A proposito


 uomini e no 1uomini e no 2
Una sera tornando a casa, mio padre ci raccontò una storia:
erano giorni in cui avevamo perduto tragicamente il nostro cagnolino, un trovatello di can da caccia che anni prima aveva bussato all’ingresso della nostra casa con mille cautele, venendo infine adottato. Morto lui, i miei genitori in carenza bestiale si misero alla cerca di un sosia che potesse parere lo stesso. Un bel dì di quei dì mio padre, durante uno spostamento di lavoro si trovò tra le campagne e presso una di quelle trattorie leccorniose che vi si trovano infrattate; decise di fermarsi lì a pranzo.
Mangia che ti bevi, gli si sciolse la lingua e così raccontò all’oste chiacchierone della sua ricerca di un cane vivo che paresse un cane morto; l’oste ascoltava rapito.
E non era il solo: un anziano commensale udì quelle parole, si alzò dal tavolo e si avvicinò col bicchiere in mano; “ecco, chieda a lui” – disse l’oste cui non pareva vero di togliersi da un ginepraio di consigli da dare che non riguardavano la ribollita.
“Lei cerca un cane?” – chiese l’uomo a mio padre.
“Sì” – rispose lui sincero – “un cane così e così, e deve aver questa coda e quelle orecchie, un color beige chiaro con una sfumatura di rosso turchino e l’occhio glauco e vivace, e raccomando si chiami Terry” – mio padre leggeva da un foglio che teneva in mano – “sennò mia moglie non la finisce più” – concluse ripiegando il foglio e guardando in modo commovente l’interlocutore.
“Posso sedermi?” – disse questi
“prego” – rispose mio padre
“io ho cento cani” – mormorò il tizio
“davvero?” – disse incredulo il papà, guardandolo come si può immaginare
“nella mia terra, qui vicino; ho molta campagna, sa?” – dettagliò l’uomo
“e ne avrebbe uno come quello che cerco io?” – domandò mio padre
L’uomo fece una pausa, abbassò il capo e si tirò indietro: – “se anche l’avessi, non glielo darei mai” – rispose
“è crudele, lei” – piagnucolò papà, pensando al suo ritorno infruttuoso a casa.
“Mi ascolti” – gli disse l’uomo chinandosi verso di lui confidenzialmente – “i miei cani sono miei fratelli; lei darebbe via un fratello? I cacciatori sì. E se li perdono o gli abbandonano ovunque. Così io li trovo; e quando li trovo, le assicuro, sono in gran brutte condizioni; allora li faccio curare e li porto da me. Lei non sa che bello sia quando mi siedo sul prato in mezzo a loro tutti e li vedo felici che vengono a farmi festa”
“tutti e cento?” – tremò mio padre
“sicuro” – rispose l’uomo – “tutti quanti”
“ma non è pericoloso?” – disse babbo, che amava i cani singoli ma diffidava dei branchi di lupi, di licaoni e di cani selvaggi e cominciava a pensare l’uomo fosse un po’ matto. L’uomo lo guardò con incredulità:
“pericoloso? È vero, lei non mi conosce: vede, io sono vivo grazie ad un cane; un cane che era molto più umano del suo padrone, mi creda”
“la solita storia che i cani sono meglio delle persone?…” – bofonchiò sorridendo papà, mentre beveva un gotto di vino
