Ma son buone, le zucchine


La curiosità sarà una bella cosa, ma a volte porta dei fastidi.

Io, per esempio, sono disgustato dall’opera. L’opera lirica, intendo; mi fa davvero schifo, l’opera. Mi dico: “ma che cazzo vuol dire recitare berciando a quel modo, e sempre sullo stesso tono; pare una carovana di pompieri, ti vien da farti da parte e lasciarli passare, non per carità umana, ma perché si allontanino quelle sirene di merda. Già il teatro mi fa sorridere, questi quattro bambocci che si àgitano su un rettangolino di assi de legno fingendo di non essere quello che sono, e solo per raccontarti una storia; ma raccontamela senza fare il buffone, no?” – qualcuno mi obbietta: “ma anche tu hai fatto teatro!” – “embè?” – io gli rispondo (io rispondo sempre) – “ero un ragazzotto, studiavo, facevo un mucchio di roba stramba, mi son fatto le canne, ho fatto anche teatro. Ma per divertirmi, come tutto il resto, mica volevo far l’attore nella vita, oéh; sono un uomo, sono cresciuto, io lo so chi devo impersonare nella vita, mica me lo dice pontificando un ciuccio seduto gesticolante come una bestia primitiva; lo ribalto a calci, uno così non appena lo vedo, se solo mi guarda, giuro su dio”. E questo per il teatro.

Ma l’opera. È teatro? È canto? È tutt’e due? Ma come cristo si può immaginare di parlare cantando, dico io? E in quel modo, poi: tutto urlato senza un momento di requie come in un macello di maiali; ma non è pazzesco?  Sì che è pazzesco, dio santo.

Però Verdi mi piace. Ed anche Mozart, mi piace l’orchestrazione musicale dell’opera. Non sopporto i cantanti; quelli li ammazzerei malamente da piccoli, penetrando con azione di commando nei conservatori e qua e là finendoli colle mazze ferrate. Son sicuro starei bene, dopo; ascolterei Verdi depurato di quelle cicale d’inferno e direi “senti che bravo che è; è proprio bravo, il Giuseppe”.

Ma poi mi dico: – eppure tutto il mondo apprezza l’opera. Ci sono degli scotennati che addirittura seguono ‘tutte’ le opere (minchia, questi: gli farei del male anche a loro) e perfino vanno là a lamentarsi, fischiano, criticano, s’arrabbiano col cantante, gli dicono “non sei bravo, fiiii!”, capite, vanno lì a fare il tifo. Col vestito a noleggio. È il manicomio.

Sì, quelli sono fuori come le galassie, però c’è anche un mucchio di gente che, con apparente serenità e misura, si ascolta l’opera cantata e ne gode. Ne gode. Sono invidioso. Perché io no. Cosa mi manca. Le orecchie cellò, in mezzo c’è la testa, tutto funziona discretamente, perché io no.

Ed allora penso: “ma guardo (tipo ‘guarda’, però devo guardare io) che forse sbaglio; io sono troppo critico, alle volte, e se prendo qualcosa di malocchio è finita: la devo distruggere. Caratteraccio. Ma ragazzi, così quelli godono e io no, e poi questa opera del menga piace a tutti, possibile che io ci trovi proprio niente di niente di appena attraente? Ma guardo che forse sbaglio”.

E così, seguo l’Opera, mi metto lì e dico “dài che stavolta ce la fai”; – “ma con chi parli?” – mi obbietto – “con te, no?” – rilevo – “ ma se io sono te, che ti parli in seconda persona?” – puntualizzo – “evvéro, hai ragione: ‘dài che stavolta ce la faccio’” – mi correggo.

E mi ciuccio dei rigoletti, delle traviate che, ragazzi miei, nemmeno il catechismo. Seguo diligente tutta la storiella (abbastanza minchiona), la musica (insomma) e… il canto. Gesù Cristo: io avrò pure un carattere un briciolino violento, ma quei tizi, secondo me, lo fanno apposta per provocarmi. Comincio ad immaginarmi balzare sul palco al grido di “mavéte rotto i coglioni, ora basta!” e farne scempio. Perché va bene la tolleranza, ma fino a un certo punto; credo che su questo siamo tutti d’accordo.

E così, da anni tento di colmare questa mia… come posso dire: “lacuna”? Ma lo è? O è proprio l’opera ad essere una minchiata galattica e da qualche parte della ragione universale potesse risultare che io ho qualche buona ragione per pensarla così?

