Guudmòrnin’ Vietnam!…


Annacci fa, m’accorsi di capire un cacchio di internet; a cosa poteva servirmi(ci), sul lavoro? Perché ogni tanto m’arrivavano delle iméil stranissime dove un tizio sconosciuto m’inviava foto sue e della sua nonna come fossimo parenti (sappiate che fèisbuc n’esisteva pas)? Che significava “motore di ricerca”, ‘cazzo volevano che ricercassi? E come mai apparivano in ischermo incredibili allarmi di far attento alla connessione? Ma non è mica sempre attiva, la connessione? E allora come faccio a starci attento quando mai dovessi? Ma porca troia?

Ed allora dissi alla mia collega, ch’era giovane e bellina da non credere: “andiamo a fare un corso sull’internet, io e te, cictucìc, poi dopo ci facciamo un aperitivo ed a seguir si vede, no?”
Lei convenì sul corso, che le pareva necessario e nicchiò sul resto, che avvertiva superfluo. Le donne son così incongruenti.
Proposi dunque una roba organizzata dai nostri fornitori di compùter che c’avevano appena derubato di parecchie sostanze vendendoci una caterva di roba a prezzo che, ora che son uomo d’esperienza, mi par folle e pure un po’ rincoglionito, ma allora ch’ero un bimbo pagai senza un fiato, tutto contento. La collega disse bah, proviamo.
Andéddimo, e pur nella ignoranza (mia soprattutto) avvertimmo una qualche delusione perché intanto eravamo gli unici allievi in sala, e poi perché ciò che ci diceva il guaglioncello insegnante era migno e scoordinato, in nulla attinente alla nostra richiesta di strumenti adeguati a dominare il Mondo.
Una sola cosa era interessante, in quella occasione: il fatto che l’insegnantello fosse un minorenne (o giù di lì) asiatico, e nello specifico: vietnamita. Lo seppi da egli quando glielo chiesi, in parte per avere ancora un po’ di tempo per star colla collega tirandola lunga al corso, in parte per veridica curiosità; alla mia domanda indiscreta “di dove sei?” – egli rispose “Brusaporto” ch’è un paese presso, al che io dissi: “ssì vabbè, lo sento che sei autoctono, ma vedo pure che l’origine è di là dal mare, e parlo degli oceani; perciò, ragazzo, insomma: si può sapere di dove cazzo sei o devo strapparti le unghie dei piedi per averne soddisfatta contezza?” – “Vietnam” – rispose – “naqquiccuà dopo che papà e mamma fuggirono dai còng, essendo essi del sud” – aggiunse.

Viennàm!

So che a voi pistolini ‘sto nome non dà vaibréscions, ma a noi pistoloni sì, perché ricorda che a scuola si parlava della fuga americana dai tetti di Saigon, coi perditori incalzati dai Vietcong, ed il telegiornale trasmise il film di quella scappata invereconda, colla gente che s’aggrappava ai pattini degli elicotteri e veniva malmenata dagli imbarcati per mollare la presa. Tutto l’Occidente, infine impersonato dall’America, sputava l’osso e portava via precipitosamente il culo;

l’Ammèrica del Patto Atlantico, dopo tutto quel napalm, dopo tutti quei B-52 sgancianti bombe (14 milioni di tonnellate, secondo stime storiche, cioè tre volte quelle sganciate su tutti i fronti nella seconda guerra mondiale) in sulle selve a bruciar vivi degli omini pezzenti e incaponiti, stoici, crudeli, sacrificali e morituri, tutta la Grande Potenza se ne fuggiva a gambe rotanti tenendosi su le brache scacazzate; nemmeno partiva con l’onore delle armi, ma anzi col disonore del lasciar lì i suoi alleati locali nelle mani del nemico; se la cavarono solo alcuni alti funzionari, come quel Generale Nguyen Ngoc Loan, l’esecutore qui

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che poi aprì un ristorante negli Stati Uniti; portandosi dietro lui e pochi altri fortunati fiancheggiatori, l’America se la diede tanto in fretta da perder le scarpe. Roba da restarci a bocca aperta per me che, piccirillo, costruivo i modellini dell’F4B Phantom invincibile cacciabombardiere degli invincibili marines.
Viennàm!

E allora parliamone, del Viennàm, che ci fa bène:

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È bellino scoprire che la storia del Viennàm somiglia parecchio a quella italiana: anche il paesello del “sud-est asiatico” come si diceva nei tiggì, era piccolo, valoroso e crocevia di interessi multinazionali. Ed ebbe storicamente una sua grandezza ed un peso, in quella regione. E quando tutti lo vollero conquerire esso si difese, e valorosamente, con un suo proprio Risorgimento, peraltro ripetuto in diversi round, come il nostro.
Questa lontana semipeninsula era ben oberata da una nazioncina come la Cina, no dico, chegl’era sopra in tutti i sensi, dal nord al grosso. Eppure, nel decimo secolo la nazioncina si svincolò dalla vicinona e per mille anni fu, no ridico, indipendente. Ed a metà dell’ottocento era così gagliarda da protettorare sotto di sé Laos e Cambogia. Niente male, vero? – per dei “charlie” musi gialli.
Ma non appena l’imperialismo occidentale si allargò, per la semipeninsula finì la pacchia; ed allora il nemico storico del Vietnam non divenne affatto l’America, ma fu, per cento lunghi anni, la Francia.
La Francia rappresentò per l’Impero dell’Annam, come si chiamò fino al 1945 il Vietnam, quello che i Goti furono per Roma. I Francesi belli arrivarono nel 1859, e con le solite buone maniere si fotterono le province meridionali, con la Saigon del futuro riscatto compresa, poi tutto il resto. Iniziò così un regime semischiavista, tipo, per dire, quello che i nostri vicini di casa instaurarono poi in Algeria; finì uguale, per loro, ma solo nel 1954, con i calci sui denti presi nella battaglia di Dien Bien Phu.
Ma per tutto un secolo il problema dei vietnamiti fu come fare a liberarsi di quegli stronzi schiavisti. L’occasione arrivò nel 1940, quando la Francia, attaccata dai nazisti, capitolò in pochi giorni ed in Vietnam fecero la loro comparsa i giapponesi.
A questi il luogo interessava solo come testa di ponte per la guerra e non si misero certo ad amministrare alcunché; per un poco, dunque, l’amministrazione restò formalmente francese senonché il Giappone, nel momento in cui avvertì la mala parata, eliminò nello spazio di una notte ogni traccia di Francia in Indocina lasciando il Paese privo di padroni stranieri.
Una botta di culo così era da sfruttare ed il Vietnam ci provò subito con Ho Chi Minh, che potremmo paragonare al nostro Mazzini.
Il loro Mazzini fondò allora i Vietminh, un gruppo filocomunista ed indipendentista che prese gradatamente sempre più potere in loco fino a proclamare l’insurrezione nazionale ed a costringere l’imperatore Bao Dai ad abdicare; il Vietnam diventava Repubblica Democratica del Vietnam. Era fatta, perdìo, era fatta.
Era fatta?
Manco per il cazzo, perché la Francia voleva tornare lì. Era una ossessione che pareva eterna, ed allora il Governo Vietminh, comunista, tese la mano agli americani, probabilmente pensando che se bisogna scegliersi degli alleati grossi è meglio che siano più lontani di – per esempio – la Cina. “Ma dico io, benedetta gente: proprio gli alleati della Francia contro i nazisti dovevate scegliere?” – ho detto a Ho Chi Minh; e lui mi ha risposto: – “sei bravo te, dalla sedia, nel 2017, col libro di Storia sulle ginocchia; l’America era anticolonialista e controllava l’Europa; che ming (‘minchia’ in vietnamita – ndr) avrei dovuto fare, io: dire alla Cina o alla Russia ‘ma prego, accomodarsi’? Così la Francia tornava subito davvero, messa lì proprio dall’America!” – “già, e invece…” – ho ripreso io; ma andiamo avanti.
…E invece gli americani, dopo promesse di questo e quello, assieme ad inglesi e cinesi (pure loro!) garantirono la Francia sul suo diritto di sovranità in Indocina! Porca puttanazza occidentale! Che trombata!

  • “Te l’avevo detto, Zio Ho, che degli occidentali c’è mica da fidarsi; ricordi il Patto Molotov-Ribbentrop? E l’alleanza…” – ma lo Zio Ho m’interruppe:
  • “avevi ragione, avevi ragione. Siete dei bei volti d’un elaborato insieme di catabolismi, però (traduzione dal linguaggio figurato orientale: delle belle facce di merda)”.

La Francia tornava in grande stile sbarcando a sud e ristabilendo il controllo su quasi tutta la regione. Si ri-era da capo, come quando hai sognato di svegliarti ed invece stai ancora nell’incubo. Correva l’anno 1946.
Quel “quasi” però è importante, perché la Cina, quale alleato a nord contro il Giappone, si era presa qualche libertà ad Hanoi e cercava di alimentare un certo nazionalismo filo-cinese che serpeggiava in Indocina. I francesi belli dovevano fare i conti con questo.
I cinesi imposero alla Francia un accordo col Governo vietnamita, prima di concederle l’espansione a nord; al Vietnam invece comandarono le dimissioni dello Zio Ho, troppo indipendentista. Una bella finzione di bilanciamento in cui il gioco della Cina era quello di arbitro giocante; essa insomma aumentava così il controllo sulla Regione, in vista di un possibile dominio.

Vedete che casino di merda stava, in quell’angolo di mondo, e in che tempèrie dovevano avvoltolarsi i nostri vietnamiti, considerando che la guerra americana era ancora nemmeno nei sogni del giovane ufficiale di marina San John Kennedy.

