Fare la faccina


Si sa che ormai la faccina non si chiama più così, si dice “emòticon”, così come si dice (e nessuno sa ‘cazzo sia) “capital gain”. Un tempo la faccina aveva però un senso: era una invenzione grafica. Siccome era una invenzione, oggi ci hanno impedito di reinventarla; come? Mettendola “di default” (o di capital gain) su tutti gli strumenti di chiacchiera, dai siti d’incontro (sòccial) ai telefonini “(smàrfon). C’è già lì, la faccina, devi solo compulsarla coattivamente, fai “clic>” (non “pigiare”, neh, sennò non si capisce più niente) e ne trovi a milioni: sorridenti in tutte le sfumature, incazzate in tutte le sfumature, scoglionate in tutte… insomma ci siamo capiti. Non devi più dire una minchia, fai “clic” e la faccina parla per te. Vuoi salutare? E fai clic. E la faccina saluta, àgita pure la ghigna infame che tiene, scuote ‘na mana sopra il cranio e gràtula l’interlocutore che ti risponderà del pari. Dialogo a faccine, porco quel tizio strano vestito anticamente e raramente perspicuo.

Ma ribelliamoci, no? – No. E’ tardi. Oramai anche i profondamente acculturati c’hanno l’abbitùdine allo clic, e ti faccìnano, e a te viene il nervoso e vorresti dire: ma parlami, porco sempre quello, perché mi fai questo, perché mi faccìni!

Sai com’è, una protesta così, adesso, ha un po’ il sapore della rievocazione della battaglia di Campaldino: la gente sorride, fotografa e va via dicendo: “sì, sì, ma che palle”. Però, se faccina dev’essere, io voglio almeno tornare all’antico modo; i segnetti sono lì ancora, quelli di un tempo (un par d’anni fa) ed allora usiamoli e facciamo faccine; facciamo:

 

Un riccio riccio

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Un’istrice (o un riccio stupito)

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Un dromedario

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Una faccina, però da culo

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Un africano perplesso

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Un cinese gigante seminascosto

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Zorro (solo il segno, la volpe è imprendibile)

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La stella cometa (molto lontana, lo so, ma d’altronde è una stella)

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Una cacca mimetizzata su un prato (attenzione, è proprio lì)

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Uno stormo di uccelli migratori (o, se capovolgete, un albero di Natale)

   VvVvvV 
     vVvv   
—    vV  —
        v   –

Una balena (vabbè, scherzavo: una chiocciola)

