Bollettino di guerra n°1: La Burba


Non tutti gli accenti di questo raccontino sono esasperati. Chi sa, saprà distinguere ed ordinare.

Ce lo buttarono, come un quarto di ciccia, nella gabbia dove noi andavamo disordinatamente avanti e indietro presso le sbarre, arruffati, a teste incassate nelle spalle e guardando in obliquo di sotto in su; lo vedemmo lì in piedi e di colpo ci fermammo, guardandolo a fauci semiaperte; lui non aveva nemmeno posato il zaino (la naja cambia tutto, pure gli articoli) e ci sorrideva.
Lo considerammo, lì fermi come eravamo. Un pischello biondobbio’ di aspetto cherubinico, tutto garbo levità e sorrisi, approdato nell’infermeria di quella caserma che caserma fu mai se non per tre o quattro sbelinati, e giunto in presta sostituzione anticipata di me medesimo, il Fantasma, già con una ciabatta fuori di lì. Dovrei dire “con un anfibio”? Non scherzate: nell’infermeria della caserma ci si veste come cristo gira, ed io giravo in ciabatte. Infradito da doccia, per la precisione; talvolta ciabatte e basco, a ghigno degl’amici. Essi ghignavano non per l’accostamento, sapete, ma per il basco: grazi’al fatto fossi io l’unico najone del nord-est a non aver acquistato allo spaccio militare il baschino sciué fighello, portando invece, scopo lùdico e per protesta, quello di regolamento: una piatta padella di un metro di circonferenza che messo sulle ventitré era buffo, ma sulle ventiquattro era sublime: parevi una “T” maiuscola; se disteso, visibile anche dal satellite.
Ad ogni modo, quel giorno invece ero quasi elegante: bermuda e scarpe, portavo; scarpe dismesse da mio padre e che andavano bene a me, pianta larga e dunque insofferente delle novità in rasoterra. Il piccino ci guardava e continuava a sorridere, ma ancora non parlava. Noi lenti schiodammo dal fisso e, fiutando in terra, gli ci avvicinammo con giri concentrici da pesce coi denti.
Il zaino stava ancora presso spalla al bionderello che sorrideva e sorrideva come avesse il tetano; esile figura, snello oltremodo, mani da pianista, gli occhi suoi dichiaravano totale disarmo. Lui giunti, gli toccammo l’uniforme intonsa, perfino abbottonata: da mesi non ne vedevamo una così; lui girava la testa a seguire ognun di noi che lo nasava e non risolveva d’esprimersi, solo emetteva certi singulti come fanno i cani che sognano, o i bimbi prima di vomitare. Dopo l’esame, sollevammo lentamente i musi e lo fissammo muti nei buchi azzurri della testa. Ristette un poco incerto a quell’at-tesa, poi si sforzò di svegliar voce:
– “…Ciao… io… sono…” – tre parole, tremila puntini. Lo aiutammo:
– “la burba”.

La burba s’animò improvviso come gl’avessimo spalancato le branche al grido di: – “fratello”
– “Ecco sì!” –e rise come una stridula femmina a una festa – “la burba, eh eh, la burba!…” – sembrava diventare sempre più biondo, gli occhini-cielo lustri aveva come stesse per piangere; noi lo fissavamo in silenzio. “sì sì…La bur… ba…” – seguitò, e si spense, guardandoci con volto via via più smorzato, il zaino sempre sospeso a segargli una spalluccia e una spallina.
-“La burba, abbiamo capito”- dìssimo (la naja cambia tutto, pure i verbi) e: – “pòsa il zaino” – gorgogliammo.
Posò e, circondato, La Burba a domande rispose, così sapemmo tutto di lui.
Dottorino, era, appena vagìto fuor dell’università in qualche terreno di quelle bande, e non aveva fatto molta strada per giùgnere fin lì. Ecco tutto quel che c’interessava sapere; e non che ci interessasse, ma era la pratica.
Il dottorin La Burba appariva anche troppo facile gioco per noi tre mannari che vi presento:
Il giovane io, che già ben mi conoscete. Màgico Tòf, siddetto perché di mestiere facendo l’infermiere, era al Mondo l’infermiere il più malinteressato al bene dei suoi pazienti, da che appariva oscuramente sapienziale quella vocazione che aveva a seguitare il lavoro suo malgrado, invece ch’esser ad esempio bandito d’assalto ai treni, truffatore d’ingenui risparmiatori, ministro dell’Interno o boss del cartell di Medellìn; così misterioso era quel contrasto, che aveva ben di magico; e Tòf aveva che far col nome. E poi La Burba di Prima, come fu seduta stante ribattezzato il terzo che, malgrado un certo aspetto aristocratico, avea ruolo di pulizzante i locali sconci; con grave nocumento della igiene complessiva perché puliva peggio che non lo facesse.
La Burba, a questa terna in mezzo stava, sanza salva di gradi superiori perché in codello ambiente si comandava noi subito avanti a Cristo. E in più, si era atei.

