PARLIAMO UN PO’ DI SESSISMO

Si chiamano un po’ come gli pare: Peul, Fulani, Bororo, Wodaabe, ma insomma sono quelli lì che vanno transumando dal Senegal alla Nigeria in compagnia dei loro armenti e han volti più caucasici degli abitanti quelle zone; è una gente nomade che vive di pastorizia ed ha una particolarità di cui fa gran vanto: si considera assai fisicamente bella, molto più dei popoli vicinanti e questa convinzione – abbastanza condivisibile, bisogna dire – fa sì che tra loro la bellezza fisica assuma importanza tale da portar gli sposi a consentirsi delle scappatelle, a patto che queste sian però consumate con amanti belli. Pensate un po’: se mi tradisci con Mario, che è brutto, mi arrabbio per davvero, ma se invece lo fai con Alberto, che è figo, beh, son pure contento. Paese che vai, tic che ti trovi.

Degli sposi, si accennava; ecco: i Wodaabe Bororo eccetera hanno (come pure noi, del resto, colla sorpresa dell’anellino di legame e la spiega delle intenzioni resa in posizione implorante) un loro bel rito di proposizione al matrimonio. Per scegliersi in sposi, fanno delle vere e proprie sfilate di bellezza. Essendo così bella genìa, si penserà a una grande esposizione di veline da sogno davanti a tronisti palestrati e ciuffuti, ma credendo vada così ci si arenerebbe nel loro deserto, per sempre.Perché i Peul non fanno sfilare le donne, ma anzi. Fra questi Fulani sono gli uomini, a sfilare. E allora si immaginerà una bella passerella di dream men co’ spalle larghe così, in perizoma d’ordinanza, le membra atletiche tutte lustre di bauscia di coccodrillo, impegnati in pose maschie, cimenti muscolari e virili scontri cavallereschi. E invece no: anche questo è escluso perché questa bella gente – femmine come maschi – ama neppure negli uomini la truzza brutalità che noi consideriamo attributo virile; e allora che vogliono, ‘sti Fulani? Vogliono… la grazia, la soavità, l’armonia gentile, i modi affettati ed il sorriso malizioso marilinesco.

Un momento: ma non avevamo detto che erano gli uomini, a sfilare?

Sì; e lo ripetiamo. I maschi Wodaabe devono mostrarsi attraenti alle ragazze spettatrici, ma mica collo strascinare in terra un bufalo ucciso a cazzotti, come farebbe un torero immigrato, no; devono invece prepararsi per ore al fine di esibire tutt’altro tipo di avvenenza: fanno ore di make-up, come si dice, allo specchio, passandosi con risolini eccitati terre colorate per l’incarnato e tinture per le labbra; inchiostri per gli occhi e matite per il neo assassino in guancia, e vài di fantasia per evidenziare gli zigomi come la curva perfetta del mento, il taglio della palpebra o il nasino quasi fransé. Si truccano, si agghindano, si acconciano le chiome, curano l’eye-liner; questione di rimmel, ragazzi.

Al termine di questo gran lavoro di cosmesi, raga, i Peul sortono fora in grande spolvero che al confronto la Jolie a Cannes fa piàgne dar rìde; espongono cappelli alla belle époque, tuniche da far venire un complesso di miseria a Krizia, collane che manco Dior in persona e dei sorrisi… no, dico: dei sorrisi che son… cacchio, quelli sì che son sorrisi; Mary, impàra.I sorrisi e gli occhi sgranati dei fanciulli Wooda’ contrastano di fulgor bianco con le terre e paste che hanno sparso sui propri volti, a profusione; le labbra iscurite a bella posta come il contorno occhi, le sfumate guance, e poi le mosse; questi giovani maschi sono uno scintillio di denti e vezzosità, gesti soavi e mossette maliziose, brividini ammiccanti e batter di palpebre, perché per i Wodaabe anche i modi rendon chiara la grazia, vedi un po’, di cui la bellezza deve esser pregna per esser tale. E le ragazze – o ragazze lettrici – scelgono; scelgono i più fru-fru tra questi maschi flessuosi e atteggiati, con in cima il loro visuccio coperto di fard.

