Le cose a metà



Ne “Il Visconte dimezzato” Italo Calvino presenta un caso clinico come problema sociale: se togliamo ad un uomo la sua parte aggressiva e prevaricatrice, otteniamo l’uomo perfetto?

Battendosi valorosamente contro i turchi, il Visconte genovese Medardo di Terralba vien colpito da una palla di cannone; infedele com’era, quella palla, non lo uccide, però lo sghemba in modo davvero curioso, dividendolo a metà.
L’Italo ci dice che in quella contingenza l’esercito cristiano, non potendosi permettere che dei morti rendessero ancor più esigue le fila dell’Occidente, recupera la metà visibile del nobile cavaliere e la rabbercia alla meglio, tappando vena per vena dalla cuticagna all’inguine.
Finita la guerra, il Visconte torna ai suoi possedimenti liguri, senonché lì ci si accorge che di lui è tornata quella metà che è la metà cattiva, imperocché noi tutti siam sia buoni che cattivi per metà, appunto.
Il fatto che il feudatario sia pessimo oltre ogni dire, provoca dei gran bei problemi a tutti i suoi sottoposti ed ovviamente sotto il suo blasone ognun si lagna, ma egli è il comando e, tra esecuzioni capitali di interi paesi e strozzinaggio bieco, tra sordidi inganni e diaboliche trappole esiziali per chiunque capiti a tiro di quell’occhio, il romanzo si svolge nel racconto in prima persona d’un nipote naturale del perfido aristocratico, testimone degli eventi.
L’incedere della storia (che è breve) potrebbe però annoiare dopo poche pagine se non che un bel dì, pencolante da un mulo, là sull’orizzonte delle terre viscontee, ecco palesarsi una forma. Una mezza forma, a guardar meglio. È anch’essa un mezzo Visconte, oh bella; eh sì: torna dai confini del mondo quella parte che era creduta esser stata dissolta dal cannone turco; la parte che oscilla come un palo traverso quel mulo è, ovviamente, il mezzo buon Visconte, quello che mancava.

C’è un momento di giubilo nelle terre fino a quel momento vessate dalla metà crudele; l’entusiasmo di reazione fa veder male le conseguenze: se il cattivo è cattivo oltre il pensabile e perciò impedisce lo scorrer della vita di tutti, anche il buono è buono di una bontà mai vista; ma la bontà mai vista s’è mai vista perché non può stare fra gli altri, neppure lei.
Ed infatti, dopo poco tempo i sudditi dei due mezzi Visconti rimpiangono i giorni appena trascorsi, quando avevano solo il mezzo feroce, perché ora non possono rifiatar delle malignità dell’uno che subito devono misurarsi con le pretese dell’altro, impossibili da esaudire perché costituite di sola virtù.

Coi santi anacoreti, sembra dire il romanzo, si può convivere, perché il santo presenta evidente la sua lussuria di santità, è tutto teso a voler essere il più buono possibile e si agita, si sforza, freme, geme, teme, si punisce, si sacrifica, si sbrana, insomma mostra chiaro il suo piacere lubrìco di bontà, il vizio della virtù. S’impastano dunque anche nel santo le due metà, come inscindibile forma dell’umano, e allora gli riconosciamo il diritto ad esser parte di tutto, con noi.
Ma con uno veramente buono, solo buono, puramente buono, no. Con uno senza difetti non si può stare. La pelle più rosea del mondo, la più vellutata, avrà un giorno un brufolo e un neo, altrimenti non è umana.

Per chi non conosce il romanzo e si fosse interessato, non dirò come finisce; finisce che… stavo per dirvelo malignamente, però ora non ricordo se sono la metà carogna o quella brava brava; vattelapesca. Vabe’, rimandiamo.

Enfantasme



Lungo la Val di Mezzo, sul percorso da Alivola a Dellestrane e salendo verso Castel di Piuma, c’è un ampia curva a manca ove s’apre una strada che porta alla Rocca Sconta; è difficile imboccarla perché la curva invita al viaggio e la si percorre veloce, né sulla svolta esiste un cartello di segnalazione: bisogna resistere all’andare e concentrarsi. Se la si trova, attenzione: la via si restringe alquanto, poi si apre come un ventaglio e poi si richiude, e si riapre, si fa tortuosa all’inizio, poi retta e all’improvviso s’impenna, infine chiude in un vicolo cieco. Ma è una illusione; la strada esiste, a destra, piano, girando tutto, in filari di latifoglie, tigli e tassi di percorso lungo, a lungo, e improvvisamente là su un rilievo si vede la rocca; oltre quella, pare non ci sia un paese, ma c’è: è Rocca Luminera, così grande come sembra, da quella prospettiva.
In mezzo alla piazza, tra il gotico-romanico del piccolo duomo e la cinta degli edifici rinascimentali ornati di fiori sulle inferriate dei poggioli, la Rocca Sconta si confonde; una muraglia di pietre dure, severe, saldate in fortilizio séguita le pareti del paese, e la sua cinta; tutto pare la rocca e forse la rocca non c’è.
Finestre come buche, alzando lo sguardo verticale, si vedono in alto; non hanno imposte e sembrano sanguinare, dacché la loro cornice di mattoni cola sulle pietre del muro una polvere pastosa dell’acqua di pioggia; in basso, del pari, una strana illuminazione rossa segna il basamento. Lì dicono venga talvolta l’ombra di Clotilde a camminare scansando i serci crollati sul confine e le male erbe dell’incuria di quel luogo. Io non ci credo, e vago urtando nel buio molli e duri ostacoli che forse son radici, forse mobili cose; guardo, ascolto, annuso gli effluvi che la rocca disperde da sé dall’interno mondo ignoto dei suoi anditi ferrati e i suoi saloni; Clotilde non viene. Due foto, tre; viene il buio, ora vedo.
Riparto.