//_@_   

Dracula

~~~
O O
____
V   v

oppure Gesù, così:

   Q
 / . .\
/   o  \    L
    vv

Un tizio che legge (e fuma la pipa)

             \\\\
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      ”   ~
      M<

Il prossimo modello FIAT (mi pare la Gnàrfa)

_ / H \_
  O —– o

Cane e padrone (e Thomas Mann? – beh, ora non esageriamo)

                ~
? – ¬ °     .\
     ~     <_
/           (_
              /

 

Dice: “sì vabbè, ma ‘sta roba a che serve? Io metto le faccine per dare delle emòticonz, mica per fare i disegnini” – allora è peggio, dico io. Per dare delle emòticonz fai una rapina; vài in piazza e regala il tuo conto in banca al primo che passa; accoppiati con un ornitorinco di fronte al guardiano dello zoo (che le grida: “Maria, no, perché!…”); bùttati dalla finestra dell’ufficio sul Porsche nuovo del tuo capo; tàgliati un’arteria e spruzza di sangue il mercato rionale. Ma come pensi che quei segnetti possano dare delle emozioni? Sono segnetti. Ti sei emozionato quando li ho fatti io? E’ stato bello? Vogliamo accenderci una sigaretta?

Come non fumi: dopo tutto questo? E allora che razza di conformista sei?

La prova d’amore del Signor Veneranda


Scrivetti codesta durante il ventennio, ma le ultime rènziche

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/19/barbarie-giustizialista-storia-di-unossessione-dal-padre-nobile-berlusconi-fino-a-renzi/2653363/

l’hanno resa di scottante attualità e così la ripropongo:

———————–

Ma perché questi benedetti elettori dei berlusconi non provano a vivere secondo lo stile dei loro candidati? Funzionerebbe?

Questa discussione che dòmina i media, sull’amore e l’odio per il Premier, mi ha colpito molto e così ho cominciato a studiare a fondo il problema; leggi leggi, ascolta ascolta, sono giunto all’apodittica conclusione che: c’ha ragione il Premier.
Ma, siccome a me piace rendermi conto delle cose di persona, ho voluto fare una prova, giusto allo scopo di dar ancora più ragione al Premier, per il quale confesso di avere una venerazione che rasenta la monomania ossessiva psicotica causante coazione a ripetere. Premier.

Eccomi dunque a verificare sul campo la bontà dell’argomentazione del Premier:

-Io: – allora, ingegnere: lo firmiamo questo ordinino?
-Cliente: – caro signor Internet, la sua offerta è davvero troppo alta! Ecco, guardi qui (mi mostra dei fogli) vede? Lei è più caro del trecento per cento!…
-Io: – beh, non vorrà dirmi che questa modesta differenza sia causa di qualche problema per la nostra fornitura!
-Cliente: – alla faccia di Babbonatàle! Sarà modesta per lei, e la invidio; noi siamo in regime di contenimento dei costi, abbiamo trecento dipendenti in cassa integrazione, subiamo uno stop delle commesse dai nostri maggiori clienti e abbiamo i cinesi che dilagano sul nostro mercato; mio figlio di sei anni ha scritto su un tema che il suo papà piange più del fratellino neonato forse perché la mamma non gli dà il biberon; dove vuole che trovi i soldi per quell’ammontare? Mi faccia uno sconto!
-Io: – prego? Non ho sentito.
-Cliente: – via signor Internet, si allinei con i prezzi di mercato; lavoriamo assieme da anni, mi fido di voi, siete sempre stati un buon fornitore…
-Io: – …perché tanto odio?
-Cliente: – come dice, scusi?
-Io: – davvero, ingegnere, non la capisco; sarà l’invidia? È perché sono così bello? O forse lei è comunista?
-Cliente: – comunista io? Ma vuole scherzare?
-Io: – noi non siamo come voi; noi siamo pieni d’amore, noi amiamo tutti, vede ingegnere: io l’amo.
-Cliente (scostando indietro la sedia): – signor Internet! Ma cosa mi sta dicendo!?
-Io: – e voi invece ci odiate. Siete la ditta dell’odio, noi siamo quella dell’amore. Noi facciamo tutto nel vostro interesse e voi ci ripagate con falsità ed attacchi gratuiti ai nostri preventivi. Volete farci fallire, contro la volontà della maggioranza dei clienti che ci hanno scelto: ma sappia che non ve lo permetteremo, i clienti sono con noi e marceranno sicuri formando un baluardo a difesa della libertà di mercato! Noi siamo la ditta della libertà di mercato! Voi siete solo i nipotini di Stalin!
– Cliente (alzandosi preoccupato): – ommioddìo signor Internet, si sente bene? Lei mi sembra molto confuso; guardi, si metta in quella poltrona là, tolga la cravatta, io chiamo subito qualcuno…
– Io: – sì, sì, proseguite nel vostro programma di menzogne: sappiamo che siete d’accordo con la Camera di commercio, che è un covo di comunisti!…
