Mezza mela


Quando si fanno gli esami clinici e, contemporaneamente, i cinquant’anni, viene qualche pensierino che buttiamo in burla.

Eccolo grande; improvvisamente, come nelle favole, è cresciuto e gli hanno consegnata una nuova storia da vivere: tante carte scritte a stampa, piene di grafici difficili, certificavano le cose nuove della sua età da grande. I grandi hanno sempre problemi, glielo dicevano, da bambino. E’ vero, e lui non ci credeva. Ciò che non è vero è che non gli piacciono i dolci.

-La Morte (entrando, spiritualmente): – …C’è nessuno?…
Lui (allegro, sfogliando gli esami clinici): – No.
-La Morte: – Ah, pardon – (fa per uscire)
-Lui: – Dài, pirla, era uno scherzo: entra. Beh? Come va la vita?
-La Morte: – E insomma. Bene, eccomi qua.
Lui (agitando i fogli degli esami clinici): – Ohé, mi hai fatto prendere un bello spavento…
-La Morte: – E’ il mio mestiere, no? – (guarda la biblioteca alla parete) – quanti libri…
Lui (scherzando): – No, scusa, c’è modo e modo; per esempio: non ti fai nemmeno sentire, vieni piano piano, una carezza dolce, un soffio lieve di brezza e un sogno lucente di pace; oppure meglio: tu arrivi come bellissima fanciulla, mi sorridi, dici: “vogliamo proseguire insieme?…” e, occhi negli occhi, mentre le nostre labbra si sfiorano, si va; eh!
-La Morte: – E ci vuoi anche la musica?.
-Lui: – Che musica?
-La Morte: – Tu vedi troppi film.
-Lui: – Stile niente, eh?
-La Morte: – Amico mio: io faccio paura.
-Lui: – Vita di merda, però.
-La Morte: – Non mi lamento.
-Lui: – Mica ti piacerà, far cagare addosso i poveri cristi
-La Morte (legge il titolo di un libro dalla bilioteca): – “Prolegomeni ad una euristica metafisica, cenni sommari di Teoria del tutto” – (fischia sommessamente) – … però… devi essere un uomo di cultura; e cosa vuol dire “prolegomeni”?
-Lui: – Boh.
-La Morte: – Ah.
-Lui: – No, dicevo: uno sta sempre bene, com’è giusto, poi un bel giorno sente delle fanfare tipo fischi nelle recchie, botti al cuore, scricchiolii al collo, gorgoglii di panza, va dal medico…
-La Morte: – Ah ah ah… il medico… (scrolla la testa)
-Lui: – Appunto, dicevo; va dal medico e quello lo guarda con la faccia da pesce che sembra un ragazzino interrogato all’esame di Storia; si rigira in mano quelle carte, le guarda contro luce, le fissa con una faccia tale che ti vien voglia di dirgli: “guarda, lascia stare; muoio volentieri pur di non darti tutta questa pena”; poi inizia a parlare, dice: “eh… mah… dunque… vediamo… ecco… mmm… eee.. lei fuma?”. Tu vorresti dirgli: “sì guarda: fumo, bevo e mi faccio anche le pippe, e allora?” no, perché, dài: gli hai portato tre chili di esami e quello ancora ha bisogno di sapere se per caso ti metti le dita nel naso? Naturalmente ti proibisce di fumare, di bere, di fare sforzi (dunque: niente pippe) e – dulcis in fundo – ti proibisce lo stress, che è una cosa volontaria, evidentemente. Esci che sei pazzo, e ti senti anche in pericolo perché finalmente sei stressato come mai in vita tua mentre pensi che solo pochi giorni prima, prima di guardare in faccia quel gobbo malefico, eri un fiore e sorridevi alla vita concedendoti pure il lusso di qualche minuto di malumore molto chic. Ora ti senti come un fiore di fronte a una mucca. Fortuna che poi, gli esami – (mostrandoli) – tutto bene…
-La Morte (distratta): – Sì, più o meno è così che va… comunque, se ti interessa, tra mica tanto me lo vado a trovare, il tuo medico
-Lui: – Quel cornutone?
-La morte: – Eh sì… stravizia troppo, il soggetto; o si da una bella regolata…
-Lui: – Ma senti senti… guarda: fammi una cortesia, una piccola cortesia, una robina da nulla, davvero un’inezia
-La Morte: – Che cortesia?
-Lui: – Digli che è importante non stressarsi.
-La Morte (sorride): – Sei una bella carogna
-Lui (con aria sognante): – Eh, volevo fare il medico, da ragazzo…
-La Morte: – Già già, sì… è passato un po’ di tempo da allora, eh?…
-Lui: – Beh, insomma; ne avrai fatte di visite, a quelle canaglie dei miei docenti… “bau! Sono la Morte! Stronzo! Adesso non fai più lo sbruffone, eh? Non ti senti più un grand’uomo eh? Càgati addosso, pirla!” Darei qualcosa per vedere la faccia del mio mediconzolo appena gli appari; “buonasera, dottore; è pronto?… le consiglio la risonanza magnetica… mi faccia sapere…” ah ah ah! Oh, come me lo immagino, collo stetoscopio tutto tremolante! “Non si stressi, dottore, che fa male!…”
-La Morte (guardandolo): – E ora sono qui a trovare te.
-Lui: – Eh.
La Morte: – Già. (silenzio)
-Lui (sorridendo) – eh eh… sì… (sorridendo meno) eh. Nel senso, passavi e allora… (non sorride più) …che passavi e…
-La Morte: – (lo fissa in silenzio. Pausa significativa)
Lui (crescente sorpresa allarmata, stridulo): – Ma chi, io?!… Ma… non è mica… non è mica per dire…(La Morte lo guarda in silenzio)
Lui (smarrito, agitato): – …Gli esami!… – (li mostra) – è… per quei fischi alle orecchie? Ma la risonanza magnetica ha detto che non… non c’era… che…
La Morte: – No, egregio, i fischi alle orecchie non c’entrano, stavolta.
Lui (angoscia): – E allora mica quei dolori, che quando corro… ma è un po’ che non… non li sento più, solo un po’ qui, ma… poco!
La Morte: – No, no: quello è un problema muscolare. – (sorride) – Di stress
Lui: – Non mi dirai che quell’abbassamento di vista, così improvviso, o quando mi sveglio la notte, la tosse, il… la… il mal di testa! È un paio d’anni, da… metti il caso quella roba che vendiamo, sono prodotti chimici, vedi mai che… certo che c’ho pensato… ma non pensavo… non sarà mica il… per… questo?
La Morte: – Eh no, vecchio mio: niente di tutto questo.
Lui (tremante, con angoscia sempre più debole): – E allora non… non…
La Morte: – Beh. Sei pronto?…
Lui (perso): – …Io non… proprio adesso?…
La Morte: – Sì.
Lui (trasognato): – …Adesso…
La Morte: – Sì.
Lui (vinto): – …Sono pronto.
La Morte: – E allora Auguri (mostra una torta)
Lui (trasognato): – …Che cosa…?
La Morte: – Auguri, vecchio mio: è il tuo compleanno
Lui: – …Auguri…?
La Morte: – Eh già. Mezza mela. Ti auguro di farla tutta, naturalmente; non si sa mai, eh.
Lui: – Il compleanno?… i cinquant’anni?
La Morte: – Bell’età.
Lui (grida, risorto): – Ma ti venisse un colpo!
La Morte: – Impossibile.
Lui: – Mi hai fatto venire un colpo!
La Morte: – Impossibile. Troppo agitato per essere un morto per bene; dammi retta, me ne intendo.
Lui: – Oddio, che sollievo!…
La Morte: – E’ il mio regalo. La torta, fa schifo.
Lui (sopra le righe): – Tanto non mi piacciono, i dolci
La Morte: – Lo so.
Lui (ultimo fremito): – Dunque… libero?!
La Morte: – Come un fringuello. Ma se non vengo a trovarti io, tu non ci pensi mai… come i fanciulli; e invece (cavernosa): buon cinquantenarioo!…
Lui: – Brrr!… ho capito: me ne ricorderò.
La Morte (uscendo): – A più tardi.
Lui (mangiando il dolce): – Buona, la torta. (l’ombra della Morte rimane in scena)