Il nostro, dunque, ambiente, era un confine di mura basse, e cinto d’una specie di giardino; spiccava, nella desolazione cementizia del cortilame di contorno, arredato con qualche carcassa di vecchio cannone, nel confronto parendo quasi leggiadro. Questo luogo leggiadro però, col buio si animava draculicamente; passata l’ora, noi presso appropinquavano gli esseri della notte: guardie, sentinelle, spacciatori, disertori alla licenza, ribaldi graduati, sonnambuli insonni e strani meccanismi che lì convergevano per essere l’infermeria una zona franca, priva di controlli contrappelli corridoi in cui ciabattassero ghegne d’infami sorveglianti: lì non v’era pericolo di gogna regolamentare: solo noi, s’era; i più belli ed i piuppùri. Diciamo. Vedete ben’ in che bel posto v’ho portato.
Fu perciò che, quella anarchica notte, apparecchiammo festa di cui La Burba fu quel che è la ragazza balzante dalla torta tra i gangster in riunione conviviale; e tutti, vennero: i peggio pipistrelli, e s’attaccarono qui è là per la dimora; le guardie armate entrarono grevi, e subito abbandonarono i mitra per differenti canne; certi fugaioli senza licenza che tornavano di soppiatto, notando grida soffiate tra oscure luci, percorsero il rivolo mefitico d’aromi intensi fin quella sentìna di nequizie buone; viaggiatori spersi entro le mura bussarono trovando alloggio per le ore di falena; imbriachi da tempo, rabboccarono il vizio prima che scemasse e grandi figure inconosciute muovevano ovunque delle ombre. E a tutto questo in mezzo, La Burba, beveva.
– “Bevi! Sei la burba e devi bere!” – facevamo, a lucor di denti tra i lampeggianti chiari di tregenda, e La Burba obbediva, offuscato dai fumi e l’alcool, felice a quella iniziazione (perché fa rima con accettazione) quanto noi n’eravamo inconsci – “sono la burba e devo bere!” – rideva senza oggetto, levando la bottiglia in sull’attenti, e tutto attorno rigirava come vorticato fuor di lì – “…e devo bere!” – ripeteva ancora in stacchi di voce. Le lucette militari davano bagliori alle baionette deposte ed alle canne dei mitra tralasciati su ogni rialzo; uno mostrava nel suo ventre un buco grande e fondo come una ferita, mancando del caricatore, per il cui si potrebbe dirlo inutil ferro e la guardia sua padrona, ora sbracata e fumigante in vecchia branda, ben vaga sentinella. Una nebbia vasta riempiva dal soffitto alle nostre teste ondeggiando come un vestito di donna, ed alla musica che usciva dalla tivvù schiarante a scatti il sabba; voci raucheggiavano in un misto che aveva corpo quasi solido. Ma tutto ciò ch’è bello ed insieme orribile, pur esso deve finire.
– “…Sono la burba e devo bere!…” – solo restava ad eco della festa la burba, a ripetere incessante il comando che da sé ormai si dava; colpito alla testa, il fante rimaneva ancorato a quell’ordine di partenza. – “Sono la burba e devo bere!…” “‘ùrba e devo bere!…” – seguitava, a momenti inceppato da un singhiozzo. Anche avendo voluto (e ce ne sbattevamo oltreconfine) non avremmo potuto soccorrerlo; egli ormai non aveva scampo: era imbriaco come un professionista del ramo. Lo comandammo dunque al catafalco suo, che era su in cima da un’altra parte, e andammo a letto; – “…ù-mbà è-e-ndò é-é!…” udivamo da longo, mezzo impastato suono, mezzo remoto. E a quel suono c’addormentammo.
Udimmo poi, in momenti di quella notte, rochi ringhi, e cavernosi gorgoglii, e scoppi di latrati aspri far dialogo con la burba litanìa; naturalmente mànco ci movémmo dai giacigli, e nemmeno avremmo posto piede ultralenzuola se gl’austriaci avessero deciso di rivalicar le valli con orgogliosa sicurezza; perciò dei conati della burba con il naso nella turca – a parte per il disturbo che ci dava e di cui gl’avremmo presto chiesto il conto – non ci demmo cura alcuna. A certi succede, d’altronde, di non reggere ammodo gl’etti di droghe leggere mischiate a litri in vino, birra, gin, ketchup, grappa, chili di fonzies, yoghurt alle rane, paracetamolo e quintali in sogni e speranze di finirla presto quell’annata; vomitasse dunque egli come si conviene: avrebbe presto imparato. E’ così che si cresce.
Il dì d’appresso, La Burba fece la sua bella figura con un pallore splendente che lo faceva parere, nel contrasto, quasi moro di chioma; egli sorrideva con una tale ebetudine che il Capitàn Dottore comandante i locali l’osservò d’occhio clinico, ma clinico com’era lui, sapevamo ch’un cazzo avrebbe compreso, scambiando quel soldato per frescone naturale. Noi il cazziavamo giovialmente: – “pèttinati, o bùrba, che pari una sagoma dopo il tirassegno; e il capitàgno si saluta con la mano alla testa, non agitando un piede; credi che perché stai all’infermeria non sei purciostesso un soldato?” – poi considerandoci l’un l’altro: – “Beh sì, la burba ha ragione”. Lui rideva felice senza aver capito manco un verbo.