La mossa dello Zio Ho fu spiazzante: “benissimo: ma allora che c’entra la Cina, accordiamoci direttamente con la Francia”. Diavolo di un uomo.
L’accordo fu che il Vietnam venisse riconosciuto Stato libero ma contemporaneamente facente parte dell’Unione Francese, inoltre era richiesto un referendum perché le tre popolazioni della zona – Viet, Khmer e Lao – si esprimessero a favore del riconoscimento di unico Paese.
In cambio, il Governo Vietnamita accettava i soldati francesi sul proprio territorio e s’impegnava a concordare con la Francia ogni azione di difesa territoriale.
Non era molto, ma era meglio di prima.
Apparentemente.
Perché subito i francesi tentarono una disgregazione del territorio concedendo lo statuto di Repubblica Autonoma ad una regione del Paese, la Cocincina.
‘Sti figl’andròcchia ci riprovavano.
Ed il problema si acuì quando i maggiorenti indocinesi, mal sopportando la visione comunista del Governo di Ho, spinsero per una ricollocazione della Francia al vertice della piramide. Questo permise l’allargarsi delle pretese francesi che presero la forma di vere provocazioni.
Ed allora, agli indipendentisti guidati da Ho, non restava che la guerra.

Così, a pochi mesi dal loro reinsediamento, i francesi ripresero a bombardare il Vietnam. ONU e Stati Uniti non risposero agli appelli del Governo attaccato. Toccava far da sé.
Cominciava epoca di botte da orbi, per cui, proseguendo nel principio del divide et impera i nostri parenti ebbero una buona idea per la riduzione del rischio: cercare di aprire un fronte interno; recuperarono così l’imperator Bao Dai, estromesso due anni prima. Ma Bao Dai era furbo, e per conquistare il favore del suo popolo mercanteggiò coi francesi, mostrandosi tosto nelle richieste. Fu chiaro che il Bao lavorava per sé, non per loro.
Allora i francesi cercarono l’aiuto americano con la scusa di combattere il comunismo indocinese seguendo il programma di contenimento che gli Stati Uniti attuavano verso la Cina, ch’era a due passi. Facevano brillare verso gli alleati lo specchio di un baluardo anticomunista nel sud di una regione invasa dalle idee rivoluzionarie. Buona mossa. Toccava al Vietnam indipendentista muovere, ora.
Ed i Vietminh di Ho fecero la loro: contro l’Occidente ormai unito chiesero l’aiuto della pericolosa Cina, che si tirò dietro la ancor più imponente URSS nel riconoscimento del Governo di Ho come dell’unico legale in quella terra. Gli alleati USAegetta ed Inghilterra replicarono riconoscendo i Governi d’Indocina sotto il patrocinio francese. Adesso, dopo tanto giramento di eliche, era il momento di passare all’azione.
Picchia di qua, picchia di là, la Francia si trovò scomoda a combattere per quelle selve impervie, così lontane da casa; gli americani pagarono due terzi delle spese di guerra ma non combatterono e l’esercito del loro imperatore di comodo era un po’ svogliato; l’America cominciò ad averne abbastanza di fare interessi soprattutto esteri con un esecutore demandato che, a fronte di costi rilevanti, si dimostrava poco efficiente; s’era nel ’53.
Ho Chi Minh offrì un negoziato, la Francia rifiutò, e allora mostrò d’essersela proprio cercata.
Nel ’54, a Dien Bien Phu, per opera del Garibaldi locale, il Generale Vo Nguyen detto “Giap” cioè “corazza”, i francesi persero la guerra. Seguì una di quelle contrattazioni da Suk chiamate pomposamente “conferenze internazionali”. A Ginevra, così c’era pure il cucù a scandire gli interventi.
Cina e Russia imposero la presenza del Governo Minh, ma – temendo la reazione americana – ne moderarono le richieste.
Ne uscì che i Vietminh dovevano sgomberare Laos e Cambogia e raggrupparsi a nord del XVII° parallelo (vedi cartina) mentre a sud si sarebbe mantenuta l’Union Française. La Francia tentò di eccepire, gli USA la guardarono storto ed allora essa comprese ch’era proprio finita, per lei. Nell’Union del sud la Francia c’entrava ormai come il camembert nel cafè au lait: ora, lì, comandavano gli americani.

  • Bene: s’era avuto un progresso, no, Zio Ho?
  • E come no: di un par di palle. Perché, vedi, come dicevi tu, degli occidentali non c’è da fidarsi e dunque gli accordi di Ginevra furono presto carta da cesso; cioè roba inutile, perché noi qui i cessi non li avevamo.
  • Perché saltarono gli accordi?
  • Ma perché il Bao Dai aveva nominato Primo Ministro un tal Diem, “un fascista di merda” diresti tu, filoUSA, con il quale non si poteva trattare, e trattare con il nord faceva parte degli accordi in vista delle elezioni nel ‘56 sulla proclamazione dello Stato unitario, capisci che fregatura? Aridànghete, porcaccia schifa; vatt’a fida’…

