso il mondo, perché quella macchia era una prova; di che? Di sesso. O bella. E poi lo avevano accusato di adulterio, quel povero salamone (che ci faceva tenerezza, ci faceva, in quel momento lì) e la moglie sua stringeva le zanne davanti alle telecamere con occhi rossi di rabbioso disonore, e la Nazione, incredula, stigmatizzava tutta insieme unita, il comportamento del suo simbolo umano in quella occasione.

Eppure, il Bill non mentiva: non c’era stata ‘penetrazione’, s’era trattato poco più che d’una pomiciata; roba cinematografica, o quasi. Ha passato i guai suoi, il Bill, per quella pomiciata: un adultone, adulterista, adulterato, come cazzo si dice: un cornificatore, insomma, della moglie e della fiducia di tutta la Nazione nella sua paterna, bianca, compostezza. Il suo peccato era l’aver fatto sesso con quella guagliona, perché – si disse in tutto il mondo non rincoglionito – è evidente che il sesso non sia solo “penetrazione”, porca la miseria.

Ma cos’è il sesso? Come bisogna intenderlo, socialmente parlando?

Ne parliamo nella terza puntata.

 

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 3

Dàghela con la chiosa del raccontiello:

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Socialmente, il sesso è vissuto come “piacere” indipendente dalla procreazione. E allora cos’è il “piacere”?

Pensiamo quali sono le cose che più ci danno piacere; sfamarci, dissetarci, evacuare, e il sesso; ve ne sono delle altre come relazionarci con gli altri, muoverci, rintanarci, possedere cose, e via avanti, ma la tetrade del massimo piacere è quella là. Guarda caso, le azioni della tetrade sono quelle che più di altre consentono il mantenimento della vita, personale e futura.

Il piacere è dunque… una moneta, un pagamento, un compenso, che la natura offre in cambio del compito di sopravvivere; la natura terrestre attrae al compito per mezzo di una ricompensa in “piacere”. La natura è seduttiva.

E questo è anche il motivo per il quale il piacere femminile e quello maschile sono tanto diversi; il corpo femminile è assai più erogeno di quello maschile e, se vi ricordate, è teneramente comico pensare alle prime esperienze sessuali, quando le ragazzine s’interstardiscono nel tentativo di dare piacere al compagno accarezzandogli il petto, baciandogli il collo e stimolandogli l’ombelico; tutta roba che ad un maschio fa nessun effetto. Ma ad una donna sì. Come mai? Facile: è il pagamento in piacere per il suo compito di allattare e tenere presso sé il bambino che genera; ad una donna, il contatto col bimbo (e, traslato e generalizzato, il contatto in generale) provoca un piacere che al maschio è sconosciuto; ma la natura non prevede che il maschio allatti e trasporti un infante, perciò risparmia sul dono: lì non serve.

E capite da questo come la religione sia una malattia della psiche, perché, ipotizzando un Dio, proprio il piacere dovrebbe essere inteso quale il suo più chiaro segno d’amore. E’ come Dio (per chi ci crede) dicesse: “figlio mio, io voglio che tu viva e sia felice, e per farti vivere felice ti fornisco tanta più gioia per quanto più tu t’impegnerai a mantenere la vita”. (I preti, vedete, oltre che studiare niente, neppure sanno ragionare un tantino. Siate laici).

Vi sono dunque degli automatismi causa-effetto, con un senso ben evidente, ai quali siamo soggetti in modo naturale: alcune azioni generano piacere perché è questo il modo in cui siamo costruiti.
Lo sappiamo tanto bene (pure quando diciamo stronzate da preti anche se non lo siamo, e cioè quando neghiamo le evidenze per seguire le mode) che abbiamo regolamentato gran parte della vita sociale proprio seguendo questa chiarissima evidenza.

Cos’è infatti l’istituto del matrimonio, con le sue mille gabbie di doveri, se non l’assicurazione che i componenti della coppia evitino conflitti sociali? Se la natura spinge al compito attraverso la seduzione, noi ci obblighiamo con la coercizione, ma l’obbiettivo è il medesimo: non facciamo casino.

