Il realismo verseggiante


Diciamoci la verità: la poesia, piace. E allora non c’è chi non faccia poesia. Per far poesia, oggi, però la musa sembra stranita, ebbra e delirante: si dicon cose slegate come “epifenomeni floreali attendono / gargarismi di senso all’aereoporto” – attendendo che il senso di esse sia costruito dal lettore, ma ciò incrementa il conformismo dell’assenso incondizionato: mai far la figura del bigolo che non intende ciò che dice il poeta (il poeta, uéh!) e dunque far finta, far finta e piegar la testa da un lato, guardare in alto e sorridere, come inseguendo un pensiero; che pensiero? Eh, quel pensiero: hai da capi’ da te, ‘gnurante.

Ebbene, io sono seguace di quella corrente d’avanguardia (ah, ah: voi, retrogradi!…) chiamata Realismo Verseggiante che s’occupa della vita nelle sue stanze: la cucina, il cesso, ad esempio – e vi fo mostra della forza imperitura emanante dalla visione pratica del Realismo Verseggiante attraverso l’ode:

L’IVA

Eppure non ho abbastanza.

Tu dici: “non mi riguarda” – ed io
opino  (nelle poesie si va a capo a cazzo, ndt.)
opino a morte
perché tu sai, tu devi sapere
com’è opinabile il dover morire
strangolato da te
devi sapere
com’è opinabile  (nelle poesie si ripete a cantilena, ndt.)
chiedermi avanzi
che non esistono
devi sapere
che non m’hanno pagato le fatture
stronzi
e che perciò non ho di che darti
tu dici: “è il rischio d’impresa”
io dico: “sì, ma l’impresa
ha
pure
il
ricavo, e se non c’ha il ricavo perché gli stronzi non m’han pagato,
perché la tua IVA
e le tasse
non li chiedi agli stronzi? Lì stanno
I miei soldi
sai?

Io guardo nella scarsella,
rovisto, cerco
quaesivi et non inveni;
per te che non parli latino:
“non ho abbastanza”, chiaro?

Così assolda un reparto di picchiatori
in divisa
e recali ai miei debitori
che ringrazian me, non dio,
del lor pane quotidiano
ch’è ‘l mio  (una rima alternata! – tranquilli, è casuale, ndt.)
tòrchiali, rabàttali, fàgli male
spremi da loro il guiderdone
sàppili estorcere, tu che ben lo sai,
tu che altro non fai (ops – casuale, casuale, ndt.)
e insomma, su, vattene a fare in culo,
è mai possibile
che pure il primo giorno di vacanza
mi ritrovo
a
pensare
a
te.
Ti auguro i Goti
O mia Nazione.

Clippàrt e sregolatezza (9)


x

Quando non si sa che dire che si fa?


Si parla del tempo. No, dico, come se il tempo (il tempo meteorologico) fosse un argomento semplice: c’è gente che studia tutta la vita per parlare del tempo con proprietà di senso e poi, quando gli si chiede qualcosina sul tempo, stan lì incerti a dire forse così forse cosà epperò forse.
A questi dell’immagine gli piovono addosso soldi: beh, non accade mai; solitamente vien giù acqua in varie conformazioni: bella sciolta, un po’ più soda, francamente dura, e più o meno di fretta; ma il risultato è che ci si bagna e basta.
Cosa si può dire sul tempo? Gli inglesi, che sono gli europei spiritosi, dicono:
Se guardi in alto e vedi le nuvole, significa che pioverà. Se guardi in alto e vedi il cielo azzurro, significa che non pioverà.
Se guardi in alto e non vedi niente, significa che sta piovendo“.
Ecco, vuol dire che è difficile fare previsioni; mica semplice, il tempo.
Ma noi gente da ascensore parliamo del tempo presente, mica di quello che verrà, e allora è più semplice; tipo:

(in ascensore, due persone tutte bagnate):
– ehh… s’è rimesso a piovere, eh? Ai miei tempi, pioveva quando doveva piovere e c’era il sole quando doveva esserci il sole, mentre adesso…
(annuisce annoiato, cantilenando) …”non si capisce più niente”, sì sì.
– proprio così. Guardi, non dico per dire, ma lo dico proprio perché voglio dirlo quello che sto per dirle; ecco cosa le dico: stiamo andando sempre peggio – (romba un tuono) ecco, sente?
– è l’avvocato del terzo piano, ha l’aerofagia.
– per forza, con questo tempo!…
– no, no, è per l’abbacchio.
– per fare bene l’abbacchio serve un tempo secco.
– ah ecco.
– che ore fa lei?
(sempre più annoiato) le dodici e ottanta.
– del sessanta di ottobre?
– sì.
– come passa, eh, il tempo? Non piove nemmeno più!
– per forza, siamo in ascensore.
– gran cosa, l’ascensore. Mi’ fratello…