Che angustia. Nell’attesa che lo Spirito del Tutto intervenga con la sua bilancia del Giusto e dell’Empio a soppesare il caso, io séguito a dongiovannarmi così come fan tutti, e mi sento come Orfeo, in cerca del suo bene senza poterlo avere mai a causa del proprio errore.

L’errore di guardarsela, quella roba.

 

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recalcatàndo


Siccome ch’oggi van di moda gli esperti tivvù che in sedicimila puntate riescono a dirti che la mamma è la mamma mentre il babbo è il babbo, banalizziamo anche noi, però facendo un passo avanti. Appurato che la mamma sia la mamma mentre il babbo gl’è il babbo (e non era scontato), quando non ci abbiamo più la mamma e il babbo che facciamo? Vediamo un po’:

 

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‘A guldùra


 

Il teatro è la letteratura di coloro i quali in un libro necessitano delle figure

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Perché dicono tutti (si dice, dunque bisogna dirlo): “il teatro è ‘cultura’”, e non ci sono parole come culturaarte o amore che riescano a non darci un brivido di conformismo ossessivo. Ma davvero il teatro l’è cultura?

Analizziamo: io sono un grande regista, un acclamato, conclamato artista; piglio e metto in scena ‘na pièce (si dice così). Che metto in scena? La Signora delle Camelie, metto.

Benissimo. Perché?

Cazzo, questa domanda non me l’aspettavo; come perché? Perché… perchéé… perdinci, non c’è che rifugiarsi nella roboanza, alla Carmelo Bene, che dice dice e si capisce una minchia mapperò tutti ascoltano, come accade pure col Papa, che infatti è uomo di spettacolo, addirittura miracoloso.

E allora dài a parlare di Dumas figlio, e perché no pure del padre, magari del nonno (tanto, tutto fa brodo per i conformisti) e dell’eternità dei sentimenti, come Sanremo insegna riccamente.

Ma poi l’attrice si infortuna, non se po’ fa’. E allora cambio: metto in scena il Tito Andronico.

Fantastico. Ma la camelia era la storia di una battona ottocentesca che giunge ad innamorarsi e ne muore malamente, il tito è invece novella di incazzature tra Goti ed Antichi Romani dove non ci si ama, anzi: ci si tira gran calci in culo all’imperiale; checcéntra il Tito con Camelia?

Una beata fava. Ma bisogna pur mangiare, ragazzi, lo spettacolo è mica “arte”: è commercio, e lui c’aveva pronta quella roba lì. Voi, pubblico, siete la sua carne da cannone: contate meno di un cazzo e vi pigliate quello che arriva. Tanto lui è artista, voi siete pubblico, e si sa cosa fa il pubblico: cosa fa? Applaude. Ecco qua.

Perciò non cercate, egregio pubblico di ‘sta pièce, in essa un senso da adottare come vostro: ciucciate lo spettacolino che ha gnénte a che fare colla attualità (viva Paolini, una persona seria) né con la prosecuzione di un discorso: voi scorrete lo sguardo sul “che danno oggi” e trovate un florilegio di scollegamenti di pura fantasia mistica; ma vi siete mai letti Pirandello? A letto, in poltrona, intendo? Se ve lo leggeste, sapreste immaginarvi la storia? Ed allora, avete davvero bisogno che un pisquano vestito da pisquano vi suggerisca l’immagine ed anzi: ve la imponga?

Perché lui (il pisquano) è lì per un suo tenero bisogno: quello di farsi guardare, e per avere gratificazione si riduce a giocare tutta la vita: oggi sono l’astronauta, domani il cow boy, come tutti noi facevam da ragazzini.

“Usare il proprio corpo come strumento”, è il credo religioso del mestiere dell’attore. Una minchiata sesquipedale, qualcosa di manicomiale, invero. Perché uno strumento è esterno a te, lo puoi prendere, utilizzare e posare, mentre il tuo corpo sei tu, non puoi abbandonarti e riutilizzarti a piacimento, tu sei sempre con te ed il corpo che usi fuori è lo stesso che usi a casa; quando torni a casa, chi sei? Tito o Pippo, o Gargamella?

Dice: “ma è recitazione”

Appunto, grullo.

Il Corriere degli artisti


Ho la fortuna di possedere un gran numero di riviste Corriere dei Piccoli/ Corriere dei Ragazzi degli anni fine ’60-’70. Sfogliandole, si resta incantati dalla ricchezza, grandiosità e varietà grafica dei racconti contenuti, ed anche delle sceneggiature.

