Scolastica


“Altrimenti andiamo dal preside!” – mi disse una volta l’insegnante di… di… e chi se lo ricorda più. Era esasperata perché non ascoltavo un tubo, conturbato forse dalla sinuosa Elena, o sogghignante coll’Antonio, ma credo più probabile causa, l’Elena; mi voltai improvvisamente a guardarla e “andiamo” – dissi, e la precedetti sortendo di classe con una risposta così pronta che stupì anche me. Mi ero messo in una bella situazione ed ora dovevo tenere botta; falcavo i corridoi con l’insegnante che mi trottava arréto faticando, e intanto cercavo di immaginarmi questa figura misteriosa: il preside, che poi era una donna; una donna preside! Come te le figuri, quando sei un ragazzino in fregola, le morbide curve d’una donna applicate a quel che dev’essere una mummia rancorosa? Come si concilia Maga Maghella (Raffaella Carrà ai tempi del Tuca-Tuca) con una zia vecchia e zitella che ancora parla di quel pilota di biplano che non poté sposare perch’egli affondò da eroe nel Mar Caspio durante la prima guerra punica?
Andavo con spavaldo timore verso l’ufficio di presidenza dove stava annidata la preside, come il mostro di Alien nel suo mondo di secche bave.
Entrammo, io per primo, nella stanza che mi parve a prima vista, soprattutto spoglia. M’immaginavo, si vede, un mondo rococò che potesse incorniciare una specie di segaligna vecchia dama di compagnia, ma lì non c’era manco un mappamondo in legno stinto, nemmeno una sfera armillare così come vetri corniciati in piombo, né ritratti del Re alle pareti sebbene, per il vero, sotto un timido crecefisso sghembo stesse incorniciata la faccia di un Papa dall’espressione perplessa, un Papa che poi morì come muoiono i Papi generandone un altro per partenogenesi. Ma era l’unica variante, questo Papa appeso, rispetto alle pareti bicolori della nostra aula che ospitava sì lo stesso macabro crocefisso ad arrossare il muro, ma ove campeggiava pure il Presidente della Repubblica, l’onesto Pertini, con la sua faccia da burbero e buono nonno di tutti, molto più universale dell’omino pendente.
La Preside aveva un’età cinese; indefinibile, cioè. A distanza di tempo, potrei dire che era una quarantenne mascherata per una recita da settantenne, o l’inverso, perché la cotonatura di una chioma folta era pregressa ad una età avanzata così come lo era la gonna sopra il ginocchio e, d’altra parte, le rughe ed il portamento mostravano la morsa di un tempo passante forse a gran velocità.
Spaventato quindi da quel confronto, preoccupato per la pagella, volendo scansare una sospensione con relativo votaccio di condotta, prevenni un esito infausto per mezzo di una tecnica di guerra: sparare per primo e dall’alto; attaccai, insomma, presi io le mosse, ed autoritariamente, trasformandomi in Preside davanti alla Preside. Zelig era sì di là da venire, ma io no.
Già ero entrato di volata, spalancando la porta con un rustico “permesso” senza attese di risposta, ed ora, in piedi davanti alla donna seduta alla scrivania, così dominandola in altezza, peroravo come l’avvocato d’un film a dieci minuti dalla conclusione. Accusai la docente di avermi portato lì invece che impiegare la sua ora per spiegare la materia, cosa che evidentemente – e non era la prima volta che lo si notava – non aveva voglia di fare, preferendo, per questioni evidentemente sue personali, aggredire gli allievi con le motivazioni più fantasione; cosa avevo dunque fatto? Avevo picchiato qualcuno? Impedito a lei di parlare? (ella cercò di replicare, ma le imposi il silenzio con un gesto) – provocato danni agli arredi? Io ero a scuola non certo per delle gite immotivate nei locali di presidenza, ma per seguire lezioni tecniche comunicate da un didatta preparato alla bisogna e dunque, se l’insegnante non era in grado di coinvolgere l’uditorio dopo due ore di matematica ed aveva necessità di trovare, così, sfogo a pensieri che nulla avevano in comune con la didattica, lo rendesse chiaro a tutti, sì che non avremmo perso tempo e denaro in una scuola malfunzionante, cambiando istituto. Aggiunsi che i compagni m’eran buoni testimoni per ciò che avevo detto e mostrai tutta l’impazienza di chiudere alla svelta la questione, come avessi altrove mille cose da fare di somma importanza; imparare materie, era ovvio, feci capire. E la guardai in un accigliato silenzio sospeso.

