Clippàrt e sregolatezza 6


VIÉ TÀ TÓ

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Vietato! Il divieto ha gusto malmostoso, acido, vegliardo, un po’ volgare come solo i moralisti possono essere e sono: odorosi di salotto deodorato con sottofondo di fritti di cucina, sudore contenuto, poca luce e tanta rabbia rancorosa: vietare è bello.
Vietare è bello! Divieto d’ingresso, vietato fumare, non desiderare donne d’altri e non camminare sull’erba, vietato cogliere i fiori, proprietà vietata, è vietato scendere le scale, è fatto divieto di comunicare a teoremi, non si mettono le dita nel naso, non si fischia a tavola, cosa guardi, fatti i cazzi tuoi, ti proibisco di pensarci, e, dulcis in fundo: alt.
Io ti vieto e ti guardo; sei un po’ meno libero? Ti senti infastidito, costretto, ansioso? Certo: sono io che ti costringo, ti infastidisco, ti dò ansia; cosa ti credi, che non reagisca al fastidio che tu, senza saperlo, dai a me? Non conosco veramente il perché, ma tu, la tua risata, i tuoi gesti, il tuo nome – chissà qual’è – mi dà noia; io ti odio e non so la ragione, e mi irrita tanto questo sentimento debole, il dover pensare a te, e la tua indifferenza: tu nemmeno mi conosci e io invece non bado ad altro, maledetto quest’obbligo, e come vorrei che anche tu sapessi com’è dura la mia vita di odiatore, i miei dolori al collo, lo stomaco, il groppo che mi prende la gola. Mi odi anche tu, almeno un pochettino? Insomma pensi qualche volta a me?
Dove vuoi andare, come posso fare, eccoti qua: mi dai i brividi; potessi dominarti, distruggerti, vedere che mi guardi succube. Stronzo, stavi passando? È vietato: ecco qua; è come farti inciampare; ti odio sempre di più perch’è poca cosa che ti ho fatto; perché perché ci sei? Perché non sono io te? Me lo sento vietato.

Chi sono? Un papa, sono.

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Il cassettone perduto


Come ognun sa, il sogno di ogni bambaccione è vedere pubblicate da Einaudi o Adelphi le minchiate poetiche che faceva da giovanissimo.
Ebbene:
L’altro dì, scavando in casa dei miei, ho trovato un sacco in plastica il quale, non appena preso, mi s’è disintegrato fra le mani; “alla faccia della stabilità della plastica” – ho pensato, ma ho dato un giudizio precipitoso perché il contenitore aveva millenni e conteneva varie cartellone gonfie di carteggi. Inquisitele, ciò che m’è apparso era una cronaca della preistoria in immagini, una sorta di grotta di Chauvet personale; affascinato l’ho sfogliata piano, come un vero archeologo.
Ed ho scoperto che al pari d’un valcamuno, anch’i’ho graffito su supporti gran parte della quotidianità dell’epoca dinosaurica; utilizzavo per quello scopo inchiostri in rapidograph (penne estinte), pennelli, matite e cere, acquerelli, diti intinti, aerografi, terre strusciate o puramente biri (il plurale di).

E poiché anch’io, come tutti, conosco l’incipit d’esordio (ridondanza, il so, e allora?) e siccome lucidamente ipercritico so d’essere un minchione, ecco che pubblico un florilegio di quelle minchiate, metà scrollando il capo a veder quanto tempo disperdevo in -appunto- minchiate, metà sorridendo di quel ragazzo che – incredibilmente – anch’io son stato.
Incredibilmente, dico, non riguardo a “ragazzo” bensì a “sono stato”, perché nessuno m’aveva ancora detto che non lo sono più. Ed ora me ne sono quasi accorto, caspita.

Ma tanto io dimentico facilmente.

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Graficaggi varii; prove di illusione 3D con aerografo

aerografo prova resa 3D

E misto pastelli, matita, biro; prova aerografo realismo materiali e china sulla riflettenza metallica, poi tavolo a pennarelli e matite e cubo ad aerografo

pastelli biro matita prova 3Daerografo prova resa materialiprove di riflettenza metallica

Indi poscia prova di resa con puntinato

puntinato

tratteggiato

tratteggiato

e “gestalt”

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Studi per la pubblicità di un anticorrosivo destinato alle armature metalliche nelle costruzioni edili; il fatto che io abbia gli originali mi fa dedurre che furono scartati, mannaggia a quegli incontentabili

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e andiam anzi: chiaronero con incursioni e classicismo accennato

evvài di ritrattistica ad sfogandum: compagni di teatro, quando lo si faceva, e di studi, quando non si studiava

Un amico cui piaceva il vin che ciavevàmo nella casa di campagna che non ciabbiàmo più (Marcello, cornutone avvinazzato, dico a te)

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nonni e madre e padre (che qui stavano allegrissimi)

due autoritratti nel mentre che c’avevo (li ho avuti: ho i testimoni) venticinqu’anni; faccetta un po’ da pirlino, ma poi è cambiata.

Eppoi la vendetta di chissà chiffù che stanco dell’esser soggetto di ritratto, volle farmene oggetto. Simiglianza insomma, ma buona mano, devo dire. La scritta maltagliata recitava “ritratto del ritrattista”.

ritratto a me

Ed ecco Kristin Scott-Thomas, ovvero Patrizia, bionda a volte molto graziosa, altre bellissima, come la sosia.

Kristine-Patrizia

La maliarda crudele Stè, bellissima fata feroce da me ridotta (volevo forse fermarla) a bimba con tratti di colore agitato, metamorfosi in cui lei, giustamente, non si riconobbe. Ho dovuto, per ragione di pubblica decenza, tagliare il resto dell’immagine ove lei aveva graffito la sua versione di me.

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Ed ora, politicando: codesto è Cossiga. Un tempo lo scrivevano colla doppia esse nazista. Esteticamente (è quel che importa qui) il vecchio malvissuto aveva l’occhio pendulo ed una bocchetta brutta, piccola, col tic. Pareva dormisse un sonno agitato. Esteticamente era proprio un disastro e caricaturarlo era impossibile: ogni caricatura diventava una foto segnaletica. Qui ci ho provato ad esasperare, ma niente: anche questa sarebbe potuta stargli sul passaporto. Passate oltre, ché Cossiga fa impressione.

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E lui l’è Montanelli. Oggi è come padreppìo misto a Marx, ma allora ci stava davvero sul culo per traverso. Ringhiava presuntuoso e cazzaro e vomitava certi putridumi come il consiglio di “turarsi il naso” e votare comunque DC, che menargli sarebbe stato poco. Ma oggi ce l’abbiamo a fianco. Fortuna che è solo idealmente: di uno così mi fido come di qualcuno prossimo alla crisi d’astinenza. Ciclotimici.

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Cesare Romiti – i posteri di oggi sappiano che era il cameriere di giagnagnèlli, ‘o patrone della FIAT e faceva il VicePresidente finché arrivò Mani Pulite, ed allora ‘o patrone lo fece Presidente perché finisse nella merda lui. E lui v’entrò con le scarpe da mezzo miliardo che portava. Oggi, comunque, questo figuro che un tempo odiavamo come fosse iddio proprio, confronto a marchiònne, berluscòni e compagnia pare una cosa tra il Dottor Schweitzer e Teresa di Calcutta. Pensa un po’, pensa.

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‘O patròne giagnagnèlli, in una delle sue irresistibili pose maggiordomiche

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Una vignettona sul Craxi di Mani Pulite, credo; ho anticipato la ricerca sfociata nella clonazione della pecora Dolly. E nessuno mi ha nemmeno ringraziato.

clonazione

Uno studio grafico-socio-liturgo-teologico. Scherzavo mica, io, nemmeno allora.

totem e tv

Bush. Non il pirlotto, bambini: il pirlone, il papà. Fu presidente anche lui ed iniziò la Guerra del Golfo, la prima contro l’Irak. Non ricordo se qualcuno pubblicò questo disegnino dove l’ameregàno infiàccola di libertà tutto il Medio oriente.

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Ed ecco l’inimico, Saddam Hussein, allegro quasi quanto mio padre; quasi da longo, è ovvio: nessuno raggiunge mio padre, come lui è allegro forse solo Cristo in croce.

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Questa vignetta è un enigma; è di molto precedente alla frase di berluscòni sull’”unto dal signore” e precedente anche a “Mani Pulite”, dunque certifica la mia abilità profetica. Il bimbìn gesù è cràxi ed a lui portan dono di soldi i magi giagnagnèlli, berluscòni (!) e de benedetti.

unto dai signori

C’è stato uno più brutto di Cossiga? – ebbene, ragazzi, so che sembra incredibile, ma sì: c’è stato. Il suo nome è Lamberto Dini.  Di lui Paolo Hendel diceva che “è quasi normale dalla cima della testa fino agli zigomi, e poi ‘schifeggia’” insomma, rispetto al possibile, gli ha fatto una specie di gran complimento. E io pure.

ministro x

Achille Occhetto. Credo che siamo nel ‘91, anno in cui il tremebondo, con uno straordinario gioco di prestigio, fece restare il glorioso PCI sotto i calcinacci del muro di Berlino crollato due anni prima. Mi faceva ‘na rabbia, il suo fare il colpevole immaginario piagnone, ma non riesco ad insultarlo perché in fondo gli volevo bene. Un compagno che sbagliava; anzi: che non ne faceva una giusta manco per errore.

occhetto

Eccolo qua, l’”unto dal Signore” di quando lo disse.

unto dal signore

Berluscòni; qui evidenziavo la falsità del suo famoso sorriso a cento denti. Anzi: novantanove, come si vede. L’epoca è quella dell’ “Itàlia è il Paese che amo…”. Di nuovo, sono stato profetico: anni poi, il bisunto perdette l’incisivo ad opera di un attentatore che gli tirò in faccia il Duomo di Milano. Purtroppo, solo una copia in scala.

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Ogni un tot, si riparla di Moro. Quello fu uno di quei momenti e la vignetta è fin troppo ovvia.

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Questa doveva essere seguente allo slogan dell’”esportare la pace”, prima Guerra del Golfo. Anche questa, ovvia.

colomba della pace

Due dei più sózzi politicanti nostrani: andreòtti, condannato per contiguità mafiose con prescrizione del reato per decorrenza dei termini e cràsci detto cràxi, ladro e latitante, “esule” sedicente; perché così sembrava il Conte di Montecristo e non un barabba tagliaborse. Qui erano vivi e ciascuno nel pieno della propria attività professionale; sia lode al cielo, adesso.

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Terminando senza ambasce, qui s’era all’Assedio di Canelli, rievocazione d’una battaglia del seicento in cui ‘o paesello resistette alle armate del duca di Monferrato tenendo parte dei Savoia che però alla fine lo presero in quel posto. Girando nel chermessone, colpivano certi musicanti stranieri che suonavano tutti ingrugnati, come fossero lì per fare un piacere a qualcuno e non vedessero l’ora di andarsene. Erano antipatici. Ed erano proprio quei tre lì. Un tizio con un bambino gli è passato accanto e si sono scambiati uno sguardo torvo. Seguì vignetta per coloro che c’erano allora con cui riderne.

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Bene: anche se a nessuno (e mi pare giusto) sbatte un ångström, io mi sono divertito nel ritrovare cose tanto vecchie e ciò mi ha fatto ricordare che ce ne devono essere ancora. Se le troverò, le aggiungerò qui, a maggior gloria di Dio (tanto quello si fotte la gloria in ogni caso) ed anche per non replicare, come consigliava l’amico Paganini, l’idea, col rischio di aggiungere rottura allo sbattimento di balle.

Un saluto. Non fatevi vedere perché potrei disegnarvi.

Guarda chi si vede se si guarda


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Viene improvviso e inatteso su una strada anonima, il castello di Malpaga; sta nel mutevole circondario di Bergamo e non è mica l’unico, così merlato: tra i paesi attorno, in pochi chilometri di raggio, castelli ne trovate molti; ce n’è ad Urgnano, a Trescore, a Spirano, a Lurano, a Grumello del Monte, a Costa di Mezzate, a Gorle: son tanti, vicini che quasi si toccano, e sempre ignorati come tutte le cose tante.
Però il castello di Malpaga ha un fascino suo, perché appare fiabesco imponente e truce all’improvviso tra campi noiosi di quotidianità; nulla prepara a quella vista sfolgorante. Voi viaggiate venendo dal di qua o dal di là e sempre lui vi previene, sorprendendo, perché emerge da un giro di pareti che sembran case vecchie, ed invece son la corte. Il castello di Malpaga sta ad un tiro d’archibugio da capannoni un tempo laboriosi ed ora ben più diroccati di lui, che è uno splendido seicentenne.
Quando lo vidi la prima volta, io che entravo nella bergamasca provenendo dalla provincia milanese dove tutto è simile per sempre e per ogni dove, mi sembrò incredibile che una cosa così sorgesse lì e non avesse manco uno straccio di cartello d’avviso a dirci: “sveglia, occhio! C’è un castello della madonna tra mezzo chilometro, ‘cazzo corri, rallenta, deficiente, guarda!” – così ci arrivai di colpo e dissi “oh!” e accostai, che per fortuna lì c’è spazio e mai nessuno attorno.

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Fu una quindicina d’anni or sono, il dì che io scesi dal carro trainato da venti cavalli fiscali e mi posi a guardia del castello – volevo dire: a guardare il castello – col chiedermi s’era vero, e che faceva là, poi v’entrai, da un entrone d’entrata che non era magno

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e scavava d’un pertugio di portone la corte cascinale che il castello circondava. Entrai, e mi trovai la corte alle spalle, il maniero innanzi con tanto di ponte levatoio sul fossato come nelle fiabe disneiane, e la merlatura ghibellina di sovrasto costruita dai posteri del Colleoni in ispregio a lui, ch’era un guelfo fetente quant’altri mai.

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E in quella corte – udite udite – in quella corte v’era gente. Ma non figuranti, veh: abitanti, vero contado, ancora lì; ed io sempre più trasecolante m’aggiravo, braccia lunghe e bocca aperta, a riguardarli. La cascinalanza che circondava il feudatario ospitava ancora tutti i contadini, cosa che mi facea pensar: “ entro le mura stanno ancora i contadini; porca paletta: ma ci sarà mica qua pure lui, lui dico luiLui?!” – ma dovetti iscovrire tosto che lui non ci fu. Era morto; e allor me ne dispiacque.
Mi ripromisi – ‘ché dovevo andare – di ritornarvi presto e approfondire quella visione col mio spirito indàgo che scorre e scava e mastica e rivolge, poi emette di quella forma una, una trasformazione. Promisi e me ne ii “che bell’incontro” – pensando.

D’allora, ogni tanto lì rivengo; quando mi voglio astrarre dalla guerra mia di lanzi ‘sì forcuti che il Colleoni bello con paterno buffo, sorridendo, lieve colpirei. E un meriggio che il ponte era abbassato, vi transitai.

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Ci ritrovammo, io ed i fantasmi di quel mondo demorto, in uno spazio angusto forato alle pareti da fenditure come la bocca dell’urlante di Munch; seppi allora che in quell’ingresso d’antiporta sostavano i visitanti che il guerriero ribaldo esaminava decidendo se dare ai balestrieri in retro a quelle bocche l’ordine di lancio, oppure no. Con me fu grato, e procedetti.
Aria di rocca, di spalto militare, di fortezza; poca aristocrazia di panneggi e molto robustame, nel transire; ben vidi però anco fiorami d’affresco, stucchi gentili, ed il blasone.

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Sull’arma figurata del nostro guerriero, s’apre parentesi giullaresca: vedete il guidone cosa porta? Gigli gentili e tre gran virgole ritorte e capovolte; ebbene: quelle forme inusuali non son palle di cannone, come è in tanti stemmi araldici, ma palle son comunque perché egli, il condottiero, pare fosse corredato da inusuale dotazione dispari di maschi attributi, ragion per cui il blasone volle riportasse codesta qualità. E se altri, in altri tempi, avevan figurato labari con querce radicate, elmi ed armamenti, liocorni, lupi ed ippogrifi, lui vi volle tre coglioni doppi; in ciò dimostrando d’essere, il bestione, un vero Signor de’ campi infeudati.
Par che il castro ne abbia, da scoprire; si vocifera, a bisbiglii, che in esso si celino sconte vie di passo le quali tramite sentieri attraverso l’ovunque giungano al dovunque senza fallo, ma di ciò possiam credere oppure no quali preti ondivaghi, perché se pur elargite laute mance allo psicopompo, ‘sti varchi ve li mostran mica, e allora tanto val’istoria bella quanto una fola di vento in primavera. Siam figli ‘e Galileo, e poi Cartesio, noi.
E invece una imbizzarrita c’è, da raccontare vera: l’Egli quel di Lui, solo nel suo genere di censo, possedeva qualcosa d’unico, a quel tempo; – una pistola automatica? – direte voi, pensandolo guerriero; – una bicicletta? – azzarderete, sapendolo dinamico; – un àifon – dubbierete, rimembrando quant’era abile e pur stronzo nei rapporti amicali al pari d’un contemporaneo su internètte; no, no e no – vi si risponde; egli aveva qualcosa di più strano per l’allora: aveva un cesso, il cesso aveva in camera.
– Per la madonna! – sbotterete ammirati certamente, e non vi rammarico; il cesso in stanza, retro una tenda a coprire la seduta su un gradone forato, pur privo di sciacquone, niuno avea; era comunicante col fossato dove i mostri dell’istesso imparavano presto a frequentare il lato opposto a quello, per motivi evidenti. Come che sia, lo cesso il potete visionar: non è leggenda, è lì nella sua fulgida operatività restato ai posteri che noi siamo, come pregevole fattura d’architetto e di cerusico insieme.

Per questa ed altre meraviglie che non dico perché le scopriate voi, il castro di Malpaga è cosa bella; e anco lo nome suo ha sapor salace: la dimora fu data al condottiero bergamasco come soldo di Venezia nella guerra contro i duchi di Milano, ch’egli sconfisse e vinse venendo con quel feudo ripagato.
Ma il Buttafuori n’aveva avuto gradimento di quella mercede considerandola migna cosa a petto di cotanto servizio reso nel buttar fuori Milano, nientemeno, da quelle terre che il Doge reclamava, e la chiamò suggestivamente “la mala paga”, ribadendo ch’egli n’era mica a giro perdendo tempo cogl’ideali: egli si batteva, e valorosamente, in vista d’un giusto guiderdone, ecché. Venezia fece, coerente, orecchia da mercatante ed il Bartolomeo si tenne il feudazzo che male l’appagava, dai merli ogni che forse squadrando le fiche verso oriente.

Ed in somma, orsù: venite a vistare questo luogo, se i casi della vita qui vi portano; non rimpiangerete il tempo della sosta. Se poi non troppo accelerate, potrete scendere quel poco et ire a Soncino, nel confine sud della Provincia, ed ammirare la coeva Rocca Sforzesca che i duchi milanesi ivi sorsero, curiosamente non a difesa della, ma dalla città, la qual li odiava. Questa fortezza in sedicesimo, come il bonsai è albero minimo ma non nano ed anzi perfettamente proporzionato nella sua riduzione, volgeva le armi verso l’interno delle mura. E poi in quel luogo guardate la chiesula di Santa Maria delle Grazie entrandovi dalla porta di retro, mascherata come una delle porte della via: scenderete una scaletta e vi ritroverete, oplà, nel medioevo. Ed ancora potrete assidervi nello scriptorium d’un convento domenicano per vergare a penna d’oca su carta antica una preghiera (obbene le vostre consuete sacramentazioni) e finalmente ma non infine, visitare la prima stamperia della peninsula, che nacque lì nel secolo di Gutenberg per opera di ebrei ai quali una torva legge avea negato l’usura (cioè il prestito ad interesse, ovvero l’attività bancaria) cosicché essi s’erano ingegnati d’istampare con nuovo sistema la Bibbia cristiana, in caratteri ebraici. Potrete farlo anche voi, in quel sorprendente paesucolo, nell’istesse stanze d’allora e su un torchio antico, torcendo a mano l’ingranaggio in legno che abbassa sulla carta di stracci il peso dell’impressione.

Imperocché, datosi che spostarsi viene inevitabile, tanto vale goderne. Buoni viaggi.

Clippàrt e sregolatezza (5)


HANS KAUTSCHEN ENTRA
alla Kautschen und Wilken Associati dalle grandi porte a vetri che si muovono da sole e la prima cosa che vede è una grande scrivania con una bellissima ragazza, una bellissima ragazza, che lo guarda.
E’ bionda e avrà vent’anni, è alta e non sorride, gli parla in fretta guardando altrove, dice è venuto per quel colloquio, ha cinque minuti di ritardo, attenda, e telefona premendo rapidissima i tasti; il signor Kohlen è arrivato – dice – poi ascolta e la voce si fa quasi timida; sì, sì – dice – certo – ascolta ancora, saluta con rispetto, con un tremito intimo nella voce.
Si alza e scorre via, poi gira di colpo la testa: – venga! – dice come uno scoppio e Kautschen, che ora si chiama Wonnenwegen, la segue con uno scatto d’obbedienza; in ascensore lei, immobile, guarda la porta come odiasse qualcosa; le porte si aprono: – prego! – comanda la donna, e Wonnenwegen esce come un cavallo spronato; con voce improvvisa di bambina lì per piangere la giovane donna dice – arrivederci…! – e lui si gira verso di lei mentre le porte si chiudono rapide; c’è un corridoio lungo, davanti.
Non sa che porta sia, ha dimenticato di chiederlo ed è in ritardo, cammina sempre più rapido e ha male alle gambe, gli viene l’affanno; una porta in fondo si schiude, vede un uomo che parla rabbiosamente a voce alta gridando a qualcuno, la porta viene sbattuta. Il corridoio gira a sinistra, ci sono tante porte, è sempre più tardi: Hans prova a entrare, la porta non si apre; cammina veloce e prova un’altra porta che cede, ma d’improvviso fa resistenza, diventa dura, è impossibile aprirla, va avanti sudando, al di là da una porta si sentono voci familiari, risate: Hans prova ad aprire, vuole aprire, si sente ridere, ma la porta non si apre, non si apre, non si apre; oltre, il corridoio è così lungo, e gira, ora Hans fa fatica davvero a continuare ed è un’altra porta, quella la riconosce, è la meglio di tutte, quella la apre; la apre, è la porta sua, sì, è lì che lo aspettano:

neri d'affari

e sono elegantissimi, e sono negri, tutti più alti di lui, e ridono, e ridono di lui.

Hans Kautschen quando si sveglia pensa che è tanto tempo che ha quest’incubo. Il medico gli ha detto che è per via di suo padre; il suo socio non lo sa, anche sua moglie non lo sa. Ma lui odia così tanto i negri da non sapersi nemmeno spiegare il perché; il padre diceva spesso che puzzavano. E infatti gli sembra sempre di sentirsene addosso l’odore, come quello della bambinaia negra che aveva da piccino, quella che un giorno trovò nelle braccia di suo padre e che gli dava la nausea quando raccontava di averlo allattato. Impossibile che l’abbia fatto, impossibile, non ci ha mai potuto credere.