Non so se ora gli adolescenti vadano in edicola a comprare giornalini, ma quarant’anni fa sì. Se ora non ci vanno, hanno più che ragione: a chi piacerebbe leggere storie insulsissime con personaggi tutti uguali nello stile tristerrimo della cartoonistica giapponese?

Il Giappone è così lontano: altra tradizione; la sua arte ne rispecchia il carattere essendo coartata in forme definite, rituali, inamovibili; manca la pittura, il teatro è una sequenza di gesti minimi con volti coperti da maschere identiche, la filosofia è solo misticismo, la letteratura è apoteosi dello scarno, tutto è poco ed in quel poco, scava, scava fino ad esaltare la minuzia, perché di altro possibile si è persa anche la cognizione. E noi qui, per ciò che riguarda la fumettistica, vi ci siamo adattati, chissà perché; forse perché il semplice è più semplice del vasto e complicato, soprattutto quando lo devi vendere. Ma che perdita.

Ed allora guardate, guardate cos’è l’arte della raffigurazione popolare; anzitutto è comunicazione e per comunicare occorre saper rendere la varietà delle cose. Perché, con buona pace dell’Oriente, la realtà è difficile, sfumata, imprevedibile e complessa; è immensamente ricca e, malgrado sia difficilissimo, bisogna saperla raffigurare. E’ possibile? Sì, certo, lo è; bisogna essere molto più che bravi, ma i più che bravi esistono, o almeno sono esistiti, guardate.

 

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IL FRANCESE GRATON ha passato l’infanzia sulle piste automobilistiche e, divenuto disegnatore, ha disegnato gare d’auto su pista per il suo personaggio Michel Vaillant. Qui fa una eccezione, illustrando gare di motocross. Riconoscibile lo stile franco-belga dal tratto schematico e nitido quanto estremamente preciso, soprattutto nella raffigurazione dei mezzi meccanici.

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SALI AZZARDATAMENTE in candela a 36.000 metri con un Lockheed F-104: cosa ti può accadere se non che si spenga il motore e l’aereo cada in vite? Lo Starfighter era famoso per questo, ed ecco che il racconto presenta l’incidente, descrivendo però anche il da farsi: la tuta pressurizzata si gonfia per contrastare i “G” ed il pilota eietta il paracadute di coda che ferma la rotazione del mezzo, liberandosene non appena l’aereo si è stabilizzato. Nemmeno a dirlo, il pur bravo Dan Cooper non riuscirà a riaccendere il reattore e dovrà lanciarsi  col seggiolino. L’F-104 era pur sempre noto come “la bara volante“, un aereo di merda, ed il Corriere dei Piccoli sta “sul pezzo”. Grafica e sceneggiatura tecnica per un racconto d’azione realistico.

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GODETEVI IL TRATTO stupendamente nevrotico del belga Hermann, disegnatore di Bernard Prince; egli riesce a dare ad una tecnica di schizzo la precisione di un dipinto terminato. Le sue tavole sono grandemente scenografiche; nella seconda, i personaggi sono in una palude invasa di insetti. Il senso di angoscia soffocante nelle sue figurazioni è mirabile.

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I MAESTRI del chiaroscuro: Hugo Pratt, che disegnava come distratto, come per caso, in una trance divina; ammirate il suo segno orientale, pesante, schizzato eppure definitivo e completo in sé.

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IL GRAFFIO scontroso di Battaglia, che sorge dalle ombre;

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TOPPI, che ferma all’improvviso il suo segno marcato e lascia il quadro indefinito come dovessi in qualche modo completarlo tu; qui racconta la vicenda della mitica Corazzata Potemkin

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e qui la vita di Benvenuto Cellini

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LA MANO RUVIDA quanto affascinante di Uggeri. Guardate come rende il Generale, in un colpo solo. La storia tratta della lunga ribellione del capo Apache Geronimo.

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BRECCIA, dal segno come incerto, ripassato, ripetuto e distorto, in realtà colmo di personalità; il disegno di Breccia è inconfondibile. Qui racconta un episodio della resistenza partigiana danese al nazifascismo.

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DI GENNARO non era solo un disegnatore, ma anche un pittore; le sue illustrazioni ricordano un poco quelle di Walter Molino; eccolo in una versione pittorica con cinquanta sfumature di grigio nel racconto di Mino Milani “Efrem”. Sontuoso.

