La prova d’amore del Signor Veneranda


Scrivetti codesta durante il ventennio, ma le ultime rènziche

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/19/barbarie-giustizialista-storia-di-unossessione-dal-padre-nobile-berlusconi-fino-a-renzi/2653363/

l’hanno resa di scottante attualità e così la ripropongo:

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Ma perché questi benedetti elettori dei berlusconi non provano a vivere secondo lo stile dei loro candidati? Funzionerebbe?

Questa discussione che dòmina i media, sull’amore e l’odio per il Premier, mi ha colpito molto e così ho cominciato a studiare a fondo il problema; leggi leggi, ascolta ascolta, sono giunto all’apodittica conclusione che: c’ha ragione il Premier.
Ma, siccome a me piace rendermi conto delle cose di persona, ho voluto fare una prova, giusto allo scopo di dar ancora più ragione al Premier, per il quale confesso di avere una venerazione che rasenta la monomania ossessiva psicotica causante coazione a ripetere. Premier.

Eccomi dunque a verificare sul campo la bontà dell’argomentazione del Premier:

-Io: – allora, ingegnere: lo firmiamo questo ordinino?
-Cliente: – caro signor Internet, la sua offerta è davvero troppo alta! Ecco, guardi qui (mi mostra dei fogli) vede? Lei è più caro del trecento per cento!…
-Io: – beh, non vorrà dirmi che questa modesta differenza sia causa di qualche problema per la nostra fornitura!
-Cliente: – alla faccia di Babbonatàle! Sarà modesta per lei, e la invidio; noi siamo in regime di contenimento dei costi, abbiamo trecento dipendenti in cassa integrazione, subiamo uno stop delle commesse dai nostri maggiori clienti e abbiamo i cinesi che dilagano sul nostro mercato; mio figlio di sei anni ha scritto su un tema che il suo papà piange più del fratellino neonato forse perché la mamma non gli dà il biberon; dove vuole che trovi i soldi per quell’ammontare? Mi faccia uno sconto!
-Io: – prego? Non ho sentito.
-Cliente: – via signor Internet, si allinei con i prezzi di mercato; lavoriamo assieme da anni, mi fido di voi, siete sempre stati un buon fornitore…
-Io: – …perché tanto odio?
-Cliente: – come dice, scusi?
-Io: – davvero, ingegnere, non la capisco; sarà l’invidia? È perché sono così bello? O forse lei è comunista?
-Cliente: – comunista io? Ma vuole scherzare?
-Io: – noi non siamo come voi; noi siamo pieni d’amore, noi amiamo tutti, vede ingegnere: io l’amo.
-Cliente (scostando indietro la sedia): – signor Internet! Ma cosa mi sta dicendo!?
-Io: – e voi invece ci odiate. Siete la ditta dell’odio, noi siamo quella dell’amore. Noi facciamo tutto nel vostro interesse e voi ci ripagate con falsità ed attacchi gratuiti ai nostri preventivi. Volete farci fallire, contro la volontà della maggioranza dei clienti che ci hanno scelto: ma sappia che non ve lo permetteremo, i clienti sono con noi e marceranno sicuri formando un baluardo a difesa della libertà di mercato! Noi siamo la ditta della libertà di mercato! Voi siete solo i nipotini di Stalin!
– Cliente (alzandosi preoccupato): – ommioddìo signor Internet, si sente bene? Lei mi sembra molto confuso; guardi, si metta in quella poltrona là, tolga la cravatta, io chiamo subito qualcuno…
– Io: – sì, sì, proseguite nel vostro programma di menzogne: sappiamo che siete d’accordo con la Camera di commercio, che è un covo di comunisti!…
-Cliente (in piedi, telefonando): – pronto! Ospedale?… mandate un’ambulanza alla Balestrazzi Spa, un nostro fornitore è impazzito… no è tranquillo, ma parla a vanvera… no, non è un incidente sul lavoro, gli avevo solo chiesto uno sconto… capirà: mi aveva fatto un preventivo assurdo… santo cielo che disgrazie!… fate presto!