La vecchia-non troppo restò un poco interdetta: le avevo rubato la parte; su questo, contavo. Mi guardò incerta e balbettò qualcosa, ma io la tecnica di guerra la conoscevo troppo bene: una pausa deve avere l’effetto di un colpo d’interdizione: il nemico, mirando sua ferita ne subisce il fascino, ma non deve avere tempo di comprendere ciò che gli è accaduto: a metà di quel tempo che precede sua reazione va colpito di nuovo, duramente e diversamente. Da agitato che ero mi feci composto e serio, parlai in tono grave, quasi gorgogliante, una nota dolente nella voce, come un padre: “Lo sa cosa è successo ieri?…”
La donna alla scrivania quasi impallidì, voltò un colpo di sguardo all’insegnante dietro me, che aveva ancora nemmeno fiatato, poi sgranò gli occhi nei miei e percepii la flessione spaventata del suo tono a metà frase: “cosa è successo?” – incauta. La fissai come un genitore deluso, senza parlare; io non avevo la minima idea di cosa fosse successo; voglio dire: di cosa mai avrei potuto inventarmi potesse essere successo, e mi ci voleva qualche secondo per trovare una idea gestibile, ma non mi veniva in mente niente. Esordii appoggiando le nocche di una mano, quasi distrattamente, sulla scrivania: così mostravo confidenza con il suo spazio, depotenziando la sua azione successiva, perché ogni azione di forza si basa su un totale controllo della propria posizione, ma soprattutto sull’occupazione del suolo nemico a scopo di fiaccarne il morale – poi dissi, quasi sussurrando: “signora preside” – (pausa) – “qui io posso raccontarle mille episodi sconvenienti” – (pausa, sguardo, assenso) “ma questo non è il mio ruolo; non sono io a doverle dire se e quanto qualcosa non va, né per colpa di chi” – (da qui, di séguito, senza pause) – “io sono qui per seguire dei corsi ed ho solo poche ore per farlo e lei sa bene quanto il tempo di scuola sia più teorico che reale per molti motivi, come le assenze” – “le assenze?!” – disse la vecchia strana, emergendo di tono come avesse trovato uno scoglio in una corrente; era quello che volevo, perché la tecnica di guerra prevede tu dia una falsa sicurezza al nemico, in modo che si sporga rendendosi bersaglio; lei ovviamente pensava alle assenze degli studenti, e si sporse: – “le assenze. Abbiamo cambiato, lei sa, tre professori, dovendo così riprendere il programma in ben due materie, e accumulando così un mese di ritardo, più o meno. E tra poco termina il trimestre” – terminai in tono severo e fondo. Pausa. La vecchia arrossì e annaspò: – “…eh, purtroppo… sì, quest’anno ci sono stati dei problemi… ma nel prossimo…” – gesticolava come ballasse la pizzica; io, una statua. La fissavo mentre seguitava – “…le cose saranno diverse… andrà meglio… faremo… diremo… gestiremo…”. – “Sì, molto bene” – la interruppi aggrottando le ciglia al suolo, breve pausa, poi sollevai gli occhi: – “ma ora dobbiamo pensare a questo, di anno. In classe” – accennai un gesto – “diciotto persone aspettano di continuare la lezione; Signora Preside, ha ancora qualcosa da dirmi?”.
La indefinibile serrava le mascelle secche, ed anche il mezzobusto con quelle antenne di braccia pareva rigido come quello di un manichino: – “…in questo momento ho da fare; tornate pure in classe e… mi raccomando” – disse così – lo sapeva lei, e lei sapeva che lo sapevo io – per incastrarsi in modo meno sghembo nel ruolo che doveva avere, dietro quella scrivania. Non mi guardò, mimando che quell’imbarazzo fosse alterigia. “Buongiorno” – dissi definitivo, ed uscii a passo finanziario. L’insegnante mia, che fino allora muta mi era stata alle spalle, mi seguì obbediente.
E quando fummo per i corridoi, dopo un poco di falcata manageriale, rallentai il passo e l’affiancai; le mostrai un orologio in parete e dissi, con un sorriso ed un mezzo occhiolino: – “be’, ce la siamo cavata in poco tempo dopotutto, no?…” – suonava come dovessimo essere complici dell’essere scampati entrambi ad una strigliata; lei, ancora stranita, fece un quarto di sorriso attonito che si faceva più sbarazzino man mano io commentavo qualcosa che ora non ricordo, su una parte dell’argomento di lezione che trovavo interessante e bla bla; le parlavo come ad una collega.

E tutto si ricompose. Perché gli animi di noi tutti rispondono alle emozioni, le quali si creano artificialmente con una certa facilità. Ben lo sanno i prestigiatori, i preti, gli psichiatri, i politici e gli stronzi.

CUORE MIO – LA RECITA DI NATALE


Provammo e riprovammo, noi bimbi sfigati del doposcuola, questa benedetta (era Natale) recita. Il piccolo io fece nientemeno che San Giuseppe, quello più sfigato di tutti; la mia Madonna era una bambina dai capelli così rossi che ti scrobbiavano la vista e non doveva dire una parola per tutta la rappresentazione; aveva solo ruolo segnaletico, tipo semaforo; rosso, in questo caso.
Per l’occasione, fummo vestiti di rafia; chi non sapesse cos’è la rafia, sappia comodamente che anch’io non l’ho mai capito; è una sorta di vegetale di plastica che crocchia tipo l’erba secca ma purtroppo non è fumabile. Rafia formava i nostri costumi, le aureole, la greppia, parte delle scene e la mia barba; rafia dappertutto, attaccata con lo scotch.
Alla recita partecipavano tutti i bambini del doposcuola, che erano naturalmente i peggiori elementi della città ed in seguito morirono quasi tutti per cause naturali, considerando naturali, in quegli ambienti, l’accoltellamento, la rapina finita male e l’incaprettamento con sasso in bocca. Certi di costoro erano talmente ripetenti da avere già la barba e, forse, la fidanzata incinta. Ma torniamo a noi.
La recita era stata preparata con tutti i crismi di un vero teatro dell’assurdo ed ho poi capito che lì siamo stati, se non dei precursori, degli inventori paralleli del genere, e dico così perché in quella scuola, come in tutte le scuole del Regno, regnava dominante una assoluta ignoranza di ogni cosa non fosse correlabile ad un luogo comune discorsivo, perciò nessuno poteva conoscere il Teatro dell’Assurdo. Uno psicologo patito delle “libere associazioni” si sarebbe suicidato, interrogando il personale di quella scuola:
– “se io dico ‘teatro’ cosa le viene in mente?”
– “ah, guardi dottore, io adoooro il teatro: pensi che mia sorella…”

