Non bisogna antropomorfizzare


Il conformismo, cioè la propensione ad uniformarsi acriticamente al comportamento altrui, si manifesta in tutti i campi; evidentemente, in quanto specie sociale, ne abbiamo gran bisogno ed è certo che trovarsi in accordo con i propri simili porti ad evitare un mucchio di problemi, ma è anche vero che avendo solo la preoccupazione di uniformarsi non si fanno gran passi avanti.
Ed uno dei casi in cui si può vedere far capolino il conformismo, è quando si analizza il comportamento animale; ecco che la scienza ammonisce: attenzione! Le specie hanno comportamenti che possono apparire simili nel senso che siamo usi dare ad uno specifico comportamento, ma nel caso di specie diverse, quello che appare come la manifestazione di qualcosa che conosciamo può in realtà avere tutt’altro significato.

Dunque l’uomo accorto e disincantato deve sapere che lo strofinarsi del gatto sulle sue gambe non è una manifestazione di affetto, bensì un voluto impuzzinimento delle sue braghe ai fini di marcatura del territorio e dei suoi abitanti; il gatto sta insomma inodorando di sé il suo ambiente, voi compresi, così che nessun passante possa aver dubbi su chi sia (è lui) il padron di casa. Il vostro intenerimento – avverte la scienza – è perciò malposto: se il gatto vi avesse pisciato sui piedi avrebbe messo in atto la medesima operazione che ora vi ha commosso e spinto alle carezze. Il senso della sua azione è dunque diverso da quello che si può pensare.

Ecco che qui si insinua come una serpe il conformismo: allo scopo di non apparire un ingenuo ‘gnurante, l’uomo avveduto si preoccupa di ripetere ansiosamente che guardando un animale si deve evitare l’antropomorfizzazione; una volta detto questo si è a posto, avendo dato prova di non essere dei grulli, e si può comodamente evitare lo sforzo di una analisi. Ma questo ricorda come anni fa, durante le assemblee studentesche, bastasse dire “cazzo compagni” per far sapere a tutti da che parte stavi; era comodo perché – cioè, cazzo – non è che poi dovessi dar prova di conoscere qualcosa di politica: eri dei nostri e quindi – nella misura in cui – punto. Stavi nel gruppo.

Ed invece i cani, ad esempio, sanno sorridere ed anche scherzare. E sanno mentire.
Scherzo? No, sono serio come ad un funerale; perché, proviamo ad analizzare:

Cos’è il sorriso?
È una manifestazione (e se è una manifestazione è destinata al contatto, allo scambio con altri) di benessere, o di intenzione di benessere (cioè di invito ad un contatto socievole) che si evidenzia con una particolare espressione del volto. Quale? – labbra stirate all’indietro con scopertura dei denti, palpebre altrettanto stirate (i muscoli interessati provocano su labbra e palpebre lo stesso effetto), posizione leggermente sollevata della testa, sguardo poco incisivo, quasi vago.
Denti scoperti: ma un cane, quando scopre i denti, non sta minacciando? Come potrebbe allora sorridere?
Potrebbe eccome, perché anche l’uomo, quando minaccia, scopre i denti; ma l’espressione è diversa: le labbra sono corrugate e protese in avanti, non stirate, e questo provoca anche il corrugamento e l’innalzamento del naso; gli occhi sono ben aperti e lo sguardo è fisso; la testa si infossa nelle spalle e si inclina più facilmente verso il basso. Facile vedere in questa composizione espressiva l’analogia con quella di un cane (ma anche di un leone) irritato e minaccioso: non abbiamo difficoltà a riconoscerlo. Allora perché non ammettiamo altrettanta analogia nel caso del sorriso? Perché ci hanno detto che il sorriso è manifestazione solo umana, ed allora la nostra maggior preoccupazione è quella di “non antropomorfizzare” per non apparire degli ingenui ignoranti. Senza alcuna operazione critica, ci conformiamo.
Eppure benevolenza e minaccia sono due forme di comunicazione che servono entrambe alla costruzione del rapporto sociale; allora perché l’animale che vive in gruppo dovrebbe essere privo di una di queste?