Sono uscito dalla Balestrazzi Spa firmando la liberatoria all’ambulanza e senza il contratto; mentre camminavo nella neve vergine e pura come una attività commerciale, ho visto che un vigile urbano stava mettendo una multa sotto il tergicristallo della mia auto. Senza indugio, mi sono avvicinato:

-Io: – che fa, mi mette la multa?
-Vigile: – sì, signore. Lei ha lasciato l’auto nel parcheggio a pagamento senza esporre il tagliando; non ha visto il cartello?
-Io: – quale cartello?
-Vigile: – questo, signore; vede? Sosta consentita dalle 8 alle 19 con tessera abbonamento o biglietto alle emettitrici automatiche…
-Io: – non lo vedo.
-Vigile: – come non lo vede? Questo cartello qui, questo davanti a lei!
-Io: – anzitutto non capisco perché mi dia del lei; poi, se proprio lo vuol sapere, davanti a me io vedo la salumeria Cencioni ed il bar Camillo, un bar dove – tra l’altro – fanno un ottimo marocchino. Per la Cencioni invece, non gliela consiglio: una amica – che dopo ha avuto un incidente poveretta – di un cugino di una mia fidanzata di vent’anni fa…
-Vigile: – signore, lei mi sta prendendo in giro? Le sto dicendo che è in contravvenzione per sosta non consentita; se ha delle rimostranze da fare, può rivolgersi al comando con raccomand…
-Io: – il cartello è di profilo.
-Vigile: – come ha detto?
-Io: – che il cartello è di profilo, per quello non si vede. Mettere un cartello così vuol dire agire come la banda di MicroMega. Anche lei scrive su MicroMega?
-Vigile: – eh?
-Io: – Travaglio, Padellaro… eh? Colombo, Santoro… mavalà, dài… ma dài, ma no, ma no, vigile!… ma cosa dice!…
-Vigile: – signore, la avverto che con il suo comportamento lei si sta mettendo nei guai: le consiglio di cambiare tono; tenga il verbale e tolga subito l’auto da qui.
-Io: – e ceerto, e ceeerto, perché voi siete i vigili dell’odio! Noi invece viaggiamo in auto con amore! Voi siete antropologicamente diversi da noi! Siete degli assassini squilibrati! Tutti coloro che vogliono fare il vigile dovrebbero essere sottoposti a visita psichiatrica! Ma dài, ma dài… ma no, ma cosa dice!…
Vigile: – signore, lei è in arresto: venga con me al comando.

Sono uscito dal comando dei Vigili urbani con una denuncia per oltraggio aggravato a pubblico ufficiale, il sequestro del mezzo e la multa in mano. Mentre mi dirigevo verso casa a piedi, ho incontrato l’amministratore del mio stabile che mi ha salutato così:

-Amministratore: – signor Internet, buongiorno e buon Natale a lei ed alla sua Signora. Visto che la incontro, mi permetto di rammentarle che lei deve ancora saldare le spese condominiali degli ultimi vent’anni. Sa, finora abbiamo chiuso un occhio, poi l’altro, ma adesso devo guidare ed almeno uno devo aprirlo. Che facciamo: l’aspetto oggi in studio?
-Io: – ma sicuro, verrò volentieri a salutarla; c’è anche il panettone?
-Amministratore: – sarò felice di offrirle il panettone, se lei mi salderà il debito.
-Io: – ecco: il vostro solito ricatto comunista; siete tutti d’accordo per remare contro il nostro programma, siete così perché sapete che non riuscirete mai ad essere come noi e allora ci odiate.
-Amministratore: – ma voi chi, scusi? Io voglio solo il saldo delle spese! Tutti i condòmini hanno pagato tranne lei, e non mi sembra giusto che…
-Io: – ma è una richiesta assurda!
-Amministratore: – come assurda? Tutti pagano le spese condominiali, anche io per il mio appartamento devo…
-Io: – cosa fa lei in casa sua non è cosa che mi riguardi: è una questione di privacy e noi sulla privacy non transigiamo: se lei si porta in casa minorenni subnormali e ne fa scempio, basta che poi non se ne vanti con la polizia…
-Amministratore: – ma cosa dice!
-Io: – era solo un esempio.
-Amministratore: – signor Internet: questa è l’ultima opportunità che le concedo; se oggi non procede al pagamento, il condominio entrerà in causa legale contro di lei.
-Io: – Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Assassini! Comunisti! Mafiosi! Ladri! Siete solo capaci di insultare! Rifiutate il dialogo! Non ci amate! Vergogna!