Non lo sapevamo, nessuno sapeva un’ostrega di ciò che non fosse contenuto nel programma ministeriale (il diminutivo qui ci sta proprio a pennello), ma l’abbiamo fatto lo stesso; quando manca la cultura e l’intelligenza eppure si centra il risultato si deve parlare di genio, oppure di culo. Mi piace pensare che il nostro fu genio.
E dunque approntammo minuziosamente, e miracolosamente, un villaggio di rafia crollevole mentre i costumi si scollavano di dosso e la mia barba mi ciondolava sui ginocchi quando io pronunciavo con voce di testa: “proviamo ancora anche qui, Maria…” – ciondolando mia moglie per la palestra addobbata a cazzo.
‘Proviamo ancora anche qui’. Ricordo che avevo eccepito quanto la frase suonasse brutta, ma una figura carismatica, detta “l’Ispettore”, che ogni tanto compariva nella scuola (ed un giorno che bigiai mi colse per la strada e mi riportò in galera) disse che andava bene così. Ubi maior, allargai le braccine e stonai come da copione.
Mia moglie, la Madonna in persona a cui parlavo, manco annuiva: niente. Mi seguiva passo passo perdendo rafia a sfilacce mentre, col pubblico in sala, alcuni volenterosi rassestavano le scene crollate. Davanti ad una bambina in borghese (la rafia non era bastata) implorai per l’ultima volta alloggio per me e la mia Signora la quale – come mi aveva raccomandato l’Ispettore, che sapeva parlare ai bambini – dovevo considerare incinta. La bambina in borghese lesse dal copione che teneva in mano (era stata aggiunta all’ultimo momento perché l’attrice delegata aveva avuto una crisi di buongusto dandoci forfait) e rispose: “fuori dai maroni, pezzenti” – o qualcosa del genere. Riparammo nella capannuccia, di rafia, va senza dire.
Non facemmo in tempo ad inginocchiarci che mia moglie, fino a quel momento del tutto inerte, scattò rapida come la folgore di Dio ed estrasse da sé un bambolotto, un bambolotto vero, cioè giocattolo, che evidentemente celava sotto le vesti sacre, poi gli sollevò l’indumento che portava e si mise di piglio a dargli la carica, croc croc.
Vi giuro che non lo sapevo ed a momenti mi piglia un colpo: avevo assistito al parto, ed ero ancora un bambino! Il bambolotto finì spanzato nella greppia (non vi dico il materiale di cui era composta) e subito cominciò ad agitarsi ed a fare un tale casino di strilli registrati che le seguenti battute della recita dovettero venir urlate come fossimo improvvisamente impazziti. Attorno alla greppia stavano un minuscolo bue, delle dimensioni di una mano, ed un animale stranissimo che poteva ricordare uno degli “amici di Gioele” (chi sa, sa, chi non sa, impari) ed era qualcosa di simile ad un cane con due ali in testa, un poco focomelico e tutto storto, con qualcosa del canguro e qualcosa del nandù. Era però grosso come uno dei ripetenti della scuola, e faceva anche più paura. Entrambi questi esseri erano stati realizzati in creta, vera creta scolastica, e riportavano le impronte digitali di tutto l’istituto che sarebbero così state tramandate ai posteri per l’eternità.
Le battute di Maria la Muta e Giuseppe Mezzabarba erano finite; per circa un’ora ce ne stemmo inginocchiati e zitti a ricevere una vera e propria infilata di devoti che partivano da fondo sala ed arrivavano, dopo qualche sosta, a portarci i doni dovuti.
Queste soste erano necessarie; portate voi, a sette-otto anni (o a venticinque, per qualcuno) degli agnelli di creta a dimensioni maggiorate; agnelli di quaranta chili, sorretti da cinque, sei bambini aiutati da qualche insegnante venivano disposti davanti a noi. Avevano le forme più bizzarre: alcuni tenevano la testa girata in modo che voleva esser vezzoso, ma la torsione era eccessiva e l’agnello pareva così esser appena stato calato da una forca; altri erano in piedi, così piantati (gli avevano allargato le zampe perché la statua si sorreggesse almeno il tempo della recita) da apparire minacciosi, poi ce n’erano di sbracati in terra che sembravan morti; tanto furono numerosi che la Sacra Famiglia che eravamo ne venne occultata ed il pubblico sporgeva le teste ora qua ora là per recepire, oltre il vagito che si sentiva fin fuori in strada, anche un qualche pezzo corporeo della bambola redentrice. La Madonna faceva a turno con il suo Gesù meccanico: quando questo gridava e si agitava, Maria restava immobile come una sfinge di creta, ma non appena il nostro bambolotto finalmente taceva un po’ e rimaneva catatonico, Ella scattava alla ricarica, inesorabile come il destino.
Ricordo che mi venne la febbre, sudavo ed il sudore mi scollò la barba; rimasi Giuseppe rasato; per quanto tentassi di riappiccicarmela con varie mosse, il miracolo non mi riuscì. In più, l’aureola con l’anima di cartone mi stava segando la fronte e me la misi sulle ventitré, con qualche sollievo. E poi, i ginocchi: la rafia sotto non si può dire che ammortizzasse e pareva di esser lì da duemila anni aggranchiati sulle mattonelle, ragion per cui tentavamo di scaricare un po’ il peso su un lato e poi sull’altro, col risultato di mostrare a tutti i fedeli una epifania oscillante ad intermittenza e sempre inclinata. I fedeli arrivavano, arrivavano e non finivano mai; Gesù gridava sempre lo stesso pianto e nel delirio della febbre pensai che forse nessuno mi avrebbe visto se gli davo un pestone inceppante, ma giungevano i Re Magi, e bisognava prendere l’oro (carta dorata) l’incenso (carta argentata, chissà perché) e la mirra che, visto nessuno sapeva cosa fosse, era una scatola di cartone con dei ghirigori e morta lì.
La stella cometa che ci aveva sovrastato per i primi dieci minuti era finita dietro le scene; era una bella stella, tutta sberlusciosa di carte varie, ma aveva ceduto, e pure il villaggio tutto, così come Giuseppe, non si sentiva tanto bene. Ricordo quanto le luci mi dessero dolore, ma rimasi, conscio del mio ruolo, a guardia della greppia, terzo dopo il bue e lo strano animale. Maria, granitica, dava la carica a Gesù e riusciva a non rompere mai quella maledetta molla; la sua chioma fosforescente sostituiva alla grande la cometa; la bambola d’inferno cigolava mille decibel di tortura, le scene crollavano a tratti come sotto il terremoto, bimbi con le vesti lacere seguitavano ad abbandonare davanti a noi esseri inauditi, rigidi e spaventosi; il pavimento sembrava rimbalzarci sui ginocchi; guardai mia moglie che fissava avanti a sé senza veder nulla: ella non si voltò verso di me con tenerezza, né mai mi considerò un istante; eppure ero suo marito, tenevo le corna per via d’un Gabriele e pure la febbre.
Fummo insomma visitati tutti dallo spirito del Teatro, quello che, attraverso l’assurdo, indaga la realtà e la restituisce ancora più incomprensibile.

Infatti, Giuseppe, quell’altro me, ma chi l’ha visto più se non a teatro.

Dàgli agl’untòri


pilota scie scie

 

Grazie alla mia abilità investigativa seconda solo alla mia superbia, sono in grado di identificare per voi i responsabili delle scie chimiche apparse in questa giornata tossica di un mefitico inverno. Vedete la terribilità… terribilezza… la terribilitudine dell’immagine dove appaiono una gran massa di chimica sullo sfondo e ben quattro sciatori chimici in piena azione; ebbene: questi quattro fetenti hanno ora un volto e delle generalità che vi presento spingendovi al linciaggio catartico. Preghiamo.

 

 

  pilota sergio   Guido Malamente – vive a Forlìnpopoli in Via Rebecca di Castagno 666, interno 666. Sposato con Messalina Taidé, ha tre figli minorenni, bulli e col sei in condotta. Ex pilota acrobatico delle Frecce Tricolori, subì la Corte Marziale per tutti i reati possibili (da “abigeato” a “truffa”) e venne perciò degradato passando alle Frecce Bicolori. E’ un pericoloso moderato e porta calzini di colore diverso per il gusto sadico di disgustare i viaggiatori in metropolitana.