L’isola degli affamati


 

Gli ottanta Euro erano, qualche anno fa, il contante che l’emigrato doveva avere in tasca per varcare la frontiera francese; non so se sia ancora così e forse non è importante saperlo. Tempo fa dedicai ad un ignoto Ahmed quanto segue. Temo sia morto, quell’Ahmed, ma di sicuro ce n’è un altro, ed allora ridedico a quest’altro ed a tutti i suoi congiunti. Migliaia di congiunti.

l'isola degli affamati

(Dedicato ad Ahmed, che non so chi è, ma son sicuro che c’è)

Ce ne andiamo bordesàndo su un natante, in compagnia,
con il mare forzasètte, due corvette a proravìa
di traverso sulla rotta (sì vabè, si fa per dire)
coi cannoni a pelo onda ci fan bum con allegria;
beccan solo una trentina, quelli duri un po’ a capire
e che invece di buttarsi a giocar coi pescecani
stavan su a gridargli “aiuto” e a mulinar le mani.
E prosegue la crociera, mentre il cielo e il mar s’annera.

Siam più larghi, si sta meglio, l’aria è pura e l’orizzonte
ce l’abbiamo tutto intorno. “Dove andiamo?” “Là c’è un monte”
dice quello con gli occhiali. “Come, un monte in mezzo al mare?”
“Come chiami un muro nero grande grosso e verticale?”
“Lo tsunami” – indovina come sempre il laureato
e, siccome è spiritoso: “lo tsunami da impiegato”.

Proseguiam qualcuno meno, ma anche i pesci han da mangiare
e, pensando all’armonìa di un così perfetto mondo
risolviam di salutare moglie e figli andati a fondo.
“C’è nessun che c’ha una birra?” – “Quale birra, non possiamo!”
“Lo so, era una battuta; c’è qualcosa che c’abbiamo?
manco l’acqua abbiam portato, che da noi è già privata
ma nel senso ‘ghe n’è minga’, liscia, frizz o razionata,
zero: bevi poi, più tardi, quando arrivi in paradiso,
che mi pare sta di là, dove andiamo, per inciso”.

Col codazzo degli squali, che sembriamo una cometa
approdiamo proprio uguale a qualcosa fatto in creta
che ti casca giù di mano. E arranchiamo un litorale
che ci sembra tanto casa, secco e brullo tale e quale;
lì c’è gente che ci piglia e ci sposta dalla spiaggia
facciam tiè ai pescecani che si dicono: mannaggia.
Siamo salvi, siamo vivi, tra dei bianchi un poco grigi
ed un poco disperati; “per di qua si va a Parigi?”
Chiede quello più ottimista; “no, di qua c’è solo il cesso”
gli risponde uno in divisa, e in quel luogo poi c’ha messo.

Be’, nessuno qua ci spara, sembra quasi una vacanza,
un campeggio a poco prezzo, tipo venti in una stanza,
se la stanza poi ci fosse; ma chiediamo forse troppo
siamo negri, non tedeschi, e portiamo sì un malloppo
ma di sfiga, solo quella, tanta sfiga tutta nera
che ti prende anche se scappi, e ti fa mori’ in galera.

Questo strano paradiso di quei bianchi così belli,
benvestiti, lisci e azzurri, chiari pure nei capelli,
chiari più quanto più sali una terra ch’è una scala
verso il nord, e verso noi come tentazione cala,
non ci vuole. C’ha un po’ schifo. Ed in ciò ci somigliamo:
pure a noi ripugna tanto il destino nostro gramo;
a chi piace, la miseria? Non ai ricchi certamente,
ed ai poveri nemmeno; a nessuno piace il niente.
Ci sediamo come intrusi, in mezzo a questa altra gente.

Per andare da qui a lì, e “lì” per noi vuol dire “vita”,
l’avventura di quel mare non è mica ora finita:
un lavoro, un posto al chiuso dove chiudersi protetti,
e passeggiare per negozi, insieme senza stare stretti,
come fate voi di qui, ed a voi sembra normale
come a tutti, come a noi, epperò per noi non vale
non avendo ottanta euro, in tasca come un documento,
perché con ottanta euro vi facciam meno spavento
e anche in Francia si può andare, con il prezzo d’una cena,
una sola, e poi via. A ricordar la pancia piena.

Siam più grigi, un po’, di voi, siamo qui, di là del mare
siam turisti della jella, viaggiatori del campare
aggrappati ad un barcone come a un sozzo salvagente
per morire, come tutti, come voi, più lentamente
ed intanto poter fare quelle cose della vita:
lavorare, avere amici, fare il tifo alla partita,
fare in tempo ad osservare nostro figlio che schiarisce,
perde il nero, perde il crespo, finché il nero gli svanisce
e diventa come voi: forte, per non più scappare.
Sono sogni. Ora è presto; siamo ancora in riva al mare.

La casa col fantasma


Il trasloco era stato movimentato, come sempre succede quando ci si trasferisce da un luogo familiare per andare improvvisamente, con tutto ciò che è proprio, da qualche altra parte; anzitutto bisogna recuperare nei recessi della casa quello che ci appartiene. Ma le cose che possediamo cercano nel tempo angoli a loro congeniali talché, dovendole un giorno ritrovare, bisogna scoprirle e catturarle nelle loro tane, girando spersi come se quelle quattro mura si fossero dilatate e circoscrivere il mondo.
O forse è la casa ad appropriarsi di oggetti che le diventan cari al punto che li nasconde per avidità. Oppure questo fa per trattenerci, con l’angoscia degli abbandonati, quando sente prossima la nostra partenza, ma noi cerchiamo implacabili e, spogliandola foglia a foglia di tutto ciò che contiene, così troviamo improvvisamente alcuni oggetti dei quali ci eravamo dimenticati perfino l’esistenza. Lo stupore che ci coglie ha allora un sapore stretto che lascia malinconia mentre seguitiamo, dritti come il destino, la cerca cieca di tutto ciò che è nostro: ecco quello che guarda dov’era finito.  Non importa quanto la casa sia grande: un monolocale è sufficiente per diventare un mondo animato, dopo un lungo tempo di vita insieme.
Trovare tutto, senza pensare a cercarlo con grande anticipo sulla partenza, significa dunque vivere con l’urgenza affannosa di rispettare (per contratto) l’ora nella quale si lascerà quel mondo ed insieme la necessità di non dimenticare nulla, perché sappiamo bene che ogni parte della nostra vita, dimenticata e trovandosi sola nel luogo ormai deserto e senza più senso, ne soffrirebbe troppo, tanto da morire. Il trasloco è una roba seria.
E poi il padrone di casa era un tipo antipatico. Non era contento che me ne andassi – e su questo non gli dò torto: dove lo trova più un inquilino come me, che non gli telefona mai per alcun impiccio e si limita a pagarlo, puntuale come la morte – quindi aveva creato in fine un mucchio di fastidi: portava gente a vedere l’appartamento nelle ore più disparate, pietèndomi continuamente la disponibilità a riceverlo; telefonava ogni giorno domandando se potevamo chiedere non so che ai vicini, i quali però non dovevano sapere che l’informazione serviva a lui; eccepiva che il bagno avesse forse cambiato tonalità di colore; chiedeva di perlustrare un’altra volta il garage, alla ricerca di un problema che in fondo lo autorizzasse a trattenermi lì ancora un po’, come fa una amante delusa.
E come se non bastasse quello che già faceva la casa. Ma alla fine, con l’aiuto di una raccomandata minacciosa, tutto si era appianato e ce ne eravamo andati come in programma, il camion dei traslochi pieno di cose catturate, rinchiuse nei pacchi e costrette a seguirci.
Dunque non mi aspettavo proprio che egli, l’ex padron di casa, mi avrebbe telefonato dopo così tanto tempo; vecchio com’è, lo davo per morto. Invece squilla il telefono ed in esso risento la sua voce irosa e lamentosa insieme, che mi dice:
–  Signor Internet, sono Badaloni
–  Ah, buongiorno a lei. Come sta? – dico, tanto per dire.
–  Sì insomma. C’è un problema
–  Un problema?
–  Qui in casa – mi risponde. “In casa” dice, come se una parola così intima avesse per me ancora senso, adesso, parlando di quell’appartamento.
–  In casa sua, mh. Mi dispiace, spero che si risolva – faccio io e penso che quell’uomo è proprio strambo: telefonare qui dopo tutto questo tempo per parlarmi della casa. – “Ba-da-lo-ni”, sussurro alla mia compagna che passa e mi chiede chi è. Lei alza gli occhi al cielo ridendo e va via.
–  Dovrebbe venire qui, faccia il piacere – dice la voce di Badaloni
Andare lì, io? Rispondo con ferma pazienza ed in modo che si senta come le maniere brusche siano trattenute da una autorevole cortesia al termine:
–  Badaloni, io me ne sono andato da quell’appartamento tanto tempo fa; credo che ora lei lo abbia affittato, no? Non vedo cosa possa fare io, in questo caso. Si rivolga al suo inquilino. Piuttosto, sua moglie, sta bene? – gli chiedo, per dirigere io la conversazione e portarla così alla fine.
–  Sì, sì, mi senta, Internet: ho bisogno di lei qui. Questo è un problema che riguarda lei. – mi dice sgarbatamente. Quest’uomo farebbe perder la pazienza ad un cane; sbòtto:
–  Per la miseria, Badaloni, ma cosa vuole da me? Cosa ne so io della sua casa, dopo tutto questo tempo? Guardi, non mi faccia essere scortese: lasci perdere la casa e mi dia due parole di saluto così non ci roviniamo la giornata, d’accordo? – la mia compagna ripassa, sorride e mi fa segno di star calmo, la guardo significativamente, allargando le braccia.
–  Internet – dice il Badaloni – Internet, stia a sentire, mi stia a sentire perpiacére: venga qui quando vuole; ci mettiamo d’accordo: la sera, la mattina, quando vuole. Io l’aspetto qui a casa, mi raccomando eh, guardi che c’è un problema serio. –
–  Ma che problema dell’accidente c’è? – chiedo io, che volevo buttar giù subito il telefono e sono ancora lì che parlo.
–  C’è un fantasma
Resto lì tipo che forse non ho capito, certo non l’ha detto, eppure sembrava.
–  …Cos’è che c’è?… – domando, storcendo la faccia come se il Badaloni la potesse vedere.
–  Un fantasma, Internet – mi dice spazientito – un fantasma, ha capito? E qui di fantasmi non ce ne sono mai stati, glielo giuro sui miei figli; vent’anni di affitto, fantasmi: zero! Poi, santa Madonna, va via lei, e qua ci sono i fantasmi. Internet, sacramento, cos’è che devo fare, io!
–  Badaloni, lei non si sente bene – gli dico convinto. Nella cornetta, la voce alza la voce:
–  Internet, non mi faccia scappare la pazienza, le dico che qui adesso c’è un fantasma, cosa vogliamo fare? Lo vuol venire a vedere o no? Dài faccia il bravo! In tutti questi anni lei è stato qua bello tranquillo che nessuno gli ha rotto le scatole, adesso mi fa il piacere che viene qua a vedere questa roba. Io c’ho l’inquilino che qui non ci vuole più stare e ha ragione: chi è che vuole stare dentro una casa insieme a un fantasma, no, dico, dài, è mica cose che si fanno; lei ci starebbe in una casa con il fantasma lì che la guarda? E allora, dài! L’aspetto qui. Quando vuole, neh; veda lei quand’è comodo, e si sbrighi –
Sono un po’ frastornato, molto irritato ed un po’, lo ammetto, incuriosito da questa uscita folle del mio ex-mai rimpianto padrone di casa; mi riassesto dallo stupore, e: – Signor Badaloni – gli dico – lei non è tipo da scherzare perché non ne è capace; eppure, tutto questo sembra uno scherzo un po’ cretino. Che faccio, la denuncio per molestie telefoniche o preferisce che inizi io a telefonarle, magari tutte le notti, raccontandole storie da ubriaco?
–  Faccia quello che le pare, basta che venga qua e mi tolga di mezzo il problema
–  Il fantasma
–  Sì, il fantasma
–  E di chi è questo fantasma, della vecchietta che abitava lì prima di me? – in quella casa abitava infatti una vecchina che un giorno vi si addormentò come in una fiaba, ma i principi che entrarono dalla finestra non riuscirono mai più a toglierla dal suo sortilegio, e così ancora adesso lei dorme il suo sonno persistente, ai piedi di grandi alberi in un grande campo abitato da tutte le vittime di quel tipo di incanto.
–  Macché, è un uomo.
–  Beh, quella è una casa troppo recente – cerco di motteggiare – per essere abitata dallo spirito senza pace di un conte uxoricida, no? Creda a me, Badaloni – dico nervosamente – saranno i gatti, o il vento. Che fa, il suo fantasma, trascina le catene tenendosi la testa sotto il braccio, o si limita ad ululare a mezzanotte?
–  No, suona il piano. Anzi: non è un vero piano, una cosa piatta con i tasti e un filo come le abat-jour.
–  Una tastiera elettronica? – dico sconcertato
–  Non lo so come si chiama. Quel maledetto comunque non fa rumore, forse l’ascolta con le cuffie che ha in testa.
–  Suona la tastiera elettronica e porta le cuffie collegate per l’ascolto?! – mi stupisco con una punta di turbamento. Facevo così anch’io in quella casa: mi costringevo all’isolamento fonico perché la mia compagna, donna di troppo ottimo gusto, amava talmente la musica da detestare le mie esecuzioni, né è l’unica ragione per la quale ho di lei incondizionata stima.
–  Eh! – conferma la voce al telefono – e poi tiene un braccio un cane che gli ciondola la testa
Un tremendo brivido mi scuote: – un cane? Che cane?
–  Ma che ne so io, un cagnetto nero che sembra non stare in piedi. Lo accarezza, lo accarezza, lo sa la Madonna! E ogni tanto gli parla
Sembra di vederlo, il mio cane malato, colpito da ictus come un nonno di famiglia e da me curato con farmaci ed una fisioterapia di mia invenzione costituita di ginnastica forzata e massaggi, per una cura angosciata e volenterosa che comunque funzionò. Il piccolo visse altri due anni e riprese pure a correre. Anche lui era un cagnetto nero. E la testa gli ciondolava.
–  Ma che mi dice, signor Badaloni?
–  Quello che le ho detto, mi ha sentito? C’è questo fantasma qui che suona e accarezza un cane. Ah, e ogni tanto non so che guarda sul muro: non c’è mica niente su quel muro, manco un quadro, ma lui guarda qua e là ‘sto muro come dovesse scegliere…
–  …Un libro.
–  Mah. Non c’è mica più la sua libreria lì, veh, in basso c’è tutta una fila di mobili per i piatti, non so se gli piacciono i piatti a quello lì, comunque gliel’ho detto: è lì da vedere.
–  Ma… c’è pure una donna con lui?…
Badaloni strilla come un ossesso: – ah, no, eh! A me mi basta quello! mancherebbe anche una donna! Non è che io affitto ai fantasmi, eh! E poi cosa, due bambini? E la nonna? In due locali? Su, faccia il bravo neh, Internet! E mi dia una mano con questo casino qui che poi ci faccio un piacere io che mi dice lei! Però non è che mi lascia ad aspettare fino a Pasqua, eh, che lei è bello agile, fa un salto qua che non gli ci vuole niente, dài! –
–  Ma cosa c’entro io con il suo fantasma… perché dovrei… mica lo conosco, io, no?… come faccio a cacciarlo via?…
È stato un estremo scrupolo: conoscevo già la risposta di Badaloni; schietto, aspro, tenero e brutale com’era sempre stato in quegli anni, con le sue frasi (fossero per chieder l’ora o per una comunicazione importante) fiondate in viso all’interlocutore, rapide come una fuga, e in stampatello:
–  Ma è lei quello lì, signor Internet! Non se ne vuole andare da quella casa! Mi fa scappare gli inquilini! È il suo fantasma quello, se ne rende conto?

Ho buttato giù la cornetta. Mi sembra di balbettare, eppure non sto parlando; la mia compagna mi osserva ficcante come tutte le donne e mi chiede cosa c’è; bofonchio qualcosa sogghignando, minimizzo e vado. A prendere le sigarette.

Cammino con le tasche piene di sigarette. Eh sì, non è che il proprio passato coli via come l’acqua da un lavandino; è mica a camere stagne, la vita; tutti quei secondi accalcati in corsa, in effetti, non si muovono mica tanto. Forse è per questo che non ci stacchiamo mai completamente dall’effetto dei nostri ricordi: non sono ricordi, i ricordi non esistono, sono le cose, e sono sempre lì. A volte, bussano.
Non ho richiamato il Badaloni; nemmeno lui si è fatto più sentire. Pian piano, il tempo forma l’illusione che lo ieri non ci sia più, ora; certo è una illusione, ma serve, altrimenti dovremmo essere capaci di considerare ancora importante tutto ciò che lo è stato, e ancora accanto a noi ogni ambiente, oggetto, animale, persona insieme ai quali, per un poco, ci è sembrato che il nostro tempo si arrestasse in una forma di serenità sospesa.

Ma questo è impossibile. Ed è perciò che esistono i fantasmi.

 fantasmi

Vacanze canzonando


Mentre s’andava in vacanza su una cinquecento colla cappotta aperta, io, mamma, papà e cane (il primo cane, cane eponimo) e il vento spifferava rumorosissimo da ogni apertura di quella macchina tutta aperture, mentre si viaggiava ad ottanta vertiginosi all’ora verso una meta lontana mille miglia nautiche ed avremmo atteso il giorno seguente per esservi meno lontani, durante quello spostamento che oggi sarebbe considerato poco meno che un’emigrazione disagiata, noi privi di tàblet, aifòn e tutti i càtsi oggi posseduti anche dagli infanti, privi anche di autoradio (non solo non c’erano, ma una autoradio su una cinquecento avrebbe fatto l’effetto della Torre Eiffel nel cortile condominiale), mentre – la premessa è quasi finita, non preoccupatevi – mentre le Regioni si susseguivano a ritmo bràdipo, di poco variando il panorama a meno che uno non s’assopisse dieci ore svegliandosi improvvisamente duecento chilometri dopo, mentre eccetera eccetera, ci pensava mia madre a movimentare il viaggio; o l’esodo, se preferite.
Ella, resa vispa dall’interruzione feriale delle solite incazzature e pronta alle nuove, cantava. “Cantiamo!” – proponeva, e subito seguiva una pausa di silenzio che oggi sarebbe riempita dal sibilo del comando “search”; che cacchio cantiamo?
“Volare” ci faceva cagare, ancora oggi me lo fa; “O sole mio” bestemmiare, oggi come allora; “Io, tu e le rose” avrebbe scompisciato il guidatore fino a mettere a rischio il viaggio e l’equipaggio; “Ummagumma” i miei non la conoscevano ed avremmo comunque avuto difficoltà con gli assoli di moog. Che cacchio si può cantare, contenta mamma?
Mamma mormorava tra sé cercando in archivio; non trovava niente, e allora partiva con delle canzoni che lei aveva sentito, e forse addirittura cantato, da bambina. Bambina; piccina, scolare, tutta boccolini biondi ed occhi azzurri trasognati, vestita di rosa come una rosa ed incazzata come una spina perché odiava il rosa ma purtroppo, essendo lei bionda, la vestivano in rosa malgrado il suo disappunto tendente all’azzurro il quale vedeva addosso alla sorella, unica quasi bruna della famiglia e dunque corretta così da quel colore cielo che gli altri tenevano in proprio e che la non ancora mamma mia avrebbe voluto tanto sui panni, ma niente da fare; bambina dolce e pronta al muso, tutta sguardi stupiti e timorosi e sùbite attenzioni e piccoli entusiasmi in un pezzo di Mondo diventato una fogna aperta che aveva schizzato la mente labile del suo papà portandolo in guerra tutto lieto come un pazzo, addirittura volontario; bimbetta schierata al Sabato Fascista, Figlia della Lupa e non più della sua mamma, dio stramaledica gli idioti pedofili, e messa lì a far ginnastiche come parte di una truppa orientale, al suono di cose come:

Inchiodata sul palmeto
Veglia immobile la Luna
A cavallo della duna
Sta l’antico minareto…

‘Cazzo freni sì di botto 
Cammelliere dimmi tu
In ginocchio pellegrino
Son le voci di Giarabub…

Colonnello non voglio pane
Dammi il piombo pel mio moschetto
C’è la terra in questo sacchetto
Che per oggi mi basterà

Colonnello non voglio l’acqua
Dammi il piombo vendicatore
Con il sangue di questo cuore
La mia sete si spegnerà

Colonnello non voglio il cambio!
Qui nessuno ritorna indietro
Non si cede neppure un metro
Se la morte non passerà…

Cantava mia madre con buffo tono marziale ridendo della propria parodia, e a quella canzone mia padre si ribellava: anche lui era stato bambino in quel mentre, e balilla o cacchio di che, ma gli strideva sotto le nari ancora quella fogna tanto che nemmeno riusciva a scherzarci. La sua sera infante aspettava l’arrivo gorgogliante di Pippo, il bimotore inglese De Havilland “Mosquito” che stanava le luci incaute nella città oscurata, e le mitragliava; il piccolo papà ascoltava quelle scorribande con eccitata paura mentre la mamma sua badava a che la carta blu sulle finestre non lasciasse spiragli di sfogo esterno alla lampaduzza accesa. Ogni tanto uno scoppio da sacchetto di carta gonfiato faceva sussultare tutti, ed i bimbi come il mio papà fremevano di qualcosa affine all’entusiasmo, mentre altri morivano, dio incenerisca gli imbecilli troppo imbecilli per sapersi pedofili.
“Basta con queste canzoni!” – diceva mio padre, oscillando il volantone dell’utilitaria piena di vento, ma la mamma rideva e ripigliava:

Placidi ed invisibili
Partono i sommmergibili
Con i motori
Dentro e di fuori
Oplà si va nel mar…

Andaaar… nel vasto maaar…
Ridendo in faccia alla morte ed al destino
Colpiiir, e seppelliiir,
ogni nemico che si trova sul cammino

È-có-sì-cché-vìve il marinàr
Nel profondo cuor
Del suo vasto mar…

Del-né-mì-cò-e-dell’avversità
“se ne frega” perché saa-à…
…Che vincerà!