Passavano i giorni, e La Burba tale restava, perché si è burba finché l’antenato che ti soverchia non abbandona quel mondo squilibrato e metamorfosa da najone in maschio democratico, tal che quel cambio pare non semplice rito di passaggio, ma una morte vera con tanto di sepoltura, sebbene ciò che va sotterra è una divisa. E un dì vedendolo lì burbante, un dì che ricoprivo il turno d’ambulatorio, l’avvertii:
– “Cara burbetta/ dimmi un pochino:/ vero che tu/ non c’hai che fa’?”
– “Io…” – principiò tutto burbino, ed io, burbanzoso:
– “Bravo. Cambio di servizio: oggi sei di turno, ed io vado all’ospedale”.
– “Vai all’ospedale militare? Davvero?” – disse ammirato
Lo guardai patrigno: – “ma quale militare, o burba: l’ospedale quello vero; dalle sette alle tredici, ciao: burbabène oggi, ti raccomando” – e uscii.
Non mentivo, quella volta: con inganni degni d’un Arsenio Lupèn ero riuscito tempo addietro a far credere al Comando mi fosse stata promessa, dal comandante che s’era appena trasferito, la frequenza dell’ospedale civile quando non ero in turno di servizio. Era una minchiata grossa così, ma mercè la complicità testimoniale d’un Sergente Maggiore losco quanto me, il nuovo comandante, pur riottosamente, credette alla ballona e mi diede bollata permissione. Ci femmo ghignate altosuono, al bar, quel bravo sergente ed io: era fatta, e gli offrii la trincata.
E con l’arrivo della burba, i miei turni di servizio, al termine di quell’annata sbirula, furono numerabili in minuti al mese. Egli d’altronde mostrava di intendere bene, quando gli dicevo più o meno che “il lavoro all’infermeria va approcciato così: soli, senza sapere un cazzo di dove stan le cose, senza conoscere le voci che ti arrivano dal Comando, senza alcuna informazione su ciò ch’è in corso ed in scadenza; solo così, come davanti alla mitraglia abbaiante, ti svérgini dai timori e divieni agile gatto in questa giungla, tanto che un giorno, ti dico, ragazzo, tu sarai addirittura (mano al petto, sguardo in alto) ME!”
– (La burba, estatico): Oohh!…
Ed accarezzandogli bonario il capo con una scarpa, uscivo per i cazzi mia.
E’ sublime, davvero, che qualcuno possa dar credito alle peggio banfate; accade solo nei comizi elettorali, oppure durante il servizio militare: in nessun altro caso nella vita un uomo comune diventa un fenomenale abelinato, ma lì sì.
Dunque anche Màgico Tòf intensificò le sue sortite cittadine, e soprattutto le sue fumate distensive; egli, comodamente disteso in branda, il canale tivvù fisso su Videomusic, una bottiglia da due litri d’acqua a pié del comodino, riempiva la stanza solitaria d’un fumo sì denso che beava persino le zanzare, le quali restavano sorridenti pure di notte dimenticandosi di pungerci. Manco a dirlo, nel frattempo La Burba l’aspettava per ore in ambulatorio, svolgendo in solitaria tutta la paranza.
Ed infine La Burba di Prima, fando (la naja coniuga diverso) mostra di nulla, chiamava come per caso La Burba ora titolar del titolo dicendogli cose come: – “senti, burba, fammi un piacere, passami quello straccio; ma no, non quello della polvere, l’altro per le turche” – e poi: – “guarda, passamelo di qua; no, non di qua, di là; no, guarda com’è: te lo passo io, così, visto?” – e finiva che La Burba si ritrovava a pulire i cessi senza nemmeno accorgersene.

Ora ci sarà chi pensa che tale schema di rapporti denòti un insostenibile uso della soperchieria e sveli personalità immature, immorali e distorte; bene: chi pensa così ha ragione. E, naturalmente, ha torto.
Vede giusto infatti, quando individua la soperchieria e la distorsione, e laddove gli par d’intravedere im-maturità/moralità, ma questi buoni concetti non si possono mescolare per concludere giudizio unico.
Perché, ricordate la metamorfosi di cui prima? Ebbene non era questa che l’inverso della precedente, già avvenuta non appena il treno vi traduceva in quelle mura ed un Caronte in sedicesimo vi fermava il cuore e la mente dicendovi dove eravate. Eravate in caserma.
E significa non siete più voi, siete altri. Tanto è vero questo, ch’è normale caso di quel tempo ognuno scopra in sé una personalità diversa da quella che di sé nosce; io, un candido ragazzo idealista tutto slanci di giustizia, divenni furbastro trafficone; e conobbi signorili giovani adusi baciar mano alle dame, e li vidi poi tentarne il corteggiamento a furia di rutti; d’un figlio di mamma tutto timidezza e rossori femminei udii la sferragliata raffica calibro 9×19 che rivolse a delle ombre, il giorno che fu di sentinella: non uccise alcuno per puro cul del fato; e il pusher più potente da lì al confine era un secchione piccolo e con lenti da bibliotecario, che citava i classici. Naja cambia. E dunque giudicando, giudicate un’altra figura, una figura diversa che però àbita il corpo di prima; giudicate insomma il demonio che l’ha invaso.
Nessuno resiste a Naja, nessuno rimane lo stesso: Naja cambia.