-Cliente (in piedi, telefonando): – pronto! Ospedale?… mandate un’ambulanza alla Balestrazzi Spa, un nostro fornitore è impazzito… no è tranquillo, ma parla a vanvera… no, non è un incidente sul lavoro, gli avevo solo chiesto uno sconto… capirà: mi aveva fatto un preventivo assurdo… santo cielo che disgrazie!… fate presto!

Sono uscito dalla Balestrazzi Spa firmando la liberatoria all’ambulanza e senza il contratto; mentre camminavo nella neve vergine e pura come una attività commerciale, ho visto che un vigile urbano stava mettendo una multa sotto il tergicristallo della mia auto. Senza indugio, mi sono avvicinato:

-Io: – che fa, mi mette la multa?
-Vigile: – sì, signore. Lei ha lasciato l’auto nel parcheggio a pagamento senza esporre il tagliando; non ha visto il cartello?
-Io: – quale cartello?
-Vigile: – questo, signore; vede? Sosta consentita dalle 8 alle 19 con tessera abbonamento o biglietto alle emettitrici automatiche…
-Io: – non lo vedo.
-Vigile: – come non lo vede? Questo cartello qui, questo davanti a lei!
-Io: – anzitutto non capisco perché mi dia del lei; poi, se proprio lo vuol sapere, davanti a me io vedo la salumeria Cencioni ed il bar Camillo, un bar dove – tra l’altro – fanno un ottimo marocchino. Per la Cencioni invece, non gliela consiglio: una amica – che dopo ha avuto un incidente poveretta – di un cugino di una mia fidanzata di vent’anni fa…
-Vigile: – signore, lei mi sta prendendo in giro? Le sto dicendo che è in contravvenzione per sosta non consentita; se ha delle rimostranze da fare, può rivolgersi al comando con raccomand…
-Io: – il cartello è di profilo.
-Vigile: – come ha detto?
-Io: – che il cartello è di profilo, per quello non si vede. Mettere un cartello così vuol dire agire come la banda di MicroMega. Anche lei scrive su MicroMega?
-Vigile: – eh?
-Io: – Travaglio, Padellaro… eh? Colombo, Santoro… mavalà, dài… ma dài, ma no, ma no, vigile!… ma cosa dice!…
-Vigile: – signore, la avverto che con il suo comportamento lei si sta mettendo nei guai: le consiglio di cambiare tono; tenga il verbale e tolga subito l’auto da qui.
-Io: – e ceerto, e ceeerto, perché voi siete i vigili dell’odio! Noi invece viaggiamo in auto con amore! Voi siete antropologicamente diversi da noi! Siete degli assassini squilibrati! Tutti coloro che vogliono fare il vigile dovrebbero essere sottoposti a visita psichiatrica! Ma dài, ma dài… ma no, ma cosa dice!…
Vigile: – signore, lei è in arresto: venga con me al comando.

Sono uscito dal comando dei Vigili urbani con una denuncia per oltraggio aggravato a pubblico ufficiale, il sequestro del mezzo e la multa in mano. Mentre mi dirigevo verso casa a piedi, ho incontrato l’amministratore del mio stabile che mi ha salutato così:

-Amministratore: – signor Internet, buongiorno e buon Natale a lei ed alla sua Signora. Visto che la incontro, mi permetto di rammentarle che lei deve ancora saldare le spese condominiali degli ultimi vent’anni. Sa, finora abbiamo chiuso un occhio, poi l’altro, ma adesso devo guidare ed almeno uno devo aprirlo. Che facciamo: l’aspetto oggi in studio?
-Io: – ma sicuro, verrò volentieri a salutarla; c’è anche il panettone?
-Amministratore: – sarò felice di offrirle il panettone, se lei mi salderà il debito.
-Io: – ecco: il vostro solito ricatto comunista; siete tutti d’accordo per remare contro il nostro programma, siete così perché sapete che non riuscirete mai ad essere come noi e allora ci odiate.
-Amministratore: – ma voi chi, scusi? Io voglio solo il saldo delle spese! Tutti i condòmini hanno pagato tranne lei, e non mi sembra giusto che…
-Io: – ma è una richiesta assurda!
-Amministratore: – come assurda? Tutti pagano le spese condominiali, anche io per il mio appartamento devo…
-Io: – cosa fa lei in casa sua non è cosa che mi riguardi: è una questione di privacy e noi sulla privacy non transigiamo: se lei si porta in casa minorenni subnormali e ne fa scempio, basta che poi non se ne vanti con la polizia…
-Amministratore: – ma cosa dice!
-Io: – era solo un esempio.
-Amministratore: – signor Internet: questa è l’ultima opportunità che le concedo; se oggi non procede al pagamento, il condominio entrerà in causa legale contro di lei.
-Io: – Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Assassini! Comunisti! Mafiosi! Ladri! Siete solo capaci di insultare! Rifiutate il dialogo! Non ci amate! Vergogna!

Sono entrato in casa un po’ pensieroso e stranamente non ho sentito il solito profumo di caciocavallo e mosche che mi accoglie ogni mezzogiorno; la mia Signora mi aspettava in mezzo al corridoio, con le mani sui fianchi.

