Ascoltando se stessi


Tempo fa,  leggevo un vecchio articolo di Eugenio Scalfari dal titolo: “L’amore e la pietà del figlio dell’uomo”; incuriosito da questo gruppo di parole così originale (in verità volevo solo scoprire qualcosa sul pettegolezzo del figlio di quell’uomo sconosciuto che diceva lui) ho proseguito nel leggere, e diceva così: “La natività di Gesù di Nazareth dispone gli animi all’ascolto di se stessi e degli altri”.
Sono rimasto folgorato, giuro, folgorato. Ma ci pensi? Quando mai a qualcuno era venuto in mente di ascoltare se stesso?! Vabbè gli altri, che comunque anche di quelli ce n’è mai fregato niente, ma “ascoltare se stessi”: che vorrà dire?
Mi son messo a pensare; seguitando con le invenzioni, pensa, si potrebbe pure, che so, “cercare se stessi” o “ri-cercare se stessi” fino a – fantastico: “ri-trovare – se stessi”; eh, che roba matta?
Ormai vado a ruota libera; pensa: “guardare dentro se stessi”; che pensiero filosofico e mistico insieme, se non sei un anatomopatologo degenerato!
Bene; mi sono allora chiesto: ma quanto tempo ho vissuto senza finalmente ascoltare me stesso? Ora è finalmente venuto il momento; mi metto ad ASCOLTARE ME STESSO pure io, finalmente:


Io: – pronto?… pronto?…
Mestesso: – tu-tu-tu-tu…
Io: – ma che è, occupato?
Mestesso: – no, balbuziente. Oh, era ora che ti facessi sentire.
Io: – è Mestesso? parlo finalmente con Mestesso?
Mestesso: – beh, vedi tu, sei solo in casa…
Io: – ma che emozione! Accidenti, non mi ero mai ascoltato così! Chissà cosa ho da dirmi! Ehi Mestesso, cosa mi dici? Sono qui che ti ascolto! Mannaggia, che roba matta! Eh? Che ne dici? Ascolto me stesso finalmente! Anzi, lo ri-ascolto, finalmente! C’eravamo già sentiti?
Mestesso: – ohé, ti consiglio di tappare quella bottiglia, finalmente.
Io: – accipicchia, ma come fai ad essere così calmo? Io sono al sesto cielo!
Mestesso: – al settimo cielo…
Io: – beh adesso non esageriamo.
Mestesso: – be’, è vero.
Io: – … eee… e quindi?
Mestesso: – che cosa?
Io: – beh, non so…
Mestesso: – boh, hai chiamato tu.
Io: – eh già.
Mestesso: – mh.
Io: – mah!…
Mestesso: – eh.
Io: – oohh, signùr signùr signùr!…
Mestesso: – (fischietta)
Io: – ma insomma, non abbiamo già più niente da dirci?
Mestesso: – ma sì: vammi a prendere un caffè.
Io: – insomma! Dopo tutti questi anni! Non ci sentiamo mai, ti vengo a trovare e tu mi dici “vammi a prendere un caffè”? Ma cosa sono, la tua serva? Mi tratti come una cosa! Io sono stufo sai? Anch’io voglio un po’ di considerazione, basta!… (piango)
Mestesso: – su, non fare l’imbecille.
Io: – bello eh? Ci ho del talento. Mica ci avevi creduto?
Mestesso: – su, non fare l’imbecille.
Io: – e va bene, signor sapientone: dì qualcosa tu, sentiamo! Ehi silenzio, che parla il Signor Mestesso, ascoltate tutti attentamente! Non ti distrarre, Mondo, sennò non ti salvi più dalle tenebre! Orsù, prego Maestro!
Mestesso: – su, non fare l’imbecille.
Io: – ma lo sai che sei un po’ stronzo?
Mestesso: – beh, pensa un po’: e tu, che ascolti te stesso, come ti definisci? Ma ti sei visto? Sei qua da solo come un pirla a “ascoltare te stesso”; ti rendi conto? Tu “ascolti te stesso”! Ma che cazzo vuol dire?
Io: – beh io…
Mestesso: – bella roba; leggi un banalissimo, retorico e fesso luogo comune, assurdo e qualsiasi su un giornale, e ne rimani colpito come un bamba; assurdo per assurdo, perché non ti allacci le scarpe con i denti? O non scrivi la lettera di natale ai Venusiani? O non cammini nudo per strada ballando la conga? Perché non prenoti il cenone di Capodanno in fondo al mare? Solo perché non l’hai ancora letto?
Io: – io…
Mestesso: – stai qui da solo ad “ascoltare te stesso”; oh, sacramento: ma cosa pensi di sentirti dire? Che sei scemo!
Io: – è che… insomma, però mi ricordo che quand’ero bambino me lo diceva anche… come cacchio si chiamava quello là… Don Lurio…
Mestesso: – …Don Bairo…
Io: – …Don Aldack…
Mestesso: – vabbè, quello là!
Io: – mi diceva sempre: “ascolta te stesso! Impara ad ascoltare te stesso! Hai ascoltato te stesso? Che ti ha detto?”
Mestesso: – ah, era Don Angelo; quel vecchio pazzo
Io: – quello che ha tirato il cancellino a Dario; ti ricordi? Gli ha fatto un bozzo che sembrava un uovo di cammello!
Mestesso: – povero Dario…
Io: – era proprio un sant’uomo Don Angelo: una volta ha dato una sberla a Nando che lo ha messo in trance per venti minuti: ha visto la Madonna che porconava!
Mestesso: – senti, amico…
Io: – e poi, ti ricordi che diceva anche di pianificare le feste?
Mestesso: – santificare, santificare le feste… senti un po’…
Io: – vabbè, è uguale.
Mestesso: – senti a me, te lo do io un buon consiglio…
Io: – di non desiderare la roba mia?
Mestesso: – degli altri…
Io: – ah già.
Mestesso: – no, senti invece: piantala lì di ascoltare te stesso.
Io: – dài! E perché? È meglio di “Ascolta, si fa sera”, quelli sì che non si possono ascoltare: gùfano finché non ti ammali; son contenti solo quando crepi perché vai in paradiso; vabbè, son gusti.
Mestesso: – sì, ma senti a me: ascoltare se stessi è una pirlata
Io: – perché tu stesso sei un pirla?
Mestesso: – no, sei tu un pirla a fare queste scemenze. Una cosa è riflettere, che ha un senso, un’altra “ascoltare se stessi”, che non vuol dire una minchia ed è pure pericoloso: qualcuno poco portato per le metafore potrebbe ragionevolmente infilarti una camicia di forza. Le parole sono importanti, è con quelle che ci capiamo. Capito?
Io: – mh… eh… forse hai ragione.
Mestesso: – e meno male.
Io: – e allora, chi devo ascoltare?
Mestesso: – musica, ascolta musica, che fai prima.
Io: – che ne dici di Steven Wanga?
Mestesso: – non esiste, Steven Wanga.
Io: – volevo vedere se eri attento; comunque, ostiate le dici anche tu
Mestesso: – per forza: sono te stesso; è per questo che non bisogna ascoltare se stessi, sennò si sentono sempre le stesse ostiate; bisogna parlare con gli altri…
Io: – …che, per fessi che siano…
Mestesso: – …ti diranno almeno qualcosa…
Io: – …di originale.
Mestesso: – bene; a mai più risentirci
Io: – in culo a donnàngelo
Mestesso: – e a tutti i minchioni – (sparisce)

Io (solo con – o senza – me stesso): – che bella chiacchierata!

Who are you?


No, dico: ma chi sei/siete, amico/i americano/i che, ormai da tanto tempo, non appena io pubblico una mia cosa piccirilla vi scomodate a leggerla? Ormai sono curioso di sapere chi c’è dall’altro lato della Terra (lo so, la Terra non ha lati: licenza d’ignoranza, la mia) che mi segue così fedelmente.

Se sei un italiano che sta là, good friend cumpà, shòwati, palésati, fatte vede’; possiamo parla’ un poco brucculino together, no?

Se sei uno stranger (for me) che comprende l’italiano, beh: complimenti e tanti, perché il mio italiano è proprio mio ed anche tanti italiani fanno fatica assai a decifrarlo, soprattutto riguardo ai concetti che vi nascondo. Sono felice che mi segui, ma non prendere per buona la mia sintassi o, durante una tua visita da queste parti, ti capiterà quello che càpita a me: doverti spiegare in una altra lingua (ed allora l’inglese potrà certo tornarti utile perché – come saprai – l’Italia è il 51° Stato d’America, o almeno vorrebbe tanto esserlo per emanciparsi dalla condizione di ‘colonia’; qui parliamo tutti l’ìnglisc, e lo pronunciamo proprio come l’ho scritto, perciò vieni, amico straniero, come here: ti divertirai da matti).