Ma la nostra burba era così fresca, imberbe, color di pesca gialla, e tanto garbo aveva nei suoi gesti, tanta timida bontà nello sguardo che pareva fare eccezione. Lo guardavamo e dicevam tra noi: “questo non ce la fa; questo si spara”. Ma il problema era che, lì in infermeria, noi non eravamo armati. “Questo si succhia il bidone di metile salicilato” – dicevamo allora. Ma quel bidone era tanto vecchio ch’avrebbe necessitato di un barile di trielina a diluente, e la trielina non c’era. Eravamo tranquilli.
E ci godevamo lo stupore neonato che arredava il visuccio di burba, quando egli guardava la folle libertà che facea oasi in quel luogo di contenzione; tanto era bimbo il nostro ometto, che decidemmo narrargli favole.
E così un bel giorno gli dicemmo:

“hai visto, burba, che qui da noi si può far tutto; hai visto come scompariamo per fulgide licenze autocondotte semplicemente uscendo di galera senza che alcun secondino puzzolente ci scassi i pendagli; hai visto che la notte, qui, è circolo di delizie come un cimitero in Ognissanti; hai visto che nei segreti locali di deposito le cui chiavi sono unicamente al capitàgno ognuno ha accesso, perché esistono più copie di quelle chiavi che stelle in firmamento; hai visto che chi entra qui, pur pieno d’abbagli in sulle spalle, c’entra col cappello in mano, perché noi pungiamo culi con forti aghi. Hai visto queste cose, ma ancora hai visto niente”.
La burba ci guardava sgranando occhioni come una proscimmia, mentre faceva bocca a culo di struzzo. Ci demmo intra nos occhiata strizza.
-“Perché, burba, rispondi a noi: che manca solamente? Cosa ancora servirebbe qui, per render questo luogo il paradiso della Naja?”
Burba rimaneva allocchito.
-“… Ehi, ragazzo, diciamo a te: cos’è che qui solo non c’è? No, dico: non c’è da pensarci màssa, mi pare!”
-“…un bell’impianto stereo?… – tentava burba.
-“Le donne, coglione!” – esplodemmo unisoni – “le hai mai viste?” – gridavamo dandogli nocchini – “sai come son fatte?!
Egli scusava riparandosi il cranio, asseriva d’averne sentito parlare, giurava averne studiato sui testi l’anatomìa.
Dubitammo d’avergli raccontato una favola troppo per adulti, ma insistemmo: – “ovvìa dunque, burba: per quanto il tuo sembiante complessivo possa darci dubbi, confessa, su: ti piace la gnocca?”
Confessò arrossendo: gli piaceva.
-“E allora senti qua:” – e gli narrammo mirabilie su festini tali che facevan parire le cene eleganti di tant’anni dopo, delle tribune politiche: vòrtici di cosce, grappoli di pòppe, allegria di culesse ridenti, trombate epiche, tra quelle mura.
Ora, bisogna dir chiaro che sebbene il Corpo di Guardia fosse abbastanza renitente alla consegna di controllo su chi uscisse dal ghirigoro di fil spinato, all’ingresso le cose eran diverse: una caserma è pur sempre una caserma e se la morte per fucilamento da sentinella non è, a conti fatti, tra le prime cause di morte al Mondo, volendo varcare soppiattamente quel confine, il rischio c’è, e non a tutti si potrebbe consigliare di provarci. Per queste contingenze, di dònne, in tali interni, se n’eran viste – purtroppo – mai. Era quella una favola per la burba bimba, che ci ascoltava ginocchioni davanti all’altare del suo oracolo; cui credette sempre, perché l’onnipotenza genera fede cieca.
E noi ghignammo scrollando i capoccioni rùffi; io misi il basco buffonesco e feci memorabile imitazione di burba, tra le lacrime dei camerati che pestavan piedi al suolo.

Venne allora uno di quei dì in cui lesto mi squagliavo fuor di là; mìsomi in borghese bello, ravviata chioma, lestamente dissi a burba che mi fosse – indegnamente – sostituto; quella volta, burba non mi si mostrò sorpreso e neppure rassegnato, sol mi sorrise mite e rispettosamente mi salutò, augurandomi bel giorno. Ed io, occhiandolo ironicamente accigliato, me n’andai.
A mezza via m’accorsi d’aver lasciato il portafoglio nella braca stesa in branda; con rapida bestemmia ed inversione, mi ripresentai all’ingresso casermico; il Corpo di Guardia, che ben mi canosceva, guardò ovunque tranne che me verso, come da accordi. Veloce mi diressi all’infermerìa traversando il piazzale perfettamente brutto fino al mio giardino, apersi la porta centrale e repente calcagnai ai locali nostri, ove con passo marzialissimo feci impeto, spalancando d’imperio l’esil schermo.
Egli era lì. Non ove dovea esser, ma invece in branda; era steso alla moda di chi s’accinge al sonno, ma troppo vicino a un bordo per esservi perfettamente comodo. Anche il disabbigliamento che lo scoordinava n’era affatto quello di chi utilizza quel luogo per la dorma, ma il suo sfascio vestiario nemmeno poteva dar ragione di un pisolo malandrino per pochi attimi, né il contegno che burba teneva poteva suggerire in quell’istante lo avesse assalito pigrizia, ché anzi un buon vigore l’animava; insomma, a farla breve, burba non dormiva. E nemmeno era l’unico a ingombrare i materassi bui di umori di generazion di burbe.
Una favola di bionda, una dea olimpica, una gnocca da paura cingeva lui con flessuose membra chiare piene e sode come da tempo non ricordavamo.
-“Ciao!… scusa, ti presento una amica…” – e a lei: – “lui è il capo qui, sa tutto, è lui che mi ha detto come potevi entrare… è eccezionale…” – disse burba, senza scomporsi minimamente da quel groviglio. La femmina mi sorrise serena e lieta come fossimo ad una festa – “ciao, piacere, mi chiamo…”