-Io: – ciao cara. Oggi niente caciocavallo?
-Lei: – cos’è questa storia?!
-Io (togliendomi la giacca): – che storia?
-Lei (battendo il piede): – voglio proprio sapere cos’è adesso questa storia che vai a chiedere a tutti di far l’amore…!
-Io: – io? Ma che dici, mavalà.
-Lei: – non raccontare storie a me, eh? me l’ha detto anche la portinaia che sei un patito dell’amore!
-Io: – sono DEL PARTITO dell’amore, non “un patito dell’amore”… (sbuffando) ossignore, cara, ho avuto una giornata pesante…
-Lei: – ah, certo, il signorino è stanco! Perché io invece non faccio niente tutto il giorno, vero?! Adesso siamo anche “del partito dell’amore”! E come ti chiamano, Cicciolino?
-Io: – cara, tu non capisci, perché leggi ‘Il Fatto’. Vedi qui invece, su ‘Il Giornale’ è scritto chiaramente: “il giustizialismo è divenuto un businness”; non so cosa voglia dire “businness”, ma c’han ragione loro.
-Lei: – e che c’entra con quello che stavamo dicendo?
-Io: – maddài, maddài cara; su, su, mavalà.
-Lei: – basta! Vai in giro a parlare d’amore a tutti! Racconti un sacco di balle! Non paghi i debiti! Sembri matto! Mia madre me l’aveva detto che eri un mascalzone, ma almeno finché nessuno se ne accorgeva… adesso mi vergogno perfino a uscire di casa! Sei un mostro! Ti odio!
-Io: – oooh! Finalmente la verità! Voi mogli dell’odio, messe alle strette, vi dichiarate: era ora! Ma non credere che noi mariti dell’amore vi permetteremo di remare contro il nostro programma amoroso! Il partito delle mogli-amanti-di-centro-destra è con noi! Per voi consorti comuniste-pluto-pippo-giudaico-massoniche incapaci di amore e capaci solo di invidie… ho perso il filo! Vergogna! Mavalà! Vergogna! Macchedici! Vergogna! Ver… (la moglie lo picchia) ahia! Ahia! Ahia! Ahia!

Insomma, a conclusione della mia inchiesta, non posso dire che il sistema abbia funzionato come mi aspettavo. Naturalmente escluso che il Premier ci pigli in giro, c’è sempre il caso che io, senza accorgermene, mi sia circondato solo di nipotini di Stalin giustizialisti che leggono ‘Il Fatto’, scrivono su MicroMega, ascoltano Telekabul e non dicono le preghiere.
E pensandoci, non può che essere questo, il motivo; infatti, come ha detto il Premier, il nostro Paese è in mano da sempre ad una società segreta pluto-cripto-ricchio-travaglio-comunista che vuole solo prendere il potere così, per pura cattiveria.
Ma, sebbene Egli sia solo contro tutti ed armato solo del suo coraggio e della sua sincerità, il Premier alla fine sconfiggerà il drago del male e quel bel giorno potremo avere finalmente un Governo dell’amore del Partito delle libertà, un Partito dell’amore in un libero Governo, Un partito di Governo per l’amore libero.
E poi, a tutti questi, ce li inculiamo.

Empietà


Lo slogan “trivella tua sorella” proposto al (e rifiutato dal) Comitato no-triv ha fatto su ottima caciara, perché accusato di sessismo, ullallà.

Lo slogan è accompagnato da una bella figurina schematizzata secondo lo stile dei segnali stradali, che mostra distintamente una sorella (non può che esserlo) in posa quadrumane sotto una trivella ben eretta e con lo spruzzo. Ecco qua.

trivella1

L’idea e la sua realizzazione sono sessisti? E nel caso, cos’è sessista e cosa no, come si dirime?
Non è questione da poco, perché, ragazzi, qui ne va di mezzo l’ingiuria, e l’ingiuria, come sapete, ci è necessaria, non si scherza mica con l’ingiuria; no dico, pensate:

Lo slogan della sorella è sessista in quanto raffigura e parla d’una sorella; mi è stato fatto notare che questa è discriminazione bella e buona poiché lì gattonando in attesa di trivella poteva esserci un fratello, con lo slogan conseguente, ed invece si è scelta apposta la sorella per scherno incivile verso la sorellanza muliebre.
Ho replicato che secondo me lo slogan “trivella tuo fratello” avrebbe avuto ben poco senso dal momento che l’ingiuria più efficace, comprensibile, tradizionale nonché linguisticamente fluida è “assòreta!”, mentre volendo maschilizzarla avremmo un cacofonico “affràteto” malamente pronunciabile, ignoto ai più e dunque di corta portata.