Nota: in corsivo nei testi delle canzoni ho rielaborato le strofe che non mi ricordo. L’ho fatto in modo buffonesco, perché sono un buffone volontario e perché sto parlando di fascisti, i quali, da buffoni involontari che sono, necessitano, a mio vedere, di una reductio. Perché è automatico per molti, scambiare la buffoneria involontaria per una forma di grandezza, quando è su larga scala. E invece è solo tanta, non diversa cosa.

Perché la mia mamma cantava quelle canzoni? Perché se le ricordava. E non le collegava a nulla di straziante, malgrado le avessero ucciso il papà, rovinato economicamente la famiglia e stravolto la vita. Per lei erano solo canzoni, canzonette, buone per farsi due risate parodiandone il tono bischeramente marziale.
Perché papà non le voleva sentire? Perché invece lui le collegava al periodo delle mille strane paure ed emozioni, all’oscuro fascino dello spettacolo del bombardamento di fortezze volanti nel giorno del mercato, cui lui assistette da un fosso dove s’era gettato con la biciclettina mentre andava a raggiungere lo zio, proprio là al mercato, e perché forse negli anni a venire aveva pensato che mentre lui mirava fremente la sordida bellezza delle armi, lo zio esplodeva tra le bombe, quel giorno. E non accettava che perfino lo strazio potesse ammaliare, e neppure che le canzoni dei pazzi squinternati potessero non far ricordare.

Allora la mamma, papà borbottando e sbuffando, mollava il fascio e intonava leggiadra:

Si vaa
Sulla montagna
Dove la neve e il vento t’arronzerà

L’ardoor
Che ci accompagna
Sarà la fiamma che il cuor ci riscalderà

Saliir, sempre saliir,
e ad ogni vetta si canta così:
sci-sci-sciatòòr – ripete il vento,
solo ardimento il tuo motto sarà!

Vecchio scarpone
D’ogni passione
Vinci la tentazioone!
Non abbracciar più la Mimì:
Son più fedel gli scì…

Sciatoor… – ripete il vento,
solo ardimento il tuo motto sarà.

zan zà! – Concludeva mamma.

Comportarsi da grandi


Un robovecchio, questo articolino, ma, visto che la cronaca non si muove, esso non è invecchiato e si può riproporre come fatto adesso. I problemi nazionali infatti non son cambiati, nel tempo. Quanto tempo? Tutto il tempo.

 