Sono entrato in casa un po’ pensieroso e stranamente non ho sentito il solito profumo di caciocavallo e mosche che mi accoglie ogni mezzogiorno; la mia Signora mi aspettava in mezzo al corridoio, con le mani sui fianchi.

-Io: – ciao cara. Oggi niente caciocavallo?
-Lei: – cos’è questa storia?!
-Io (togliendomi la giacca): – che storia?
-Lei (battendo il piede): – voglio proprio sapere cos’è adesso questa storia che vai a chiedere a tutti di far l’amore…!
-Io: – io? Ma che dici, mavalà.
-Lei: – non raccontare storie a me, eh? me l’ha detto anche la portinaia che sei un patito dell’amore!
-Io: – sono DEL PARTITO dell’amore, non “un patito dell’amore”… (sbuffando) ossignore, cara, ho avuto una giornata pesante…
-Lei: – ah, certo, il signorino è stanco! Perché io invece non faccio niente tutto il giorno, vero?! Adesso siamo anche “del partito dell’amore”! E come ti chiamano, Cicciolino?
-Io: – cara, tu non capisci, perché leggi ‘Il Fatto’. Vedi qui invece, su ‘Il Giornale’ è scritto chiaramente: “il giustizialismo è divenuto un businness”; non so cosa voglia dire “businness”, ma c’han ragione loro.
-Lei: – e che c’entra con quello che stavamo dicendo?
-Io: – maddài, maddài cara; su, su, mavalà.
-Lei: – basta! Vai in giro a parlare d’amore a tutti! Racconti un sacco di balle! Non paghi i debiti! Sembri matto! Mia madre me l’aveva detto che eri un mascalzone, ma almeno finché nessuno se ne accorgeva… adesso mi vergogno perfino a uscire di casa! Sei un mostro! Ti odio!
-Io: – oooh! Finalmente la verità! Voi mogli dell’odio, messe alle strette, vi dichiarate: era ora! Ma non credere che noi mariti dell’amore vi permetteremo di remare contro il nostro programma amoroso! Il partito delle mogli-amanti-di-centro-destra è con noi! Per voi consorti comuniste-pluto-pippo-giudaico-massoniche incapaci di amore e capaci solo di invidie… ho perso il filo! Vergogna! Mavalà! Vergogna! Macchedici! Vergogna! Ver… (la moglie lo picchia) ahia! Ahia! Ahia! Ahia!

Insomma, a conclusione della mia inchiesta, non posso dire che il sistema abbia funzionato come mi aspettavo. Naturalmente escluso che il Premier ci pigli in giro, c’è sempre il caso che io, senza accorgermene, mi sia circondato solo di nipotini di Stalin giustizialisti che leggono ‘Il Fatto’, scrivono su MicroMega, ascoltano Telekabul e non dicono le preghiere.
E pensandoci, non può che essere questo, il motivo; infatti, come ha detto il Premier, il nostro Paese è in mano da sempre ad una società segreta pluto-cripto-ricchio-travaglio-comunista che vuole solo prendere il potere così, per pura cattiveria.
Ma, sebbene Egli sia solo contro tutti ed armato solo del suo coraggio e della sua sincerità, il Premier alla fine sconfiggerà il drago del male e quel bel giorno potremo avere finalmente un Governo dell’amore del Partito delle libertà, un Partito dell’amore in un libero Governo, Un partito di Governo per l’amore libero.
E poi, a tutti questi, ce li inculiamo.