 

pilota io    Olivier Le Brüt – originario di un villaggio della Linguadoca dove per le sue inclinazioni veniva soprannominato “le loup du Gévaudan”, non risulta avere fissa dimora perché la sua malignità lo porta continuamente in volo ad avvelenare il mondo. Sotto l’uniforme e la biancheria è nudo (come tutti – direte – sì, ma lui lo è perfidamente) ed ha tatuati sul corpo numerosi insulti contro il buonsenso. Dal giorno che in aereoporto la sua valigia fu notata gocciolare sangue infantile, è voce comune nell’ambiente aviatorio che il Comandante Le Brüt sia anche un poco cannibale, ma abbia problemi alla dentatura.

 

pilota barza   Walter Closet – risiede a Chesterborough in Avenue Montparnasse 666 (stesso numero civico di Guido Malamente, vedete? Tout se tient) interno 666, naturalmente. Dopo la militanza nei Tercios e la misteriosa scomparsa del suo plotone di cui furono rinvenute solo fibbie masticate, Walter Closet passò alla scuola di volo dove conseguì in sequenza i diplomi di crudele mitragliere di coda, maligno addetto alla bomba e brutale esperto di contromisure elettroniche illecite. Divenne Comandante durante un volo memorabile nel quale uccise i piloti con un libro di Baricco e li gettò dall’aereo sulla piazza di una festa paesana (il libro, neppure lui ebbe il coraggio di gettarlo su un paese e lo divorò per il gusto perverso di farne cacca); essendo l’unico rimasto a saper pilotare dovettero farlo comandante per forza sennò si cascava tutti. Quando non è in volo si diverte a bruciare in auto gli stop, arrotando le vecchiette sulle strisce pedonali.

 

pilota marcelòp   Otto Hitler – “Otto” non è il suo nome, ma una cifra approssimativa di moltiplicazione che, per maggior realismo, gli hanno riportato sui documenti. Il Comandante Hitler non odia solo gli ebrei, ma anche gli inguscezi. E’ noto per la sua abitudine di commentare i voli con frasi quali “sapete quanti incidenti aerei ha avuto la compagnia, questo anno? Nessuno. Dunque toccatevi, perché probabilisticamente, questa è la volta buona” e per i molteplici finti atterraggi a cui fa seguire una riattaccata del motore che riporta più volte l’aereo ad undicimila metri, in salita a candela. E’ sposato con una hostess della Slesia di nome Eva Hure. Hitler è molto cattivo e vuole distruggere il mondo, poi la Luna e via via così il Sistema Solare, la Galassia e l’Universo. Ecco perché spruzza le scie chimiche.

Scopri la differenza


Gentili Signore, seguitemi, ve ne prego.

Voi dovete recarvi ad un importante appuntamento di lavoro; poiché le vie della città sono intasate di traffico, decidete di prendere la metropolitana.

Mentre siete in piedi tra tanti altri viaggiatori, vi sentite urtare leggermente; càpita, nella calca – pensate – senonché il contatto si ripete ad intervalli sempre inferiori e ad un certo momento avvertite chiaramente che qualcuno vi sta toccando in modo intenzionale: avete sul vostro corpo le mani di un estraneo.
Avvampate di rabbia incredula, di intollerabile fastidio, e di scandalo: vi voltate immediatamente – “ma cosa fa, come si permette!?!” gridate all’uomo dietro di voi; quello arretra di un passo, bofonchia qualcosa come “ma cosa vuole da me… chi le ha fatto niente…” – voi non volete soprassedere, incalzate l’uomo – “lei è un maiale! Non si vergogna?! Lei mi fa schifo! E’ un disgraziato, ma come…?!” – vorreste picchiarlo; vi sentite umiliate, disprezzate, usate; vi viene da piangere;  gli altri viaggiatori guardano la scena senza intervenire, ma uno di essi si avvicina: “sono testimone: quest’uomo molestava la signora; è inqualificabile” – e, rivolto all’uomo che ciondola ad un passo dice con voce dura: “lei non si muova: ora chiamo la polizia ferroviaria”.
La polizia ferroviaria arriva, entra nel vagone, fa domande; voi raccontate il fatto, avete un testimone. Vi convocano al comando e fate regolare denuncia. Grazie al testimone, il vostro molestatore viene messo in fermo con l’accusa di violenza privata ed atti di libidine: reati contro la persona, accuse molto gravi.

Ringraziate il signore che vi ha accompagnato scusandovi per il tempo che vi ha dovuto dedicare (vi ricordate che durante la sosta nella stazione di polizia aveva guardato per una volta fugacemente l’orologio); gli tendete la mano e lui ve la solleva delicatamente, senza stringerla; con pacatezza ed eleganza vi conforta dicendo “è stato tempo speso ottimamente; spero possa dimenticare presto questa disavventura” – poi vi sorride e, con un piccolo inchino del capo si accomiata da voi augurandovi che la vostra giornata prosegua in modo felice. Lo guardate andare via pensando che quello è un altro genere di uomo rispetto al vostro molestatore; voi siete una donna bella, molto corteggiata, ma pur percependo la galanteria del vostro testimone, non avete notato verso di voi ammiccamenti, sottintesi o sguardi intrusivi. Quel bel signore elegante è un gentiluomo. Che ora se ne va. Anche per voi è ora di andare.

Siete nel luogo dell’appuntamento – “…e meno male!…” – dice il regista vedendovi arrivare; farfugliate cercando di raccontargli l’accaduto, ma non vi ascolta – “dài, finiamo questa scena e poi giriamo quella con Gloria, che finalmente ci ha fatto l’onore” – sul set c’è un via vai di stuntmen e truccatori – “azione! Forza voi due” – comanda il regista; i due uomini in scena iniziano a picchiarsi duramente – “stoop, trucco!” – urla il regista. Truccatori entrano sul set e impiastricciano gli attori di finto sangue; – “azione! Dài, la bottiglia!” – l’attore afferra una bottiglia rompendola sul viso del compagno; è di una plastica speciale inoffensiva, che pare vetro – “trucco!” si applicano le gelatine che simulano tagli profondi, e la scena riprende; uno stuntman sostituisce l’attore cadendo di schiena su una balaustra e volando poi qualche metro più sotto, su un materasso – “stoop! Va bene, questa la vediamo al montaggio, non mi convince” – dice il regista mollemente – “prepararsi per la cinque! Luci; chiamatemi il Guido”.
“Dottore, allora noi andiamo” – dicono gli stuntmen ed i truccatori “sì, voi potete andare; qui domani alle nove. Puntuali: non come qualcuno, eh” – poi il regista si volta verso di voi, vi guarda per qualche istante, sorride col suo modo beffardo e: “Allora, Gloria: pronta?”
Tocca a voi. La vostra scena segue quella della rissa, gli uomini si picchiavano per voi: nel film, uno dei due vi salvava da uno stupro (lo stupro lo girerete in seguito: le riprese si fanno così, e poi fa tutto il montaggio) poi con lui facevate l’amore appassionatamente; dovete esprimere realismo, si tratta di un thriller romantico. “Dài co’ ‘ste luci; Guido, sei in forma? Mi sembri un po’ assente” – Guido si acciglia: “sto benissimo” e raccoglie qualcosa da terra. “Lo vedremo subito. Allora, ragazzi, voglio vedere trasporto, eh? Siete innamorati, vi desiderate come bestie in calore, questo è il momento in cui scoppia la passione, chiaro? Spettinatemi un po’ il Guido, che pare uscito dal salone di bellezza; amore brutale, fame, fame: siete bestie. Fate l’amore come si fa l’amore, anzi: come si scopa. Dài, luci”.