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DEL CASTILLO aveva uno stile “vecchio”, simile a quello – perfetto e filmico – di Alex Raymond, creatore, negli anni ’50, del personaggio Rip Kirby. Qui racconta del nostro Giuseppone nel suo secondo mondo eroico

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MA GUARDA chi c’è. Chi pensasse che Milo Manara sia solo il re dell’erotismo chic (come è stato in altra veste Crepax) s’inganna. Il Manara fu pure disegnatore fecondo del Corriere dei Piccoli, colla sua bella mano invidiabile (e forse imitativa di Moebius, no?).

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LE SERIE WESTERN della rivista erano rappresentate da “Blueberry” (disegnato da Gir, uno degli pseudonimi di Moebius, l’autore del visionario “Il garage ermetico“) e “Red Dust” (di Hermann), protagonisti, in storie separate, del mondo americano della frontiera; i racconti, illustrati in modo densissimo e grondante segno, avevano in comune qualcosa di inconsueto per un giornale di ragazzi: una anima crudele e violenta che anche quando non si esponeva restava sottotraccia generando turbamento nel lettore; le storie erano feroci, secche, del tutto prive di tenerezza; una selvaggia soperchieria era l’elemento più evidente in ogni racconto; esisteva una esile morale etica di fondo, ma sguazzava nel sangue sbattendo sul duro ad ogni pagina. Anche i due “eroi” erano delle brutali carogne opportuniste al pari degli altri personaggi in quell’ambiente ostile, e la differenza sostanziale è che loro restavano magari malconci, ma vivi. Eccoli qua; indovinate chi sono “i buoni”.

Blueberry:

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Red Dust:

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CON UN SEGNO sottile ed accurato, Moliterni raffigura le avventure del figlio di Davy Crockett (nel quale i giovani lettori si potevano identificare); guardate come si possa comprendere immediatamente, dalle espressioni dei volti e dai gesti ed in sole quattro vignette, il carattere dell’omone Big Ben. Per saper presentare i personaggi con tanta chiarezza bisogna essere degli artisti.

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AVEVA STILE pennarellico, frettoloso, accademico eppure affascinante, coso (non so bene chi fosse) e disegnava le vicende di una coppia di futuri (noi? Si parlava sempre del duemila, beh, eccoci qua!) aggirantisi tra vari pianeti; erano vestiti con una tuta smutandata presentando un fisico da poterselo permettere. Lei, Maud, era pettinata come mia madre, lui pareva uscito da Hollywood e si chiamava – curiosamente – Tangha. La sfangavano sempre, pur facendo una certa fatica, ma anche i bambini comprendevano come due bellocci così, una volta ritiratisi nella loro capsuletta spaziale, trovassero modo di ritemprarsi. Purtroppo la storia finiva prima.

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SEBBENE GLI SCOUT mi stessero, allora come ora, sulle balle, devo ammettere che La Pattuglia dei Castori era molto ben disegnata e sceneggiata. Era una pattuglia molto internéscional, con un capo italiano, serio e un po’ stronzo come i veri capi, dopotutto, devono essere; gli altri avevano ruolo via via più gregario: quello cogli occhiali era lo scienziatino e si chiamava Baldovino, il biondo era, manco a dirlo, tedesco e gli altri due facevano tenerezza, l’uno perché piccolo, l’altro perché grasso, così che nessun lettore potesse sentirsi escluso dall’avventura. Ma insomma, le storie eran belle, tiè a me.

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GRAZIA NIDASIO è una fantastica disegnatrice e finissima registratrice di caratteri ed ambientazioni; la sua serie, destinata teoricamente al pubblico femminile, si chiamava “Valentina mela verde” e trattava delle vicende e pensieri di una ragazzina con gli occhi verdi, della sua famiglia e dei suoi amici. Qui, la fanciulla riesce ad intervistare per il suo giornalino di club il famoso flautista Severino Gazzelloni.

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LE AVVENTURE del colonnello Clifton erano molto belle; presentavano, in una atmosfera british, casi misteriosi che il colonnello, gagliardo pensionato di Scotland Yard, risolveva in modo elaborato quanto il suo più noto predecessore. Malgrado il tratto stilistico da fumetto per ragazzi, le storie contenevano uno spirito adulto, pregno di mistero inquietante. Considerate lo sviluppo perfettamente cinematografico dell’esordio di questa storia

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POI C’ERANO i personaggi più fuméttici; tra gli autori, il sommo Jac, uno dei veri marvels: aveva un connubio di tecnica grafica, inventiva di costruzione e creatività anarchica davvero straordinari. A mio parere, Picasso in confronto mutandis va giù dalla torre difilato senza nemmeno passare dal via. Jacovitti è nel gruppo di Caravaggio, Ingres, Veermeer, Van Eycke, Petrolini, James Randi, Italo Calvino, Queneau, Dante, Gadda e Gesù Cristo. E se ho un po’ esagerato, pazienza: ho fatto un fumetto.

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LE DENSE e perfette ambientazioni cartoonistiche di Peyo, il creatore dei puffi, in una elaboratissima storia di truffe e battaglie medioevali.

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ECCO IN AZIONE Morris, disegnatore di Asterix in trasferta nelle americhe di metà ‘700, durante la colonizzazione di Francia e Prussia (periodo della “Guerra dei Sette Anni”); qui i due eserciti si fronteggiano per uno scannamento, senza dimenticare le buone creanze tanto in voga nel Secolo dei Lumi; una pacchia per lo spirito sfottitorio dei formalismi, caratteristico del post-sessantotto. Quale fine farà l’ufficiale che comanda il fuoco reciproco stazionando fra i due schieramenti?

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IL GRANDE Bonvi (quella della “avanzate tecniche psicologiche” per sollevare il morale dei soldati è più che bella: è reale)

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…ed il suo allievo Silver; il famoso Lupo Alberto nacque proprio qui, ed era una bella invenzione, prima di diventare una boiata da cartolina augurante.

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EPPOI c’erano i racconti, alcuni di gusto un po’ gotico. Piero Selva era lo pseudonimo dietro il quale si nascondeva il romanziere Mino Milani.

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IL CORRIERINO non era solo una raccolta di fumetti eccezionali ed ottimi racconti, ma anche un notiziario ed un archivio di rubriche, come un vero giornale; su queste pagine scrivevano giornalisti e personaggi della cultura dell’epoca come… 

Dino Buzzati e Gianni Rodari: no, dico

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GUARDATE che meraviglia: su un giornalino per ragazzelli, si parla a puntate di… lecca lecca? No: della Costituzione corrierino COSTITUZIONE

 

COME FUNZIONANO le Regioni? Chissà quanti saprebbero rispondere alla domanda; ebbene, eccolo detto qua con un bell’aggiornamento di cronaca d’allora; il redattore è Guglielmo Zucconi, prima di scivolare nella difesa ad oltranza di rènzi, che era mica ancora nato. Tempi belli, quelli.

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TUTTI SANNO cosa successe ad Ustica, forse pochissimi sanno cosa successe ad un nostro aereo civile diversi anni prima, ma lo scopriamo leggendo oggi il Corriere dei Piccoli del 1970.

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E POI LE CRITICHE CINETELEVISIVE E LETTERARIE: Beccàtevi queste due stroncature, televisiva (ed esilarante) la prima e cinematografica la seconda, e dite un po’ se non è stile da giornale adulto. Per curiosità, nella prima si parla della serie (qualche anno fa si sarebbe detto telenovèla ed oggi si direbbe fìcscion, perché oggi siamo americucchi) “La famiglia Benvenuti”; ebbene: il personaggio di Andrea Benvenuti era un attore bambino. Se volete vedere che faccia avesse da bambino un assassino terrorista, guardate su youtube la serie tivvù: quel bambino attore era infatti Giusva Fioravanti, il terrorista dei NAR (associazione fascista) condannato, insieme a Francesca Mambro, ad otto ergastoli per la Strage di Bologna e qualche altro delittuccio. Oggi è libero.

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E POI LO SPORT: Jackie Stewart, la Tyrrell in Formula Uno; boia, ragazzi, pensa quanta benzina c’era allora, e quanto costava poco. Belli i disegnini, neh? 

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QUESTA IMMAGINE

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mi dà modo di ricordare (ai posteri, cioè a voi) quel che era una moda importante negli anni ’70: negli anni ’70 tutti i ragazzini ciavévano il motorino.

Voi direte: pure mo’ si vendono i motorini. E io vi smentisco: confronto ai ’70, mo’ si vende niente; al ragazzo settantino cresceva, con la prima peluria, pure il motorino; era una cosa ormonica. 