Cràc caicài


PRIMO TEMPO

Il caro cane, una sera delle scorse usciva felice a nasare le aiuole e – com’è suo costume – dopo aver espulso quanto superfluo, si metteva a correre entusiasta dello sgravio.
Ma mal gliene incoglieva, stavolta, giacché un dio brutto e gatto mimetava
temporaneamente un pericoloso tombino stradale ed il piccolo, tutto balzi e sorrisi, ci piombava dentro, scavezzandosi malamente una zampa. Quella sera, le urla dello sfortunato semibimbo si spargevano nella città; le mie rimostranze invece salivano impavide i monti valicando antichi confini e, incuranti del mercato comune, invadevano patrie straniere.
Dopo il coro congiunto, insieme ci siam recati da un veterinaro notturno; lo scampanìo e la nera liturgia che recitavamo lo han convinto a desistere dall’ignavia; ecco che si schiude una porticina ed a noi (cane dolente e me diocantante) appare una puella vestita in verde come una gramigna, con occhiuzzi pieni di sonno ed una smorfia di pena atavica su labbrine esangui; questa figura era insomma il dottore. Io e il cane ci guardiamo; la zurella guarda noi; noi guardiamo lei; tutto in gran dubbioso silenzio. L’immagine ci fa dimenticare il comune impegno; lei mira la coppia mista di razza, con le membra commiste in un abbraccio soccorrevole e le fauci ora ugualmente ululanti. Noi, in coro, chiediamo dov’è il suo papà, il dottor veterinaro. Son io, il veterinaro, dice la sgurella. Ma va, diciamo noi, con poca voglia di scherzare e per l’ora, e per la causa.
Lei caccia fuori dalla tasca lo stetoscopio (che gli casca in terra) e il diploma, che io e il ferito compitiamo diffidenti. Accidenza, faccio io: dottore a tredic’anni, complimenti e tanti! Ne ho trenta, risponde la laureata cogli occhi lucidi di pianto. Ah, ritiro i complimenti, dico io signorilmente.
Il cane mi dice con gli occhi beh andiamo, ma io voglio provare la valentìa del mostro: è questa la zampa? Chiede la veterinaria; no, questo è il culo, rispondo io prontamente; la zampa è questa qua per esempio, e poi lì, lì e lì; in tutto quattro, di cui una rotta. Quale sarà, sacramento d’un quìz?
Un aiutino? Dice lei indossando un laparoscopio.
Ecco che il carnivoro viene introdotto, non senza rimostranze da parte sua, sotto la macchina Röntgen: io vesto una piombea parannanza per non seccar le balle già provate dagli usi incongrui; ecco che parte – dice la dottoressa sguffia; la macchina non si muove: rotola Röntgen nella tomba. Ecco che parte – insiste la bruttona: mi becco 6000 rad sulla chioma cranica e divento, per due microsecondi, più bello. Il cane bestemmia in tre lingue (canina, equina e monotrema) promettendo di zannarci la carotide appena venga rilasciato; io porcòno tristemente tra me e me i pochi santi che ricordo dal catechismo; la racchinaria è giuliva neanche gli avessimo regalato un fegato di dromedario e va a sviluppare la pellicola, saltellando come un’anatra zoppa. Attendiam che esca. Esce, la ornitorinca, con la sua bella lastra, tutta bianca; come mai? La dottofessa non se lo spiega, io, non me lo spiego, il cane ci dà ad entrambi del pirla fallito cercando di ucciderci telepaticamente. Lei vorrebbe steccargli la zampa, almeno una qualsiasi, per giustificare il conto; io mi oppongo con argomenti filosofici quali: lei è un’incompetente; ne nasce una colluttazione.
Usciamo dal pronto soccorso veterinario con molta cordialità, promettendoci di rivederci all’alba, coi padrini.
Ora la bestia è ancora sderenata e stiamo aspettando i risultati degli esami pre-operatori in vista della riduzione della frattura, che sarà fatta dall’Università degli Studi, facoltà di Medicina Veterinaria, oppure dal CNR, la NASA, l’ostia di che ne so.
Nel frattempo, preghiamo, da bravi battezzati, un rosario infinito