Salutai dominando le extrasistole e, con una battuta sul portafoglio scordato, dàndomi tono d’uom di mondo che sa come vanno ‘ste cose, feci retro front chiudendo educatamente la porta. Vagai sperso le corsie, quel giorno, sordo ai richiami dei pazienti. La città mi scorse sotto i piedi senza dislivelli; non mi scostai al traffico, calpestai bimbi, valicai muri passando verticale, a pranzo mangiai il tovagliolo mentre la cameriera mi diceva non so che; non ricordo come feci a tornare, se mi portarono i corvi, o per teletrasporto.

Ringraziai dio (chissà quale, ch’io son ateo) che entro qualche giorno avea finito; poco più lì, e compravo la trielina, per diluire il bidone vecchio. Avevo da resister solo poche ore.
Ma poi capii, e accettai: Naja cambia; è legge immutabile. Pur se l’effetto, invece, cambia più della legge stessa e, a pensarci, questo rafforza la legge medesima, no?

Un mondo violento


 

Dunque: ecco che un bel dì non riesco a degluti’; oh madonna? – mi domando accendendo una candela, e col sangue che si gela pure in pieno ferragosto, raccomando com’è giusto la mia anima a lassù.
Nei giorni che seguirono, il disturbo disturbò, al trotto devo dire, col landò; “o li morti sfegatati di quel porco mafioso figlio d’una mamma ipertroia di…” (temo di essere intercettato) – esordii: è meglio che vada (io, vada, perché è anche seconda e terza persona singolare, meglio specificare) che io vada dal medico della mutua, che è tutto un dire, ma si fa.
Come si sa, ho una profonda conoscenza della medicina avendola studiata, durante vent’anni, per almeno due ore quasi consecutive. E perciò vi relaziono del mio dialogo col medico avvenuto in stretto dialetto medico; poi, a parte, invierò un glossario e delle note esplicative, insieme ad un’esegesi delle fonti e magari una sinossi. Allora:

Porta dello studio medico, rumore di artrosi fissa: – Sgrieeekk…
Io: – Buondì, come decorre?
Il Medico: – Iatra sufficit. Et patiens?
Io: – A livello della quinta cervicale, in positio paramedians giusto lo collo – ecco che sbottòno – accuso disfagia ingravescente et dolor irradians propter da qui a lì, ahia, infino lo braculum.
Il M.: – Mmm… non riesce a fagire?
Io: – Sic et simpliciter, non fago, nisba.
Il M.: – O porco Zeus. Eziologia?
Io: – Lo sa Maria.
Il M.: – Mah, mah, quante se ne vedono.
Io: – Prognoseria?
Il M.: – So un cazzulum, io, mica fo le carte; si fìa una bella scopìa e così lo scopriamo; ah, son poeta, persino; di poesia ridondans.
Io: – Una scopìa de verso o de recto?
Il M.: – Si glutisce il cannulone via òra, ensuite l’instrumento progressia, de ore ad culum, e infine riesce, vedrà, a veder le stelle.
Io: – Mallarmé?
Il M.: – S’allarmè pure, mica devo farlo io, eh.

Ecco che me ne sorto, colla mia bella carta in mano, in cerca d’un aguzzino patentato a farmi male: il giro delle sette chiese; gl’aguzzini sono tutti impegnati, file di settimane. M’accodo, paziente e intanto faccio – così – una visitucula dall’otto rino, quello di tutti quei nasi; egli m’assicura: “cià da fa’ ‘na laringhiscopìa”
“amo’?” – dis mi
“essì” – luì dis
Arieccomi in coda, ma stavolta è breve come il frenulo la prima volta.
Un giggetto piccolo piccolo che gli potrei esser padre vecchio, mi si presenta come lo specialista:
“ma va’” – ci dico io
“va’ chi” – mi dice lui
E srotola il diploma.