“però questa è una storia vera” – disse l’uomo – “una storia di guerra. Lei è giovane e non è ebreo, la guerra l’avrà vista da casa quand’era bambino, ma io l’ho vista da adulto, nel posto più brutto che si possa immaginare: in campo di concentramento”.
E allora l’uomo raccontò a mio padre la sua storia di prigioniero dei lager. Era una storia tremenda quanto quelle che quasi tutti conosciamo dai libri e dalle parole dei protagonisti sopravvissuti: il tradimento di un conoscente, l’arresto e la tradotta bestiale, la tortura della detenzione, la fame atroce, la violenza e la morte intorno.
Narrò una storia conosciuta che aveva questo svolgimento inusuale:
mentre il prigioniero tentava giorno per giorno di salvarsi la vita mantenendosi forte abbastanza da non essere inviato ai camini, e perciò si sforzava di lavorare e di avere una apparenza utile, la denutrizione che si pativa in quel luogo, lentamente gli consumava le forze. Giorno per giorno egli si sentiva sempre più debole e sapeva cosa ciò avrebbe significato: ad una delle prossime visite sarebbe stato diretto verso la fila nera. E sarebbe morto. Sarebbe morto ucciso perché troppo debole per essere utile.
Ma in quei giorni venne assegnato ad un lavoro presso la baracca di un ufficiale tedesco. L’ufficiale aveva un grosso cane cattivo che portava sempre assicurato ad una cinghia vicino a sé e col quale spaventava i prigionieri. Al cane, legato fuori dalla baracca nei momenti di ozio, venivano serviti dei pastoni di carne enormi, in una ciotola; stava lì fuori a mangiare da solo, e perché era solo e perché nessun altro che passasse aveva da mangiare; e la bestia era così grande e feroce che nessuno di quei disgraziati detenuti mezzi morti si sarebbe azzardato a contendergli un cibo da sogno.
Il nostro uomo guardava il cane mangiare: l’avidità dell’animale sul suo pasto da re, gli dava le vertigini: solo avesse potuto avere una manciata di quella carne, appena un pugno al giorno, non sarebbe morto, pensava; avrebbe superato la visita.
Il prigioniero girava sempre lì presso, ed il cane – così l’uomo raccontò – prese a guardarlo; lo puntava fisso a collo teso come fanno le belve, acquattato in terra che pareva una molla; era legato alla catena, ma la ciotola del cibo era sempre accanto a lui ed il tempo che trascorreva da quando veniva riempita a quando il cane la svuotava completamente era di pochi secondi. L’uomo si tormentava nell’angoscia, nel desiderio e nel dolore; il cane mangiava ogni volta come fosse digiuno da sempre, così furiosamente che la ciotola si capovolgeva; finiva il suo pasto e poi tornava a fissare, nella sua posizione da belva, l’uomo che lo stava guardando.
Nei giorni che passarono, l’uomo ed il cane feroce sempre si guardavano, finché un giorno – disse il narratore – il cane non mangiò tutta la sua razione di cibo; dopo averne trangugiata una parte, si spostò e si sedette e guardò l’uomo.