SECONDO TEMPO

Eccoci al dunque; – dunque è rotta – fa il medico chirurgo primario veterinario ortopedico sanitasico ultrafigolo iperoscopico polimagico, specializzato in. Bella scoperta – faccio io.
Ero entrato nella clinica veterinaria-Studio Associato su indicazione del veterinario mio ma curante lui (il cane) e cercavo una forma ospedaliera, ma di ben donde a quell’indirizzo ho trovato il fianco d’una banca, e dov’ivi terminava la scritta: …’ca, iniziava: stu‘; in quell’angolo misterico, fuor da ogni sospetto era quindi celata nell’ombra una febbrile attività di salvamento animalia e si addensava greve l’odor di sala operatoria.
Entro, non troppo fidente; due porte severamente chiuse introducono ai misteri dell’Arte; si percepiscono lamenti non umani e voci disumane e un rattattuglio generale al di là di quei confini; aspettiamo composti come le statue del Canova e dopo del tempo – tempo in cui ci s’intimidisce sempre più, come sempre accade nelle fredde stanze in cui s’indagano coi ferri vita e salute – appare e sorte da una delle porte e lesta innante viene una guagliona in camice verde e siringa d’ordinanza: senza meno, costei inòcula proditoria il cane mio che non se l’aspettava.
Preso dal farmaco, egli s’abbiocca alquanto e viene transìto nelle sale dell’opera; più in là ùggiola tristemente un maremmano da poco scoglionato; un chirurgo verde moltissimo autorevole chiappa e guata pensoso le lastre nostre smorfiando la ghigna.
Checcè? – dico io inquietato; del pari fa, con gli occhi a mezz’asta, l’animalo; il Sanatorio graduato si spiega: e questo e quello, e scorre veloce la lista degli esami, s’attarda su un indice, indica un valore; presso di lui, una biondona dagli occhi focosi annuisce accigliata: ell’è, di proprio, l’anestesista; in effetti, guardandola si va un poco in deliquio. Il mio cane, pur intossicato da quella siringa, tenta in ogni modo di sorvegliarci tutti, critico di carattere com’è.
Ecco, è il momento: la morsa dei sanitari mi toglie l’animalino che scompare nei corridoi smellosi di aseptici e io son cacciato fuori in angosciose sale d’attesa.
Attendo e attendo, ed entrano viventi d’ogni specie e dimensione: cani miagolanti, gatti con segni di fobie murìdi, uccelli còlti da dismorfie paduli, pesci rossi decolorati, bràdipi epilettici, echinodermi glabri, formiche depresse.
Che bella varianza – mi dico, mentre un airedale terranova con la tigna mi bauscia le scarpe nell’attesa del suo turno; attendo leggendo dei fasti della nostra economia su un giornale oppositore e in realtà penso che quand’ero sanitario anch’io, all’ospedale degli uomini, più che qualche minchia di malatino prevedibile non arrivava ed i giorni sembravano uguali fra tetralogie di Fallot, calcolosi renali e numerose ma monotone algìe.
Scorre lento il tempo, come un’anestesia; mi chiedo: ma che cazzo fanno? Socchiudo e sbigno oltre le porte dei segreti ed incrocio sguardi severi che svaniscono con passi lesti; allora richiudo rispettosamente, minacciando in cuor mio ognissanto.
Ma infine ecco che usce fuori il chirurgo emerito: mi chiama, anzi: mi convoca con un cenno imperioso ed io scatto obbediente; galoppandogli appresso nella corsa dei corridoi, entro come una pallottola nientemeno che in Sala Operatoria (un bugigattolo ingombro di macchinari di modernariato, coi muri imbiancati durante l’Impero e più recenti scritte di w la figa); il cane è lì penzoloni e sembra morto e scontento. Il valetudinario lo schioppola un poco per indurne – dice – il risveglio; io penso che di solito faccio così quando voglio farlo intorpidire, mah; – sveglia, giovanotto! – dice gioviale e brusco il dottore verde, poi sparisce in una porta segreta del meandro. Quello sembra morto, scontento e infreddolito, però è riscaldato da una pietosa lampada ad infrarossi; – ma è già bello nero!… – dico io facendo nervosamente il simpatico; il chirurgo, che s’era affacciato, resta serissimo e scivola altrove. Aspetto vicino al mio cane dall’aspetto deprimente, che risorga; minuti passano lentissimi mentre gli verso nelle recchie pipistrelle parole a lui conosciute, affinché si redima dal sonnone infausto che ne limita la giusta incazzatura.