Eccomi sotto i tubi; primo conato; lui spruzza ovunque anestetici al sentor di piscio; secondo conato; avanza con la telecamerina nelle mie povere canne: due conati, un rutto, scoreggia, sputo, starnuto e càccola, ma ello non demorde; “abbiamo quasi finito” – mi dice cattivo, mentre cerco di colpirlo al ventre col piede destro in preda a scatti riflessi; “eecco eecco ha visto?” – ridacchia, estraendomi dalle tonsille il suo spaghetto a pila; finalmente possiamo azzuffarci: riesco a pestargli i denti sul bordo del lavandino, pur subendo vari colpi di savate su un orecchio; la vittoria è infine mia grazie al suo cazzo di anestetico che gli rovescio in gola mentre grida no le palle no; dopo diversi calci in testa lo lascio mezzo vivo ed esco dall’ambulatorio con parte del suo scalpo che getto in un bidone. Mai più, la laringoscopia.
Penso. Mentre esco all’ambio come uno stallone ombroso.
E passo nell’ambulatiere accanto, dove fo la gluglustroscopia; il medico è piccino, ci sono due donne, tutti sono estremamente gentilissimi e cercano di calmarmi. Lo credo: fatti ficcare tu un tubo grande come un braccio giù per il gargarozzo; son sberle che volano come stormi di pellicani in Tanganica.
Ci provano, i tapini, ma li atterro tutti come al bowling e faccio capire al medico che il suo tubo glielo infilo io, se non sta attento. Ci vuole un sedativo, mi dice con la bistecca sull’occhio.
Ecco il sedativo; sono sedato, ma sdraiato, buon per lui, ché se ero seduto l’avrei distrùto; io non ho memoria degli accadimenti storici, ma pare che abbia preso a sganasse ognunque si avvicinasse a portata anche di tiro di scarpa; se c’ero io tant’anni fa, insomma, il risorgimento sorgeva prima.
Ernia iatale, comunque, dio buono e scherzoso. Iatale da scivolamento; iatale che scarlìga; cos’è? Mi ricordo cos’è l’ernia, lo scivolamento, ma questo sincretismo mi coglie ignurante.
Andrò da piripicchio (il mio medico) che ne capisce fino al primo piano; andrò e vedrò se ha cambiato i poster nello studio (parola impropria) o se ha ancora il corpo umano disegnato da Senodonte nel cinquemila avanti cristo, e si applica ancora a quello.
Domani è Sabato, dio finalmente si dovrebbe riposare; non facciamo casino.

Dopo quarantott’ore di buio, arriva lunedì; chiamo quindi il medico mutualista per un giusto consulto; il dialogo si svolge in volgare perché lui, il latino, nel frattempo l’ha dimenticato:

Io: “Pronto?”
Voce: “…Studio del Dottor cazzaro, si prega di lasciare un messaggio dopo il segnale ac…”
Io: “Nèm, cristo, lo so che sei lì, piantala di trombare quella vecchia strega e rispondi, dottore!”
Il Dottore (voce stanca): “…Internet?… ma non eri morto?”
Io: “Malgrado te, no. Senti qua: quando piscio mi fan male le orecchie, e se mangio l’insalata rabbrividisco; cosa sarà?”
Il Dottore: “Boh. Si vince qualcosa?”
Io: “Si vince che ti lascio in pace e puoi tornare a fare l’iniezione; dài muoviti”
Il Dottore: “Adesso faccio la ricetta e la lascio sul marciapiede; vieni a prendertela, buonanotte”

Vado a prendere la ricetta; sono esami del sangue e delle urine da eseguirsi in vivo all’ospitale dei malati più prossimo; pedonando in mezzo al traffico degli infetti, con in mano un numerino, mi fo largo verso lo sportello.

Sportello: “Il numero 78637?”
Io: “Sono io, sacramento”
Sportello: “Ma qui non si capisce niente… ‘eniru elled e eugnas led imase?'”
Io: “Provi a girare il foglio”
Sportello: “Aahh… ‘esami del sangue e delle urine’, bè, poteva dirlo subito!”
Io: “E’ vero, l’ho solo pensato”
Sportello: “Nonnò, me lo deve dire a voce alta, sa!”
Io: “Come vuole: ‘LEI E’ DEFICIENTE’”

L’altro sportello (consegnandomi delle provette, vaschette, ampolle, bicchierini, pentole, pirofile, beute, storte, matracci, fiaschi e colapasta): “Ecco; si ricordi: prima di pisciare apra il tappino giallo, guardi la vaschetta a imbuto, ma pisci invece nella provetta a destra, poi si fermi, si volti, dica ‘trentatré’ consideri la provetta e pisci nell’otre a tracolla, poi tappi il bicchierino che è già tappato, lo stappi, lo ritappi, lo stappi e lo ritappi, pisci attraverso il tappo, tolga il tappo e pisci a destra, rimetta il tappo e pisci a sinistra, pisci qua pisci là e ripisci qua e là ma facendo le flessioni; poi raccolga il pisciato in queste quattro vaschette azzurre, qua metta la bilirubina, qua i sali minerali, qua il solfato di bismuto e qui, eventualmente, ci vomita. Tre piroette recitando il Pater ave gloria ed è finito tutto. Ecco il foglietto delle istruzioni.”
Io: “Ma qui c’è scritto solo ‘hai pagato, bastardo?’ ”!
L’altro sportello: “Il numero 78638!”

