Tartagliando colla mitragliatrice


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…E avete visto che la Legge sulla “legittima difesa”, è passata. Dei votanti avversi Cinque Stelle, sei ne mancavano, senza giustificazione. Pronti al fuoco, ragazzi?

Ed ecco la prima bordata; l’ha detta (nientemeno) Calderoli.
Se non sapete chi sia, vi capisco: anch’io faccio fatica a ricordare tutti i personaggi dei film dell’orrore; mi ricordo IT, Jason, Freddy Krüger, poi passo. Comunque, questo calderòli, alla notizia della votazione affermativa, ha dichiarato:
“D’ora in poi vincerà Abele e mai più Caino”

Ora, calderòli, per essere calderòli, non può sapere su Caino e Abele una cosa fondamentale, e noi gliela diciamo perché il servizio di pubblica assistenza è una cosa civile e basilare in una società evoluta.

Vedi, signor Calderoli, Abele è considerato Abele proprio perché non si è difeso.
S’intende con ciò dire che la figura dell’Abele è silloge indefettibile dell’essere vittima; un manicheo come te (poi ti spieghiamo cosa significa) deve sapere che per distinguere “male” e “bene”, si necessita di una netta separazione la quale deve garantire l’evitamento della seppur minima commistione delle caratteristiche componenti i concetti contrapposti; per intendersi: è una roba sacra come quella della purezza della razza; capìto, Calderoli?
Perché immagina: possiamo considerare “agnello sacrificale” un ariete che ti rompe il culo a cornate non appena tenti di sacrificarlo? Poi che cosa ti magni, a Pasqua?
E un cattivo che langue dolorante in una pietosa agonìa, non vedi come potrebbe muovere qualche gattara a compassione, vanificando il credo?
Per cui, Caldero’: statti zitto. Devi-stare-mmùto; devi parlare quando vola l’ornitorinco. Ne va della civiltà occidentale e delle sue oramai incistate tradizioni.

E adesso che abbiamo consigliato il calderòli, parliamo tra noi adulti:

Caino e Abele, ragazzi; nella Genesi [4 , 9], il Libro così descrive l’evento:
“Poi Caino ebbe da dire con suo fratello Abele. E com’essi furono nei campi, Caino insorse contro suo fratello Abele e lo uccise”.
La lapidarietà della cronaca rende l’effetto ancora più drammatico; un gesto brutale, subitaneo, definitivo, ed Abele è a terra, morto; l’omicida in piedi, l’arma insanguinata, la smorfia feroce ancora in volto. S’annera il cielo, abbrumato dalla colpa.

Sì, ma ora immaginiamo la vicenda come dettata dalla nuova Legge:

“…E com’essi furono nei campi, Caino insorse contro suo fratello Abele e…
para bravamente il colpo Abele, portando indietro il busto mentre ora vediamo un suo buon montante alla mandibola, che Caino accusa pur restando saldo sulle gambe; Caino tenta di disunire la guardia del fratello con colpi ai fianchi, Abele si chiude in difesa… fantastico uno-due di Abele alla figura che filtra attraverso la guardia avversaria; i due fratelli si studiano… non sembra così facile per Caino questo omicidio… eccolo all’attacco… buon jab… lo vediamo sanguinare dal sopracciglio destro… ‘Carognone’ mostra un buon gioco di gambe ma qualche carenza nella portata del sinistro, mentre ‘Bontassùa’ eccelle in difesa restando però troppo statico sulla posiz…”

Insomma, capite che così i due fratelli – gemelli, e secondo me pure omozigoti perché allora già c’era in giro nessuno, è improbabile esistesse più di uno zigote – non l’avrebbero finita più e saremmo ancora ad aspettare l’esito della colpa. E se avesse vinto Abele, tutta la papazìa se ne sarebbe dovuta anda’ a remengo; e la Bibbia, pure; tutto da rifa’, sai il casino.
Chi ce n’ha voglia. Voi ce n’avete voglia? Non si potevano lasciare le cose così?

Ma son buone, le zucchine


La curiosità sarà una bella cosa, ma a volte porta dei fastidi.

Io, per esempio, sono disgustato dall’opera. L’opera lirica, intendo; mi fa davvero schifo, l’opera. Mi dico: “ma che cazzo vuol dire recitare berciando a quel modo, e sempre sullo stesso tono; pare una carovana di pompieri, ti vien da farti da parte e lasciarli passare, non per carità umana, ma perché si allontanino quelle sirene di merda. Già il teatro mi fa sorridere, questi quattro bambocci che si àgitano su un rettangolino di assi de legno fingendo di non essere quello che sono, e solo per raccontarti una storia; ma raccontamela senza fare il buffone, no?” – qualcuno mi obbietta: “ma anche tu hai fatto teatro!” – “embè?” – io gli rispondo (io rispondo sempre) – “ero un ragazzotto, studiavo, facevo un mucchio di roba stramba, mi son fatto le canne, ho fatto anche teatro. Ma per divertirmi, come tutto il resto, mica volevo far l’attore nella vita, oéh; sono un uomo, sono cresciuto, io lo so chi devo impersonare nella vita, mica me lo dice pontificando un ciuccio seduto gesticolante come una bestia primitiva; lo ribalto a calci, uno così non appena lo vedo, se solo mi guarda, giuro su dio”. E questo per il teatro.

Ma l’opera. È teatro? È canto? È tutt’e due? Ma come cristo si può immaginare di parlare cantando, dico io? E in quel modo, poi: tutto urlato senza un momento di requie come in un macello di maiali; ma non è pazzesco?  Sì che è pazzesco, dio santo.

Però Verdi mi piace. Ed anche Mozart, mi piace l’orchestrazione musicale dell’opera. Non sopporto i cantanti; quelli li ammazzerei malamente da piccoli, penetrando con azione di commando nei conservatori e qua e là finendoli colle mazze ferrate. Son sicuro starei bene, dopo; ascolterei Verdi depurato di quelle cicale d’inferno e direi “senti che bravo che è; è proprio bravo, il Giuseppe”.

Ma poi mi dico: – eppure tutto il mondo apprezza l’opera. Ci sono degli scotennati che addirittura seguono ‘tutte’ le opere (minchia, questi: gli farei del male anche a loro) e perfino vanno là a lamentarsi, fischiano, criticano, s’arrabbiano col cantante, gli dicono “non sei bravo, fiiii!”, capite, vanno lì a fare il tifo. Col vestito a noleggio. È il manicomio.

Sì, quelli sono fuori come le galassie, però c’è anche un mucchio di gente che, con apparente serenità e misura, si ascolta l’opera cantata e ne gode. Ne gode. Sono invidioso. Perché io no. Cosa mi manca. Le orecchie cellò, in mezzo c’è la testa, tutto funziona discretamente, perché io no.

Ed allora penso: “ma guardo (tipo ‘guarda’, però devo guardare io) che forse sbaglio; io sono troppo critico, alle volte, e se prendo qualcosa di malocchio è finita: la devo distruggere. Caratteraccio. Ma ragazzi, così quelli godono e io no, e poi questa opera del menga piace a tutti, possibile che io ci trovi proprio niente di niente di appena attraente? Ma guardo che forse sbaglio”.

E così, seguo l’Opera, mi metto lì e dico “dài che stavolta ce la fai”; – “ma con chi parli?” – mi obbietto – “con te, no?” – rilevo – “ ma se io sono te, che ti parli in seconda persona?” – puntualizzo – “evvéro, hai ragione: ‘dài che stavolta ce la faccio’” – mi correggo.

E mi ciuccio dei rigoletti, delle traviate che, ragazzi miei, nemmeno il catechismo. Seguo diligente tutta la storiella (abbastanza minchiona), la musica (insomma) e… il canto. Gesù Cristo: io avrò pure un carattere un briciolino violento, ma quei tizi, secondo me, lo fanno apposta per provocarmi. Comincio ad immaginarmi balzare sul palco al grido di “mavéte rotto i coglioni, ora basta!” e farne scempio. Perché va bene la tolleranza, ma fino a un certo punto; credo che su questo siamo tutti d’accordo.

E così, da anni tento di colmare questa mia… come posso dire: “lacuna”? Ma lo è? O è proprio l’opera ad essere una minchiata galattica e da qualche parte della ragione universale potesse risultare che io ho qualche buona ragione per pensarla così?

Che angustia. Nell’attesa che lo Spirito del Tutto intervenga con la sua bilancia del Giusto e dell’Empio a soppesare il caso, io séguito a dongiovannarmi così come fan tutti, e mi sento come Orfeo, in cerca del suo bene senza poterlo avere mai a causa del proprio errore.

L’errore di guardarsela, quella roba.

 

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recalcatàndo


Siccome ch’oggi van di moda gli esperti tivvù che in sedicimila puntate riescono a dirti che la mamma è la mamma mentre il babbo è il babbo, banalizziamo anche noi, però facendo un passo avanti. Appurato che la mamma sia la mamma mentre il babbo gl’è il babbo (e non era scontato), quando non ci abbiamo più la mamma e il babbo che facciamo? Vediamo un po’:

 

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