E poi ce ne usciamo da tutto questo, io e lui, di nuovo collegati e dirigiamo in rotta verso la casa e le sue delizie. Io ho pagato l’occhio destro per l’operanza del mio cane disattento; la belvina ha una zampa che sembra il ciufolo di John Holmes, bello incazzato e io lo guardo e mi sento così depresso.
Cosa c’è di vero in tutto questo?…

Vi mentirei mai?

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Specie di sbagli


Tempo fa vidi in tivvù un servizio telegiornalistico perturbante:

Si presentava la scena di un edificio che, nella notte, stava andando a fuoco; in campo l’animazione tesa delle luci sfavillanti dei mezzi di soccorso, il dinamismo dei pompieri e la costernazione dei testimoni ai margini. Una voce fuori campo commentava le immagini; ecco che i Vigili del Fuoco buttan giù le porte e penetrano nell’edificio alla ricerca di eventuali malcapitati mentre le autopompe schizzano nastri d’acqua nelle finestre esplose; c’è uno stacco di tempo, poi la voce di commento avverte che non si trovano persone imprigionate nello stabile, è vuoto, tutti sono fuggiti prima che il fuoco si propagasse ovunque: Ma ecco che all’improvviso succede qualcosa: i Vigili del fuoco sbucano dalle scale reggendo un telo carico, subito viene spinta verso di loro una barella: sopra il telo c’è un corpo; le immagini non sono nitide, non si distingue bene, ma si comprende che i soccorritori sono impegnati in manovre di rianimazione, uno pare comprimere un pallone di ventilazione ed un altro sussulta ritmicamente praticando in tutta evidenza un massaggio cardiaco; il corpo disteso sembra scuro e piccolo; la voce fuori campo finalmente ci rivela che i soccorritori hanno trovato qualcuno, sì, ma non è una persona. E’ un cane.

La barella con il cane assistito dai paramedici viene inserita in un’auto di soccorso che parte via scintillando blu e rosso. Il commento finale, piano e sereno, della voce informa che il cane era pesantemente intossicato dal fumo dell’incendio, ma se l’è cavata ed ora sta bene.

Ora, ce ne vuole per non sentirsi perturbati da questa scena, oéh. Cosa abbiamo visto?
Abbiamo visto un animale trattato come un umano non solo da un proprietario particolarmente fanatico, ma dalla società tutta che in tal modo si è espressa ufficialmente attraverso uno dei suoi servizi normati.
E questo cosa vuol dire?

Vuol dire perlomeno che ci sono casi in cui, perfino all’astratto livello di ‘società’, non possiamo distinguere. E dovremmo invece farlo?
Ecco il punto: dovremmo? A rigor di logica parrebbe di sì, perché effettivamente siamo diversi dai cani. E perché non possiamo allora? Cosa ha provocato il corto circuito logico per il quale ad un cane (un mammifero morfologicamente del tutto diverso dall’uomo, da esso filogeneticamente distante decine di milioni di anni) vengono prestate cure con lo stesso schema che la società ha reso norma (etica) per gli umani? Il cane sarà ben presente nelle nostre case, ma al di fuori dagli affetti domestici, considerandolo obbiettivamente, non è un umano; qual è dunque il senso di questo episodio?
Credo che per cercare di interpretarlo si debbano mescolare biologia (forse, più in generale, ‘fisica’) ed economia.