Dunque, questo Diem fece tutto lui, con l’appoggio degli americani: destituì Bao Dai (che ormai c’era abituato) e nel ’55 proclamò il Vietnam del sud Stato a sé stante, fottendosene delle previste elezioni unificanti. Gli USA: tutti contenti.
Ed il nord? Il nord era in ambasce perché faceva molta fatica con le sue riforme socialiste e,d era schiacciato dall’influenza cinese che né la Russia né tantomeno India ed Indonesia avevano interesse a contrastare, sicché Hanoi creò – come facemmo noi di qui un decennio prima – l’FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale, ed iniziò il partigianesimo guerrigliero nel sud.
Con successo, bisogna dire, tanto che gli americani iniziarono a preoccuparsi: se Hanoi vinceva anche questa, c’era il rischio che il Vietnam sfuggisse per davvero all’uomo bianco e, porca vacca, chi si credevano di essere, ‘sti charlie, Toro Seduto, che comunque ce l’eravamo inculato secco pure lui? – dissero in sostanza i rappresentanti del mondo libero.
E, per idea dell’ex giovane ufficiale di marina San John Holmes – pardon: Kennedy, ma è più o meno lo stesso, iniziò la guerra americana.

Grazie alla quale, molti anni dopo, pagai profumatamente un corso di internet inutile. Guarda a che razza di conclusioni porta, alle volte, la Storia internazionale.

Clippàrt e sregolatezza 6


VIÉ TÀ TÓ

clippart 6

 

Vietato! Il divieto ha gusto malmostoso, acido, vegliardo, un po’ volgare come solo i moralisti possono essere e sono: odorosi di salotto deodorato con sottofondo di fritti di cucina, sudore contenuto, poca luce e tanta rabbia rancorosa: vietare è bello.
Vietare è bello! Divieto d’ingresso, vietato fumare, non desiderare donne d’altri e non camminare sull’erba, vietato cogliere i fiori, proprietà vietata, è vietato scendere le scale, è fatto divieto di comunicare a teoremi, non si mettono le dita nel naso, non si fischia a tavola, cosa guardi, fatti i cazzi tuoi, ti proibisco di pensarci, e, dulcis in fundo: alt.
Io ti vieto e ti guardo; sei un po’ meno libero? Ti senti infastidito, costretto, ansioso? Certo: sono io che ti costringo, ti infastidisco, ti dò ansia; cosa ti credi, che non reagisca al fastidio che tu, senza saperlo, dai a me? Non conosco veramente il perché, ma tu, la tua risata, i tuoi gesti, il tuo nome – chissà qual’è – mi dà noia; io ti odio e non so la ragione, e mi irrita tanto questo sentimento debole, il dover pensare a te, e la tua indifferenza: tu nemmeno mi conosci e io invece non bado ad altro, maledetto quest’obbligo, e come vorrei che anche tu sapessi com’è dura la mia vita di odiatore, i miei dolori al collo, lo stomaco, il groppo che mi prende la gola. Mi odi anche tu, almeno un pochettino? Insomma pensi qualche volta a me?
Dove vuoi andare, come posso fare, eccoti qua: mi dai i brividi; potessi dominarti, distruggerti, vedere che mi guardi succube. Stronzo, stavi passando? È vietato: ecco qua; è come farti inciampare; ti odio sempre di più perch’è poca cosa che ti ho fatto; perché perché ci sei? Perché non sono io te? Me lo sento vietato.

Chi sono? Un papa, sono.

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Il cassettone perduto


Come ognun sa, il sogno di ogni bambaccione è vedere pubblicate da Einaudi o Adelphi le minchiate poetiche che faceva da giovanissimo.
Ebbene:
L’altro dì, scavando in casa dei miei, ho trovato un sacco in plastica il quale, non appena preso, mi s’è disintegrato fra le mani; “alla faccia della stabilità della plastica” – ho pensato, ma ho dato un giudizio precipitoso perché il contenitore aveva millenni e conteneva varie cartellone gonfie di carteggi. Inquisitele, ciò che m’è apparso era una cronaca della preistoria in immagini, una sorta di grotta di Chauvet personale; affascinato l’ho sfogliata piano, come un vero archeologo.
Ed ho scoperto che al pari d’un valcamuno, anch’i’ho graffito su supporti gran parte della quotidianità dell’epoca dinosaurica; utilizzavo per quello scopo inchiostri in rapidograph (penne estinte), pennelli, matite e cere, acquerelli, diti intinti, aerografi, terre strusciate o puramente biri (il plurale di).

E poiché anch’io, come tutti, conosco l’incipit d’esordio (ridondanza, il so, e allora?) e siccome lucidamente ipercritico so d’essere un minchione, ecco che pubblico un florilegio di quelle minchiate, metà scrollando il capo a veder quanto tempo disperdevo in -appunto- minchiate, metà sorridendo di quel ragazzo che – incredibilmente – anch’io son stato.
Incredibilmente, dico, non riguardo a “ragazzo” bensì a “sono stato”, perché nessuno m’aveva ancora detto che non lo sono più. Ed ora me ne sono quasi accorto, caspita.

Ma tanto io dimentico facilmente.

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Graficaggi varii; prove di illusione 3D con aerografo

aerografo prova resa 3D

E misto pastelli, matita, biro; prova aerografo realismo materiali e china sulla riflettenza metallica, poi tavolo a pennarelli e matite e cubo ad aerografo

pastelli biro matita prova 3Daerografo prova resa materialiprove di riflettenza metallica

Indi poscia prova di resa con puntinato

puntinato

tratteggiato

tratteggiato

e “gestalt”

gestalt

Giovin cornacchia

cornacchia giovane

E zebra

 zebra

Formica

formica

Ed accenno di gatto

gatto accennato

Studi per la pubblicità di un anticorrosivo destinato alle armature metalliche nelle costruzioni edili; il fatto che io abbia gli originali mi fa dedurre che furono scartati, mannaggia a quegli incontentabili

pubblicità 1pubblicità 2pubblicità 3

e andiam anzi: chiaronero con incursioni e classicismo accennato

evvài di ritrattistica ad sfogandum: compagni di teatro, quando lo si faceva, e di studi, quando non si studiava

Un amico cui piaceva il vin che ciavevàmo nella casa di campagna che non ciabbiàmo più (Marcello, cornutone avvinazzato, dico a te)

marcel gustavino

nonni e madre e padre (che qui stavano allegrissimi)

due autoritratti nel mentre che c’avevo (li ho avuti: ho i testimoni) venticinqu’anni; faccetta un po’ da pirlino, ma poi è cambiata.

Eppoi la vendetta di chissà chiffù che stanco dell’esser soggetto di ritratto, volle farmene oggetto. Simiglianza insomma, ma buona mano, devo dire. La scritta maltagliata recitava “ritratto del ritrattista”.

ritratto a me

Ed ecco Kristin Scott-Thomas, ovvero Patrizia, bionda a volte molto graziosa, altre bellissima, come la sosia.

Kristine-Patrizia

La maliarda crudele Stè, bellissima fata feroce da me ridotta (volevo forse fermarla) a bimba con tratti di colore agitato, metamorfosi in cui lei, giustamente, non si riconobbe. Ho dovuto, per ragione di pubblica decenza, tagliare il resto dell’immagine ove lei aveva graffito la sua versione di me.

stè

Ed ora, politicando: codesto è Cossiga. Un tempo lo scrivevano colla doppia esse nazista. Esteticamente (è quel che importa qui) il vecchio malvissuto aveva l’occhio pendulo ed una bocchetta brutta, piccola, col tic. Pareva dormisse un sonno agitato. Esteticamente era proprio un disastro e caricaturarlo era impossibile: ogni caricatura diventava una foto segnaletica. Qui ci ho provato ad esasperare, ma niente: anche questa sarebbe potuta stargli sul passaporto. Passate oltre, ché Cossiga fa impressione.

cossiga

E lui l’è Montanelli. Oggi è come padreppìo misto a Marx, ma allora ci stava davvero sul culo per traverso. Ringhiava presuntuoso e cazzaro e vomitava certi putridumi come il consiglio di “turarsi il naso” e votare comunque DC, che menargli sarebbe stato poco. Ma oggi ce l’abbiamo a fianco. Fortuna che è solo idealmente: di uno così mi fido come di qualcuno prossimo alla crisi d’astinenza. Ciclotimici.

montanelli acquer.

Cesare Romiti – i posteri di oggi sappiano che era il cameriere di giagnagnèlli, ‘o patrone della FIAT e faceva il VicePresidente finché arrivò Mani Pulite, ed allora ‘o patrone lo fece Presidente perché finisse nella merda lui. E lui v’entrò con le scarpe da mezzo miliardo che portava. Oggi, comunque, questo figuro che un tempo odiavamo come fosse iddio proprio, confronto a marchiònne, berluscòni e compagnia pare una cosa tra il Dottor Schweitzer e Teresa di Calcutta. Pensa un po’, pensa.

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‘O patròne giagnagnèlli, in una delle sue irresistibili pose maggiordomiche

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Una vignettona sul Craxi di Mani Pulite, credo; ho anticipato la ricerca sfociata nella clonazione della pecora Dolly. E nessuno mi ha nemmeno ringraziato.

clonazione

Uno studio grafico-socio-liturgo-teologico. Scherzavo mica, io, nemmeno allora.

totem e tv

Bush. Non il pirlotto, bambini: il pirlone, il papà. Fu presidente anche lui ed iniziò la Guerra del Golfo, la prima contro l’Irak. Non ricordo se qualcuno pubblicò questo disegnino dove l’ameregàno infiàccola di libertà tutto il Medio oriente.

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Ed ecco l’inimico, Saddam Hussein, allegro quasi quanto mio padre; quasi da longo, è ovvio: nessuno raggiunge mio padre, come lui è allegro forse solo Cristo in croce.