E non pensiate (bello neh, “pensiate”? E’ una parola scivolosa, come una caduta in motorino) che andasse bene qualsiasi motorino: nei ’70 era tutto normato rigidissimamente; le “clarks” di qua, le “barrows” di là; capelli incolti e peli in faccia di qua, sbasettamento di là, e via avanti. Il motorino perciò era solo “da cross”. E stava in mezzo, un po’ a destra (ebbene, non fui granché coerente. E nemmeno solo quella volta)

Oggi nessun adolescevole (quell’età limite dell’un po’ prima ed un po’ dopo l’adolescenza, perché mica si cresce tutti uguali: Ottavio alle elementari aveva i baffi, e pure Annunziata) penserebbe mai a incavallare un biciclo del genere: si sentirebbe fesso; ma nei ’70 le ragazzine avevano il “Ciao”, i masculilli il motorino da cross. Nell’immagine ne vedete uno.

Al termine di quella moda anch’io l’ebbi. A me piaceva tanto il Fantic Motor Caballero, ma mio padre mi regalò il Gilera 5V trial, con certo mio scorno, sebbene a motorin donato…

Prima cosa fu cambiargli il carburatore: il piripicchio sortiva di fabbrica con un carburatore “del 14” (tutta terminologia fossile ormai, questa) che lo limitava ad una velocità di passo con stampella, e allora ci si fiondava ad irrobustirne l’animo con acconcia maggiorazione.

Io m’incontrai segretamente col lavorante del meccanico presso casa, lo locupletai di chiacchiere ed egli mi procurò “il 19”. Quella notte che lui lavorò al caso come una spia russa, io non dormii.

La mana seguente galoppai orecchie al vento all’officina; il ragazzo si puliva le mani con un sorriso di denti guasti largo così. “E’ spia!” – mi disse. Intendeva: “è veloce!”; micimisi sopra rabbrividendo di emozioni come Yates sull’X-1.

Partii, sognando l’iperspazio, ma com’è come non è, ‘sto coso andava come prima. Forse – ma volendo proprio starci attenti – un poco meglio, perché superavo quelli che camminavano leggendo il giornale. Tornai dal lavorante.

“E’ spia!” – lui annuì con la faccia dell’ovvio entusiasta; “…è spia” – accennai lui – “per un cazzo” – seguitai tra me. Gli è che quel povero guaglione era così contento, aveva lavorato per me la sera dopo una giornata in officina ed era tanto convinto d’aver raggiunto il risultato che non me la sentii di dargli del pirla. E poi insomma, lui aveva ragione: che il mio gilerino fosse spia, bastava convincersene.

Ed io – mi dissi – non mi vanto forse di essere bravo a convincere tutti di qualsiasi cosa?

“Minchia, quant’è spia!” – dicevo tra me, zigzagando tra le auto in coda che mi sfanculavano.

 

ED ORA, l’attualità progressiva: sulla Luna s’era sbarcati l’anno prima; qui ci si sbizzarriva a pensare a come promenarvi nel prossimo (d’allora) futuro; ed ecco dunque l’ibrido tra un cavallo e una ruspa…

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…e quanto di più la spaziale fantasia dell’epoca poteva immaginarsi. Sorridete, ma non troppo: il Rover Lunare sarebbe apparso solo qualche anno dopo

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ANTEPRIMA DELLO SPACE SHUTTLE; il primo articolo è del 1970, il secondo del 1971; lo Shuttle appare dieci anni dopo


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TOH: l'”alta velocità”; e dove? Ma a Parigi, naturalmente…! (vi ricorda nulla?)

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DITE UN PO’ se non è una informazione completa, volendo darsi delle arie. Cioè: alle arie

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CON UNA LINEA da “600 Multipla”, ma a propulsione atomica; Chernobyl in garage, ma ancora si aveva fiducia. La seconda è molto interessante: una auto che si guida da sé, cosa di cui tanto si parla oggi. Ma qui siamo nell’anno del Signore 1970.

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ED ORA, UN OMAGGIO a due grandi cose: la Policar (che son mai riuscito ad avere perché ero “troppo piccolo”) e Paola Pitagora (idem). Paola è stata l’unica Lucia Mondella sensuale della Storia e grazie a lei mi son letto quattro volte I Promessi Sposi. Io oggi capisco il problema con la Paola, ma almeno la Policar, dico; e invece, niente. Ricordo l’ultima letterina che scrissi a Babbo Natale un 26 Dicembre: “…cornuto, comprerò una casa col camino solo per arrostirti mentre scendi col tuo piccolo chimico del cazzo, incapace bastardo“.

 

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—–  E finiamola qua. Ciao, Paola: prossima vita, nasco prima  —–

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