cermis

Nel Febbraio ’98, un aeroplanino americano Grumman “Prowler” con quattro ragazzotti a bordo sorvolava i monti della Val di Fiemme, nel nostro Trentino.
I quattro stavano giocando; gli avevano dato, per giocare, un areoplanino da 50 milioni di dollari e perfino dei gradi di ufficiale; a dei ragazzotti basterebbe molto meno per montarsi la testa, ma a loro andò addirittura così.
I ragazzotti vollero giocare a passar sotto i cavi della funivia, come alle giostre; ridevano, scherzavano, si riprendevano con una cinepresa, e si diressero ululando verso i tralicci.
Ma non si dovrebbe dare a ragazzotti la possibilità di decidere come comportarsi fuori di casa, non si può pensarli in grado di valutare i rischi connessi a quelle decisioni: sono ragazzotti; come tali giocano, ridacchiano ed urlacchiano; per loro, essere alla guida di un costoso aereo da guerra od in una sala giochi è la stessa cosa; bisogna saper prevedere questi fatti. Papà, che ha tanto da fare, non lo seppe prevedere, e l’aereo finì contro i cavi che sospendevano la funivia nel vuoto.
Si potrebbe pensare che questa è una storia triste, del genere di quelle che fanno la cronaca dei sabato sera: ragazzi ubriachi, eccitati dalla compagnia e dal surplus ormonale, che impiastrano l’auto del papà contro i platani del bordo strada, lasciando di sé solo il doloroso ricordo; ma non è così.
I quattro non disperdono i propri corpi sui versanti della valle, l’aereo cozza ma resiste, vola, pur con un’ala e la coda danneggiate; i ragazzotti sfrecciano via, scappano tra le cime, scappano a casa, da papà: stavolta l’hanno combinata grossa.
Perché la funivia che portava gli sciatori a passare una giornata di festa sulla neve, quella cabina penzolante sugli abissi ed assicurata al cavo che ora non c’è più, s’è sfilata dal moncone, è caduta, è precipitata abbasso per lunghi secondi, poi s’è sfracellata ed appiattita al suolo come una scatola vecchia, spremendo sulla neve il sangue dei suoi occupanti: venti persone di sei paesi d’Europa. Tutti son morti perché quattro ragazzotti giocavano a Top Gun con l’aeroplanino di papà.
Il loro papà è molto importante, il loro papà è l’America, mica balle. Ecco dunque che, malgrado questa tragedia dell’incoscienza si sia verificata in terra nostra e vi siano prove, testimoni, reperti, registri, perfino confessioni, l’istruttoria diventa americana. Non saremo noi a processare i ragazzotti da riformatorio: sarà papà.
Il pilotino dell’aereo (è addirittura “Capitano”) si giustifica: l’altimetro non funzionava bene, lui non credeva questo e quello, non sapeva che ci fossero restrizioni alla velocità in quella zona, non immaginava ci fosse una funivia (forse pensava che i cavi fossero stati messi lì solo per farlo giocare) e insomma, nella sua divisa tutta stirata che dovrebbe farlo sembrare un uomo, frigna tanto che papà gli dà uno sberlotto: quattro mesi di detenzione, poi basta perché dopotutto è un bravo bambino. Gli altri, poverini, stavano solo guardando, dove, non si sa; solo il navigatore (un altro – addirittura – Capitano) che distrugge parte delle prove, ha sorte uguale, anche se è tanto, tanto tanto pentito: quella sbavata rossa sulla neve, che segna il percorso della cabina nella quale venti persone sono schiacciate come insetti, lo “consumava”, dice. Per questo distrugge la registrazione filmata del volo; vedete quant’è sensibile, il ragazzo.
Insomma ecco inconfutabilmente un delitto plurimo – “colposo con colpa cosciente” direbbero da noi con un ircocervo giuridico – consumato in terra italiana, con vittime italiane e di altri Paesi d’Europa; ma possibile allora che quei ragazzotti non dovessero essere processati da noi? Alcuni maligni insinuano che il nostro Governo non fece molta pressione su quello americano per avocare a sé il giudizio sui ragazzotti assassini, avendo da quello ottenuto la promessa d’uno scambio di prigionieri, come in guerra: se l’Italia se ne starà buona buona, c’è il caso che l’America liberi finalmente tal Silvia Baraldini.
Chi è Silvia Baraldini? E perché è in prigione in America?
Perché abitava là, e perché ha operato nella difesa dei diritti sociali dei neri, tanto da liberare una ergastolana di colore con una azione di commando, peraltro senza vittime né feriti. Questo, ed il suo rifiuto a somme di denaro offertele dall’FBI per denunciare i suoi compagni del Black Liberation Army, le valgono quarant’anni di condanna al carcere duro, pena non attenuata nemmeno quando Silvia Baraldini si ammala gravemente.
La sproporzione della pena inflitta ad uno straniero idealista che non ha ucciso e non ha rubato, rende chiaro al Mondo chi è che comanda; l’Italia pigola che forse non è giusto, l’America non si volta nemmeno.
Ma adesso, chissà, magari, se facciamo le cose con attenzione, può darsi che, si può anche sperare di… portarla a casa, questa signora dagli idealismi turbolenti e dall’inflessibile sguardo azzurro come un cielo sgombro. Le cose si fanno con attenzione, perché non s’irriti papà che ha già tante cose importanti da fare e deve occuparsi pure dei morti provocati da quelle testine dei suoi figlioli: quanti pensieri ti danno i ragazzi. Facciamo anche questa – sbuffa papà, con i pollici nel panciotto, dardeggiando attorno occhiate di spazientimento.
Così i ragazzotti eccitabili e guasconi, quei capitanini ridanciani e scomposti, vengono restituiti a papà e quel papà loro graziosamente ci concede questa sua prigioniera, tolta alle segrete di Lexington nelle quali consuma il suo male insieme ad un ferreo orgoglio. Silvia Baraldini torna a casa in uno scambio da Check Point Charlie. Finisce la storia.
E le vittime? – azzardiamo timidamente
Vanno bene quattro soldi, quattro miliardi di lirette per ciascuno? – esplode papà, seccato, col suo vocione spazientito.
Sissignore, grazie Signore! – gli rispondiamo subito, scattando sugli attenti.
E allora mettetevi in fila e aspettate – conclude papà, tornando al suo lavoro importante.

Questa è una storiella vera, d’un genere di quella che oggi capita tra l’Italia dalle mille Parole d’Onore e l’India dai mille confini nazionali; ma non la voglio paragonare perché quella raccontata è infinitamente peggiore; oggi, una scorta armata contro i pirati marittimi uccide per errore quelli che eran forse due innocui pescatori; allora, quattro ragazzotti su un aeroplano uccidono per gioco venti persone che facevano una gita sulla neve; non è chi non veda la differenza, e la vedo anch’io.
Ma voglio invece sottolineare l’iter della vicenda, ove si vede come qualmente si subordinino i valori di equità al livello di importanza dei contraenti.

Non voglio poi dire dove finisce la dignità, per carità d’una Patria abituata alla carità.