PARLIAMO UN PO’ DI SESSISMO

Si chiamano un po’ come gli pare: Peul, Fulani, Bororo, Wodaabe, ma insomma sono quelli lì che vanno transumando dal Senegal alla Nigeria in compagnia dei loro armenti e han volti più caucasici degli abitanti quelle zone; è una gente nomade che vive di pastorizia ed ha una particolarità di cui fa gran vanto: si considera assai fisicamente bella, molto più dei popoli vicinanti e questa convinzione – abbastanza condivisibile, bisogna dire – fa sì che tra loro la bellezza fisica assuma importanza tale da portar gli sposi a consentirsi delle scappatelle, a patto che queste sian però consumate con amanti belli. Pensate un po’: se mi tradisci con Mario, che è brutto, mi arrabbio per davvero, ma se invece lo fai con Alberto, che è figo, beh, son pure contento. Paese che vai, tic che ti trovi.

Degli sposi, si accennava; ecco: i Wodaabe Bororo eccetera hanno (come pure noi, del resto, colla sorpresa dell’anellino di legame e la spiega delle intenzioni resa in posizione implorante) un loro bel rito di proposizione al matrimonio. Per scegliersi in sposi, fanno delle vere e proprie sfilate di bellezza. Essendo così bella genìa, si penserà a una grande esposizione di veline da sogno davanti a tronisti palestrati e ciuffuti, ma credendo vada così ci si arenerebbe nel loro deserto, per sempre.Perché i Peul non fanno sfilare le donne, ma anzi. Fra questi Fulani sono gli uomini, a sfilare. E allora si immaginerà una bella passerella di dream men co’ spalle larghe così, in perizoma d’ordinanza, le membra atletiche tutte lustre di bauscia di coccodrillo, impegnati in pose maschie, cimenti muscolari e virili scontri cavallereschi. E invece no: anche questo è escluso perché questa bella gente – femmine come maschi – ama neppure negli uomini la truzza brutalità che noi consideriamo attributo virile; e allora che vogliono, ‘sti Fulani? Vogliono… la grazia, la soavità, l’armonia gentile, i modi affettati ed il sorriso malizioso marilinesco.

Un momento: ma non avevamo detto che erano gli uomini, a sfilare?

Sì; e lo ripetiamo. I maschi Wodaabe devono mostrarsi attraenti alle ragazze spettatrici, ma mica collo strascinare in terra un bufalo ucciso a cazzotti, come farebbe un torero immigrato, no; devono invece prepararsi per ore al fine di esibire tutt’altro tipo di avvenenza: fanno ore di make-up, come si dice, allo specchio, passandosi con risolini eccitati terre colorate per l’incarnato e tinture per le labbra; inchiostri per gli occhi e matite per il neo assassino in guancia, e vài di fantasia per evidenziare gli zigomi come la curva perfetta del mento, il taglio della palpebra o il nasino quasi fransé. Si truccano, si agghindano, si acconciano le chiome, curano l’eye-liner; questione di rimmel, ragazzi.

Al termine di questo gran lavoro di cosmesi, raga, i Peul sortono fora in grande spolvero che al confronto la Jolie a Cannes fa piàgne dar rìde; espongono cappelli alla belle époque, tuniche da far venire un complesso di miseria a Krizia, collane che manco Dior in persona e dei sorrisi… no, dico: dei sorrisi che son… cacchio, quelli sì che son sorrisi; Mary, impàra.I sorrisi e gli occhi sgranati dei fanciulli Wooda’ contrastano di fulgor bianco con le terre e paste che hanno sparso sui propri volti, a profusione; le labbra iscurite a bella posta come il contorno occhi, le sfumate guance, e poi le mosse; questi giovani maschi sono uno scintillio di denti e vezzosità, gesti soavi e mossette maliziose, brividini ammiccanti e batter di palpebre, perché per i Wodaabe anche i modi rendon chiara la grazia, vedi un po’, di cui la bellezza deve esser pregna per esser tale. E le ragazze – o ragazze lettrici – scelgono; scelgono i più fru-fru tra questi maschi flessuosi e atteggiati, con in cima il loro visuccio coperto di fard.

Sensibilizziamo il mondo su questo problema, ragazzi: qui c’è tanto da fare. Non possiamo far trattare degli uomini così.

Adele


“Vuole una trota?” – l’oste indicava un acquario illuminato nel quale vagava un pesce verde;

“la nostra trota! Ai ferri? O in umido? Al forno: ma certo ci penso io, ecco qua” – diceva mettendo disordinatamente le posate sul tavolo – “lasci fare a me”- strizzava l’occhio e andava con passo pesante e veloce verso la cucina, spostando le sedie accanto ai tavoli.  Fasci di luce entravano dalle vetrate alle pareti, fin sui mattoni rossi e grigi dell’interno della Trattoria Adele.

            Ogni giorno la trota nuotava nel suo spazio pescando su e giù bruscoli di cibo; – “Vuole Adele? Adele per il signore!” – gridava ogni volta teatralmente il padrone verso la cucina; – “la vecchia Adele!” – e dava una manata sull’acquario che rifletteva la vetrata d’ingresso e parte della strada fuori.

Dal fondo della via a selciato si scorgeva la colorata strana insegna della Trattoria Adele; una mattina di sole di tarda primavera la trota era morta; la trattoria, chiusa.