Perché “affràteto” non funziona? Perché offendere un uomo di sponda attraverso il colpo rimbalzante sui suoi familiari femmine è molto più lesivo, mentre dargli direttamente del pirlone è incassabile senza troppe storie: un uomo è abituato a prenderle stando appunto davanti (per difesa) a quelli che considera i suoi più cari valori; così, colpendo quelli, gli si dimostra ch’egli è tanto poco valido nella pugna da non saper difendere manco la sorella, ah ah. Con questo scherzo, l’uomo si ritrova nudo in campo, sotto lo sguardo dei nemici irridenti e della sorella umiliata, fa la figura dell’incapace e ne soffre acerbamente. Lo scherno rimbalza dall’uomo ancora ricadendo su tutta la famiglia, ed è così un vero colpo di granata che si abbatte sul campo dell’offeso. E’ in tal modo che sui generi ragiona la natura, chi credevate l’avesse stabilito tutto questo, se non lei.

Ma noi siamo antisessisti e, come i vegani, vogliamo astrarci dalla Natura. Pericolosa aspirazione.
Perché se si considera esatto un procedimento in un caso, allora non possiamo considerarlo più inesatto o non idoneo negli stessi casi. Così come “assòreta” è sessista, lo deve perciò essere l’intercalare “càzzo!”, non è chi non veda.
E “cretino” e “idiota”, essendo cretinismo ed idiotismo definizioni nosografiche, potrebbero esser tacciati di discriminazione verso i diversamente abili, come pure il mitico “vaffanculo”, tanto utile nella conversazione malgrado abbia preciso riferimento a pratiche copulanti alternative, non potrebbe che essere considerato biecamente omofobo, talché volendo un bel giorno futuro ingiuriare qualchessia dovremmo esprimerci a un dipresso così:

“Lei è una testa di cavolo, intendendo io con cavolo proprio l’ortaggio e dioguardi qualsivoglia allusione sessista, ma la sua mancamentazione non è patologicamente determinata poiché quando lo fosse io la considererei anzi con il massimo rispetto, come si conviene a tutte le diverse abilità. Al contrario il suo capire un cavolo (l’ortaggio, ribadisco) dipende evidentemente dal suo proprio basso acume, il quale è in lei connaturato non geneticamente né per accidente di fortuna, che rientrerebbero nel rispettabilissimo caso già detto; piuttosto deve trattarsi della sua personalità irrisolta e della sua incultura – che per certo non deve essere mai considerata causa discriminativa quando dipendesse da una condizione a lei imposta, ma anche liberamente scelta – le dette caratteristiche che la identificano, ad ogni modo, mi inducono irresistibilmente a mandarla a quel paese; e non un paese esistente, salvognuno, dal momento che non siamo certo razzisti, ma diciamo pure un luogo della mente, remoto e nel quale io non verrei volentieri a motivo del fatto che là lei solo (e dico solo poiché, avendoci inviato altri come lei, non vorrei qualcuno insinuasse che io utilizzi uno sprezzante sarcasmo verso le pratiche sessuali orgiastiche) vi risiede, ovviamente nulla avendo io contro gli eremiti, stimabili portatori di una diversa socialità”.

Che fatica. Ma basterebbero, le assicurazioni di neutralità che corredano un insulto siffatto? Secondo me, no. Perché gli orticoltori potrebbero adontarsi: Che c’entra il cavolo? Cos’ha questo signore contro il caro cavolo, nobilissimo tra gli ortaggi? Ed anche la spettabile A.N.F. (Associazione Narratori Favole) avanzerebbe certo eccezioni dato che i bambini, come si sa, nascono sotto i cavoli e perciò risulta evidente che l’insultatore abbia in dispregio in qualche modo la natalità umana. Anche gli Ignoranti Uniti non potrebbero che sentirsi tirati in ballo dalla allusione che l’ignoranza come condizione abbia a considerarsi, sebbene solo in qualche caso, censurabile. Questo solo dato sarebbe sufficiente a rivolgere all’insultatore una motivatissima accusa di parzialità, cioè di razzismo. Non se ne esce.

Qual è la conclusione di tutta la menata?

La conclusione, a mio vedere, è che oggi (come ieri e, verosimilmente, domani) ci si scàndala per emotività da rush cutaneo senza andar appena più sotto nel derma, il derma essendo la concezione che la vita è complicata da più fattori:

1-      Il fattore biologico-teleonomico, che ci fa così e non cosà strutturalmente, di modo che io son uomo e non posso esser donna, bimbo, vecchio, arcangelo od ornitorinco a piacimento, mentre fortunatamente non mi è preclusa la possibilità di mascherarmi in uno dei precedenti, a Carnevale.

2-      Il fattore etologico-antropologico, basantesi sull’assunto che l’uomo vive l’ambiente, non il contrario, e ne derivi che la vita di relazione (con l’ambiente) non si possa forzare oltre i limiti del vivibile, sennò si muore. Perciò magnate tutto, non cercate di volare senza mezzi plananti, sappiate che vi sembra solo di essere padreterni, ed invece siete pieni di cacca nella panza e comportatevi più o meno secondo natura: farà bene a voi ed a tutto il resto intorno.