Così mi sono diretto al cesso dell’ospedale, con tutte le provettine sterili che mi cascavano nella merda altrui. Pisciai come un idrante per ogni dove, recitando formule magiche; poi mi ii con tutte le scodelline rigurgitanti il brodo caldo giallognolo allo sportello delle consegne, dove campeggia professionale il cartello “Sportello 21-consegna pisciemmèrda”; un addetto con la molletta al naso prende in mano quelle schifezze e le butta in un cesso dietro la scrivania; in tutto l’ufficio risuonano rutti e allegre scoregge. Mi reco a fare il prelievo del sangue. Qui ho atteso sei giorni in mezzo a sventurati che tossivano, rantolavano e agonizzavano qua e là nell’attesa. Finalmente mi chiamano:

Emoanalisi: “Numero 75.321,35!”
Io (svegliandomi e camminando sulle vecchie moribonde): “…Fuori dai piedi, carogna… eccomi!”
Nel bugigattolo, una bambina col camice si trastulla in mezzo alle siringhe; quando mi vede sorride e stappa un ago lungo così, e mi dice:
Analista: “Quale braccio vuole?”
Io: “Quello di quello là”
Analista: “Facciamo il sinistro?”
Io: “Facciamo il destro”
La bimba mi sfrega il controgomito con un gran batuffolo rosa, poi, senza guardare cosa va facendo, m’infila mezzo metro di punteruolo in un braccio, succhiando come Dracula
Io (tra i tormenti): “Chissà i pompini che fa, lei…”
Analista: “Ah ah ah!…”

Mi alzo. Ho un’ematoma che si allarga come un fungo atomico; sembro Michael Jackson quando finiva l’antidoto; mi allontano quanto basta per poter vedere Lamadonna senza dare nell’occhio.

Lamadonna: “Allora?”
Io: “Minchia, ragazzi, che giornata”
Lamadonna: “Cià, vieni qua che ci facciamo un giro”
Io: “Ci avrei bisogno proprio di un po’ di coccole, neh, Madonna…”
Lamadonna: “Sei sempre il solito; tu e il tuo amico Ambrogio chiedete sempre le stesse cose…”
Io: “Ah, conosci anche lui?!”
Lamadonna: “Non ti preoccupare, oggi ci ho mandato Gabriele…”
Io: “Con la spada fiammeggiante?”
Lamadonna: “Con la spada fiammeggiante!…”
Io: “Ah! Ah! Ah!…”
Lamadonna: “Ah! Ah! Ah!…”

Motorama


Perché non raccontare, a futura memoria, l’esito delle mie ricerche finalizzate all’acquisto di un motociclo che mi rendesse finalmente libero e selvaggio? E come s’usa tra noi, ecco il dialogo integrale con gli ultimi due rivenditori:

Porta: – plin plonn…
Concessionario Suzuki (traduco dal giapponese): – cosa desidera?
Io: – una moto, che domande.
C.S.: – per lei?
I.: – non faccia lo spiritoso
C.S.: – quale modello vorrebbe comprare?
I.: – la RZWYQFRPP-KK123456789 e 10
C.S.: – non faccia lo spiritoso. Guardi, abbiamo quel cifone lì che le dovrebbe piacere
I.: – quel cifone lì?
C.S.: – sì, quel cifone lì.
I.: – bello, in effetti.
C.S.: – mica male eh? Tutta cromata, dieci hp, si potrebbe ripartire, certamente non volare, ma viaggiare…
I.: – vabbè, ho capito; quanto costa?
C.S.: – per lei…
I.: – dàje!…
C.S.: …9.999,998 euri più la tassa di circolazione, quella sull’immatricolazione, quella sul macinato, quella…
I.: – vorrei una Bandit 650 S nuova versione, color nero, al costo di Euro 6.200, più set di borse GIVI, un completo antipioggia due caschi a mordacchia rialzabile, guanti e bastone.
C.S.: – è uno con le idee chiare, lei
I.: – modestamente.
C.S. – ma guardi, guardi qua, caro cliente: una D-Fronz bìbòbà, 750 cavallucci apparigliati, tre cilindri avvitati proprio qui, cambio al volante, fanali omaggio, due ruote belle tonde, marce, peretta, c’è tutto, più stabile ai bassi regimi, adatta al turismo di massa e all’emigrazione, conforme all’uso per minorenni, minorati, anche vecchi scemi, utilissima per fughe in avanti ed altri sotterfugi, solo diecimila, che ne dice?
I.: – vorrei una Bandit 650 S nuova versione, color nero, al costo di Euro 6.200, più set di borse GIVI, un completo antipioggia due caschi a mordacchia rialzabile, guanti e bastone.
C.S.: – è uno con le idee chiare, lei
I.: – modestamente
C.S.: – via, ci salga, la provi, lo faccia per me, mi faccia contento
I.: – ma se non me ne frega niente…
C.S.: – …ho moglie e tre figli, un’amante, due zie invalide…
I.: – …che palle…
C.S.: – ci salga, sarebbe il più bel giorno della mia vita
I.: – (salendo con difficoltà): – …’cramento…
C.S.: – che ne pensa?
I.: – (da terra, sotto la moto): – non mi sembra quella adatta.
C.S.: – meglio così.
I.: – (uscendo): – me ne vado scornato
C.S.: – arrivederci! Torni a trovarci non appena esce pazzo!