Questo racconto continua prossimamente. Non è un semplice racconto: è una considerazione.

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 2

Proseguiamo la disamina dal precedente raccontello: approfondiamo:

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Per le scene d’”amore” (sesso), nei film – curiosamente – non si fa uso di trucchi. Dico “curiosamente”, perché nel cinema tutto è finto: le scenografie, le suppellettili, gli effetti, le luci, gli spari, le coltellate, i pugni e perfino le sberle: anche le sberle sono finte. Ma il sesso, no. Voi, quel tizio lì, il Guido, che avete visto di sfuggita poco prima, dovete baciarlo davvero, e vi spoglierà, vi toccherà in tutto il corpo, e dovrete mostrare di esserne entusiasta. Sarete nudi, entrambi, completamente. Sì, è vero: avrete, voi e lui, una specie di perizoma minimo per evitare che, nel momento in cui Guido vi spalancherà le gambe mimando tra esse un amplesso furioso, viviate la scena nella sua completezza. Ma farete sesso, ragazze, altroché se lo farete; perdìo se lo farete. Lo farete.

Come mai, nel cinema, solo il sesso è praticato davvero, senza trucco?

Una attrice mi ha detto: “ma non c’è ‘penetrazione!’”
Ed io mi sono ricordato del Bill. Ve lo ricordate, il Bill? Anche lui aveva detto così: “non c’è stata ‘penetrazione’, dunque non abbiamo fatto sesso!” ed il Congresso, sordo alla teoria, lo aveva smutandato, lui, il Presidente, per osservare se la testimonianza della ragazza (che cacchio avrà testimoniato? Forma, dimensione, colore, grinze, tatuaggi, voglie, nei, curvatura, disposizione vene, nome ed indirizzo?) corrispondendo all’apparato dell’uomo più potente (in senso politico, tranquilli) del mondo, era veritiera. E poi la ragazza aveva portato alle analisi il proprio vestito di quel giorno, omaggiato da una estensione del Presidente verso il mondo, perché quella macchia era una prova; di che? Di sesso. O bella. E poi lo avevano accusato di adulterio, quel povero salamone (che ci faceva tenerezza, ci faceva, in quel momento lì) e la moglie sua stringeva le zanne davanti alle telecamere con occhi rossi di rabbioso disonore, e la Nazione, incredula, stigmatizzava tutta insieme unita, il comportamento del suo simbolo umano in quella occasione.

Eppure, il Bill non mentiva: non c’era stata ‘penetrazione’, s’era trattato poco più che d’una pomiciata; roba cinematografica, o quasi. Ha passato i guai suoi, il Bill, per quella pomiciata: un adultone, adulterista, adulterato, come cazzo si dice: un cornificatore, insomma, della moglie e della fiducia di tutta la Nazione nella sua paterna, bianca, compostezza. Il suo peccato era l’aver fatto sesso con quella guagliona, perché – si disse in tutto il mondo non rincoglionito – è evidente che il sesso non sia solo “penetrazione”, porca la miseria.

Ma cos’è il sesso? Come bisogna intenderlo, socialmente parlando?

Ne parliamo nella terza puntata.

 

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 3

Dàghela con la chiosa del raccontiello:

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Socialmente, il sesso è vissuto come “piacere” indipendente dalla procreazione. E allora cos’è il “piacere”?

Pensiamo quali sono le cose che più ci danno piacere; sfamarci, dissetarci, evacuare, e il sesso; ve ne sono delle altre come relazionarci con gli altri, muoverci, rintanarci, possedere cose, e via avanti, ma la tetrade del massimo piacere è quella là. Guarda caso, le azioni della tetrade sono quelle che più di altre consentono il mantenimento della vita, personale e futura.

Il piacere è dunque… una moneta, un pagamento, un compenso, che la natura offre in cambio del compito di sopravvivere; la natura terrestre attrae al compito per mezzo di una ricompensa in “piacere”. La natura è seduttiva.

E questo è anche il motivo per il quale il piacere femminile e quello maschile sono tanto diversi; il corpo femminile è assai più erogeno di quello maschile e, se vi ricordate, è teneramente comico pensare alle prime esperienze sessuali, quando le ragazzine s’interstardiscono nel tentativo di dare piacere al compagno accarezzandogli il petto, baciandogli il collo e stimolandogli l’ombelico; tutta roba che ad un maschio fa nessun effetto. Ma ad una donna sì. Come mai? Facile: è il pagamento in piacere per il suo compito di allattare e tenere presso sé il bambino che genera; ad una donna, il contatto col bimbo (e, traslato e generalizzato, il contatto in generale) provoca un piacere che al maschio è sconosciuto; ma la natura non prevede che il maschio allatti e trasporti un infante, perciò risparmia sul dono: lì non serve.

E capite da questo come la religione sia una malattia della psiche, perché, ipotizzando un Dio, proprio il piacere dovrebbe essere inteso quale il suo più chiaro segno d’amore. E’ come Dio (per chi ci crede) dicesse: “figlio mio, io voglio che tu viva e sia felice, e per farti vivere felice ti fornisco tanta più gioia per quanto più tu t’impegnerai a mantenere la vita”. (I preti, vedete, oltre che studiare niente, neppure sanno ragionare un tantino. Siate laici).

Vi sono dunque degli automatismi causa-effetto, con un senso ben evidente, ai quali siamo soggetti in modo naturale: alcune azioni generano piacere perché è questo il modo in cui siamo costruiti.
Lo sappiamo tanto bene (pure quando diciamo stronzate da preti anche se non lo siamo, e cioè quando neghiamo le evidenze per seguire le mode) che abbiamo regolamentato gran parte della vita sociale proprio seguendo questa chiarissima evidenza.