E’ ovvio infatti che io, un maschio, sia spinto dalla natura a procreare in ogni dove mi riesca, ma è altrettanto ovvio che facendo questo, io mi pongo in conflitto con gli altri maschi e, per limitare i conflitti, il mio temperamento deve essere contenuto da regole aggiunte. Tutti gli animali sociali le hanno.

Dunque, ammettiamo che in vacanza con amici si giochi sulla spiaggia; siamo tutti amici, maschi e femmine, ognuno ha la femmina “sua”, siamo allegri e privi di conflitti tra noi. Eppure, il mio comportamento con i maschi del gruppo sarà diverso da quello che avrò verso le femmine dello stesso gruppo. Se Mario e Maria sono una coppia di amici, io e Mario faremo allegramente la lotta avvinghiandoci e buttandoci in acqua, ma non farò lo stesso con Maria. Se lo facessi, ed allo stesso modo, Mario avvertirebbe l’inopportunità di un tale atteggiamento e ne proverebbe un intollerabile, pungente fastidio. Anche io e Maria saremmo imbarazzati, ed avremmo somma cautela nell’evitare che le nostre mani si posino su alcune parti del corpo. Eppure siamo amici, non c’è alcun interesse sessuale, che ci sarebbe di male se io, nell’afferrare Maria per gioco, le mettessi casualmente le mani sul seno?

Non si può, non si può fare. Perché? Per via di quegli automatismi. Ne è limpidamente evidente l’importanza monumentale.

E quindi… alla prossima puntata (ahò: mica faccio solo questo!)

 

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 4

(Stavolta la allungo, però poi basta perché non vorrei farla lunga)

Ricapitolando, il nostro personaggio, arbitrariamente chiamato “Gloria” è una donna che viene molestata sul tram (o quel che l’è) e blinda il porcaccione portandolo in questura per una giusta condanna. Nel prosieguo, scopriamo che Gloria è una attrice la quale nel giorno stesso gira una scena di sesso per un thriller romantico, con un attore a lei sconosciuto. Sappiamo tutti come nel cinema sia tutto finto, tranne il sesso, che è vero, ed incuriositi da questi due (quello della 1- denuncia per una ignota mano malandrina sul sedere e la liceità di un petting spinto con ignoti solo perché qualcuno ne registra lo svolgimento e 2- sulla mancanza di trucco nel cinema, solo per il sesso) strani contrasti, ce ne chiediamo il perché.

Cercandone ragione, indaghiamo sulla visione sociale dell’uso sessuale del corpo, ma non ne veniamo a capo: si direbbe che fuori dal cinema la inviolabilità del corpo altrui, dal punto di vista sessuale, rimanga assoluta e non ci siano zone franche nelle quali di esso si possa fare liberamente uso. Ovviamente al di fuori dei consueti rapporti generati da desiderio consensuale. Non esiste scherzo amicale che possa consentirsi anche una semplice pacca sul sedere: non si fa e basta, almeno ad una donna da parte di un uomo.
Una donna, invece, può permetterselo, ed abbiamo visto il perché: perché la sensibilità erotica del corpo femminile è mappamente più estesa ed è molto, molto più intensa di quella dell’uomo, ragion per cui il divieto acquista il senso (non espresso, ma evidente) di:
“a te non riconosco il diritto di provocarmi sensazioni di piacere e dunque ogni tuo contatto che provocherà in me automaticamente (è la fisiologia) una sensazione, la trasformerà mentalmente in intollerabile fastidio”.
Poiché un uomo sente niente, a lui una pacca sul sedere la si può anche dare, non avendo significato sessuale.
Sono gli automatismi, siamo attenti a questo. Solo a questo?

No, dobbiamo aggiungere qualcosa: il sesso è legato alla generazione e così la natura ha predisposto una difesa agguerrita dei rapporti di coppia creando la gelosia, che è l’espressione violenta del valore naturale dell’unione uomo-donna. Poiché i contatti sono forieri di possibile piacere, “chi tocca la mia donna sta insidiando l’intera struttura che ho edificato”; le donne altrui, allora, si toccano MAI; al femminile, è uguale.
Diligentemente, in ossequio al dettato naturale, la società ha predisposto una legislazione a riguardo, con una determinazione, puntigliosità e pressione tali da mostrare più che chiaramente quanto il problema sia grande e reale.

Dunque, il contatto fisico uomo-donna è formato da enormi questioni collegate alla stabilità sociale ed all’equilibrio della vita stessa; al pari della necessità di bere il potabile, mangiare l’edibile ed evacuare senza emorroidi o renella, la regolamentazione nell’uso sessuale del corpo è dato indispensabile per una esistenza equilibrata.

Come fa il cinema a non rendersene conto?
E come si fa a non rendersene conto, andando al cinema? Ma pensiamo alla vita, di tanto in tanto, o stiamo a sentire solo il poeta analfabeta culturale che ciancia all’attrice “tu ora non sei Gloria, sei la Signora delle Camelie che sta baciando coso lì”?
Non sei Gloria? Ma certo che è Gloria: solo i bambini – razza d’imbecille – credono di essere veramente Ringo, quando giocano. Quella è Gloria, e quello è il suo corpo; poeta del mio sottopancia, ma se ti regalo un libro che fai: mi chiedi come si accende? Ce la fai a ragionare almeno per dieci centimetri? (mi sto incazzando, non tollero l’irragionevolezza)
Quella è Gloria, e quello che fa o fanno al suo corpo, lo fanno a lei. E questo la cambierà, perché il corpo registra ogni cosa, e non potrà più avere una vita comune perché nella vita comune sortir di casa e andare a pomiciare con uno sconosciuto si chiama tradimento del coniuge, e gli avvocati hanno perfino creato la categoria dei “divorzisti”, proprio sulle pomiciate extratinello.
Quale stracazzo di pensiero insufficiente, coglione d’un poeta, delirante incolto immaturo, t’impedisce di far due più due e dire:
“Il sesso è una cosa enorme, la primaria importanza equilibrante della nostra vita; e allora, così come io non posso chiedere all’attore di farsi spaccare la faccia per davvero ed userò trucchi di scena e pomodoro Star (o altra marca) per dar veritiera impressione di percosse, allo stesso modo ecco il manichino che sostuituirà Gloria nelle scene di sesso; e perdona, Signora Gloria, se la tua identità di donna sarà accostata a questa scena: tutti sapranno che è un trucco e nessuno ti ha in realtà toccata”.

Perché non si fa così? 
Gira e vòtica, spremi e indaga, mumble mumble: arriviamo solo ad una ragione, che ci sta come una donna che ci sta:
Voyeurismo. Il sesso è importante, troppo importante; tanto da generare delle attese fameliche pure per procura. Il sesso da spettatore, per essere coinvolgente, deve essere vero, ed è tanto vero questo che un amico del ramo mi diceva quanto nelle sceneggiature venga raccomandato d’inserirvi il sesso in una data percentuale, allo scòpo (vedete, ho accentato largo per aiutare nella comprensione del testo) di dar spinta d’interesse al film. Se il sesso visibile fosse figlio d’un trucco, pur colla migliore grafica computeristica, il guardone sbadiglierebbe anche davanti ad un capolavoro dell’arte visiva.

E allora tu, Gloria, che giustamente ti sei ribellata ad un uso indebito del tuo corpo da parte di un porcaccione da metropolitana, tu ora giri quella scena del cazzo, e ti farai sbavare in bocca, spogliare e manipolare senza alcuna riserva, mimando pure ‘na gran passione. Ed il tuo compagno (ce l’hai?) ascolterà la demenza comune e guardando il film dirà “ma questa è arte, che cazzo, e quella è mica la mia Gloria: nel film si chiama Teresa!” – meritandosi le corna ramificate che tiene. E pure una pacca sulla nuca.
Ma la tua vita, te ne accorgi, non segue i dettami sociali di ogni epoca e di tutte le specie; lo si vede, come vivete in quell’ambiente: perpetuate nella vita di fuori il disordine di senso del set; hai sovvertito un ordine di necessità naturale in cambio di fantasie inventate: stai seguendo una religione; solo le religioni sono pensieri senza alcuna attinenza col reale. E non credere di fare “arte” (ma ‘cazzo sarà poi: tra “arte”, “cultura” e “amore” non si sa quale sia il termine più abusato, nel senso proprio di violentato): stai facendo commercio; lì c’è un produttore che ci deve guadagnare, e poi tutti gli altri. La tua è roba che si vende; se poi è ben fatta, è buon artigianato. A patto che ti fai maneggiare da uno sconosciuto, e senza far storie,Gloria, su, ché sennò ci toccano le penali.

C’è un’ultima considerazione da fare: sì, Gloria si fa cincischiare davanti alle cineprese (non si dice “telecamere”: è peccato di itànglisc), ma lo “sceglie”, mentre invece il molestatore da tram l’ha toccata senza il suo permesso.
Ebbene, basta questo? Non basta. Perché bastasse il “permesso”, ci si chiede come mai fuori dal cinema non esista possibilità di “permesso” a cose del genere, mai, in nessun caso. Non si va dal fruttivendolo a sentirsi dire “signora, permette? Dato che lei sta toccando le mie mele…”. Chiediamoci piuttosto perché Gloria, lì, sente di dover dare il “permesso”, perché non crede di dover tutelare la sua figura di donna, e l’equilibrio dei suoi affetti che si reggono sul rispetto di regole sociali immutabili per natura. Dovremmo chiederci a quante altre cose potrebbe essere indotta Gloria, solo le si raccontasse qualcosa inventando a caso. A quante cose puoi dar credito, Gloria? Cosa posso farti fare di più?

La coerenza, raga: la coerenza nel pensiero. Roba da adulti.
Perché tutto si può fare, una volta si sappia quello che si sta facendo. Solo non bisogna raccontarsela; si dice: “aiuto il voyeurismo sociale facendo utilizzare a chiunque il mio corpo, lo so. E lo faccio: mi piace così”. Viva la faccia.

Saluto il mio personaggio; mi dispiace: me ne stavo invaghendo. Anche vista la sua disponibilità: io la so raccontare, ed ho una cinepresa.

 

ADDENDUM

A seguito della mia trattazione dei casi di molestie nel mondo dello spettacolo (le quattro puntate di “SCOPRI LA DIFFERENZA”), mi è stato detto ‘verbatim’ che “gli atti sessuali al cinema ed a teatro sono finzione“. Un magistrato, addirittura, interpellato in merito da una persona di mia conoscenza, li ha definiti più tecnicamente, da par suo: “simulazione“.

Ed allora andiamo a definire la “simulazione“.

In una scena d’azione, io – attore – leggo il copione, che riporta:
“il protagonista tenta di colpire l’assassino con un candelabro, ma l’assassino schiva il colpo abbassandosi, quindi afferra il braccio del protagonista e lo piega all’indietro fino a fratturarlo. Primo piano sulla posizione innaturale dell’arto”
Devo firmare il copione e resto per un attimo interdetto: “ma Giulio… ‘sta scena… non sarà pericoloso?” – Giulio mi guarda come fossi un cretino: “Alberto, non dire stronzate: l’arto rotto è finto, no? Nel cambio di inquadratura, quando si sente il ‘cràck’, il Gianni avrà in mano una protesi; ti pare che ti rompiamo un braccio? E’ una simulazione!” – poi mi guarda piegando la testa ed aggiunge: “era da un po’ che non lavoravi, vero?…”

Ecco cos’è la simulazione: io ‘dovrei’ rompermi un braccio, ma ‘in realtà’ non mi rompo un bel nulla e quello che si rompe è un arto finto nella manica della mia camicia.

Ora io – sempre l’attore, col mio bel braccio intonso – ho la scena con Gloria (finalmente!) e leggo sul copione:
“il protagonista si avvicina alla donna da dietro e l’avvinghia passionalmente stringendole i seni; la donna freme di piacere e si volta verso di lui; bacio appassionato tra i due. Primo piano sulle lingue che entrano fra le labbra evocando un amplesso e sulla saliva che bagna le bocche degli attori. Il protagonista infila le mani sotto la veste della donna e gliela toglie. Primo piano sulle mani che scorrono su seni nudi e sui glutei della donna e sulla testa rovesciata di questa negli ansiti del godimento. I due cadono a terra, il protagonista ha i pantaloni abbassati mostrando le terga nerborute, è tra le gambe aperte della donna, la bacia, le sue mani vagano sul corpo di lei; alcuni primi piani sui toccamenti a seni e pube. Si mima l’amplesso”
Io e Gloria dobbiamo firmare il copione, io sono un po’ emozionato: “ma Giulio… ‘sta scena… io conosco Aldo, il marito di Gloria, siamo amici… non sarà fastidiosa?” – Giulio e Gloria mi guardano come fossi un cretino: “Alberto, non dire stronzate: è il cinema, no? Come vuoi che la facciamo, una scena di sesso, coi manichini?”
Io sono confuso: “vabbè, ma abbiamo simulato la frattura del braccio, e qui invece… io cosa gli dico, ad Aldo? Dobbiamo pure andare in cordata insieme, il fine settimana…”
Gloria ride – “ma Alberto, mica scopiamo veramente!…” ed io: “sì, ma per tutto il resto non c’è simulazione?” – il regista, in tono paziente, mi dice: “Albe’: nel cinema la simulazione c’è in due modi: nelle scene pericolose, simulando i danni per davvero, e in quelle di sesso… immaginandola. Insomma, basterà che tu immagini di recitare, immagini che non stai veramente toccando Gloria e che te ne frega niente a te, di Gloria. E se poi avrai una erezione, non ti preoccupare: le riprese ne terranno conto: cancelliamo” – quindi mi guarda piegando la testa e: “era da un po’ che non lavoravi, vero?…”

Ecco. Allora, spettabile Signor Giudice: faccia il suo mestiere schematico e non si avventuri in definizioni che non le competono. Perché il “danno”, di cui lei si occupa professionalmente comporta anche questo: prego, mi segua (facciano attenzione pure la gentile corrispondente verbale e gli oppositori tutti):

Io sono Aldo, il marito di Gloria. Essendo il suo compagno di vita, ho delle prerogative, diciamo pure dei diritti esclusivi su di lei. Quali sono, Signor Giudice, i diritti esclusivi delle coppie? Se non lo sa, se lo faccia dire da un avvocato divorzista. Gloria ne conosce uno; l’ha interpellato in un momento di rabbia quella volta che io mi sono lasciato andare un po’, in una festa, dopo aver bevuto troppo, ed ho baciato una tizia che era lì. Sono un bell’uomo, lo so, ed alle volte mi càpita che qualche donna si faccia avanti; questa cosa irrita Gloria da matti, lei è molto gelosa e non tollera alcun mio contatto con altre donne: mi ha detto apertis verbis che se mi ribécca a fare una cosa del genere, mi rovina. Le ho detto: “tesoro, ero un po’ ubriaco, quella ragazza mi faceva mille moine… ci sono stato, ma era solo un bacetto…” – apriti cielo: si è messa pure a piangere: “solo un bacetto! Ma cosa credi che sia un bacio: il niente?! Ma come ragioni?! Cosa sono io per te se baci le altre?!…” – un casino, non mi ci faccia ripensare.
Ma poi io la vedo farsi baciare con un metro di lingua e toccare dappertutto, da tutti, sul set e, Cristo, Signor Giudice, mi viene una roba qui che non le dico. Gloria dice che quella è “simulazione”, ma che cazzo di simulazione è una cosa vera, Signor Giudice? Io ho una formazione filosofico-scientifica e, porca troia (mi scusi, sa) so che la finzione e la realtà sono antitetiche, non miscibili. Non me ne do ragione.
E così sono finito dallo psicologo.