3-      Il fattore fattoriale, le permutazioni e le combinazioni sono un giochino appassionante, ma spesso ci si perde. Nella Torà (la Bibbia ebraica) paginate di permutazioni son perse a cercare cosa, non si capisce. E’ vero che la vita è permutevole, e basti pensare allo scambio degli alleli od alle combinazioni degli acidi nucleici, ma allora è meglio darsi alla biochimica piuttosto che alla Torà. Questo per dire che a molti piace permutare così, come tirare una pallina contro il muro per vedere dove picchia, insomma parlare senza legarsi ad un metodo. Perché accade questo? Perché molti odiano l’applicazione faticosa, non riconoscendone il lato piacevole. Eppure tutti dicono che dopo una bella corsa ci si sente meglio; il fatto che lo dicano eppure non riconoscano il “sentirsi meglio” dopo lo studio, mostra appunto che non sanno quello che dicono e permutano a casaccio di cane.

4-      Il fattore sociologico, legato all’epoca di riferimento, che prescrive l’etica debba essere una variabile – ed infatti varia eccome – dipendente dal momento storico, e non il contrario. Ciò significa che se nel XVII secolo esisteva lo schiavismo ed ora no, è così e basta e non potrebbe essere accaduto l’inverso, e la prova sta nel fatto che è accaduto proprio così (talvolta serve ribadire, perché non tutti capiscono alla prima). Se l’etica appare variabile non possiamo considerarla religiosamente, essendo – un dio a scelta – sempre fisso ed immutabile ed uguale a se stesso. Perciò calma, ragazzi: Torquemada è morto senza figli, a quel che se ne sa.

5-      Il fattore psicologico, perché ognuno di noi è diverso, o almeno diversamente dice le solite quattro sciocchezze ed, all’insaputa degli psicologi, è questo il campo della psicologia.

Potrei continuare, ed è una minaccia, ma lo faccio bastare. Per concludere dico che il problema appare sempre lo stesso: il conformismo, che è la paura fottente di far la figura del ‘diverso’; la qual cosa luminosamente manifesta che noi discriminiamo i diversi, guarda un po’, sebben si dica nonnonnò. Così, se io so che i miei vicini di casa guardano sanrèmo, lo guardo pure io, così in ascensore so cosa rispondere, sia mai che potessi starmene zitto. E se la tivvù (nientemeno) mi raccomanda di pensarla così e così, come vuoi che la pensi. Non lo facessi, sarei emarginato.

Da questo bel club. Sia mai.

Adler-immeruer


A tredic’anni si ha l’età per mollare le bambole e i fuciletti e iniziare a preoccuparsi delle bambole e del fatto che esistano i fucili. Io ero in ritardo.
E quindi mi son fatto convincere a fare un campo scàut, come si dice dalle nostre parti qui in anglosassonia.
Siccome che ero in prova, manco si trattasse d’un lavoro, non avevo i calzoncelli, la sahariana, il fazzoletto al collo (ma a che serve?) ed il turbante – no, il cappellaccio australiano come tutti gli altri; ero in borghese. C’era questa fila in divisa seguita da uno in borghese che sembrava il cane pastore, ma era invece un pecoro sghembo, anzi: una crisalide in mezzo ai farfalloni, e perciò faceva tenerezza come tutti i brutti anatroccoli. Mi resi conto ben presto in che tipo di guazza paciugassero, quei cigni.
Fui aggregato ad una “squadriglia”. E’ sempre meglio di un “fascio di combattimento”, ma si vede che certe cose rimangono. La mia squadriglia si chiamava “Adler”. Nella mia acerba monoglossia, chiesi di ripetere il nome quello lì e mi spiegarono che “adler” significa “aquile”, in tedesco. E perché in tedesco? – chiesi ingenuo. Non ebbi immediatamente risposta chiara.
Ma la ebbi poco più tardi, quando un “capo” (non un “kapò”, a tutto c’è limite, evidentemente) ci inquadrò con tanto di gagliardetto esibito da un camerata vessillifero e di subito fece grido: ADLER! – a voce stentorea d’in sui margini d’un bosco; IMMERUER! – esplose a seguito il coro dei miei compagnucci. Non riavévo capito. Mi spiegarono, con qualche spazientimento, che il grido di risposta significava: “sempre pronti!”, in tedesco. Ma vi piace il tedesco? – domandai, pieno di sorprese puberali. Non ebbi subito risposta chiara.
Ma la ebbi anni dopo, e non s’è più confusa; però torniamo a quei tempi:
Sebbene lì tra quelle squadriglie si parlasse, qui e là, tedesco, questo era assai sgrammaticato e maccheronico; “aquile”, plurale, in tedesco si dice “adlern”, piccola differenza, ma conta, perché i tedeschi sillabano la pronuncia come noi (d’altronde, siam parenti) e la enne si sente. “Sempre pronti” poi, si dice “immer bereit” mentre “immeruer” farebbe fare ad un tedesco dabbene il gesto a pigna. Ma son dettagli, d’altra parte non possiamo richiedere a degli adolescenti brufolosi condotti al pascolo da ventenni con arie da Gran Mogol, un rispetto filologico da vecchi bibliotecari. I brufolosi col fazzoletto (ma a che serve?) ed i loro pastorelli sono perdonati. Per questo.