Cos’è infatti l’istituto del matrimonio, con le sue mille gabbie di doveri, se non l’assicurazione che i componenti della coppia evitino conflitti sociali? Se la natura spinge al compito attraverso la seduzione, noi ci obblighiamo con la coercizione, ma l’obbiettivo è il medesimo: non facciamo casino.

E’ ovvio infatti che io, un maschio, sia spinto dalla natura a procreare in ogni dove mi riesca, ma è altrettanto ovvio che facendo questo, io mi pongo in conflitto con gli altri maschi e, per limitare i conflitti, il mio temperamento deve essere contenuto da regole aggiunte. Tutti gli animali sociali le hanno.

Dunque, ammettiamo che in vacanza con amici si giochi sulla spiaggia; siamo tutti amici, maschi e femmine, ognuno ha la femmina “sua”, siamo allegri e privi di conflitti tra noi. Eppure, il mio comportamento con i maschi del gruppo sarà diverso da quello che avrò verso le femmine dello stesso gruppo. Se Mario e Maria sono una coppia di amici, io e Mario faremo allegramente la lotta avvinghiandoci e buttandoci in acqua, ma non farò lo stesso con Maria. Se lo facessi, ed allo stesso modo, Mario avvertirebbe l’inopportunità di un tale atteggiamento e ne proverebbe un intollerabile, pungente fastidio. Anche io e Maria saremmo imbarazzati, ed avremmo somma cautela nell’evitare che le nostre mani si posino su alcune parti del corpo. Eppure siamo amici, non c’è alcun interesse sessuale, che ci sarebbe di male se io, nell’afferrare Maria per gioco, le mettessi casualmente le mani sul seno?

Non si può, non si può fare. Perché? Per via di quegli automatismi. Ne è limpidamente evidente l’importanza monumentale.

E quindi… alla prossima puntata (ahò: mica faccio solo questo!)

 

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SCOPRI LA DIFFERENZA – 4

(Stavolta la allungo, però poi basta perché non vorrei farla lunga)

Ricapitolando, il nostro personaggio, arbitrariamente chiamato “Gloria” è una donna che viene molestata sul tram (o quel che l’è) e blinda il porcaccione portandolo in questura per una giusta condanna. Nel prosieguo, scopriamo che Gloria è una attrice la quale nel giorno stesso gira una scena di sesso per un thriller romantico, con un attore a lei sconosciuto. Sappiamo tutti come nel cinema sia tutto finto, tranne il sesso, che è vero, ed incuriositi da questi due (quello della 1- denuncia per una ignota mano malandrina sul sedere e la liceità di un petting spinto con ignoti solo perché qualcuno ne registra lo svolgimento e 2- sulla mancanza di trucco nel cinema, solo per il sesso) strani contrasti, ce ne chiediamo il perché.

Cercandone ragione, indaghiamo sulla visione sociale dell’uso sessuale del corpo, ma non ne veniamo a capo: si direbbe che fuori dal cinema la inviolabilità del corpo altrui, dal punto di vista sessuale, rimanga assoluta e non ci siano zone franche nelle quali di esso si possa fare liberamente uso. Ovviamente al di fuori dei consueti rapporti generati da desiderio consensuale. Non esiste scherzo amicale che possa consentirsi anche una semplice pacca sul sedere: non si fa e basta, almeno ad una donna da parte di un uomo.
Una donna, invece, può permetterselo, ed abbiamo visto il perché: perché la sensibilità erotica del corpo femminile è mappamente più estesa ed è molto, molto più intensa di quella dell’uomo, ragion per cui il divieto acquista il senso (non espresso, ma evidente) di:
“a te non riconosco il diritto di provocarmi sensazioni di piacere e dunque ogni tuo contatto che provocherà in me automaticamente (è la fisiologia) una sensazione, la trasformerà mentalmente in intollerabile fastidio”.
Poiché un uomo sente niente, a lui una pacca sul sedere la si può anche dare, non avendo significato sessuale.
Sono gli automatismi, siamo attenti a questo. Solo a questo?

No, dobbiamo aggiungere qualcosa: il sesso è legato alla generazione e così la natura ha predisposto una difesa agguerrita dei rapporti di coppia creando la gelosia, che è l’espressione violenta del valore naturale dell’unione uomo-donna. Poiché i contatti sono forieri di possibile piacere, “chi tocca la mia donna sta insidiando l’intera struttura che ho edificato”; le donne altrui, allora, si toccano MAI; al femminile, è uguale.
Diligentemente, in ossequio al dettato naturale, la società ha predisposto una legislazione a riguardo, con una determinazione, puntigliosità e pressione tali da mostrare più che chiaramente quanto il problema sia grande e reale.

Dunque, il contatto fisico uomo-donna è formato da enormi questioni collegate alla stabilità sociale ed all’equilibrio della vita stessa; al pari della necessità di bere il potabile, mangiare l’edibile ed evacuare senza emorroidi o renella, la regolamentazione nell’uso sessuale del corpo è dato indispensabile per una esistenza equilibrata.

Come fa il cinema a non rendersene conto?
E come si fa a non rendersene conto, andando al cinema? Ma pensiamo alla vita, di tanto in tanto, o stiamo a sentire solo il poeta analfabeta culturale che ciancia all’attrice “tu ora non sei Gloria, sei la Signora delle Camelie che sta baciando coso lì”?
Non sei Gloria? Ma certo che è Gloria: solo i bambini – razza d’imbecille – credono di essere veramente Ringo, quando giocano. Quella è Gloria, e quello è il suo corpo; poeta del mio sottopancia, ma se ti regalo un libro che fai: mi chiedi come si accende? Ce la fai a ragionare almeno per dieci centimetri? (mi sto incazzando, non tollero l’irragionevolezza)
Quella è Gloria, e quello che fa o fanno al suo corpo, lo fanno a lei. E questo la cambierà, perché il corpo registra ogni cosa, e non potrà più avere una vita comune perché nella vita comune sortir di casa e andare a pomiciare con uno sconosciuto si chiama tradimento del coniuge, e gli avvocati hanno perfino creato la categoria dei “divorzisti”, proprio sulle pomiciate extratinello.
Quale stracazzo di pensiero insufficiente, coglione d’un poeta, delirante incolto immaturo, t’impedisce di far due più due e dire:
“Il sesso è una cosa enorme, la primaria importanza equilibrante della nostra vita; e allora, così come io non posso chiedere all’attore di farsi spaccare la faccia per davvero ed userò trucchi di scena e pomodoro Star (o altra marca) per dar veritiera impressione di percosse, allo stesso modo ecco il manichino che sostuituirà Gloria nelle scene di sesso; e perdona, Signora Gloria, se la tua identità di donna sarà accostata a questa scena: tutti sapranno che è un trucco e nessuno ti ha in realtà toccata”.