“Di altri romei e di altre giuliette” (Pratt)


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Come sapete, a Verona c’è il balconcino di Giulietta che è mica il balconcino di Giulietta; e la questione non riguarda solo il balconcino: proprio tutta la casa non era quella dei Capuleti, ragion per cui Romeo Montecchi si guardava bene dall’andar lì sotto a far le serenate perché l’avrebbero, sine dubio, repente innaffiato di piscio.
Dove cazzo abitavano i Capuleti? Non si sa con esattezza, ed escludendo che Romeo ne fosse altrettanto incosciente dobbiamo concludere ch’egli andasse da un’altra parte, sembra presso un castellotto delle campagne, di sera, vagando tra lupi e briganti che forse regolarmente gli fregavano il mazzolino di petunie destinato all’amata; arrivava allora a mani vuote, mezzo sbranato, probabilmente nudo di panni, e versava lagrime non già d’amore, ma di fisica sofferenza che la ragazza, assonnata e non cerusico, non avrebbe saputo lenire.
Nella pittoresca narrazione dei due adolescenti amanti spacciata per verità storica, insomma, ci sono molte incongruenze ed altrettante balle ci hanno raccontato sul come e dove.

Così, forte della logica considerazione che laddove c’è una balla ce ne possono verosimilmente essere altre e non si sa quante, io opino che la storia debba essere andata diversamente. E senza negare l’esistenza intera di questi due presunti appassionati, avanzo ipotesi che il loro dialogo possa essere stato non già quello cantato dall’aedo Crollalanza, ma bensì cosa tipo codesta:

 

IL ROVELLO DI GIULIETTA

Oh Romeo Romeo, perché sei tu, Romeo,

perché non sei Rambaldo, che più mi parve saldo
o Ugucción, che in circostanza mostrommi gran baldanza
Goffredo, che di brando giocò di quando in quando
Tristano, che al certame savea che far d’e dame
o Gano, tra ‘l cui vello beltà vidi nel bello.

Perché non sei Ruggiero, che rimembro tutto intero
Venanzio e la sua lanza, maestro inver di danza
o il prode e bel Tancredi, riverso od all’impiedi
il grande Percivallo, già mai caduto in fallo
Bernardo e il suo blasone in forma di… torrione;

Oh, Romeo, perché sei tu, Romeo

invece che Guglielmo, o Guido, o Viligelmo,
Taddeo, Astolfo, Ipparco, Berardo od Aristarco,
Bartolo e Pier Matteo, che li conobbi in duo,
Cecco lo stalliere, ch’è fiera tra le fiere,
Duccio, o quel Marinello che di dama ha parvenza
o al meno il tal Marsilio, che non ha… continenza.

Romeo, Romeo: perché sei tu, Romeo.
Licenza te ne chiedo, or che sei tu, lo vedo,
di ricercar pazienza per sopportar mia assenza:
duolmi cotanto il capo, o mio diletto Lapo
– volevo dir: Romeo – che a tal disagio meo
non voglio vi t’angusti; vi son momenti… frusti.
E allor salve a te, o contrito, torna al castello avìto,
di grazie te ne rendo, rientro… e a ben altro attendo. Ciaaao…

Clippàrt e sregolatezza (4)


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Pensate un po’ il tirannosauro, animale bello ed intrigante senza il minimo dubbio, ed anche grosso, se questo deve avere un senso; non ce l’ha poi tanto perché quando c’era il tirannosauro l’uomo non c’era per niente e non ci si poteva misurare quindi manco un po’; ma se ci fosse stato, il tirannosauro sarebbe stato grosso, forse non c’è dubbio.

Noi comunque restiamo nell’ansia di sapere quanto sarebbe stato grosso l’uomo, se ci fosse stato quando c’era il tirannosauro (che era bello grosso) perché mica siamo sicuri che l’uomo superprimitivo (quello che c’era quando c’era il tirannosauro, se ci fosse stato) sarebbe grosso quanto quello di adesso; infatti chi lo sa se il tirannosauro, se ci fosse adesso, sarebbe ora grosso quanto quello di adesso; no, voglio dire: chissà se sarebbe esso grosso come quello che non c’è adesso, perché adesso non c’è e questo è irrefutabile.

Beh, peccato.