C’è però sempre una probabilità: metti che tra le SS (SchutzStaffeln) girasse, tomo tomo cacchio cacchio, quel grido incomprensibile: immeruer! – che magari faceva tanto conventicola, setta, gruppo chiuso, così che la fanteria (Wehrmacht) si chiedeva: “ma checcazzo dicono quegli scombinati?” – e le SS ridacchiavano contente che gli altri non ci capissero un tubo. Poi la cosa potrebbe essere passata, per le solite vie della Storia, alla mia squadriglia, vai a sapere, bisognerebbe chiederlo a Wiesenthal, ma purtroppo è morto. Però se le cose fossero andate così avrebbero ragione loro, quelli col fazzoletto che non si sa a cosa serve. Ma passiamo oltre.
Gli scàut che io seguitavo a pècoro, amavano assai i luoghi sacri. Perciò facemmo campo presso un monastero. Mai più che fosse dentro il monastero, perché gli scàut sono gente avventuriera e quindi fuori dal monastero, nel bosco, con le tende, ma mai troppo lontano da un monastero, perché gli scàut amano assai i luoghi sacri (il ciclo è il motore della vita, sicché non ci si lamenti del resoconto).
E l’avventura cercata arrivò, fin troppo decisa: una tromba d’aria spinta dalla calura ci fece vorticare tende e masserizie per tutta la campagna, ragion per cui ci ritrovammo, nudi e scotennati, dentro il monastero il quale pure s’era mezzo crollato in una parte, grazie a Dio.
Passata la tromba, alla cerca di ciò che si poteva ritrovare il giorno appresso, rinvenimmo cani. Cani di varie fogge e dimensioni, tutti pettinati dalla bufera e questuanti protezione, cibo e sicurezze. Uno di questi era un cucciolo piccolo così, di cui i “capi” ebbero considerazione quanto d’una càccola e che io personalmente portai a quel monastero chiedendo ne avessero cura i frati giacché noi, in mutande e con le tende in cima agli alberi di chissà quale altra regione, avevamo solo più il nostro grido di guerra in tedesco per far qualcosa di utile. Il prete che mi ricevette (anche lui in borghese, ma almeno era vestito) mi disse testualmente: “ma buttalo via”. Ne rimasi scosso: due bufere in poche ore.
Cercando nella melma poi, reperii fortuitamente il mio portafoglio; in esso i miei candidi genitori avevano disposto diverse banconote per ogni evenienza, ed ecco l’evenienza. Reso intraprendente dal tesoretto, ma ligio alle regole, io andai a domandare ai “capi” il permesso di mollare il campo per andare a far spesa; “no”, fu la risposta. “Perché no?” volli indagare; “perché no” ripeterono in formula eco.
Una ragione che non rendeva ragione, pensai, ed iniziai una attività carbonara da vero piccolo esploratore mettìnculo: alle prime buone, fuìi dal campo dei disastri e mi feci una strippata nel paese poco lontano, indi, per tacitare gli adler miei camerati, che non potevano non aver notato la mia assenza pervicace, portai loro biscotti a strafottere. Erano corruttibili, scoprii, quei giovani esploratori.
Ma erano anche molto pii. Ed infatti la prima cena al campo fu incoronata di santa devozione; prima di mangiare, con la fame giovane che s’aveva, acuìta dalle dette avversità, bisognava prima di tutto ringraziare Dio. Della tromba d’aria? Anche; perché tempra lo spirito e rafforza. La fame? No, la fede. Dunque una giaculatoria lunga abbastanza da far freddare la pietanza era d’obbligo, in quelle condizioni. Me n’accorsi mentre stavo facendo la scarpetta con alcune molliche che avevo conteso alle formiche – del fatto che avrei prima dovuto giaculare. Gli altri, tutti con faccia da adler-immeruer, mi stavano guardando in attesa che finissi. Ma avevo finito, prego, ringraziamo pure.
Devo dire che non fui molto apprezzato, in quel consesso; la critica riguardava certa mia carenza di spirito comunitario: non chinavo il mento sull’ombelico alle redarguenze dei capi, poco esibivo per loro un’afasica admiranza ed a culo mandavo volontieri e il padre guardiano poco cinofilo ed il management tutto, filotedesco. Poi ero infìdo, perché laddove sarei dovuto essere non stavo e, mentre avevo cura di quel cucciolo così come delle creature migne che Dio mi metteva tra i piedi, pochissimo attendevo alle sacre liturgie di un gruppo così saldo in regole di parola, mai di fatti. Inoltre mostravo d’essere davvero poco immeruer.