Perché non si fa così? 
Gira e vòtica, spremi e indaga, mumble mumble: arriviamo solo ad una ragione, che ci sta come una donna che ci sta:
Voyeurismo. Il sesso è importante, troppo importante; tanto da generare delle attese fameliche pure per procura. Il sesso da spettatore, per essere coinvolgente, deve essere vero, ed è tanto vero questo che un amico del ramo mi diceva quanto nelle sceneggiature venga raccomandato d’inserirvi il sesso in una data percentuale, allo scòpo (vedete, ho accentato largo per aiutare nella comprensione del testo) di dar spinta d’interesse al film. Se il sesso visibile fosse figlio d’un trucco, pur colla migliore grafica computeristica, il guardone sbadiglierebbe anche davanti ad un capolavoro dell’arte visiva.

E allora tu, Gloria, che giustamente ti sei ribellata ad un uso indebito del tuo corpo da parte di un porcaccione da metropolitana, tu ora giri quella scena del cazzo, e ti farai sbavare in bocca, spogliare e manipolare senza alcuna riserva, mimando pure ‘na gran passione. Ed il tuo compagno (ce l’hai?) ascolterà la demenza comune e guardando il film dirà “ma questa è arte, che cazzo, e quella è mica la mia Gloria: nel film si chiama Teresa!” – meritandosi le corna ramificate che tiene. E pure una pacca sulla nuca.
Ma la tua vita, te ne accorgi, non segue i dettami sociali di ogni epoca e di tutte le specie; lo si vede, come vivete in quell’ambiente: perpetuate nella vita di fuori il disordine di senso del set; hai sovvertito un ordine di necessità naturale in cambio di fantasie inventate: stai seguendo una religione; solo le religioni sono pensieri senza alcuna attinenza col reale. E non credere di fare “arte” (ma ‘cazzo sarà poi: tra “arte”, “cultura” e “amore” non si sa quale sia il termine più abusato, nel senso proprio di violentato): stai facendo commercio; lì c’è un produttore che ci deve guadagnare, e poi tutti gli altri. La tua è roba che si vende; se poi è ben fatta, è buon artigianato. A patto che ti fai maneggiare da uno sconosciuto, e senza far storie,Gloria, su, ché sennò ci toccano le penali.

C’è un’ultima considerazione da fare: sì, Gloria si fa cincischiare davanti alle cineprese (non si dice “telecamere”: è peccato di itànglisc), ma lo “sceglie”, mentre invece il molestatore da tram l’ha toccata senza il suo permesso.
Ebbene, basta questo? Non basta. Perché bastasse il “permesso”, ci si chiede come mai fuori dal cinema non esista possibilità di “permesso” a cose del genere, mai, in nessun caso. Non si va dal fruttivendolo a sentirsi dire “signora, permette? Dato che lei sta toccando le mie mele…”. Chiediamoci piuttosto perché Gloria, lì, sente di dover dare il “permesso”, perché non crede di dover tutelare la sua figura di donna, e l’equilibrio dei suoi affetti che si reggono sul rispetto di regole sociali immutabili per natura. Dovremmo chiederci a quante altre cose potrebbe essere indotta Gloria, solo le si raccontasse qualcosa inventando a caso. A quante cose puoi dar credito, Gloria? Cosa posso farti fare di più?

La coerenza, raga: la coerenza nel pensiero. Roba da adulti.
Perché tutto si può fare, una volta si sappia quello che si sta facendo. Solo non bisogna raccontarsela; si dice: “aiuto il voyeurismo sociale facendo utilizzare a chiunque il mio corpo, lo so. E lo faccio: mi piace così”. Viva la faccia.

Saluto il mio personaggio; mi dispiace: me ne stavo invaghendo. Anche vista la sua disponibilità: io la so raccontare, ed ho una cinepresa.

 

ADDENDUM

A seguito della mia trattazione dei casi di molestie nel mondo dello spettacolo (le quattro puntate di “SCOPRI LA DIFFERENZA”), mi è stato detto ‘verbatim’ che “gli atti sessuali al cinema ed a teatro sono finzione“. Un magistrato, addirittura, interpellato in merito da una persona di mia conoscenza, li ha definiti più tecnicamente, da par suo: “simulazione“.

Ed allora andiamo a definire la “simulazione“.

In una scena d’azione, io – attore – leggo il copione, che riporta:
“il protagonista tenta di colpire l’assassino con un candelabro, ma l’assassino schiva il colpo abbassandosi, quindi afferra il braccio del protagonista e lo piega all’indietro fino a fratturarlo. Primo piano sulla posizione innaturale dell’arto”
Devo firmare il copione e resto per un attimo interdetto: “ma Giulio… ‘sta scena… non sarà pericoloso?” – Giulio mi guarda come fossi un cretino: “Alberto, non dire stronzate: l’arto rotto è finto, no? Nel cambio di inquadratura, quando si sente il ‘cràck’, il Gianni avrà in mano una protesi; ti pare che ti rompiamo un braccio? E’ una simulazione!” – poi mi guarda piegando la testa ed aggiunge: “era da un po’ che non lavoravi, vero?…”

Ecco cos’è la simulazione: io ‘dovrei’ rompermi un braccio, ma ‘in realtà’ non mi rompo un bel nulla e quello che si rompe è un arto finto nella manica della mia camicia.

Ora io – sempre l’attore, col mio bel braccio intonso – ho la scena con Gloria (finalmente!) e leggo sul copione:
“il protagonista si avvicina alla donna da dietro e l’avvinghia passionalmente stringendole i seni; la donna freme di piacere e si volta verso di lui; bacio appassionato tra i due. Primo piano sulle lingue che entrano fra le labbra evocando un amplesso e sulla saliva che bagna le bocche degli attori. Il protagonista infila le mani sotto la veste della donna e gliela toglie. Primo piano sulle mani che scorrono su seni nudi e sui glutei della donna e sulla testa rovesciata di questa negli ansiti del godimento. I due cadono a terra, il protagonista ha i pantaloni abbassati mostrando le terga nerborute, è tra le gambe aperte della donna, la bacia, le sue mani vagano sul corpo di lei; alcuni primi piani sui toccamenti a seni e pube. Si mima l’amplesso”
Io e Gloria dobbiamo firmare il copione, io sono un po’ emozionato: “ma Giulio… ‘sta scena… io conosco Aldo, il marito di Gloria, siamo amici… non sarà fastidiosa?” – Giulio e Gloria mi guardano come fossi un cretino: “Alberto, non dire stronzate: è il cinema, no? Come vuoi che la facciamo, una scena di sesso, coi manichini?”
Io sono confuso: “vabbè, ma abbiamo simulato la frattura del braccio, e qui invece… io cosa gli dico, ad Aldo? Dobbiamo pure andare in cordata insieme, il fine settimana…”
Gloria ride – “ma Alberto, mica scopiamo veramente!…” ed io: “sì, ma per tutto il resto non c’è simulazione?” – il regista, in tono paziente, mi dice: “Albe’: nel cinema la simulazione c’è in due modi: nelle scene pericolose, simulando i danni per davvero, e in quelle di sesso… immaginandola. Insomma, basterà che tu immagini di recitare, immagini che non stai veramente toccando Gloria e che te ne frega niente a te, di Gloria. E se poi avrai una erezione, non ti preoccupare: le riprese ne terranno conto: cancelliamo” – quindi mi guarda piegando la testa e: “era da un po’ che non lavoravi, vero?…”