La natura infatti, intesa proprio come tutto ciò che esiste, risparmia. E’ per questione di risparmio che i pianeti sono tutti tondi. Ed è ancora per una questione di risparmio che l’espressione di un sorriso e di un ringhio sono tanto simili: la muscolatura facciale è quella che è e con quella che c’è bisogna fare tante cose diverse, perciò la differenza è affidata a qualche particolare ed alla presa d’atto del contesto, come nella lingua inglese, che infatti è sintetica, cioè risparmia sulle regole di grammatica e sintassi.

Se la natura è così nella sua parte di epifania morfologica, lo deve essere pure nella struttura psichica: s’ha da pensare cose molto diverse con una dotazione normativa assai schematica. In questa condizione, lo sconfinamento è una evenienza ad alta probabilità di manifestazione.

Allora, io sono un umano, strutturato per riconoscermi parte di un gruppo. Questo vuol dire che “il gruppo” nel mio ragionare psichico-naturale (l’istinto), mi assomiglia. Da qui, per logica, ne viene che ci deve essere anche qualcosa che non mi assomiglia, e dunque non è il mio gruppo, e quindi può essere potenzialmente nemico del mio gruppo, cioè di me.
Infatti, la creazione sociale di un nemico prevede che se ne sottolinei l’alterità: il nemico è diverso da noi; è trinariciuto, mangia i bambini, è di altro colore, pensa differente, parla incomprensibile. La creazione del nemico è molto importante perché quando vedi la differenza, vedi anche di più l’uguaglianza, e ciò rafforza l’idea di “gruppo”. La natura apparirebbe così manichea con il fine di creare l’idea di gruppo chiuso all’interno del quale produrre l’empatìa; ma la pentola, vedremo, non ha il coperchio.

Il gruppo è quindi, nello schema di aspettative istintuali, un insieme di raccolta somiglianze. La conseguenza di questo schema apre la strada al pensiero sublimato: se il gruppo mi somiglia così tanto, cosa in fondo ci distingue? Si potrebbe quasi dire che “il gruppo sono io”, e viceversa (Cristo non ha creato nulla: ha copiato).
Con questo corredo di base, è ovvia la tensione all’aiuto reciproco: l’empatìa è stata naturalmente imposta; possono quindi liberarsi, in sicurezza, potentissime tensioni emotive di saldatura del rapporto sociale.
In sicurezza? Mica tanto. Perché il paradigma di guida è troppo schematico e le sue poche regole devono coprire molte evenienze; si pensi alla regolazione della quantità di violenza non solo utile, ma necessaria all’interno del gruppo, in confronto al suo esterno. O al problema dei piccoli animali indifesi come facili prede: sono piccoli ed indifesi anche i propri cuccioli; come ci si regola, per non sbagliare mai?
Il problema dei cuccioli, a pensarci, è difficilissimo: sono diversi anche morfologicamente, non hanno corrette risposte sociali, emettono suoni altri da quelli del gruppo, si muovono come animali in difficoltà, cioè come facili bersagli; il rischio che corrono è potenzialmente enorme.
Una normativa naturale di precisa distinzione caso per caso dovrebbe prevedere infinite variabili e costerebbe una enormità di energia: non si può fare. È dunque necessario semplificare alla grossa creando un tabù: “attenzione! Tutto ciò che ha una forma tondeggiante, grossi occhi, movenze impacciate, suono stridulo e ripetuto, necessita di modulare sempre l’azione nei suoi confronti”. I nostri figli sono salvi, almeno nella più parte dei casi.

Ma l’osservanza obbligata di questo tabù può portare il leone a considerare il piccolo di gazzella un infante invece di una preda, baipassàndo l’istinto di caccia?

https://www.youtube.com/watch?v=VE-IraEpNYA  https://www.youtube.com/watch?v=PALf6SVe-SY