Perché ha la coda – si potrebbe rispondere – e così la sua volontà di comunione coi membri del gruppo utilizza quella e non ha bisogno del sorriso. Ma questa risposta è insufficiente per le ragioni:

  • – Se la coda è elemento sufficiente per una espressione, come mai non lo deve essere per un’altra, tanto da richiedere un complesso atteggiamento del volto nel caso di minaccia? La coda è in effetti utilizzata in entrambi i casi e più genericamente come segnalatore accessorio di tutti gli stati d’animo dell’animale.
  • – Se l’animale esprime con la coda (ed, in misura minore, il resto del corpo) una gestualità tipica di uno stato d’animo, altrettanto si può dire dell’uomo il quale utilizza, per lo stesso caso, soprattutto le mani. Ecco che dunque si rende evidente come specie diverse possono sì avere diversi meccanismi di segnalazione, in qualità di elementi accessori.
  • – Solo elementi accessori però, in quanto è noto che, anche negli animali, il primo segnalatore è il volto, e primariamente lo sguardo. L’animale non vi guarda le mani, ma la faccia, e fissa lo sguardo nei vostri occhi, ed altrettanto fate voi con lui. Sapete bene che uno sguardo insistito ed inespressivo è, in tutte le specie animali superiori, un atto perturbante: se guardate così il vostro gatto, come pure un tizio in ascensore, entro breve sia il gatto che il tizio si ritrarranno allarmati, eppure voi non avete apparentemente fatto nulla di ostile; in realtà il problema è proprio nel fatto che una mancanza di espressione del volto, protratta nel tempo durante uno sguardo, manca di senso ed è dunque inaccettabile. Il volto è dunque fondamentale nello scambio sociale ed è il primo elemento della comunicazione in tutte le specie superiori.

Quando diciamo sorriso pensiamo ad operazioni intellettuali “alte”, l’ironia, la battuta di spirito, il sorriso di una amante; ma il sorriso è un meccanismo espressivo istintivo che possiamo utilizzare per ragioni le più varie. Questo accade perché la natura tende alla massima funzionalità con le minime risorse.
Non abbiamo mille modi per esprimere la felicità: ne abbiamo uno, fatto di gesti compositi che si uniscono in un disegno fisso sempre riconoscibile. Altrettanto succede per il dolore, la noia e tutti gli stati d’animo, che sono anch’essi un numero finito, seppur possano mescolarsi a segnalare uno stato d’animo controverso.
Ecco perché l’atto di “scoprire i denti” non è destinato esclusivamente alla minaccia (denti = mordo), ma è anche tipico del sorriso: l’espressione dei denti è così forte, incisiva, evocativa che viene utilizzata per rendere immediatamente recepibile il messaggio nell’un caso e nell’altro, e la sostanziale, fondamentale differenza di senso è affidata a piccole variazioni di contorno. Si tratta di una operazione di economia legata alla economia delle strutture interessate, le quali devono perciò servire a più funzioni.

Ed ora, guardate il vostro cane: quando tornate a casa, quando gli comunicate che state per portarlo fuori o che sarà presto pronto il suo desinare o quando vuole giocare, egli assottiglia lo sguardo, apre la bocca senza estromettere la lingua, arretra il termine delle labbra; in alcuni casi la sua letizia o il desiderio che ha di comunicarla è tale che la scopertura dei denti è quasi completa ed il cane assume una espressione strana: pare confusamente minaccioso; ma le labbra sono stirate all’indietro e gli occhi hanno palpebre raccolte; ovviamente scodinzola, emette suoni simili a piccoli nervosi starnuti e si muove con la goffaggine del gioco, dunque sta comunicandovi, anche col volto, uno stato d’animo felice, cioè sta semplicemente utilizzando quel meccanismo espressivo istintivo per il quale passa il messaggio di scambio sociale benevolo; sta sorridendo.

Ho detto che il cane può anche scherzare, e questa sembra davvero un po’ forte; ma non lo è perché:

Cos’è lo scherzo?
Iniziamo a dire cos’è il gioco, perché siamo disposti subito ad ammettere che giochino sia gli umani che gli altri animali.
Il gioco è una attività di sublimazione di una azione specifica, liberata dal suo obbiettivo e vissuta solo per il procedimento che dovrebbe portare all’obbiettivo. Siccome manca l’obbiettivo, l’azione in definitiva non ha scopo e dunque ci si può concentrare solo sulla sua dinamica, traendo da questa soddisfazione. Poiché è una sublimazione, però, spesso necessita di un simulacro che la leghi a quella specifica azione (e non ad un’altra); ecco allora che il gioco della caccia abbisogna di una finta preda, che può essere un oggetto qualsiasi, come per esempio una palla.
Il gioco della lotta per il predominio può essere con multipli “avversari” (normalmente è un testa a testa, nel caso della vera lotta) e le parti dominante-sottomesso possono giocosamente scambiarsi, per rendere chiara la mancanza di scopo.
Lo scherzo si differenzia dal gioco perché non ha una attività di riferimento a cui allude; lo scherzo è fine a se stesso e, se nel gioco il divertimento è conseguente alla attività ma non ne è lo scopo, nello scherzo il divertimento è esattamente il solo scopo del gesto. Due episodi:

  • – Bisogna portare fuori il cane, ma piove a dirotto; non volendo che si bagni (un cane bagnato fète malamente) ci industriamo in famiglia con dei sacchetti del supermercato a costruire una sorta di impermeabile di fortuna e vi avvolgiamo l’animale che, paziente, lascia fare, attendendo. Il risultato è assai buffo: il cane pare un astronauta marziano ed è corredato di una sorta di cappuccio a punta dove spicca una ‘esse’ colorata come quella dei supereroi. Ghignamo abbastanza e l’animale ci guarda (in faccia) interrogativamente, non comprendendo a tutta prima la ragione della nostra allegria. Non appena l’animale si muove, ci sbellichiamo; cammina un po’ storto, zampettando, per il fastidio di quella copertura, fruscia come un bosco al vento e visto da dietro appare una spazzatura vivente. Il cane stavolta si gira a guardarci perplesso, ma scodinzolando in risposta alla nostra ilarità. Ci mette pochi secondi a comprendere che la ragione delle nostre risa è lui stesso, ed allora mette in atto il più alto comportamento sociale che un essere senziente possa immaginare: sta allo scherzo. Sfila più volte sotto in nostri sguardi, ogni tanto aggiungendo qualche mossetta nuova, ed al termine di ogni passaggio si volta a controllare l’effetto della sua mimica; prende a sorridere anche lui a bocca aperta mentre noi lacrimiamo dal ridere, scuote buffonescamente la testa guardandoci e godendo della nostra allegria, ansima allegramente. La sua azione non aveva altro scopo se non quello di alimentare il divertimento di cui aveva avuto percezione, dunque egli stava scherzando.
  • – Porto a spasso il cane (anni dopo, altro esemplare) che, parendomi un po’ annoiato e pigro, voglio far giocare tirandogli un legno. Mi renderò poi conto che quel gioco futile non lo interessa più come solo pochi mesi prima (i cani crescono ed invecchiano in fretta). Dabbasso incontro un signore anche lui col suo cane; gli animali si ignorano distrattamente. Mi guardo in giro alla ricerca di un ramo per il gioco mentre parlo con il tizio incontrato; il mio cane sembra non pormi attenzione. Quando dico: “o bella, oggi non riesco a trovare nemmeno un legnetto, qui, di solito ce ne sono sempre in giro…” il tizio mi avverte: “guardi che glielo sta portando il suo cane, un legno!” – mi volto e vedo il cane che, tutto allegro e vivace, a testa alta, viene verso me con un rametto; contrariamente al solito (quando cattura qualcosa non vuole consegnarla), me lo depone ai piedi; io lo raccolgo ed alzo lo sguardo: faccio in tempo a vedere il cane che si allontana lanciandomi una occhiata stanca, di sbieco col sorriso canino in evidenza. Se ne va, non gli interessa giocare. Io sono in piedi con in mano il legnetto che volevo; lo volevo, ed il cane me l’ha portato; sapeva che dovevo giocarci con lui, ma ci giocassi pure da solo ché lui aveva da fare. Il tizio incontrato è chino a metà dalle risate, io mi sento quello che fa la figura del pisquano, e grazie ad un cane.

Questo caso è un po’ diverso e ciò che lo rende affine al concetto di scherzo è la variazione dell’atteggiamento dell’animale, passato dalla svagatezza all’atteggiamento giocoso e di nuovo alla subitanea svagatezza. E’ chiaro che l’atteggiamento giocoso era una finzione (lo scherzo comprende la finzione) destinata unicamente a darmi soddisfazione, come dire: “eccolo, ho trovato quello che vuoi, guarda! Tieni”. È l’atteggiamento che si ha verso un bambino quando vuole qualcosa e decidiamo di accontentarlo. Questa parentesi di condiscendenza in uno stato d’animo evidentemente del tutto diverso ha i caratteri dello scherzo giocoso, quando non si volesse pensare (e viene un brivido) allo scherzo beffardo.

Ed infine, i cani mentono. Già lo diceva decenni fa Konrad Lorenz, raccontando alcuni episodi che avvaloravano l’ipotesi. Ve ne aggiungo uno (tra vari) di cui sono testimone:

  • – Quand’ero bambino, ogni tanto in casa si faceva col nostro cane il gioco del nascondino; funzionava così: io dovevo nascondermi mentre mio padre tratteneva il cane impedendogli di guardare dove io andassi (il cane conosceva il gioco ed era felice di questa preparazione a cui si disponeva volentieri). Una volta che io mi fossi nascosto, al cane si chiedeva di cercarmi ed egli scattava frenetico alla perlustrazione di tutti gli angoli dove io potessi essere rannicchiato. Non appena trovatomi, il cane festeggiava impetuosamente, quanto più a lungo il gioco era durato, correndo per la casa e facendo le feste a tutti. Ma un giorno, accadde così: io mi ero appena nascosto dietro una porta ed il cane, scattato alla ricerca, venne subito a controllare proprio lì; fu un attimo: la sua occhiata rivelatrice durò lo scatto di una palpebra, un minimo tempo immobile in cui egli si irriggidì e poi corse via come non mi avesse visto, andando a cercare rapidamente altrove. Non tornava più lì, per cui io cambiai nascondiglio ed egli mi trovò e fu festa come era giusto e santo che fosse.
    Cos’era accaduto? Che, appena iniziato, il gioco sembrava già finito ed il divertimento con esso, ragion per cui il cane finse di non avermi visto così da farlo durare un tempo ragionevole, ma – poiché in effetti mi aveva visto – il tornare a cercarmi là dove ero sarebbe stato come ammettere che mi aveva trovato già prima, e questo avrebbe dovuto fargli ammettere che aveva mentito a sé stesso, rendendo vano il gioco ed inesistente il divertimento. Così il cane mentì a tutto tondo, coscientemente, e questo bastò per fargli sentire che il gioco poteva essere valido.

    Non siamo molto diversi, no? Perché a pensarci c’è un sacco di gente, gente umana, che alle partite di calcio fa gol così ed alle elezioni vota proprio allo stesso modo.

    cane ridens

La controstoria di Gerardo Dei Tintori


Il fiume Po per i lombardi è un dio che cala dalle cime de’ cieli monvisi per raggiungere la piana piatta e darle vita d’acqua; affluente di dio, poco più d’un cherubino tra tanti ruscellanti arcangeli, è il Lambro.
Questo rivolo appen più acquoso d’uno sputo prende sgorgo dai monti di Magreglio, luogo dimesso pur nell’onomastica, e cala sciaguettando fino alla città di Monza, famosa, se non altro, per la monaca. Lì si ferma. No, scherzavo, lì s’allarga, o almeno s’allargava prima che il vecchio borgo denso di mulini, filerie e tintorie che lo scacazzavano ben bene si trasformasse nella succursale di Milano, prima, e poi nel borioso cittadon di poi; ma non precorriamo i tempi, anzi, facciamo passi indietro a jòsa et ìmo al medioevo vecchio bastante.

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Siamo dunque al medioevo vecchio bastante, e lungo le tante rive del fiume che in quel borgo di Monza si diramava intorcinandosi come una quercia antica, s’erano formati opifici diversi, giacché è noto come l’acqua sia fonte di vita non solo per i pesci ed i pescatori, ma anche per l’industria d’ogni forma e soluzione. Appena fuori dal centro del villaggio, laddove oggi un ponte gibboso lo scavalca, il fiume si forcava delimitando una zona che perciò veniva detta “l’isola”, pur se isola non diveniva se non quando, per grame tempèrie, quel rivolo nervoso improvvisamente si gonfiava e subitamente esondava le sue sponde fragili allagando gran parte di sfigato terreno e così separando, come in due terre, la città.
Era proprio lì che viveva e lavorava Gerardo. Egli era un tale che – secondo la moda del tempo – pareva aver nullo cognome, il che lo fa conoscere per poco gentilizio ed invece assai popolare, ma faceva il tintore, ossia il coloritore di pelli e tessuti, dimodoché il cognome gli fu presto trovato ed egli fu per tutti: Gerardo dei Tintori.
Gerardo era un brianzolo; per chi non sa cosa ciò significhi dirò che è tradizione della Brianza quella d’essere brusca e sbrigativa; se Milan al g’ha ‘l coeur in man, la Briànsa g’ha in man la zàppa e non ha tempo per le smancerie. Perciò ce lo figuriamo, il Gerardo, come uomo di pochi verbi, e spiccio.
Ma non si faccia l’errore, comune tra i popoli più estroversi, di ritenere la freddezza formale una specie di cinismo: la capacità di provare sentimenti è patrimonio individuale, ed indipendente dal luogo di nascita; né è vero che chi tanto esprime altrettanto senta dentro di sé, ché anzi spesso una grande propensione allo scambio è solo apparenza ed al momento dell’azione, scompare. Gerardo era un brianzolo, probabilmente brusco, forse di poche parole, ma non era un cattivo uomo.
Quello era il medioevo, l’era dei ‘secoli bui’; grandi guerre ed invasioni, terrori d’ignoto governati da dèi crudeli, tremende ed incurabili pestilenze, soprusi feudali e grandini di miseria. Se oggi i poveri restano tanti, allora eran tantissimi, e privi della mutua. Non esistevano gli ospedali, i medici erano più pericolosi dei mali che curavano perché non sapevano curarli; nugoli di ciarlatani spillavano i pochi beni di chi cercava aiuto per le proprie paure; solo la preghiera era gratis, ma non sfamava e non guariva. Gerardo vedeva certo i miserabili pezzenti agonizzare tormentosamente; forse qualche volta si era fermato a guardarli, forse una volta si era chinato su qualcuno, gli aveva ficcato in bocca un frutto, un pezzo di pane; magari si era spazientito perché il pezzente, esausto, non lo masticava – “manda giò, rembambì!…” gli avrà bofonchiato; può darsi che fosse inverno, e Gerardo abbia quindi trascinato il misero in quel suo casale dell’ “isola”, per tenerlo al coperto ed al riparo, e l’abbia nutrito; perché Gerardo era sì brianzolo, ma, come si vede, non era un cinico.
Nel tempo che passa in tal secolo buio, in quei giorni via via scorrenti, forse senza accorgersene, il cuore sbrigativo ma vivo di Gerardo aveva alla fine raccolto in quello stanzone parecchi maltrainséma pidocchiosi, e li nutriva. Il nostro brianzolo tintore di pelli, aveva dunque inventato l’ospedale.

Ma venne il bel giorno delle piogge di tarda primavera; in quello che oggi diciamo mese di Giugno, il rivolo del Lambro crebbe dapprima infìdo, poi tumultuoso come vuole il dio dei miseri, ed esondò veloce, tagliò rapidamente la via per l’ospedale, formò l’isola.
Il Lambro grosso è un brutto fiume: scende rabbioso, spumeggiante e cattivo; porta dentro di sé mille ostacoli nascosti e armati come lanzi: rami puntuti, e pietre, e panni avviluppanti, carogne d’animali, falsi piani cedenti o scivolosi ed è irto di fosse fonde e mobili come vive. La strada dello spedale era chiusa, il fiume l’impediva ringhiando a spavento verso le sponde. Tutti guardavano l’isola isolata dal cui nuovo spedale i pidocchiosi gridavano per la paura, il dolore e la fame, ma neanche a pensare di mettere in quella bolgia d’inferno un legno di passaggio: il Lambro iroso scalcia ancor oggi come uno stallone selvatico, travolge e inghiotte come le giumente di Diomede, uccide e fa sparire. Gerardo lo immaginiamo arrivare col suo sacco nel quale ha infilato cibo e panni per i suoi ricoverati; vede la piena sulla strada, sente le grida di là dal fiume, guarda gli astanti che si tengono al sicuro, e parla, anzi, strilla:
– Ti! Ciàpa una corda! Tàcala all’albero, dài desciùles! E ti, va’ a ciapà la barca, nèm cristo!

Ma disgraziatamente, gli astanti dovevano esser cherci, cherci chercuti alla sinistra di quello Stige e così forse gli risposero:
– Preghùma, Gerardo, Prega anca ti, dumanda perdono al Signùr e lü al salverà i to pioeucc!
E così detto, di certo si allontanarono salmodiando.
Gerardo schiumava come il Lambro inferocito; si guardò in giro febbrilmente alla cerca di strumenti d’aiuto, ma nulla trovando e per l’urgenza, infine si legò al collo il sacco e, di sicuro imprecando secondo l’uso brianzolo, scese senz’altro nel fiume. I chierici per la via che sentiron le bestemmie si voltarono, e lo videro nuotare, imprecare e bere e andar su e giù nel fiume come un pezzo di sughero; il Lambro cercava di prenderlo per le gambe e affogarlo, ma Gerardo pareva una serpe d’acqua e sbracciava tra i flutti per raggiungere l’altra riva. Chissà quante volte il rude tintore finì sott’acqua bevendosi il fiume che voleva mangiarlo, e quante altre riemerse gorgogliando oscure litanie fortunosamente incomprensibili; il Lambro aveva preso con sé tanta gente, fin allora, e tanta altra ne avrebbe presa poi; ma quel nuotatore incaponito non riuscì a portarlo al suo dio. In quella lotta furente tra un uomo e la natura fattasi nemica, quel cinque di giugno d’un anno medioevale, vinse il nostro Gerardo.
Non sappiamo cosa disse egli quando, vomitando acqua, fatica e rabbia, riuscì a salire la sponda dello spedale; non sappiamo se si girò a quei cherci per un’ultima benedizione, ma sappiamo cosa gli capitò.
Quel che non gli fece il fiume, fece la Chiesa che non riconosce il valore umano se non sporco di divino: Gerardo non aveva nuotato, ma aveva steso il suo mantello sulle acque e valicato su di esso il Lambro in piena come un volgare surfista californiano; era, questo, un manifesto miracolo, perciò Gerardo doveva esser santo, dunque patrimonio della Chiesa che s’arricchiva così del suo gesto come l’avesse compiuto non un uomo valoroso di suo, ma il capo onnipotente della comunità dei fedeli.
Ed allora da quel tempo ogni cinque di Giugno, in effigie, Gerardo scende ancora nel fiume con un canestro di uova, ciliegie e pane; la sua statua aureolata vien tenuta a mollo in una rievocazione cittadina del presunto miracolo del santo tintore ed egli fu nominato – assieme a San Giovanni che nella storia c’entra come la marmellata sulle scarpe – co-patrono di Monza, pur se non è dato sapere se il Nostro avrebbe gradito questo, o più una mano nella traversata.
Ad ogni buon conto, evidentemente a dubbio d’una opposizione, la statua di Gerardo dopo la festa è rinchiusa bene in una teca e lì rimane, fino ai cinqui di giugni degli anni a venire

gerardo 1

il gibboso ponte dal quale, ogni cinque di giugno, spenzola Gerardo

il luogo dell'ospedale gerardico, parecchio rifinito

il luogo dell’ospedale gerardico, parecchio rifinito

la chiesella sorta ove Gerardo accudiva i suoi pidocchiosi

la chiesella sorta ove Gerardo accudiva i suoi pidocchiosi

Morale di questa storia edificante parmi essere che quando l’esempio è grande l’imitazione viene ardua, ma se chi dovrebbe imitare è forte più del primo attore, a lui viene possibile far credere che il primo attore non sia un libero spirito, ma uno spirito eterodiretto; e da chi? Ma da chi dovrebbe imitare, va senza dire.

E tutto si cheta come le acque quando terminano le piogge. Disgraziatamente.