L’uomo vedeva quella mezza porzione di pasto del cane come la promessa di vita; guardava la ciotola come per attrarla a sé, perché andare fino lì era impossibile: il cane lo avrebbe ucciso in un minuto, grande ed in forze come era, mentre l’uomo sembrava già un cadavere; avvicinarsi alla ciotola della vita, avrebbe significato certo la morte; il prigioniero guardava il cibo e piangeva dallo strazio, e il cane, seduto, lo guardava; poi l’animale ad un certo punto guardò di lato e quindi si voltò. E gli diede le spalle.
L’animale sembrava disinteressarsi a lui, sembrava disinteressarsi anche al cibo, a quella carne di cui rimaneva mezza abbondante porzione nella ciotola; l’uomo tremò di voglia e di paura, sentì insieme la voglia di osare ed il terrore del cane feroce, ed infine si fece forza, e angosciato strisciò, strisciò cercando di non fare il minimo rumore, terrorizzato e famelico strisciò disperatamente verso il cibo. Il cane non si muoveva, la lunga catena rimaneva come un serpente fermo in terra. L’uomo arrivò alla ciotola, il cane restava di spalle immobile; e l’uomo mangiò come un cane, mangiò tutta la porzione rimasta guardando con occhi sgranati la belva ferma. Poi strisciò indietro lentamente, vincendo la voglia che aveva di fuggire a rompicollo, sempre fissando il grande cane che ancora non aveva fatto neppure un movimento. Quel giorno benedetto, l’uomo aveva mangiato, davvero, la carne che sognava.
E così il narratore, davanti a mio padre che lo ascoltava a bocca aperta, continuò a raccontare piangendo e disse che tutti i giorni il cane feroce del nazista lo guardava, e mangiava solo mezza porzione del suo pasto, poi si metteva da parte e si voltava di spalle, cosi che l’uomo poteva avvicinarsi e cibarsi del resto, e fu in questo modo che l’uomo si salvò.
Il narratore disse che il cane tedesco di un tedesco aveva capito la sua condizione ed avuto per lui la pietà e il rispetto che in quel luogo gli era negata dagli uomini, così aveva scelto di privarsi di parte del suo cibo perché l’uomo avesse di che nutrirsi; gli aveva salvato la vita. E lui non aveva mai dimenticato quella storia tremenda e grande, perciò da allora raccoglieva ogni cane disperso, spaventato, affamato e malato che gli capitasse di incontrare, e se ne prendeva cura. Pensava che mio padre avesse smarrito il suo cane e si era avvicinato per capire dove questo fosse accaduto, ma dal momento che invece il cane era morto, lui non poteva fare nulla; tantomeno dar via uno dei suoi cani.
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Mio padre cercò con imbarazzo di aggirare la commozione di quell’uomo anziano e gli chiese:
“…e come fu il ritorno a casa? Ritrovò i suoi cari?”
l’uomo rispose: – “il primo che ho ritrovato è stato quello che mi aveva denunciato” – e mio padre, considerando quel vecchio signore pieno di cuore: – “chissà cosa avrà provato; sarà stata dura riuscire a non vendicarsi” – e l’uomo, ringhiando:
“non ho avuto il tempo di pensarci: l’ho ammazzato a calci in mezzo alla strada come un… come la canaglia che era, quel bastardo”.
Storie. Storie di uomini e di animali; quanto ci somigliamo.