Parrebbe proprio di sì: in una opposizione di forze equivalenti, il prevalere di quella più adatta al contesto non è scontato e l’errore è possibile; il leopardo del film non ha operato – forse perché madre e dunque già alterata nel suo meccanismo di valutazione – la valutazione del contesto, e si è sbagliata. Altrettanto ha fatto la leonessa; entrambi gli animali, una volta valicato in modo erroneo il confine tra gli istinti hanno trovato dietro sé il muro del tabù e non sono potuti tornare indietro per valutare criticamente le loro azioni. Il tabù è una gabbia di confusione paralizzante.
Ed ora guardiamo questo altro filmato:

in esso un delfino selvatico con un amo infisso sotto una pinna, chiede aiuto ad un gruppo di subacquei. Nel filmato vi sono due momenti assai importanti.
Il primo (dopo il fatto stesso che un animale selvatico cerchi soccorso da una specie diversa, addirittura estranea al suo ambiente) è la valutazione di opportunità che l’animale compie prima di chiedere aiuto; osserva a lungo da distanza di sicurezza il gruppo umano, gira attorno ad esso con cautela e solo dopo un certo tempo, si avvicina. Ed usa il metodo induttivo, per comunicare il problema: lo mostra; si capovolge di fronte al subacqueo ed allarga la pinna ferita dall’amo infisso: “guarda qui”.
Il secondo è il comportamento degli umani; il delfino si offre alla loro azione curativa ed essi intervengono tentando di togliere l’amo con i coltelli; evidentemente provocano dolore all’animale che, di tanto in tanto, si sottrae all’operazione, poi – evidentemente facendosi forza in vista di un risultato e conscio che quel dolore è provocato non per recargli danno (sorprendente analisi critica, no?) – torna di sua propria volontà sotto i ferri. Durante uno di questi spostamenti, a metà dell’opera, il subacqueo che lo sta operando comunica con l’animale; come fa? Come fanno i subacquei: a gesti. Desiderando aiutare il delfino, lo richiama subito agitando verso sé una mano.

È molto interessante: l’uomo si rivolge ad un animale selvaggio con la stessa modalità che userebbe per rivolgersi ad un altro uomo e siccome è sotto forte tensione emotiva, non usa la ragione: è egli che viene usato dal proprio istinto. Dunque quell’uomo, per istinto, comunica con l’animale adoperando una modalità sociale intraspecifica ovvero, contro ogni logica sostanziale ed apparente (non c’è ragione per attendersi che un animale comprenda il linguaggio di una specie completamente diversa ed anzi, a conti fatti, non ci sarebbe ragione alcuna per rivolgersi ad un animale), l’uomo tratta un animale come un appartenente alla propria specie.

L’espressione fondamentale qui è “per istinto”, ed è inutile obbiettare che si è trattato solo di un automatismo, perché nulla è privo di senso in natura e non esiste atto che sia “a sé stante”. “Automatico” perciò, in questo caso, è solo un sinonimo di “istintuale”.

La parte importante di tutti questi filmati è che documentano accadimenti successi “in natura”, non in laboratorio cioè, od in ambiente casalingo (tutti abbiamo visto, nelle case, cani e gatti o perfino cani e conigli fraternizzare, ma queste situazioni si devono considerare artificialmente forzate). La leggenda di Mowgli, dunque, non è poi così eccezionale ed, a pensarci, non ha svolgimento diverso da quello che provochiamo noi ogniqualvolta accogliamo in casa un animale e, man mano, questo acquisisce un livello di considerazione tale da non poter essere distinto da un familiare umano. Appare inoltre chiaro che tutte le specie animali evolute possono commettere l’”errore” di trattare come un conspecifico un essere che non lo è, e che questo errore non può essere dovuto che alla insufficiente regolamentazione psico-emotiva delle differenze; come se un treno, passando fra un intreccio di scambi poco definiti, potesse percorrere il tracciato stabilito solo di slancio, ma una volta rallentato (la momentanea incertezza da episodio inatteso) rischiasse di essere dirottato su percorsi diversi proprio a causa della poca precisione con la quale sono realizzati gli scambi.

La complicazione del programma che regolamenta le azioni dei viventi è tale da non poter consentire la massima sicurezza; l’errore è sempre dietro l’angolo e la nostra commossa meraviglia è solo incoscienza; sostituiamo il regolo con la poesia. Insomma guardiamo la Luna. Ma qui sarebbe importante il dito.