Ecco. Allora, spettabile Signor Giudice: faccia il suo mestiere schematico e non si avventuri in definizioni che non le competono. Perché il “danno”, di cui lei si occupa professionalmente comporta anche questo: prego, mi segua (facciano attenzione pure la gentile corrispondente verbale e gli oppositori tutti):

Io sono Aldo, il marito di Gloria. Essendo il suo compagno di vita, ho delle prerogative, diciamo pure dei diritti esclusivi su di lei. Quali sono, Signor Giudice, i diritti esclusivi delle coppie? Se non lo sa, se lo faccia dire da un avvocato divorzista. Gloria ne conosce uno; l’ha interpellato in un momento di rabbia quella volta che io mi sono lasciato andare un po’, in una festa, dopo aver bevuto troppo, ed ho baciato una tizia che era lì. Sono un bell’uomo, lo so, ed alle volte mi càpita che qualche donna si faccia avanti; questa cosa irrita Gloria da matti, lei è molto gelosa e non tollera alcun mio contatto con altre donne: mi ha detto apertis verbis che se mi ribécca a fare una cosa del genere, mi rovina. Le ho detto: “tesoro, ero un po’ ubriaco, quella ragazza mi faceva mille moine… ci sono stato, ma era solo un bacetto…” – apriti cielo: si è messa pure a piangere: “solo un bacetto! Ma cosa credi che sia un bacio: il niente?! Ma come ragioni?! Cosa sono io per te se baci le altre?!…” – un casino, non mi ci faccia ripensare.
Ma poi io la vedo farsi baciare con un metro di lingua e toccare dappertutto, da tutti, sul set e, Cristo, Signor Giudice, mi viene una roba qui che non le dico. Gloria dice che quella è “simulazione”, ma che cazzo di simulazione è una cosa vera, Signor Giudice? Io ho una formazione filosofico-scientifica e, porca troia (mi scusi, sa) so che la finzione e la realtà sono antitetiche, non miscibili. Non me ne do ragione.
E così sono finito dallo psicologo.

Buonasera, sono il Dottor Franco, terapista del signor Aldo. Come egli vi ha appena giustamente detto, non possiamo considerare una commistione di realtà e fantasia se non presupponendo in chi la attui un insufficiente esame di realtà, segno sicuro di problemi nella ideazione ed elaborazione razionale degli accadimenti. Certifico che il signor Aldo è mentalmente sano, nel pieno possesso di ogni sua facoltà di giudizio e con ottime capacità di comprensione di argomenti complessi; altrettanto non potrei dire di Lei, Signor Giudice e di coloro che chiamassero “simulazione” un avvenimento che invece si realizza.
Dal punto di vista mio professionale, in qualità di medico e psichiatra, aggiungo che il concetto di “danno” deve considerarsi nella sua integrità: esiste certo il danno fisico, per scongiurare il quale nella scena di frattura dell’arto sono state predisposte le tutele a garanzia dell’incolumità del signor Alberto. E poi esiste il danno mentale, causato da varie circostanze; nel nostro caso, dalla incuria di prerogative della persona quali l’onorabilità, i diritti, il rispetto dei valori. In salvaguardia dell’incolumità della persona contro questo tipo di danno, non sono state prese le garanzie necessarie; per questo ci troviamo qui.
La vista della coniuge impegnata nell’esercizio di atti sessuali realmente eseguiti con altri uomini durante le riprese cinematografiche, e la giustificazione da ella portata che quegli accadimenti “non sono reali”, ha provocato nel mio paziente una grave nevrosi traumatica reattiva, direi assolutamente conseguente, il che è segno di perfetta salute mentale visto che al mancato rispetto delle prerogative di esclusiva di coppia si è aggiunto nel signor Aldo il turbamento dovuto alla evidenza di non ragionevolezza della coniuge e del mondo che ella frequenta.
Il signor Aldo è ora deciso, se pur con una residua sofferenza, a chiedere il divorzio dalla signora Gloria. Non posso che considerare saggia questa scelta del mio paziente, dal momento che è mio assoluto dovere di medico l’impedire che un individuo razionalmente sano venga indotto a convincersi di irrazionalismi.
A voi posso solo dire che io ricevo il martedì ed il giovedì, dalle quattordici alle diciannove. Per l’appuntamento, rivolgetevi all’infermiera prima che la vostra patologia si aggravi tanto da provocare una completa cancellazione della possibilità di esame di realtà anche nei vostri figli, se educati da voi. Cordialmente.

 

(vediamo un po’ se è tanto difficile da capire, no?)

Veneranda al volante


corsia d'emergenza

 

 

La “corsia d’emergenza” è ufficialmente dichiarata luogo “pericoloso”, dunque non è certo uno stato di emergenza a dovervi portare verso di essa, ma anzi proprio l’occuparla vi porrebbe in pericolo e quindi in emergenza. Trovandosi in emergenza, la cosa migliore da fare è allontanarsi il più possibile dalle zone di pericolo, che non farebbero che aggravare la vostra emergenza. Dove andare? Istintivamente parrebbe opportuno spostare il mezzo e gli occupanti sull’altra carreggiata, se non che al bordo di essa scorre un’altra pericolosa corsia d’emergenza, da evitare come la peste. Il luogo più equidistante dalle zone di massimo pericolo comprende, come ognun vede, le due corsie di sorpasso che si fiancheggiano sulle opposte carreggiate. Se dunque vi trovate in una condizione di emergenza, occupate, con il vostro mezzo, indifferentemente una delle due corsie di sorpasso, dove sarete al sicuro. – È una iniziativa “leggendo cartelli viaggiare sbandando”. Pubblicità.