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Ed eccoli uniti in una mia ennesima profezia: siamo nel ’90, Prima Guerra del Golfo; l’Occidente, simboleggiato dall’America, assaliva uno Stato Mediorientale ed io – che ci vedevo lungo – dissi che così saremmo stati considerati strumentalmente “crociati”, in quell’area. Ecco dunque il busciòne accorgersi di quel ch’è magicamente (magicamente per i gonzi come lui) diventato mentre il saddàmm s’è fatto totem brandendo la Spada dell’Islam e radunando sotto di sé rappresentanti tipici della zona; si vedono un ayatollah (Khomeini era morto, fa fa niente: il prossimo), Arafat e – credo – il Re di Giordania. La vignetta s’è avverata solo in questi ultimi anni, ma questo significa appunto che io ho il dono della profezia a lungo termine. Prezzi modici per sapere se la fanciulla ci starà o state perdendo tempo, compagni.

saddam totem

Quest’accoppiata è strana: c’è dentro Lou Reed e Cyrus Vance (segretario di stato USA fino all”80; perché? Boh. Sarà un’altra profezia non ancora avveratasi.

vance-reed

Questa vignetta è un enigma; è di molto precedente alla frase di berluscòni sull’”unto dal signore” e precedente anche a “Mani Pulite”, dunque ri-certifica la mia abilità profetica. Il bimbìn gesù è cràxi ed a lui portan dono di soldi i magi giagnagnèlli, berluscòni (!) e de benedetti.

unto dai signori

C’è stato uno più brutto di Cossiga? – ebbene, ragazzi, so che sembra incredibile, ma sì: c’è stato. Il suo nome è Lamberto Dini.  Di lui Paolo Hendel diceva che “è quasi normale dalla cima della testa fino agli zigomi, e poi ‘schifeggia’” insomma, rispetto al possibile, gli ha fatto una specie di gran complimento. E io pure.

ministro x

Achille Occhetto. Credo che siamo nel ‘91, anno in cui il tremebondo, con uno straordinario gioco di prestigio, fece restare il glorioso PCI sotto i calcinacci del muro di Berlino crollato due anni prima. Mi faceva ‘na rabbia, il suo fare il colpevole immaginario piagnone, ma non riesco ad insultarlo perché in fondo gli volevo bene. Un compagno che sbagliava; anzi: che non ne faceva una giusta manco per errore.

occhetto

Eccolo qua, l’”unto dal Signore” di quando lo disse.

unto dal signore

Berluscòni; qui evidenziavo la falsità del suo famoso sorriso a cento denti. Anzi: novantanove, come si vede. L’epoca è quella dell’ “Itàlia è il Paese che amo…”. Di nuovo, sono stato profetico: anni poi, il bisunto perdette l’incisivo ad opera di un attentatore che gli tirò in faccia il Duomo di Milano. Purtroppo, solo una copia in scala.

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Come dimenticare sua panzità de michèlis? Fu niente popò (ci sta bene basta così) che Ministro degli Affaracci Esteri, intendendo per “esteri” quando ùsci la sera e vai in discoteca. Infatti scrisse, davvero, una guida alle migliori discoteche; gli piaceva ballare, gli piacevano le sgarzoline e gli piaceva pure farsi corrompere un tantino, e poi patteggiare. Portava dei meravigliosamente schifosi capelli lunghi de drìo le spalle. Un uomo indimenticabile, sua panzità.

de michelis

Ogni un tot, si riparla di Moro. Quello fu uno di quei momenti e la vignetta è fin troppo ovvia.

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Moro è semre (dunque anche allora) argomento affascinante, almeno da morto, perché da vivo ti faceva due coglioni così solo a nominarlo. I problemi della sua detenzione sono ancora (dunque anche allora) aperti: non si sa bene, per esempio, chi l’abbia ucciso; chi l’ha ucciso? Non si sa; e allora chi l’avrà ucciso?

moro chilaucciso

Boh. E poi, i suoi carcerieri erano tre (Moretti, Balzerani ed uno che non mi ricordo), ma poi c’era il “quarto uomo”: chi era, il “quarto uomo”? Intanto, era un uomo, e poi era pure il quarto, e fin qui, siamo sicuri; ma poi? – Io, raga, sono per il numero 7. Per me è ovvio che il quarto fosse quello lì.

moro quarto uomo

Molto bene: basta co’ ‘sto Moro. Questa riguarda il ’93 del ‘900, un anno affascinante per almeno due motivi: l’uso in Germania di cadaveri al posto dei manichini per i crash-test automobilistici, e lo “sdoganamento” dei post-fascisti. Il nostro fìni, infatti, fino all’anno prima proclamava che mussolìni era stato il più grande statista del XX secolo. E si sa che tra noi e tedeschi c’è uno storico apparentamento che ci fa far le stesse cose.

fini car.

Questa doveva essere seguente allo slogan dell’”esportare la pace”, prima Guerra del Golfo. Anche questa, ovvia.

colomba della pace

Due dei più sózzi politicanti nostrani: andreòtti, condannato per contiguità mafiose con prescrizione del reato per decorrenza dei termini e cràsci detto cràxi, ladro e latitante, “esule” sedicente; perché così sembrava il Conte di Montecristo e non un barabba tagliaborse. Qui erano vivi e ciascuno nel pieno della propria attività professionale; sia lode al cielo, adesso.

cracsotti

Terminando senza ambasce, qui s’era all’Assedio di Canelli, rievocazione d’una battaglia del seicento in cui ‘o paesello resistette alle armate del duca di Monferrato tenendo parte dei Savoia che però alla fine lo presero in quel posto. Girando nel chermessone, colpivano certi musicanti stranieri che suonavano tutti ingrugnati, come fossero lì per fare un piacere a qualcuno e non vedessero l’ora di andarsene. Erano antipatici. Ed erano proprio quei tre lì. Un tizio con un bambino gli è passato accanto e si sono scambiati uno sguardo torvo. Seguì vignetta per coloro che c’erano allora con cui riderne.

assedio

Bene: anche se a nessuno (e mi pare giusto) sbatte un ångström, io mi sono divertito nel ritrovare cose tanto vecchie e ciò mi ha fatto ricordare che ce ne devono essere ancora. Se le troverò, le aggiungerò qui, a maggior gloria di Dio (tanto quello si fotte la gloria in ogni caso) ed anche per non replicare, come consigliava l’amico Paganini, l’idea, col rischio di aggiungere rottura allo sbattimento di balle.

Un saluto. Non fatevi vedere perché potrei disegnarvi.

Guarda chi si vede se si guarda


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Viene improvviso e inatteso su una strada anonima, il castello di Malpaga; sta nel mutevole circondario di Bergamo e non è mica l’unico, così merlato: tra i paesi attorno, in pochi chilometri di raggio, castelli ne trovate molti; ce n’è ad Urgnano, a Trescore, a Spirano, a Lurano, a Grumello del Monte, a Costa di Mezzate, a Gorle: son tanti, vicini che quasi si toccano, e sempre ignorati come tutte le cose tante.
Però il castello di Malpaga ha un fascino suo, perché appare fiabesco imponente e truce all’improvviso tra campi noiosi di quotidianità; nulla prepara a quella vista sfolgorante. Voi viaggiate venendo dal di qua o dal di là e sempre lui vi previene, sorprendendo, perché emerge da un giro di pareti che sembran case vecchie, ed invece son la corte. Il castello di Malpaga sta ad un tiro d’archibugio da capannoni un tempo laboriosi ed ora ben più diroccati di lui, che è uno splendido seicentenne.
Quando lo vidi la prima volta, io che entravo nella bergamasca provenendo dalla provincia milanese dove tutto è simile per sempre e per ogni dove, mi sembrò incredibile che una cosa così sorgesse lì e non avesse manco uno straccio di cartello d’avviso a dirci: “sveglia, occhio! C’è un castello della madonna tra mezzo chilometro, ‘cazzo corri, rallenta, deficiente, guarda!” – così ci arrivai di colpo e dissi “oh!” e accostai, che per fortuna lì c’è spazio e mai nessuno attorno.

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Fu una quindicina d’anni or sono, il dì che io scesi dal carro trainato da venti cavalli fiscali e mi posi a guardia del castello – volevo dire: a guardare il castello – col chiedermi s’era vero, e che faceva là, poi v’entrai, da un entrone d’entrata che non era magno

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e scavava d’un pertugio di portone la corte cascinale che il castello circondava. Entrai, e mi trovai la corte alle spalle, il maniero innanzi con tanto di ponte levatoio sul fossato come nelle fiabe disneiane, e la merlatura ghibellina di sovrasto costruita dai posteri del Colleoni in ispregio a lui, ch’era un guelfo fetente quant’altri mai.

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E in quella corte – udite udite – in quella corte v’era gente. Ma non figuranti, veh: abitanti, vero contado, ancora lì; ed io sempre più trasecolante m’aggiravo, braccia lunghe e bocca aperta, a riguardarli. La cascinalanza che circondava il feudatario ospitava ancora tutti i contadini, cosa che mi facea pensar: “ entro le mura stanno ancora i contadini; porca paletta: ma ci sarà mica qua pure lui, lui dico luiLui?!” – ma dovetti iscovrire tosto che lui non ci fu. Era morto; e allor me ne dispiacque.
Mi ripromisi – ‘ché dovevo andare – di ritornarvi presto e approfondire quella visione col mio spirito indàgo che scorre e scava e mastica e rivolge, poi emette di quella forma una, una trasformazione. Promisi e me ne ii “che bell’incontro” – pensando.

D’allora, ogni tanto lì rivengo; quando mi voglio astrarre dalla guerra mia di lanzi ‘sì forcuti che il Colleoni bello con paterno buffo, sorridendo, lieve colpirei. E un meriggio che il ponte era abbassato, vi transitai.

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Ci ritrovammo, io ed i fantasmi di quel mondo demorto, in uno spazio angusto forato alle pareti da fenditure come la bocca dell’urlante di Munch; seppi allora che in quell’ingresso d’antiporta sostavano i visitanti che il guerriero ribaldo esaminava decidendo se dare ai balestrieri in retro a quelle bocche l’ordine di lancio, oppure no. Con me fu grato, e procedetti.
Aria di rocca, di spalto militare, di fortezza; poca aristocrazia di panneggi e molto robustame, nel transire; ben vidi però anco fiorami d’affresco, stucchi gentili, ed il blasone.

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Sull’arma figurata del nostro guerriero, s’apre parentesi giullaresca: vedete il guidone cosa porta? Gigli gentili e tre gran virgole ritorte e capovolte; ebbene: quelle forme inusuali non son palle di cannone, come è in tanti stemmi araldici, ma palle son comunque perché egli, il condottiero, pare fosse corredato da inusuale dotazione dispari di maschi attributi, ragion per cui il blasone volle riportasse codesta qualità. E se altri, in altri tempi, avevan figurato labari con querce radicate, elmi ed armamenti, liocorni, lupi ed ippogrifi, lui vi volle tre coglioni doppi; in ciò dimostrando d’essere, il bestione, un vero Signor de’ campi infeudati.
Par che il castro ne abbia, da scoprire; si vocifera, a bisbiglii, che in esso si celino sconte vie di passo le quali tramite sentieri attraverso l’ovunque giungano al dovunque senza fallo, ma di ciò possiam credere oppure no quali preti ondivaghi, perché se pur elargite laute mance allo psicopompo, ‘sti varchi ve li mostran mica, e allora tanto val’istoria bella quanto una fola di vento in primavera. Siam figli ‘e Galileo, e poi Cartesio, noi.
E invece una imbizzarrita c’è, da raccontare vera: l’Egli quel di Lui, solo nel suo genere di censo, possedeva qualcosa d’unico, a quel tempo; – una pistola automatica? – direte voi, pensandolo guerriero; – una bicicletta? – azzarderete, sapendolo dinamico; – un àifon – dubbierete, rimembrando quant’era abile e pur stronzo nei rapporti amicali al pari d’un contemporaneo su internètte; no, no e no – vi si risponde; egli aveva qualcosa di più strano per l’allora: aveva un cesso, il cesso aveva in camera.
– Per la madonna! – sbotterete ammirati certamente, e non vi rammarico; il cesso in stanza, retro una tenda a coprire la seduta su un gradone forato, pur privo di sciacquone, niuno avea; era comunicante col fossato dove i mostri dell’istesso imparavano presto a frequentare il lato opposto a quello, per motivi evidenti. Come che sia, lo cesso il potete visionar: non è leggenda, è lì nella sua fulgida operatività restato ai posteri che noi siamo, come pregevole fattura d’architetto e di cerusico insieme.

Per questa ed altre meraviglie che non dico perché le scopriate voi, il castro di Malpaga è cosa bella; e anco lo nome suo ha sapor salace: la dimora fu data al condottiero bergamasco come soldo di Venezia nella guerra contro i duchi di Milano, ch’egli sconfisse e vinse venendo con quel feudo ripagato.
Ma il Buttafuori n’aveva avuto gradimento di quella mercede considerandola migna cosa a petto di cotanto servizio reso nel buttar fuori Milano, nientemeno, da quelle terre che il Doge reclamava, e la chiamò suggestivamente “la mala paga”, ribadendo ch’egli n’era mica a giro perdendo tempo cogl’ideali: egli si batteva, e valorosamente, in vista d’un giusto guiderdone, ecché. Venezia fece, coerente, orecchia da mercatante ed il Bartolomeo si tenne il feudazzo che male l’appagava, dai merli ogni che forse squadrando le fiche verso oriente.

Ed in somma, orsù: venite a vistare questo luogo, se i casi della vita qui vi portano; non rimpiangerete il tempo della sosta. Se poi non troppo accelerate, potrete scendere quel poco et ire a Soncino, nel confine sud della Provincia, ed ammirare la coeva Rocca Sforzesca che i duchi milanesi ivi sorsero, curiosamente non a difesa della, ma dalla città, la qual li odiava. Questa fortezza in sedicesimo, come il bonsai è albero minimo ma non nano ed anzi perfettamente proporzionato nella sua riduzione, volgeva le armi verso l’interno delle mura. E poi in quel luogo guardate la chiesula di Santa Maria delle Grazie entrandovi dalla porta di retro, mascherata come una delle porte della via: scenderete una scaletta e vi ritroverete, oplà, nel medioevo. Ed ancora potrete assidervi nello scriptorium d’un convento domenicano per vergare a penna d’oca su carta antica una preghiera (obbene le vostre consuete sacramentazioni) e finalmente ma non infine, visitare la prima stamperia della peninsula, che nacque lì nel secolo di Gutenberg per opera di ebrei ai quali una torva legge avea negato l’usura (cioè il prestito ad interesse, ovvero l’attività bancaria) cosicché essi s’erano ingegnati d’istampare con nuovo sistema la Bibbia cristiana, in caratteri ebraici. Potrete farlo anche voi, in quel sorprendente paesucolo, nell’istesse stanze d’allora e su un torchio antico, torcendo a mano l’ingranaggio in legno che abbassa sulla carta di stracci il peso dell’impressione.

Imperocché, datosi che spostarsi viene inevitabile, tanto vale goderne. Buoni viaggi.