Charlie, tu te trompes


Le differenze sono bella o brutta cosa?
Si potrebbe partire così. E la risposta appare semplicissima: “dipende”. Così risponde sempre anche chi si sottrae alle domande e vuole mimare equilibrio.
Però è vero che “dipende”, perché tutto, al mondo, dipende da qualcos’altro; nei rapporti chimici degli elementi come in quelli umani ideali, ed intendo i rapporti tra le idee, che contengono in sé tutta la complessità dei rapporti sociali; questi dipendono dal contesto, dal periodo, dalla circostanza (sembrano ripetizioni, ma son cose un poco diverse), dalla cultura, dalla personalità, dal carattere, insomma dalle differenze.
A causa delle differenze, un comportamento può essere giudicato, di volta in volta, proprio od improprio. Facciamo qualche esempio:
Il Ministro delle Sostanze Mario Clotildo di Rivarosa Vallombrosa vi invita a pranzo; immediatamente vi fulminano varie preoccupazioni: di avere l’abito adatto, di saper usare disinvoltamente il coltello da pesce, di riuscire a reprimere per tutto quel tempo il vostro intercalare preferito – “ma che figata!” e di resistere alla tentazione di stuzzicarvi i denti col tovagliolo. Ma perché? Che bisogno c’è di avere tutti questi pensieri?
Un altro esempio, più calzante:
Vi telefona il Papa (se non l’ha già fatto): “buongiorno, filiòlo…” – scommettiamo una grossa somma sul fatto che non coglierete l’ottima occasione per dirgli: – “sissì France’, tutto bello, ma dopo la pubblicità, la vogliamo pagare ‘sta benedetta Tassa Sugli Immobili? O vuoi proprio che mi segni il tuo numero e te lo ricordi io ogni giorno? Guarda che non devi mica fare un miracolo sai, l’abbiam pagata tutti, noialtri che siam tanto mortali: è facilissimo. Dài, vai a pagare svelto e sentiamoci dopo, così sacramentiamo un po’ insieme per una buona ragione; ciao”.
Si potrebbero definire questi due episodi, due vignette. Se fossero vignette, passerebbero senza censura, qua in occidente. Ma se fossero azioni reali, no; nemmeno qua in occidente.
Perché?
Per la differenza non colta tra satira ed ingiuria; o meglio: a causa del fatto che chi osserva, giudichi l’autore del gesto incapace di cogliere quella differenza.
Allora vuol dire che si possono far battute, finché queste non diventano programmi di comportamento?
Sì, vuol dire proprio questo. E ciò indica che la battuta satirica, qua da noi, non conta niente proprio perché non è legata ad un comportamento quindi non è pericolosa; una risata infatti (ad onta degli slogan) non ha mai seppellito nessuno: solo l’azione, ed una pala, seppelliscono.
Dunque, voilà l’ipocrisia: la “libertà di espressione” è una molto ben confezionata pecetta di censura sull’azione; l’oggetto della satira dice: “ma esprimetevi come cazzo vi pare, pecorelle; noi ce ne fottiamo al massimo grado. Ma azzardatevi ad organizzarvi, e vedrete”. Ecco qua la libertà del nulla.
Un esempio sulla realtà? Eccolo: Benigni, in un suo spettacolo, inventava una scenetta verosimile: Berlusconi era ospite sulla carrozza della Regina d’Inghilterra ed il dialogo tra i due veniva interrotto da un fragoroso peto di uno dei cavalli; la Regina allora si scusava con Berlusconi e questi, con non chalance: “si figuri, pensavo fosse stato il cavallo”.
Fa ridere perché è grottesca? No, perché non è reale.
Ma in due occasioni reali, Berlusconi si è comportato in modo altrettanto grottesco, raccontando in pubblico due “barzellette” allucinanti per un uomo adulto ed un responsabile di Governo: la prima sulla “mela che sa di figa” e la seconda che finiva con una clamorosa bestemmia in mondovisione.
Ed è cambiato qualcosa grazie alle battute? Assolutamente nulla: Berlusconi ha perpetuato e perpetua ad ingombrare il Paese malgrado milioni di vignette, ed arcimboldi di satire di ogni natura su di lui.