Buonasera, sono il Dottor Franco, terapista del signor Aldo. Come egli vi ha appena giustamente detto, non possiamo considerare una commistione di realtà e fantasia se non presupponendo in chi la attui un insufficiente esame di realtà, segno sicuro di problemi nella ideazione ed elaborazione razionale degli accadimenti. Certifico che il signor Aldo è mentalmente sano, nel pieno possesso di ogni sua facoltà di giudizio e con ottime capacità di comprensione di argomenti complessi; altrettanto non potrei dire di Lei, Signor Giudice e di coloro che chiamassero “simulazione” un avvenimento che invece si realizza.
Dal punto di vista mio professionale, in qualità di medico e psichiatra, aggiungo che il concetto di “danno” deve considerarsi nella sua integrità: esiste certo il danno fisico, per scongiurare il quale nella scena di frattura dell’arto sono state predisposte le tutele a garanzia dell’incolumità del signor Alberto. E poi esiste il danno mentale, causato da varie circostanze; nel nostro caso, dalla incuria di prerogative della persona quali l’onorabilità, i diritti, il rispetto dei valori. In salvaguardia dell’incolumità della persona contro questo tipo di danno, non sono state prese le garanzie necessarie; per questo ci troviamo qui.
La vista della coniuge impegnata nell’esercizio di atti sessuali realmente eseguiti con altri uomini durante le riprese cinematografiche, e la giustificazione da ella portata che quegli accadimenti “non sono reali”, ha provocato nel mio paziente una grave nevrosi traumatica reattiva, direi assolutamente conseguente, il che è segno di perfetta salute mentale visto che al mancato rispetto delle prerogative di esclusiva di coppia si è aggiunto nel signor Aldo il turbamento dovuto alla evidenza di non ragionevolezza della coniuge e del mondo che ella frequenta.
Il signor Aldo è ora deciso, se pur con una residua sofferenza, a chiedere il divorzio dalla signora Gloria. Non posso che considerare saggia questa scelta del mio paziente, dal momento che è mio assoluto dovere di medico l’impedire che un individuo razionalmente sano venga indotto a convincersi di irrazionalismi.
A voi posso solo dire che io ricevo il martedì ed il giovedì, dalle quattordici alle diciannove. Per l’appuntamento, rivolgetevi all’infermiera prima che la vostra patologia si aggravi tanto da provocare una completa cancellazione della possibilità di esame di realtà anche nei vostri figli, se educati da voi. Cordialmente.

 

(vediamo un po’ se è tanto difficile da capire, no?)

Veneranda al volante


corsia d'emergenza

 

 

La “corsia d’emergenza” è ufficialmente dichiarata luogo “pericoloso”, dunque non è certo uno stato di emergenza a dovervi portare verso di essa, ma anzi proprio l’occuparla vi porrebbe in pericolo e quindi in emergenza. Trovandosi in emergenza, la cosa migliore da fare è allontanarsi il più possibile dalle zone di pericolo, che non farebbero che aggravare la vostra emergenza. Dove andare? Istintivamente parrebbe opportuno spostare il mezzo e gli occupanti sull’altra carreggiata, se non che al bordo di essa scorre un’altra pericolosa corsia d’emergenza, da evitare come la peste. Il luogo più equidistante dalle zone di massimo pericolo comprende, come ognun vede, le due corsie di sorpasso che si fiancheggiano sulle opposte carreggiate. Se dunque vi trovate in una condizione di emergenza, occupate, con il vostro mezzo, indifferentemente una delle due corsie di sorpasso, dove sarete al sicuro. – È una iniziativa “leggendo cartelli viaggiare sbandando”. Pubblicità.