Ci lasciammo senza rimpianti, il gruppo coi calzoncelli e fazzoletto del mistero ed io, dopo quell’esperienza, né mai, reciprocamente, ne son certo, rivolgemmo l’un gli altri un penso affettuoso. Mi bastò, bastai loro. Le strade della vita divergono spesso, anche tra i mammiferi più sociali e mai più mi capitò di incrociarne un solo, di quegli adler o delle altre squadriglie di cui non rammento i nomi (Panzer? Blitzkrieg? Mein kampf?), mai più, finora.
E mai avrei immaginato d’averne uno a presidente. E’ evidente, no? – come questo spieghi quasi tutto.

Le grandi domande della Storia


Chi insinuasse che questo commento è malevolmente ispirato dalle recenti posizioni espresse in Svizzera sul tema dei migranti, pensa male. Ed a pensare male si fa -com’è noto- peccato.
Io me lo sono sempre chiesto:
Perché Hitler non invase la Svizzera?
Dice: “perché la Svizzera era neutrale”. E a me non sembra mica la risposta giusta: se era questione di correttezza – sì è vero che i tedeschi hanno spesso dimostrato un senso della correttezza pari a quello dei daltonici per i colori (i daltonici li vedono, i colori, ma tutti sbiruli: il verde lo vedono azzurro, il rosso marrone… un daltonico consapevole potrebbe perfino divertirsi, e poi non ha bisogno di drogarsi) e dunque il nazista tedesco pensava: “esperimenti di laboratorio su bambini, è forse cosa uno poco disturbante“, poi, venendogli a mente la Svizzera: “ma a tutto c’è limite“; e chissà cosa voleva dire veramente – ma le ragioni storiche dei fatti, come vediamo dalla cronaca, che è quella che fa la Storia, non sono basate principalmente sulla correttezza.
E inoltre Hitler era austriaco, non tedesco e, ragionando come un nazista, le differenze contano.
E poi, dài, quando Hitler invase la Russia, si passò sulle natiche il patto Molotov-Ribbentrop che lo impegnava ad una non-aggressione, e quando ha invaso l’Olanda e il Belgio, quei paesi erano neutrali. Infatti, alla moglie di mio zio, olandese, dopo cinquant’anni da quello sgarbo ancora gli giravan le balle: non sopportava i tedeschi. Io mi divertivo a dirle: “guarda: dei tuoi conterranei…” – quando passava un’auto con targa tedesca; e lei si imbufaliva: “ma sono tedeschi quelli, mica olandesi!” e io: “maddài, che siete uguali… c’avete la stessa faccia; tu per esempio, sembri Minnie Minoprio!…” e lei: “Minnie Minoprio è inglese!” e io: “vabbè, ma sembra tedesca”. Esasperata, la zia allora, per marcare la sua differenza, sparava una raffica di micidiali barzellette e tremende dicerie olandesi sui tedeschi, nel suo italiano dal forte accento. Tedesco.
Povera zia olandese, che vitaccia ha fatto, con me.
Ma torniamo ad Hitler ed alla Svizzera: Quel paesino lì praticamente non aveva un esercito, ed era ricchissimo, ed era subito dietro l’angolo; per sostenere i costi della guerra, la Germania avrebbe, in un paio d’ore (il tempo di arrivare), potuto requisire un casino di miliardi senza subire manco un ferito (si ricordi che l’esercito tedesco si mangiò in pochi giorni quello francese, tenne in scacco per mesi l’Armata Rossa e bloccò a lungo la travolgente avanzata delle truppe americane ed inglesi malgrado la loro strapotenza. E poi non avrebbe nemmeno avuto bisogno di comportarsi come un ladro qualunque, fregando dal Louvre e dai musei italiani tutte quelle opere d’arte (già, le opere d’arte: ma che se ne faceva, uno scimmione come lui?) perché avrebbe avuto in un sol colpo la più straordinaria collezione al Mondo di orologi a cucù.
Perciò, daccapo: ma perché, perché non l’ha invasa, schiacciata, sparso sale sulle rovine e pisciato sui pascoli dove bruca quella cornuta d’una vacca pezzata (descrivo, evidentemente, l’etichetta del cioccolato)?
Mica me ne dolgo, sia chiaro; diciamo che è una curiosità culturale.
Anche perché l’Hitler, il più sòzzo catarro della Storia recente, non solo non la invadeva, ma pure gli portava nei caveau i proventi della sua attività odontoiatrica sugli ebrei, i bottini delle rapine (si chiamavano “requisizioni”, nel gergo della mala di quel tempo) e le famose “opere d’arte” di cui sopra. Insomma, la arricchiva.
Arricchirsi con l’Hitler: guarda a cosa ti porta la neutralità. Non so voi, ma io penso a questi grandi misteri storici, agli scacchieri internazionali nei quali formicolano formiche, formiconi e minuscoli acari parassiti, e resto incantato come un entomologo di fronte ad una blatta. Guardo e penso: speriamo che nessuno passi e me la schiacci, magari per sbaglio.