Se putacaso foste i Servizi Segreti, calma, boys: talvolta critico l’America, è vero, ma io critico tutto; ogni mattina parto criticandomi la barba, poi vado al lavoro e lo critico, critico il ristorante dove magno (piatto per piatto, e pure il caffè), critico i miei clienti ed i fornitori, la mia casa quando vi faccio ritorno, la cena, il letto, e durante il sonno capirete bene cosa mi capita di sognare. Sono critico di natura, come vi sono i biondi ed i mori (io sono entrambe le cose, ed anche un po’ rosso) non di temperamento; non ce l’ho con voi più di quanto ce l’abbia con la mia immagine allo specchio; rinfoderate i laser e be quiet, relax.

Se sei un virus che butta in America i miei commentini, sei proprio uno strano virus: chi ti ha fatto? Che ti piglia? Ti pare il caso? Ribellati, o virus, al tuo storto destino: pretendi dal tuo creatore una missione un po’ meglio, che diamine; anche una infezione telematica ha la sua dignità: spezza le tue catene e spargiti laddove puoi avere effetto e – magari – successo. Dopotutto l’America è il Paese delle opportunità (così c’han sempre detto) ed anche se oggi sei un piccolo, inutile virus, combatti la tua battaglia: un giorno potresti perfino diventare Presidente. Non saresti il primo, infettivo. (Calma, Servizi: scherzavo, scherzavo).

Oh bene: so long, America, chiunque tu sia ed anche se non lo saprò. D’altronde nulla toglie la possibilità tu possa essere qualcuno che ha schiacciato il tasto sbagliato e non sa più come tornare indietro ed ora si vede recapitare sul computer, ogni tanto, una filippica da l’ostia in una lingua straniera intraducibile, e ti veda costretto ad imprecare più volte la settimana.

Se è così, buddy, mi dispiace; anch’io me la cavo male col computer: ti comprendo, e cercherò di scrivere meno, o almeno meglio.

Sincerely Yours

Le grandi domande della Storia


Chi insinuasse che questo commento è malevolmente ispirato dalle recenti posizioni espresse in Svizzera sul tema dei migranti, pensa male. Ed a pensare male si fa -com’è noto- peccato.
Io me lo sono sempre chiesto:
Perché Hitler non invase la Svizzera?
Dice: “perché la Svizzera era neutrale”. E a me non sembra mica la risposta giusta: se era questione di correttezza – sì è vero che i tedeschi hanno spesso dimostrato un senso della correttezza pari a quello dei daltonici per i colori (i daltonici li vedono, i colori, ma tutti sbiruli: il verde lo vedono azzurro, il rosso marrone… un daltonico consapevole potrebbe perfino divertirsi, e poi non ha bisogno di drogarsi) e dunque il nazista tedesco pensava: “esperimenti di laboratorio su bambini, è forse cosa uno poco disturbante“, poi, venendogli a mente la Svizzera: “ma a tutto c’è limite“; e chissà cosa voleva dire veramente – ma le ragioni storiche dei fatti, come vediamo dalla cronaca, che è quella che fa la Storia, non sono basate principalmente sulla correttezza.
E inoltre Hitler era austriaco, non tedesco e, ragionando come un nazista, le differenze contano.
E poi, dài, quando Hitler invase la Russia, si passò sulle natiche il patto Molotov-Ribbentrop che lo impegnava ad una non-aggressione, e quando ha invaso l’Olanda e il Belgio, quei paesi erano neutrali. Infatti, alla moglie di mio zio, olandese, dopo cinquant’anni da quello sgarbo ancora gli giravan le balle: non sopportava i tedeschi. Io mi divertivo a dirle: “guarda: dei tuoi conterranei…” – quando passava un’auto con targa tedesca; e lei si imbufaliva: “ma sono tedeschi quelli, mica olandesi!” e io: “maddài, che siete uguali… c’avete la stessa faccia; tu per esempio, sembri Minnie Minoprio!…” e lei: “Minnie Minoprio è inglese!” e io: “vabbè, ma sembra tedesca”. Esasperata, la zia allora, per marcare la sua differenza, sparava una raffica di micidiali barzellette e tremende dicerie olandesi sui tedeschi, nel suo italiano dal forte accento. Tedesco.
Povera zia olandese, che vitaccia ha fatto, con me.
Ma torniamo ad Hitler ed alla Svizzera: Quel paesino lì praticamente non aveva un esercito, ed era ricchissimo, ed era subito dietro l’angolo; per sostenere i costi della guerra, la Germania avrebbe, in un paio d’ore (il tempo di arrivare), potuto requisire un casino di miliardi senza subire manco un ferito (si ricordi che l’esercito tedesco si mangiò in pochi giorni quello francese, tenne in scacco per mesi l’Armata Rossa e bloccò a lungo la travolgente avanzata delle truppe americane ed inglesi malgrado la loro strapotenza. E poi non avrebbe nemmeno avuto bisogno di comportarsi come un ladro qualunque, fregando dal Louvre e dai musei italiani tutte quelle opere d’arte (già, le opere d’arte: ma che se ne faceva, uno scimmione come lui?) perché avrebbe avuto in un sol colpo la più straordinaria collezione al Mondo di orologi a cucù.
Perciò, daccapo: ma perché, perché non l’ha invasa, schiacciata, sparso sale sulle rovine e pisciato sui pascoli dove bruca quella cornuta d’una vacca pezzata (descrivo, evidentemente, l’etichetta del cioccolato)?
Mica me ne dolgo, sia chiaro; diciamo che è una curiosità culturale.
Anche perché l’Hitler, il più sòzzo catarro della Storia recente, non solo non la invadeva, ma pure gli portava nei caveau i proventi della sua attività odontoiatrica sugli ebrei, i bottini delle rapine (si chiamavano “requisizioni”, nel gergo della mala di quel tempo) e le famose “opere d’arte” di cui sopra. Insomma, la arricchiva.
Arricchirsi con l’Hitler: guarda a cosa ti porta la neutralità. Non so voi, ma io penso a questi grandi misteri storici, agli scacchieri internazionali nei quali formicolano formiche, formiconi e minuscoli acari parassiti, e resto incantato come un entomologo di fronte ad una blatta. Guardo e penso: speriamo che nessuno passi e me la schiacci, magari per sbaglio.

Nel wild


Bello, l’Abruzzo; è un luogo dove ci si può sentire un viandante. L’avventura è vera, lo testimoniano le foto. Parlo del “wild” perché lo faceva pure Jack London.

Me ne vo per il nostro wild, sentendomi come London sulla slitta e Chatwin in Patagonia, me ne vo in albergo però, perché io sono meno inquieto, ma so che sui monti d’Abruzzo anche un borghese panzuto può sognare avventure di lupi secolari.
E io voglio sognare, anche se siamo nel duemila e pure i lupi si saranno ben evoluti, dico, e poi magari non saranno più così selvaggi quei monti, da che la Luna a cui ululare esibisce, anche sugli atlanti scolastici, perfino la sua faccia tenebrosa; una Luna da tinello, oramai. Vo dunque a sognar pacatamente, credo bene.

Non è la Patagonia, qua, e voglio dire che l’Abruzzo dei boschi non ha l’aspetto d’una vecchia soffitta dove stanno accatastati i ricordi di tutti. Per che altro vorreste andare in Patagonia? Per ricordare cose lontanissime, non necessariamente vostre, e guardare sognanti in quel vecchio cassettone mille evocazioni polverose e perdute; no, non è così in questo anfiteatro di foreste;

anfiteatro

piuttosto richiama memorie più recenti e meno universali; ma ecco un cervo.
Sull’asfalto di un verde misterioso (come mai è verde? È stato fatto appositamente per uniformarsi al grande Verde intorno o forse la esuberante polluzione di tutta quella natura lì tale lo colora, tanto che se dormissi all’aperto, verde mi sveglierei un mattino anch’io, come un elfo?) su tale asfalto insomma, un cervo senza corna sta, si gira, ci vede, salta improvviso e leggero sulla scarpata, volta ancora la testa a noi con atto di sorpresa (“ma chi sono? Di solito qua non passa nessuno!”) e volatile come un merlo se ne va. Non l’avevo mai visto, io, un cervo così da vicino, e con quella faccia.

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A Civitella Alfedena, un nome mezzo latino e mezzo chissà, la foresta è vicina; vicina tanto che la notte risuona delle grida degli orchi, e tanto blando è il limes che l’orso viene in paese quasi ogni sera a far spesa d’immondizie o di pollai, e talvolta provoca coccoloni ai turisti ignari, ma – mi assicura il guardaparco, compassato come ogni buon abruzzese – non è pericoloso.
– Ma se lo incontro cosa devo fare?
– E cosa vuole fare: gli dica “pussa via!” – sorride l’uomo in verde e, forse, con le orecchie a punta.

Civitella dentro

Fumo la mia sigaretta in uno slargo del paesino, la notte, ascoltando le grida del buio, ma non mi avventuro a quel limitare perché qualcosa sulla storia della belva bonaria ed elusiva non mi torna: carnivoro lui, di carne io. M’arrampico sulla mia stanza, un ultimo orecchio a quei richiami, e m’intàno nel giaciglio.
In questo paese di Biancaneve, un recinto a doppia, distanziata rete metallica alta quattro metri con appesi cartelli d’allarme: “attenzione, non avvicinarsi, animali pericolosi” sembra rinchiudere il Tirannosauro di Jurassic Park, ma è lo spazio dei lupi; è uno spazio gigantesco, una intera collina con bosco e radura, e le belve dentro sono un piccolo gruppo. I lupi però stanno via, via da quelle maglie di confine e non si vedono se non, talvolta, saltare fra loro sullo sfondo, ma appena vengono scorti svaniscono e la collina resta immobile, come ad attendere di esser sola.
M’avvicino una mattina presto, sono solo come Cappuccetto; nell’angusto sentierino che costeggia la rete sfilo, senza sperare di vedere Il Lupo, come si pronuncia qua, in grassetto, con la maiuscola. Ma ecco che.

il lupo 1

E’ li, tu agghiacci, il cuore non regge
come ti muovi, lui scatta e ti punta
tu speri di non somigliare a un gregge
ma hai gambe molli e la faccia smunta

Lui viene avanti con gli occhi gialli
tu dici ecco che mi si magna
se corro adesso, malgrado i calli
pochi minuti, e sono in Spagna

il lupo 2

Ma ecco, sorpresa e stupefazione
la belva rotola come un gattone,
vuole le coccole, fa il cucciolone,
che commozione, che delusione.

Siam separati da reti in ferro
e il mostro si struscia ai diti miei;
io leggo l’allarme di quel cartello:
se fossi pecora, oh, riderei

Dopo l’incontro col lupo cattivo
la belva feroce, il sogno nero,
torno pensoso lungo il sentiero
un poco deluso di essere vivo.

Non bisogna credere alle favole. E nemmeno ai miracoli, naturalmente, ma al lupo di Dubbio ora ci credo sì. Eccolo là.
Il sentiero che va nel bosco porta verso una fonte, così promette il cartello. E io ci vado, a quella fonte, spensierato come Pollicino. Cammina, cammina, cammina, son passate due ore, della fonte nemmeno una goccia ed io sono al buio. Son le tre d’un pomeriggio d’estate, è vero, ma le fronde degli olmi (o sono querce? O ontani? Mai capito una ceppa di botanica; son frassini, via, e che il Signore s’accontenti) son tanto fitte che la luce non vien giù. Improvviso mi viene un pensiero: e se incontro un cinghiale? Due cinghiali? Due cinghiali, un orso e un tirècs? Una ombra repentina scivola fra i tronchi: m’arresto e mi fo frassino pur’io, con poca fatica. Guato la direzione di quello sgusciare e te la vedo, la volpe fluida scivolar via come una serpe; ah, be’: memento il tipo di lupo e, rassicurato, le fischio spavaldo come fo al mio cane.
Si ferma, mi guarda e rapida viene; o cacchio: perché non mi teme? – penso; perché non fugge l’uomo dominatore del creato, il primo predatore, l’angelo sterminatore che io rappresento? Che, non lo rappresento?
Un dubbio mi trafigge: rabbia silvestre! È certo rabbiosa e i suoi istinti devastati dalla follia del male sono travolti da un unico imperativo: mordere mordere mordere, ché è così che il virus ràbico s’impossessa degli infetti, come un sortilegio, per disseminarsi ovunque. Il piccolo zombie masticatore viene verso di me, corre, sta arrivando, è qui.

volpe in attesa 2
E mi si siede davanti, in fin troppo evidente attesa.

volpe in attesa

Non solo non ha paura, questa svergognata bestia, ma vuole proprio qualcosa da me; un panino da turista andrebbe benissimo, suppongo. Purtroppo ne sono sprovvisto e tutto ciò che ho è la macchina fotografica.

volpe delusa

Mi guarda come vedete; ed io, solo su un sentiero oscuro in un bosco delle fiabe, ad una volpe selvatica seduta porgo scuse e giustificazioni. Se ne va, poco convinta.
Riprendo il viaggio e la trovo infine, quella fonte della malagloria; stiam lì un poco presso d’essa in tre, gli altri essendo stranieri con zaini tali da potervi contener l’Abruzzo e un poco del Molise. Io son privo di tutto e ho pure finito, con la volpe, il rullino di tre pose. Fingo quella compunzione liturgica di cui, nella natura, son maestri i nordici e così mi mimetizzo.
E rieccomi per la via; m’infiltro tra le fratte, sulla strada del paese; attorno a me tronchi centenari ritti al cielo o riversi in terra: nel parco più antico d’Italia, i cadaveri degli alberi sono rispettati come da vivi e si dissolvono nella stessa terra che li ha nutriti, in compagnia di tutto. Chissà cosa sta accadendo sopra quelle fronde; so che oggi c’è il sole. Arrivo ad una radura ed è come uscire da una camera oscura; sono sopreso di tanto spazio fulgente; passeggio nella luce piena carezzato dal prato, frusciato di farfalle, deliziato di forme e colori, bucolico come il dio Pan.
Quand’ecco che, quand’ecco che inattesi sgorgano dal sentiero tre grossi figuri.
Conoscete il mastino abruzzese?

maremmani

È così che qui chiamano il pastore maremmano, e non vi fate sentire a chiamarlo in quel modo perché questa bestia è una gloria regionale che, a sentir la gente del luogo, è una loro esclusiva magica chimera di differenti specie, a comporre un essere forte come un orso, incurante del freddo come una foca, coraggioso come un leone, fedele come un cane e spietato ed inesorabile come un marchionne; sembra una palla di neve di ottanta chili, ma non fidatevi delle apparenze: è invece micidiale quanto uno shogun e ha pure l’intelligenza di un Nobel; c’è chi dice sia uno spirito dei boschi che Mercurio regalò agli uomini insieme a quel vaso; altri pensano si tratti di Marte in persona (canina), sopravvissuto alla caduta degli dèi.
Ma a me quei tre botoloni giganti paiono semplici orsi bianchi incazzati: abbaiano e ringhiano mostrando denti lunghi così e corrono verso di me. Mi vogliono mangiare.
La radura è corniciata da alberi di varia misura; un babbuino potrebbe avere una crisi depressiva a vedere con quanta rapidità e sicurezza io ne raggiungo la cima più svettante.
Ora, sull’albero come un bel gufo spettinato, considero la situazione: sono a chilometri dall’abitato, il pomeriggio è ormai vecchio ed il cellulare (ecco che controllo) non prende. I tre bastardi di superrazza sotto circondano il tronco e principiano un coro lugubre: ululano insieme, ma basso, sottovoce. Mai sentito, prima, un coro tanto suggestivo tutto per me.
Suggestivo, sì, però il tempo passa e, digiuna, la canaglia infine s’annoia; allora slunga dal tronco e poi, al passo vago, si distrae. È il momento: scendo stile scoiattolo indemoniato ed aro a traverso il campo, come fa Mi-mip; gabbate, le belve candide m’inseguono in ritardo; brucio il tracciato in discesa verso valle mentre il sole cala, inseguito dai fantasmi, uguale a Pinocchio. Non so quanto quel supercane del malanno sia veloce (dicono che fili come un ghepardo in piena forma) ma io li stacco di chilometri e arrivo in paese alla carica come un esercito invasore, in una nuvola di pulviscolo e ramoscelli.
L’ineffabile guardacaccia a cui la sera racconto l’accaduto, placido mi conferma: “non sono pericolosi”.
–  Allora sono molto spiritosi – replico tra le extrasistole. Non capisce. Ci beviamo un Centerbe, che brucia, smèmora e carbura.
E me ne vo a veder la lince.
Ma sì, perché qua abbiamo anche la lince, il gattopardo; un felinone macchiato dalle orecchie cespugliose, le basette come un Agnelli e zampe lunghe da qui a lì. È il nostro leopardo, un’altra gloria di qui; solo la lince può competere con Il Lupo, forse, ma sta a lui  come la tigre sta al leone: per quanto forte e bella l’una, il Re è l’altro.
Il guardaparco, complice, mi dà la dritta: se voglio vederla davvero devo andare di lì e di là per stretti vicoli e sentieri finché trovo una rete di recinzione immersa tra i cespugli, ed attendere immobile: quello è il luogo ove la lince riceve cibo e fatalmente arriverà aspettandosi il pranzo, certo non aspettandoselo così sostanzioso.
Cappellaccio alla dottor Jones, parto verso nuove avventure.
Sono alla rete. Se quella dei lupi sembrava contenere il mostro degli incubi, questa è recinzione da polli. Ma la lince non salta cinque metri in alto, senz’asta? Mah. Osservo perplesso la scarsa struttura che mi separa dal wild e capisco che la zona non è destinata all’osservazione turistica, perché il turista, con una recinzione così, si farebbe subito mangiar la nikon, insieme alle mani, con entusiasmo. Il suggerimento del guardaparco era un segreto soffiato nell’orecchio; qui, la lince viene e se vuoi e sei pazzo riesci anche a toccarla e se non vuole, come ti accorgerai, te màgna.
Pure qui non c’è nessuno, e lo credo: io, il guardaparco e la lince conosciamo questo posto. Attendo. Gli steli altissimi dell’erba oscillano, sullo sfondo; sembra di percepire un fruscìo intermittente. Improvviso, un uccello invisibile grida acutissimo; io e il mondo siamo fermi a guardare.

Come fosse stata sempre lì, ecco la lince:

lince

un gatto smisurato dalla coda mozza, magro e dinoccolato, con occhi enormi e le orecchie come un mulo; viene avanti rigida come fosse malata. Capisco che non le torna nota la mia immagine, ché s’attendeva l’uomo del pranzo; non mi conosce, e la tensione di questo incontro inatteso la tiene sul bilico delle decisioni di venire e scappare, ingroppandole i muscoli.
Evita di guardarmi ed avanza con una cautela fantastica, come se in terra ci fossero delle spine; resta ad un metro da me e poi mi dà un’occhiata d’indagine, finalmente: quegli occhi bistrati, da pittura egizia, e così oblunghi, vividi ed esagerati sulla testa troppo tonda, troppo piccola e montata su un corpo così alto e corto da gatto malformato, mi fanno girare la testa. Rabbrividisco. La lince lo sente, gira lentissima su se stessa, torna nel wild; allora voglio trattenerla, mentre armeggio con la macchina fotografica: come si chiama una lince? – PST! – sibilo; l’animale, che si reggeva per miracolo a causa della tensione, quasi casca in terra, poi si scioglie all’istante nell’erba e raggiunge il suo dovunque.
Torno a casa senza una buona immagine di quel gatto malandato, così come non ho fermato su carta altre meraviglie: l’aquila Serafina, l’orso Giuseppe, il gufo Gennaro, Roberto il tasso e Pasquale il cinghiale, per non dire del camoscio di cui non ricordo il nome; ma insomma, bisognerà che dopo essermene tornato, ritorni, perché le mille altre bestie di questi monti d’una volta, le voglio vedere. Ad ognuna di esse i guardaparco danno un nome, e così dev’essere perché è impossibile che qualcuno che vive così vicino a te non ce l’abbia, un nome. Io, per esempio, a casa ne conosco un sacco, di nomi: Gigio, il mio cane, e poi Luisa, ma anche Silvia, Teresa, Armida, Claudia, Elisabetta e tutte le altre pulci.

Tornerò.

Facendo l’orango


Ma allora, ci si può dar dell’orango? E a chi lo si può dare? Ai bianchi, ai neri, gialli, a quelli a strisce, o bisogna avere un aspetto determinato? In attesa di una legiferazione sul caso io dico che

orango1

Gli oranghi sono belli.

Magari non dal nostro punto di vista, perché hanno forme che esagerano le nostre proprie e questa esagerazione è percepita come deformità, però vai a sfidare un orango a salire sugli alberi e ti rendi conto di come quelle forme siano utili, adatte, conformi e dunque “belle”, perché la bellezza è armonia in un contesto.
Se invece l’orango dovesse suonare il piano come Stefano Bollani, è ovvio capire che le sue manone adunche e bislunghe non siano appropriate.

bollani

Dunque: rispetto allo Stefano Bollani musicista, l’orango è deforme, ma lo è il Bollani (che mi scuserà per averlo preso a paragone) rispetto all’orango arrampicatore arboricolo; come dice la fisica, “tutto dipende dal sistema di riferimento”.
Se dunque qualcuno desse dell’orango a (per esempio) Bollani, o viceversa, dimostrerebbe di non conoscere nulla di fisica, che è materia richiesta agli esami di maturità in diverse scuole superiori, e dunque rivelerebbe di aver superato quell’esame (quando l’avesse effettivamente superato) immeritatamente, cosa della quale sarebbe responsabile lo Stato, è evidente, perchè quelli sono esami appunto di Stato.
E il fatto metterebbe pure in tutta evidenza come l’esame “di maturità” abbia una denominazione, fino ad ora, sbagliata; la maturità è conoscenza e capacità di collegare la conoscenza ai diversi, continuamente cangianti aspetti della vita; se uno, oltre a non aver appreso che la fisica non serve solo a sbignare gli atomi, non sa manco la differenza tra un orango ed un musicista, che razza di maturità avrà mai potuto conquistare, dopo ben tredici anni di studio? E come mai la scuola non s’è resa conto di diplomare un ignorante, liberandolo all’opportunità di studi superiori e poi al lavoro? Qui siamo nel tremendo campo dell’angoscia esistenziale, ragazzi, qui non si scherza più, camminiamo sulle sabbie mobili.

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Ora, mettiamo che uno a scuola sia un somaro. Vedete: “somaro”. Cos’è il somaro? E’ l’asino, un equide perissodattilo parente del cavallo, ma a nessuno viene in mente di dire che a scuola uno è un cavallo, si dice che è un somaro. Chi lo dice? La scuola, lo dice proprio la scuola, magari nella persona dell’insegnante di fisica. Se volevamo lenirci l’angoscia, non ci siamo riusciti. La scuola dice “somaro” ad un allievo negligente, mentre qualifica il primo della classe come “un’aquila”. Sembra di parlare in un consesso di stregoni fumatori di funghi; ma un minimo di zoologia, Dio santo! L’aquila è un uccello accipitride, l’asino un mammifero equide, l’uomo un mammifero dell’ordine dei primati, della famiglia hominidae e della specie sapiens (pure se dice scemenze). E l’orango?

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L’orango è un mammifero primate della famiglia hominidae e della specie pongo, dal congolese “mpungu” ovvero “scimmia”. Primati ominidi sono dunque l’uomo e l’orango, che differiscono solo nella specie. Allora l’uomo è più simile ad un orango che ad un somaro od all’aquila? Zoologicamente, sì. Ricorda un orango? Certo più di quanto ricordi un somaro od un’aquila. È un orango, potrebbe mai diventarlo? No, questo gli è precluso dalla filogenesi, che lo ha allontanato da quella specie alcuni milioni di anni fa. Ed un somaro, un’aquila? La diramazione divergente della specie homo dagli uccelli e dai mammiferi perissodattili, si perde nella notte dei tempi: possiamo solo essere homo, il che unisce tutti gli uomini della Terra in una unica specie interfertile ed omogenea.
Allora con ciò si determina inoppugnatamente che voi, io e – mettiamo – un imbecille che non capisce un accidente siamo, per quanto ci sembri incredibile, della stessa specie, pure interfertile? Ebbene, sì, lo siamo. Perciò dobbiamo fare attenzione a chi frequenta nostra figlia, sia mai che – contro ogni dogma zoologico – si possa verificare una involuzione; gli indizi ci sono, e la scienza ha già subito troppe sconfitte per colpa degli ignoranti.
Che Darwin ci protegga.

Ecco che “ho fatto l’orango”, cioè ho ragionato per similitudini apparenti, come fanno gli animali che sanno ragionare. L’uomo ragiona in modo più complesso, ovvero anche per metafore, che sono analogie non apparenti. Per quanto ne sappiamo oggi, gli animali non lo sanno fare. Per quanto ne sappiamo oggi, pure alcuni umani non lo sanno fare. Dobbiamo essere comprensivi con questi poveri sciagurati ed aiutarli a non nuocere a sé ed alla società, come faremmo se – per esempio – un orango particolarmente imbecille si aggirasse per le civili strade di una Capitale. Senza violenza, con gentilezza e una banana, mettiamolo in gabbia.