Esco et entro in un’altra rivendita; al bancone reception un tizio baffuto che pare un ex play boy riconvertito a fottere motociclisti; mi avvicino cautamente.

Tizio: – ehilà.
Io: – ehilà.
T.: – allora?
I.: – eh.
T.: – moto?
I.: – già.
T.: – questa?
I.: – no.
T.: – quella?
I.: – sì.
T.: – firma?
I.: – qui?
T.: – qui.
I.: – qui.

E adesso ciò la moto, brum brum! E’ stato facile! Vedeste come vado: sembro un puffo gigante con il cappello al contrario e la gente mi guarda e dice: com’è bello chissà se è sposato. Io non sono sposato, ma loro non lo sanno, e io viaggio a trenta all’ora felice con una coda di camion dietro di me per familiarizzarmi con il mezzo e perché c’ho una paura della madonna; chissà che m’è passato per la testa di comprarmi la moto gesù cristo, la moto è pericolosa e forse è meglio che la spengo e la metto in garage; se l’avessi, il garage, ma non ce l’ho e quindi mi tocca girare con la moto senza potermi fermare mai.
E sta arrivando la neve.

 

ED ORA ECCO UN DETTAGLIO DELL’ACQUISTO

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Eccomi qui. Sto ritirando il pacco; il pacco delle attrezzature, intendo; la moto è là, bella e possibile, nera e lucente, catafalcosa di borse sul culo all’insù che tiene, mi aspetta silenziosa e – secondo me – mi guarda.
Mi vesto; – mi devo vestire con quella roba qui? – chiedo al Vecchio Volpone della rivendita; – certo – mi risponde con un sogghigno. Io guardo spaurito il monte nero di vestimenti per il motociclista trendy e figone quale devo divenire, partendo dallo stato di larva.
Non starò a descrivervi i dieci minuti di battaglia al termine della quale passo da larva a bozzolo ed ora mi mancano solo le antenne per sentirmi, finalmente, un mostro pazzo.
– Ecco la sua moto – mi dice il Volpone – sia prudente per i primi centomila chilometri; grazie e arrivederci, forse. – egli scompare su per le scale; sono solo sul piazzale, io e lei.
Lei mi osserva, par quasi che sorrida. O forse ride? Mi accingo a salirla in sulla sella: è una parola; vestito, diciamo, a quel modo non riesco nemmeno ad alzare un braccio, figurarsi una gamba; l’acchiappo per le orecchie e tento.
Non starò a descrivervi il quarto d’ora di lotta senza esclusione di strappi ai legamenti dopo il quale sono davvero in sella. Eccomi in sella: e adesso?
Non avevo pensato bene a questo momento fondamentale: adesso dovrei partire, credo. Già, partire. Giusto giusto giusto. Dunque allora: dev’essere quel pulsantino rosso qui; pìgio: non accade niente; pìgio e ripìgio aiutandomi con qualche facile bestemmia da riscaldamento; nulla. Guardo intorno a me con aria invocante: nessuno passa per quel piazzale desolato che ora mi pare il deserto del Gobi a mezzogiorno; sarà allora quel pulsante qua.
Pìgio, invocando la vergine e i suoi peccati: nulla. Muovo febbrilmente delle levette qua e là: la moto sembra un morto.
– Puttana malora… – gemo tra me davanti al cockpit inerte e alle decine di barrette mobili sul manubrio, sentendomi come la povera Laika a bordo della Soyuz.
– Come cazzo si accende? – è la domanda che faccio al Vecchio Volpone dopo mezz’ora in cui non starò a descrivervi il viaggio dalla moto agli uffici della rivendita, raggiunti dopo aver nuotato sul piazzale ed essermi trascinato come un paralitico su per quella maledetta scala al prezzo di due vertebre lussate, il gomito del tennista ed un ginocchio della lavandaia; – con la chiave – mi risponde Lui, senza alzare gli occhi dalle carte. Ristriscio fino al mezzo lì in mezzo (al piazzale), arrivando che peso la metà e ho pure quasi esaurito tutte le bestemmie che mi ero preparato per l’occasione. Sogno di salire come Zorro, con un salto agile e galoppare via, che gliela vorrei far vedere io a quello stronzo e, piangendo, scongiuro la moto di aiutarmi e di non cadere per quanto io faccia di sbagliato in quella importante situazione. Pur commossa, la moto non m’aiuta. Ma infine.
Trac, fa la chiave; brubruumm, fa il motore, e il più è fatto. Clac, fa la marcia; i leds sono sfavillanti, qualcuno occhieggia, altri restano sornioni, la lancia del contagiri trema nervosa, alle finestre molte facce mi guardano, qualcuno mi indica ad altri dietro che si affacciano subito; un fumo grigio esce da qualche buco che non vedo ma penso che vada bene così; allento la morsa sulla frizione e percepisco un fremito cavallino; che faccio, vado? Mollo un altro po’, la moto si muove ed io pure, pur se con qualche resistenza che mi consuma le scarpe sull’asfalto; il piazzale mi scorre sotto il culo, la strada fila via liscia, dietro di me un grande applauso, la gente si abbraccia, gridano; il lancio è riuscito. Un’ovazione così, neanche a Jimmy Page.
E’ bello far bene le cose.