Questo è il genere di sensibilità occidentale: si ride dell’irreale, il quale ha campo liberissimo, si teme e si censura il reale, cioè il comportamento, se conseguente alla satira.
E dunque la satira non serve? No, non serve, resta un gioco intellettuale. L’azione, serve; ad essa, la satira potrebbe dare un sostegno psicologico, ma se manca l’azione, la satira, di per sé, è fumetto.
Riassumendo in un motto occidentale: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”; questo proverbio già ci dice che possiamo parlare quanto vogliamo, ma se vogliamo fare, rischiamo anche di annegare.
E’ tanta la suggestione che si prova nell’essere liberi di poter dire, però, che sembra un volo infinito, e ricorda il volo che lo studioso Carlos Castaneda pensava d’aver fatto dopo l’ingestione di una pianta allucinogena; tutto gli diceva che aveva volato ed allora lui si rivolse allo stregone suo maestro: “ho davvero volato?” – gli chiese, e quello, stupito: “ma se me l’hai detto tu!…” – “sì ma tu mi hai visto volare?” – “io sì, perché sono uno stregone” – lo studioso smaniava: – “come posso dire… un altro mi avrebbe visto volare?” – e imperturbabile, lo stregone: “dipende da lui: se fosse stato capace di vedere, avrebbe visto” – “va be’ ma se mi fossi legato ad una pietra?” – “avresti dovuto volare con tutta la pietra” – estenuato infine lo studioso domandò: – “ma insomma: il mio corpo dov’era?” – e lo stregone, serafico: – “tra i cespugli”.
Sic transit gloria Castaneda. E così accade anche qua; come dice un amico: noi ridiamo, e quelli ci fregano.
Accade così perché da noi si è diviso il dire ed il fare. In oriente invece, come anche da noi fino all’età dei lumi, dire e fare sono uniti fino ad essere considerati la stessa cosa.
Perciò, se vogliamo dialogare con l’Oriente, non possiamo usare questa modalità; è come incaponirsi a chiedere in italiano informazioni in Cina; cosa ci vuole a capire che lì parlano cinese o, al massimo, inglese? Perché non lo capiamo?
E qui vedo il nodo: non lo capiamo perché il progresso evolutivo sociale che abbiamo raggiunto, insieme a quella bell’incantamento della assoluta libertà di sola espressione, ci ha abbagliato di senso di superiorità: gli altri devono imparare quello che gli insegniamonoi. Non è davvero così che si inizia un dialogo, soprattutto quando agli altri si impongono nel contempo, e con la forza, direzioni politiche, variazioni territoriali, mercati ed ideologie. Il senso di superiorità poi, genera nell’oggetto un inverso senso di inferiorità (pensiamo a come ci siamo sempre sentiti noi nei riguardi dei tedeschi) il quale lascia rancore. Potenza, più sprezzo, più – a conclusione – beffa, ed ecco che l’oggetto salta dai cardini.
Un’altra cosa ancora: tempo addietro vidi una pubblicità nella quale un personaggio mascherato da Che Guevara reclamizzava non ricordo cosa. Pensai allora, con fastidio, che di qualcosa bisognerebbe avere rispetto e, nella circostanza, della figura di un uomo capace (quasi nessuno di noi lo è) di mettere sul piatto la sua vita per un programma basato non certo sulla conquista, come un Napoleone qualsiasi, ma bensì sull’idea di progresso per altri. E’ finita male? In parte sì, ma la sua tensione era pura. Farne lo sponsor d’un paio di mutande, o di una lavatrice, mi pareva sgradevole.
Estremizzando questo fastidio, si arriva alla religione; ognuno di noi ha una parte di Mondo che ritiene di grande valore e perciò degna del massimo rispetto; se ora io facessi una battuta becera sulla figlia di chi mi sta leggendo, sarebbe chiaro cosa voglio dire; ebbene: comprendere questo è – io credo – un obbligo per chi si considera un occidentale, colto, evoluto, libero ed intelligente. Insieme alla comprensione dei diversi tempi evolutivi della Storia dei popoli, ed al linguaggio delle differenze.