Sensibilizziamo il mondo su questo problema, ragazzi: qui c’è tanto da fare. Non possiamo far trattare degli uomini così.

Adele


“Vuole una trota?” – l’oste indicava un acquario illuminato nel quale vagava un pesce verde;

“la nostra trota! Ai ferri? O in umido? Al forno: ma certo ci penso io, ecco qua” – diceva mettendo disordinatamente le posate sul tavolo – “lasci fare a me”- strizzava l’occhio e andava con passo pesante e veloce verso la cucina, spostando le sedie accanto ai tavoli.  Fasci di luce entravano dalle vetrate alle pareti, fin sui mattoni rossi e grigi dell’interno della Trattoria Adele.

            Ogni giorno la trota nuotava nel suo spazio pescando su e giù bruscoli di cibo; – “Vuole Adele? Adele per il signore!” – gridava ogni volta teatralmente il padrone verso la cucina; – “la vecchia Adele!” – e dava una manata sull’acquario che rifletteva la vetrata d’ingresso e parte della strada fuori.

Dal fondo della via a selciato si scorgeva la colorata strana insegna della Trattoria Adele; una mattina di sole di tarda primavera la trota era morta; la trattoria, chiusa.

FARMACOPEA


Causa una accidentale ostensione del tendine epicureo in gamba eccellente, nella mattinata mi reco dai bottegai laureati ad acquistar rimedio perché così non va bene.
Eccomi incaudato. Anzi me, signora chiacchierella chiacchiera a perditempo d’un marito cagionevole da accudire e che ah, oh ssì, eh, sapesse, guaaardii… mentre io lo immagino in perfetta salute sbuffante in poltrona dietro una gazzetta e sordo ai reclami di quella importuna chissà come conosciuta; poi assisto mio malgrado – e purtanto io stazioni diligente arréto la linea rossa della pràivasi che non funziona per un cazzo causa i bèrci di quella gente – assisto, dicevo, alla spiega di malanni remoti per parte d’una tizia sfianca alla testa che li sciorina all’incamiciata preposta, incurandosene ella se ne fotta a duecento all’ora e si vede anche da fuori. In ultimo, un tipo frettoloso s’incarta nel reperimento di ricette che ha dimenticato e le cose le vuol lo stesso e non gliele danno e lui prega e scongiura, poi minaccia e piange e quindi mette il broncio e poi se ne va. Toccammé.
“Flavorichitin glicerato dipolifosfonato estenso, compresse effervescenti da venti milligrammi a un chilo” – dico secco essèrio, con la maggior autorevolezza che riesco ad emettere senza ridere nemmeno un po’.
“La ricetta?” – m’ingelida la racchia incongruamente in camice. ‘N c’è cascata, vedi la sfiga.
“Non se p’ò, neh?” – abbasso la spocchia che non ha funzionato.
“Assolutamente no” – ghigna quella, felice di potermelo impedire.
“’Ngùlo” – sbuffo, e poi “’bbò, fàcci un po’ lei” dico con gesto distratto. La negozianta nel suo sembiante macellaio chiappa uno scàtolo a manca, tutto colorato ed effettivamente bello a vedersi, poi chiosa: “questo è ganzissimo, si prende senza ricetta, sarà una minchiata e costa un fottìo: tre cosi al giorno a bocca piena più due pateraveglòria, ché non si sa mai”
M’accónto, e sorto fòra coll’amuleto; torno alla base allargando le braccia.
Questi cazzi di boccettini son sempre un urlo, da aprire; c’è scritto “aprire cuà” – tu trovi una linguella, tiri e ti rimane in mano un pezzettino di plastica mentre la confezione si ermetizza come un caveau. Finisce sempre che perdi la testa e lo fai a pezzi con urla assassine rotolando diverse pillole sotto la mobilia per la gioia di archeologi della posterità, mentre vari nel quartiere chiudono i bambini in cantina e si segnano a croce.
“Non è scoppiato” – dico con soddisfazione mentre dai brandelli di ciò che fu boccetta mi piove in grembo un fògliolo tutto scritto.
Incuriosito, lo ghermisco prima che possa fuggire.
Esamino e, dai miei vecchi studi, ricordo e comprendo: esso è il “bugiardino” – un nome, una confessione – sul quale, a scarico di ritorsioni legali, quelle puzzole di commercianti infìdi scrivono robe come “può farti malissimo, son cazzi tua, te l’avevamo detto”.
Avendo tempo da sbattere, m’accingo legger bugiardino. C’è scritto che Ziocan è un farmaco della categoria pirolica appartenente agli sfiammatori calegoici intrugliati di mamerindol porfirisiaco come eccipiente berato a fischio di zio. Séguito, sempre più avvinto: son cose che poi uno ci fa dei blog.
M’accorgo allora che sto leggendo la prima riga d’un involto papirico assai lungo; incuriosito, lo svolgo. Mi faccio aiutare dai vicini, perché la casa non mi basta.
Comprendo che farò prima a guarire che a finir di leggere; fo spallucce e vado. Ecco che sono alle raccomandazioni: il bugiardino dice di leggere il bugiardino. Dice pure di conservarlo. Il bugiardino parla di sé in terza persona come un sioux e non difetta di autostima, noto.
Egli (il bugiardino) è autorevole come uno swami, eppure insicuro come una vergine; raccomanda di “non superare le dosi consigliate” per quanto, a quelle dosi – avverte – potrei schiopparci secco in pochi secondi come morso da un mamba nero, o perdere la vista, l’udito e preziose funzioni di me manco fossi sequestrato dagli Apache di Geronimo, o soffrire per tutta la vita di turbe sensoriali al pari di un profeta biblico e – dulcis in fundo sed in cauda venenum – innamorarmi, ricambiato, di un gorilla silverback.
Guardo il mio piede dolorante, immerso in cogitazioni in cui rutilano nomi di martiri e santi prestigiosi. Mèmore di letture fondamentali mi chiedo il “Che Fare?”
Il bugiardino, una volta svòlto non si può ricomporre; il suo aspetto a fisarmonica diabolica è falsamente fiduciante: le pieghe non corrisponderanno mai alle migliaia di vostri tentativi di ricostituzione. Io, poi, per natura, carattere e malefatte non ancora scoperte sono pochissimo disponibile al ritentare alcunché dopo i primi quattro secondi di prova; appallottolo l’ammasso, dunque, e lo abbandono nella frazione secca dopo averlo maledetto con una macumba che dovrebbe colpire anche Italfarma, nelle intenzioni. Il farmaco drogato di pestilenze che l’inutilmente camiciato del negozio mi ha venduto a scopo fatturato suo, mèdito di farlo prendere a lui sotto minaccia di circoncisione raffazzonata, quello spacciatore di residui tossici.
E me la zòppico via, per oggi ancora vivo e combattente.

Domani è un altro giorno – mormoro guardando l’orizzonte.

LOGGIURIÀMM


Essendo che alla prima adunata colle scarpe nella neve di Bari, in un cortilazzo casermico brutto che la metà sarebbe stato orribile, fronte ad un caseggiato basso quanto sfigato, tutti ancora in borghese chiedendoci che sarebbe succeduto mai (l’italiano, malgrado la garrula bandiera, non era molto noto lì) – essendo, dicevo, che sòrse fora un sottotenente il quale con fare sciallone chiese “chi è laureato?”, essendo che girava la vulgata che rispondendo “io” saresti finito a ramazzare cessi, ma essendo pure che memento audere semper, io ed un napoletano colla faccia da tedesco, entrambi laureati quanto salvìni, alzammo la mano in un gesto che il graduato apprezzò, chiamandoci fuor dalla truppa.
I compagni, taluni laureati davvero, sogghignarono pensando a quanto eravamo stati grulli, io e il tedesco, mentre l’uffiziale ci conduceva rento il caseggiato a passo di marcia marciapiedica colle mani in tasca.
Noi venivamo da un mattino in esterno giorno, un freddo becco e fermi inquadrati nell’attesa; io e il tedesco ci guardammo con l’occhio “mah!” eppure vivido speranzoso. Lo stelluto c’aprì una stanza foderata in legno con due scrivanie dell’Impero Austro-Ungarico, una Remington da scrittura, dei faldoni rinascimentali ed una stufa in ghisa che mandava un tepore casalingo da sogno erotico, perfino. “Voi state qui” – ci disse – e regolate i turni di servizio dei vostri camerati; siete esentati dalla fila in mensa, dalle guardie e da ogni altro servizio. Mi raccomando” – soggiunse, e uscì.

Dopo un tempo di occhio al luogo, io e il tedesco ci sparammo un cinque che ancora mi fa male il braccio; ragazzi: avevamo finito il C.A.R. (Centro Addestramento Reclute) già dal primo giorno, e i nostri furbi compagni stavano fuori nella neve, aspettando la fucilazione che avremmo comandato noi. Nemmeno l’Enalotto promette botte di culo così.

Insomma, quel mese di addestramento dove ti danno il fucile, ti metton sulle altane a barbelar di freddo e di pensieri ossessivo-compulsivi, ti schiaffano davanti ad una polveriera armato dello schioppo tuo in una garitta illuminata, e sei l’unica cosa illuminata nella notte ovunque buia come un cervello militare, non vedi una minchia ed invece chiunque può fantasticamente vedere te come ottimo bersaglio fermo – quel mese lo passammo, io e il tedesco di Napoli, in un ufficio di fureria tra agi e cazzeggi che manco a casa nostra. Entrambi studenti, preparavamo financo gli esami, sorseggiando altresì, tra una chiacchiera e una sigaretta, del mirabile Tocai delle Puglie, vino di merda che c’era lì, ma che in quel frangente un nettare, pareva.

Al termine di quel mese, c’era “il giuramento”.
Questo “giuramento” è l’assembranza di tutto il truppone in armi in uno spiazzo che manco li cani ed ove, nella perfetta geometria di quadrata legione, s’ascolta una menata di blabla per bocca di grandi generali terminando con rituale strillo in coro del mitico “lo giuro!”
(Ma ora, un segreto: sappiate, cari alunni, che è costume risalente all’unità di cristo che le truppe in quel frangente, e con la soddisfazione de’ maggiori, gridino in realtà “l’ho duro!”, perché la goliardìa non è nata fra gli intellettuali, bensì son gli intellettuali a non esserlo davvero, perciò la va e l’è sempre andata così. D’altronde, quando migliaia di fessi strillano insieme, che vuoi si capisca: si capisce quel che si vuol capire; già all’opera lirica si capisce una sega di ciò che strilla l’esagitato sul palco, figuratevi in mezzo alla spianata, tutta quella gente).

Io, il giuramento, non lo volevo fare. Mi rompevo i coglioni di vestirmi in divisa davvero, andare a prender la mia lupara che mai avevo nemmeno visto e marciare pestando i calcagni di quel davanti fino al cortilone solo per vantarmi d’essere sessualmente in ordine; vorrei vedere – pensavo – a vent’anni.
Così beccai un tenentuzzo dell’ufficio e gli chiesi se ci dovevo davvero andare, a ‘sto giuramento. Lui, di leva come me, fece spallucce: “ma che te ne frega, stai in ufficio; saranno tutti là, chi se ne accorge se manchi tu” – disse saggiamente. E così féi.

Senonché, un najone entusiasta venne a chiedermi che facevo; gli dissi ch’ero “di servizio” ed egli mi scongiurò di aiutarlo: veniva mamma sua dagli sprofondi giusto per vederlo gridar “l’ho duro!” e se gli potevo far foto dell’importante momento della sua vita. Mi ritrovai in mano una cosa di plastica usa e getta anche subito, con una lente e un pulsante.

Prima ridacchiai, poi mi dissi: “e perché no; voglio vederli, ‘sti najoni sfegatati in assembranza colle fanfare e i labari; voglio vederli mentre fo il fotografo, loro tutti inquadrati e io a giro libero.
E ci ii.
Il piazzalissimo era d’una grandezza esagerata quanto il suo squallore; in esso cesso v’eran capannelli di stelluti & alamarati su d’un palco, e in piccoli gruppi abbasso; vi si riconoscevan bianchi della marineria, blu smorto avieri e i soliti color diarrea di fanteria con bascami diversi. I baschi i baschi.
Io stavo a giro, colla mia scatoletta di plastica in mano, dandomi mostra di fotografo ufficiale; nella mia tenuta assolutamente fuori ordinanza per lo storico momento in cui tutti vestivan come dei Lord Brummel de noantri, parevo un mendicante, in realtà. Vagando a coso di cane, mi ritrovai arréto delle spalle baluginanti sotto il sole, con dei cappelli da vescovo rilucenti d’oro e gran fasce traverse in sulle schiene; sbignai sporgendomi, perdei equilibrio e un paio ne ruzzai oltre, malamente.
Gl’ammiragli si voltorno in verso me, l’espression di fero sconcerto: “cosa fa lei qui?!” verbò un di quelli, dopo che un’occhiata aveva valutato in campo visivo il mio indossario. In quei momenti non bisogna perdersi d’animo, raga: s’ha da salvar la vita, perché quelli son licantropi, sapete.
“Sono il fotografo!” risposi con rispettosa ovvietà, mostrando il giocattolo da Barbie grande come un pacchetto di siga che tenevo in mano; l’ammiraglio ebbe un cipiglio incerto: la macchina fotografica – diciamo – l’avevo, giravo sgombro da legami, lo schioppo mi mancava, ci stava, un po’ ci stava, nella sua testa di milite ignoto. Fece per voltarmi le spalle, poi si bloccò e si rivolse a nuovo in faccia a me: “e il suo berretto??!!” quasi gridò, con espression di sommo scàndalo.

Raga, il basco: non avevo preso il basco. Poiché ti consegnavano una padella di un metro di diametro,tutti se lo compravano coi soldi loro allo spaccio, bellino, elegante, sciué. Ma io non l’avevo comprato, e con quello regolamentare parevo un fungo, così lo mettevo mai; pur se era d’obbligo l’indosso, noi della fureria s’aveva delle franchigie, perciò me l’ero scordato. Ma quella era una occasione di quelle dove quelli ci badavano come alla morte di una madre, sicché ora avevo quattro ammiragli che mi fissavano come Alichino, Calcabrina, Draghignazzo e Malacoda, a me ch’ero ciuffalvènto, l’unico su migliaia.
E lì, raga, lì bisogna salvar la pelle, quelle lì sono occasion dove o la va o la spacca, ed io ero pure l’unico disarmato, bisognava buttar la bomba.
“Non ce l’hanno ancora consegnato, Signor Generale!” – dissi salutando mano al ciuffo e voltando i tacchi. Feci appena in tempo a vedere il Generale che, avuta risposta strana, s’era voltato forse intruppato in essa, rivolgersi a me con uno scatto della testa, ma oramai io era da loro lungi e me la ritiravo verso gl’uffici dove, non appena giunto, mi accomodai.

Passata la buriana interna, scampato alle mine di quel tracciato, contemplai il muro ingombro di faldoni contenenti annotazioni inutili al mondo, mirai quell’ambiente da Tenente Drogo, poi mi figurai i poveri ammiragli pensare “hanno consegnato le divise e non i berretti? Ma gli altri ce l’hanno; allora ne mancava solo uno? Bisogna trovare il berretto mancante, è proprietà delle Forze Armate!” e mi accesi una siga, coi tacchi sulla scrivania.

Risi per oltre un’ora, da solo, in un silenzio che pareva si trattenesse dal ridere anche lui.

Bollettino di guerra… LE MANOVRE (seconda parte)



“Uéh, il dottore!…” – risero i piloti, indicandomi – “abbiamo un passeggero di riguardo, eh?…” – gli sghignazzi dei sergenti Tizio e Caio e l’afflato di Rum e Gin che promanava da loro me li classificarono all’istante come parenti stretti del grande Superciuck; i due piloti dell’”elicottero di sanità” (a sua volta parente in primo grado del mio “zaino di sanità”) avevano a che fare con la sanità per il loro ruolo di potenziali prossimi pazienti, e dunque è in questo senso comprensibile fossero loro a condurre quel trabiccolo pennacchiato mezzo sbilenco e tutto arrugginito come la Fiat 127 che avevo allora nel parcheggio casermico.

(incidentalmente, voglio ricordare con l’onore delle armi la mia 127, quella vettura scàssa che mai, dico mai in quindici anni di onorata stradità ebbe una incertezza di motore e sempre s’accese anche quando le Mercedes e Bmw restavano ingrippate dal freddo, che ruotò le ruote anche senza olio, senza acqua e senza benzina e – ma solo la mia – ospitò entro sé un formicaio.
Non è uno scherzo: per anni, avendo io abitudine di spuntinar nei viaggi, l’auto era divenuta dimora di una colonia di formiche le quali raccattavano il briciolame mio e compostamente, in fila marziale, se lo portavano nel nido che mai seppi ove fosse ubicato. Le formiche dell’auto mantenevano l’ambiente lindo ed ordinato, né mai mi importunarono con solletichii molesti o puncicàte, ché anzi esse comparivano solo quando prendevo panino, ed attendevano in regolare schieramento iniziasse dall’alto il lancio dei detriti commestibili. In memoria alzo bandiera alla targa e saluto militarmente il glorioso mio mezzo e la sua colonia àscara di servizio. Semper fidelis. Vale).

Riprendendo il resoconto, eccomi dunque a certame collo svolazzo programmato. I piloti imbriachi mi provvedono di cuffia radiomorfica e mi mostrano le sicurezze di quel bidone ammaccato col ventilatore in testa. Il sergente Tizio, fiatando fogne, m’indica ‘na leva col pomello rosa (era rosso, ai tempi di Annibale) chiosando: “in caso di emergenza precipitatoria, abbassi la leva e sgómiti alla brutto dio il portellone: esso cascherà di sotto e così quando cascheremo noi ci sarà uno spazio per uscire pezzo a pezzo. Tutto chiaro?”
Chiaro ‘na fava; mi è chiaro solo che potremmo cascare, adesso. Ma faccio mostra d’aver inteso e m’intrùglio nell’abitacolo, che è proprio come il sedile posteriore della Cinquecento che aveva mia madre un tempo; c’è giusto lo spazio per dimagrire rapidamente.
S’accende il frullino; uno scuotimento della madonna con prole avvisa che lo sventaglio s’è mosso; si spolvera il piazzale, che ne aveva bisogno. L’ovulo con coda vibra e cigola che par si spacchi da tutte le parti, s’inclina, oscilla e sbatacchia, poi strattona come gli avessero dato un calcio in panza, e siamo su.
Oéh, saliamo davvero. Noi siamo “l’elicottero di sanità”, e il sanitario sono me. Il mio superiore Tenente medico Soncazzo manco s’è fatto vedere, quel giorno; sa la minchia dove sia. L’unica forza medica delle operazioni so’ io, la tutela della vita di tutte quegli stronzi è affidata ad io che risiedo ora sul trabiccolo scosso da chissà quali incurie millenarie. Traverso l’appannaggio dei finestrini scaracchiati, vedo laggiù il Generale causa di tutto ‘sto casino; era là a discutere co’ najoni annoiati, esponendo sua faccia da D’Artagnan; noto perfino da lì l’addobbo che gli inalberava il cappello da tirolese, grazie al quale era soprannomàto “Pennadipollo”. Faceva l’alpino, capìte, faceva. E se ne vantava pure.
Saliamo fino a Marte, perché essendo noi la tutela dei combattenti, dobbiamo guardare alla panoramica se mica si facessero male, cosa che mi sembra un tantino illogica: se non volete farvi male non andate in guerra, no? Se invece ci andate, cosa volete possa farvi, una volta siate stati scannonati, uno studente in medicina al terzo anno corredato di zaino contenente quattro cerotti e alcuni giornali porno? Siamo seri.
Già: siamo seri; ma se siamo sotto naja, raga. E allora andiamo, andiamo su, che meno vediamo e più prima dimentichiamo.
Sguardo a destra e manca e mi chiacchiero nell’interfono: “quella laggiù non è Calcestruzzo di Sotto?” – chiedo ai piloti; non ricevo risposta, essi continuano a ridacchiare parlottandosi addosso; batto sul microfono: “pronto, pronto! Voi due, lì, mi sentite?” – niente; sa la madonna, penso, e mi ascolto in solitaria il casino da centrifuga a stantuffo che il trabiccolo esprime con aggiunto bordone di fischio cavatìmpani.

E mentre son lì che registro e protocollo lo sperpero di denaro pubblico che stiamo effettuando tutti lì quel bel giorno riuniti…
Improvvisamente…
…Cadiamo!
Ma stiamo cadendo, cadiamo, precipitiamo! Le cinghie di sicurezza mi premono le spalle, sono sollevato dal sedile, l’elicottero soffia come una serpe e va giù alla sasso jettato; “che succede, che succede!” – grido nell’interfono, ma nessuno risponde; i due piloti si stanno arrabattando a far non so che; cadiamo, cadiamo, e allora, il portellone, la leva, buttarlo giù, uscire da lì, la leva, la leva!
Afferro la leva, abbasso; ingrippata da secoli essa resiste, poi si muove, scende, non so se è scesa tutta, sballottato dalla caduta colpisco il portellone come dovessi buttare giù il mondo, rimbomba, trema, ma non cade, non cade! È tardi, è tardi, mentre vedo le cime degli alberi saettarci vicine…
Improvvisamente, voliamo.
Voliamo; stiamo risalendo, il bidone ha ripreso il suo frastuono sano con un omen di scassatura; trema come all’esordio, cioè tutto bene, s’è arripigliato. Che cazzo sarà successo.

Si atterra, con quella tecnica come quando si posa il ferro da stiro, e lì scopro cosa fosse successo:
I due imbecilli, i piloti sergenti, avevano fatto la manovra della “autorotazione” che consiste nel variare il “passo”, ossia l’angolazione dell’elica in modo che non prenda più l’aria e non traini il mezzo. Di conseguenza, il mezzo diventa come un aereo che perda le ali: semplicemente, casca. È, questa, l’unica manovra di salvataggio per un elicottero a cui si fermi il motore. Come tutte le manovre estreme, però, va annunciata: “eseguiamo manovra di autorotazione, pronti…” – e a me non avevano annunciato una cippa. O almeno, i bischeri ridanciani giuravano di averlo fatto, ma, guardacaso, il mio interfono non funzionava.

Quando scesi da quel bidone malefico, trovai il Tenente Fitiente ad aspettarmi, col suo sorriso di scherno perenne:
“Allora, Ìnternet: si è divertito lassù? Ha visto che bella esperienza le abbiamo fatto fare?…”

C’erano molte armi lì, quel giorno, ma nessuna col colpo in canna. Così quel bastardo è sopravvissuto.

Ma mai dire mai. Mai.