Chi salvi non può


Bene, un altro traghetto nei guai in mezzo al mare e con l’intero contenuto umano che deve aspettare soccorsi da miglia lontano, per non crepare annegato.

Cosa si impara da un fatto così?

Credo: che tutte quelle scialuppe montate a destra e a manca della nave, son lì per dare sostegno psicologico. Son finte.

Tanto, in fondo, pochissimi non sanno nuotare.

‘O conzuntìve – atto terzo


atto terzo

L’incubo: – Presidente, aìzzete.
– ‘O Presidènde: – e ‘nu poche ‘e rispiètte! Tengo una certa età, nunn’è che pozze fa’ ìccòse di fretta…
– L’: – Sì, ma quanto ti ci vuole ancora?
– ‘O: – mo’ nun te lo sàcce dicere; quanno me ne viene l’ispirazziòne…
– L’: – meh, lo vedi però in che Stato siamo…
– ‘O: –  ‘o Stato? ‘na bellìzza! Àggie salvato ‘o Paese, ci sta ‘nu Govierne sctàbbile, Samanta Cristoforetti va ‘ncòpp’a Luna e m’hanno pure dìtte che ci sarà ‘a riprésa…
– L’: – sèh, campa cavillo; abbiamo ‘nu Govierne formato dal secondo e il terzo partito per numero di voti alle elezioni; il primo, non ce l’hai fatto entrare ricattando mari e monti. In compenso hai voluto che si accordassero segretamente, all’oscuro dell’esame dei cittadini, il bugiardello di Firenze e un condannato alla galera per truffa allo Stato, compiuta mentre dello Stato lui era a capo. Gran bel lavoro, complimenti, Preside’.
– ‘O: – non cominciamo con l’antipolìtica.
– L’: – a proposito di antipolitica: mamo’ chi lo decide il tuo successore?
– ‘O: – ossanta marònn’, quanto sei ignorante: il mio successore ‘o decide ‘o Parlamento, chi vuoi che ‘o decìde?
– L’: – appunto, dicevo.
– ‘O: – quanto si’ guagliòne: “il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità nelle assemblee elettive, l’individuare i temi di necessaria convergenza nell’interesse generale non contrastano con la democrazia dell’alternanza, ma ne definiscono il più maturo e costruttivo modo di essere in sintonia con l’imperativo dell’unità nazionale”.
– L’: – eh?
– ‘O: – àggio rìtte: “il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità nelle assemblee elettive, l’individuare i temi di necessaria convergenza nell’interesse generale non contrastano con la democrazia dell’alternanza, ma ne definiscono il più maturo e costruttivo modo di essere in sintonia con l’imperativo dell’unità nazionale”. Chiaro, no?
– L’: – Preside’, parlando latino: non s’è capito ‘nu cazzo.
– ‘O: – chi doveva capire, ha capito.
– L’: – allora Berlusconi, secondo me, ha capito.
– ‘O: – chillo è un guaglionciello ‘nu poco vivace, ma è sveglio; d’altronde, alla sua età, eh!…
– L’: – sì, quella è una età in cui facilmente si viene condannati per truffa, che ci vogliamo fare.
– ‘O: – e pure quell’altre, ‘o giovanotto; ‘mpapòcchia tutt’iccòse, ma è un decisioniscta, cumme me piace ammé! Certo, nessuno eguaglia ‘o Migliore…
– L’: – …non ci credo, Preside’!…
– ‘O: – accheccòse?
– L’: – che parli bene di Togliatti!
– ‘O: – ma quala Togliàtti, chille era comunista, ce ne scampiddìo!
L’: –  be’ eri comunista pure tu… allora volevi dire Berlinguer, la questione morale…
– ‘O: –  guaglio’, ma vulimme pazzia’? Io parlavo di Cràcchese…
– L’: – chi?
– ‘O: – ma Cràcchese! Chillo gruosse…
– L’: – ah, Craxi! Quello che dopo aver negato con sprezzo I furti di tutto il suo sistema se n’è scappato all’estero come un brigante qualunque per non farsi processare!
– ‘O: – proprio chillo. Quanto mi piaceva… eh, uno accussì non torna ppiù.
– L’: – mah. A me non pare davvero che si sia perso lo stampo di quella gente lì.
– ‘O: – eeh, vulisse ‘a Marònn’!… ma accussì bravo è impossìbbile. Pènza che col dodicie pe’ cciènte dei voti cummannava a tutti lui! Altro che i Grille! Lui era ‘o Migliore, e io ‘o migliorista!
– L’: – e bravo Preside’. Adesso aìzzete, che mi stai proprio sul piloro…
– ‘O: – pazzienza, nun pazzia’. Prima devo sconfiggere “l’insidia dell’indifferenza”.
– L’: – ma va? Come quella verso Nino Di Matteo?
– ‘O: – …eee… bella giornata, eh?
– L’: – come no, proprio un bell’inizio d’anno.
– ‘O: – …eddùngue dicevo… per fortuna “ci dà forza la parola, il magistero del Pontefice”, che c’entra ‘nu cazzo però c‘o mettimmo perché fa scena, e poi possiamo dire: basta solo che ciascuno “faccia la sua parte al meglio”.
– L’: – ma guarda, avrei detto il contrario; quanto sei saggio, Preside’. Certo, se anche la Mafia fa la sua parte al meglio, Di Matteo sta a posto.
– ‘O: – oh, mi s’è rotta un’unghia!
– L’: – aìzzete, Preside’, fampress’, che non te reggo proprio cchiù.
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Altri atti:
Primo atto:
Secondo atto:
Ultimo atto: