“Ora diche… une… poesìe”


Eccomìncia la vacanza,
ma  però io quella stronza
sarannanni che l’aspetto,
con i fiori, qua di sotto.

Le telefono ‘gni giorno,
dall’ufficio e quando torno
poi l’anello col pietrisco,
serenate non riesco,
ma ci provo, e col trombone
canto, sotto il suo balcone,
l’ho invitata pure a danza:
non mi caga, la vacanza!

Diglie tu che son perbene,
ciò un lavoro che mantiene
c’ho la macchina col turbo,
poi non sporco e non disturbo,
c’ho i princìpi tutti in fila,
son del nord non della Sila,
non son brutto, ò un po’ di panza…
me mi serve, una vacanza!

Quando cerchi quella cosa
che si vede, non hai posa
ciai la faccia del bisogno
te la danno solo in sogno
che se invece ce l’hai già
tutti te la vònno da’
e t’insegue per la via
col contratto, l’agenzia.

Quando stavo bello a Monza
quant’ho fatto, di vacanza!
Ero giovane, spiantato
fannullone, squattrinato
e studiavo medicina
due minuti la  mattina
poi con grande spaparanza
mi mettevo già in vacanza;

era facile: perché
più non mi riesce, a me?
Che mi manca, ora che posso?
Cheè ‘sto fato che c’ò addosso?

Cari amici, gli anni conto:
siam sul viale col tramonto
del lavoro mai abbastanza
e col cazzo, vai in vacanza.

Terrosessismo


Dice: “ma vogliamo parlare di contenuti?” – ed infatti sarebbe bellissimo: quali?

In attesa di risposta, parliamo di figurette, vere e disegnate. La vignetta di Riccardo Mannelli, per esempio. Un bordello da  attentato terroristico perch’egli (che pure sta alla grafica da vignetta come Raffaello sta ad un madonnaro di marciapiede) s’è permesso di copiare da par suo una foto ministrica e farne appunto vignetta. Satirica, va da sé. Apriti Universo: è sessìsmo! Maschilìsmo! Forse addirittura razzìsmo e, perché no, cannibalìsmo! Era impubblicabile, quella vignetta, aahhh!
Impubblicabile? Perché? Forse bisogna spiegarla: era un riferimento al fatto che la “ministra”, come si dice (e si dice “Il Ministro”, porca eva, almeno in italiano, così come “la sentinella” non diventa mai “il sentinello” nemmeno se il soldato è particolarmente virile) si mostra quasi sempre impreparata, vuota d’argomenti, ripetitrice di slogan, e però fa mille mossettine e mille sorrisini (e non dovrebbe: non ha un bel sorrisino), perché le dicono che è avvenente. Essendolo, avvenente, qualunque cosa non-dica è rivestita dall’aura sensuale di tutta cotesta avvenenza.
Be’, visto che ci volete prendere per quelle parti, signori, allora da uomo vi dico che è avvenente Claudia Gerini, per dire, mentre l’avvenenza della “ministra” è da compagnuccia del primo banco, grembiulata e mai considerata; è sessappìglio sanremese; ricorda la fanciulletta che puoi presentare alla nonna, con soddisfazione (della nonna); ragazzi: ce ne vuole. Ammé, avvenenza per avvenenza, mi fa più sangue la Madia, che da màscolo esteticamente apprezzo per come ti guarda strano come fosse un poco strabica, con le gote appena sfiorate, accarezzate da ciocche vaghe di capelli, e parmi acqua cheta pronta a franger le scogliere, sciogliere insomma quella vivacità che ora tien riservata e sconta e la fa misterica di buio con un lumino in fondo.
Ma come che sia, la “ministra” eponima invece, sull’avvenenza ci fa assai conto e la sbandiera; non avendo che dire tenta la seduzione, povera lei. Ed allora benissimo fa Mannelli a rincarar la dose, da vero satirico. E’ ottima satira la sua, ma più allusiva: bisogna capirla; gli scandàlici dunque provino a spremere un pochino le meningi, su; capace ne esce qualcosa, hai visto mai.

administra

Concludo con la traduzione in italiano corrente di alcuni giudizi attorno alla figura di cotanta dea, espressi da eminenze bestialmente somme sui giornali quotidiani. A voi il piacere di trovare la versione criptata originale, considerando che diversi esempi sono stati raccolti da Marco Travaglio in un suo articolo recente.

“Ma òh: è una avvocato, neh! Pensate: addirittura una avvocato! Avete capito cos’è? Una av-vo ca-to! Sì, anche mia figlia s’è laureata in Legge con centodieci e Lode, master in America ed ora è socia di una dei più grandi studi al mondo di avvocati d’affari, ma in confronto alla ministra, mia figlia è una cogliona! La ministra è una avvocato pazzesco! Potrebbe andare da Cristo e convincerlo a mettere Giuda come minimo in Paradiso!”

“Quando ho vistra la ministra, mi son sentito mancare: ho potuto – pensate! – addirittura parlarle!… Son tornato in famiglia ed ho avuto la febbre a quaranta per due settimane; continuavo a ripetere: ‘voglio morire… ho avuto tutto dalla vita, voglio morire…’ ”

“Ave Maria
Piena di Grazia
Ehm… quel signore è con te?…
Allora, tu sia benedetta tra le donne
E benedetto sia quel che dici tu.
Santa Maria
Guarda che anch’io
Sputo sui Cinquestelle
Adesso, e fino alla morte del Governo
E amen per la mia dignità”.

“La sua divinità è sempre stata così manifesta che da bimba ha fatto la Madonna in un presepe vivente. Sì, i maligni dicono “cosa vuoi che abbia fatto, San Giuseppe? Ed anche il bue o l’asinello, pareva brutto”, ma i maligni vivono nelle tenebre come biechi uccelli della notte. Mentre lei, lei, lei… guardatela: rifulge di luce come un astro destro alla Luna; ma che dico: come più di una stella, un ammasso di stelle… però più di cinque, eh: non confondiamo. Diciamo una galassia, vah, così siamo a posto: la galassia di Asdrubala;. No, un momento, come si chiama… Androgina! Ma no… Androida! Andrea! Vabbè, quella”.

“I Soliti maligni dicono che, per natura o per tintura, almeno la metà delle donne italiane sono bionde e che gli occhi azzurri sono così comuni da non costituire un vanto neppure per i tredicenni, ma lo dicono invano: Lei è bionda e con gli occhi azzurri. Oddio, bionda: castàna, va be’, ma con gli occhi azzurri. E le persone con gli occhi azzurri sono superiori alle altre. Non è una considerazione da pirla, eh: lo diceva il grande attore Jean Gabin! Come dite? “Capirai. E comunque anche noi li abbiamo azzurri embè?” Fate vedere… Sì, ma il vostro è un azzurro di merda, i suoi invece… invece… oddìo mi sono innamorato a pagamento”.

“Aaaahhh!… aahh!… aaaàààhhhh!!… AAAAHHHHH!!!!”

Servizio pubblico con le ‘ metropolitane


Un recente studio americano rende noto che durante l’estate l’apertura delle porte delle auto rimaste per alcune ore al sole provoca sul pianeta un aumento di 0,01 gradi Celsius sulle zone maggiormente abitate; per effetto-Lorentz, questo fenomeno è causa di grandi sconvolgimenti climatici all’origine, sulle aree sensibili, di importanti fenomeni meteorologici quali l’uragano Lisette, che ha provocato lo scorso anno la distruzione di 600 chilometri quadrati di territorio sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Lo sbalzo di temperatura inoltre, per il fenomeno fisico della conduzione, riscalda la crosta terrestre determinando contrazioni che si accumulano su zone a rischio come la Faglia di Sant’Andrea; è stato calcolato che in questo caso l’apertura porte delle auto assolate anticipa, di un minuto l’anno, l’avvento del temuto “Big One”, il disastroso terremoto che potrebbe staccare la California dal continente americano facendola vagare nel Pacifico, dove sarebbe facile preda dei pirati caraibici.
In prevenzione di tali disastri gli scienziati raccomandano perciò a tutti gli automobilisti di lasciare un poco aperti i finestrini, durante le soste giornaliere delle auto nella stagione estiva.
E’ da considerare poco attendibile lo studio contrapposto che si basa su una concezione discreta del tempo; un tempo “quantizzato”, secondo questa ricerca, potrebbe far sì che l’anticipo del “Big One” renda possibile lo scavalcamento all’indietro del momento-zero, con il risultato di annullare il rischio del suo verificarsi. A questa teoria, il Center of High Study del Minnesota ha risposto “Sì certo, e allora aveva ragione Zenone; ma per favore…” – chiudendo bruscamente la querelle.
E adesso vediamo se qualcuno, ci creda o no, viene condizionato ad aprire ‘sti finestrini e non lasciar morire soffocati bambini e cani, porca d’una miseria.

Civismo cristiano ed altri ossimori


 
Visto che il lìnco al vecchio articolino che era su un vecchio blog funziona no, io me ne fregacchio del linco e ci piazzo qua l’articolino vecchio come fosse nuovo, ma è vecchio, ricordarselo, vien prima di quello dopo anche se qui sembra che quello dopo venga dopo il primo e invece no: vien dopo quello che cè prima. Spero di essere stato chiaro, una volta tanto. Saluti.

 

Io normalmente diàlogo. Ma in certi momenti mi prendono dei fumi causa i quali rischio di commettere falli di reazione. Alla centesima scampanata parrocchiale delle sette del mattino di Sabato, sono sorto dal sacello appollaiandomi presso il telefono e pensando se potesse recare più dolore infilare sotto le unghie aghi arroventati ovvero strappare le orbite con un cucchiaio da caffè; mentre ascoltavo il segnale di libero nella cornetta, mi figuravo il campanaro acciecato e con le unghie piene di bastoncini, obbligato poi a lavorare come tutti noi.
La mia connaturata bontà ha però subito fatto sì che con un moto di coscienza io mi sia detto “va bene le torture, ma obbligarlo anche a far la vita di chi deve lavorare, oggi, sarebbe  troppa crudeltà” ed allora ho pensato che la morte fosse soluzione certamente più umana.
Con questa convinzione dunque, essendo io molto legalista, mi sono rivolto alle autorità ed è andata più o meno così:

(comando Vigili) – Pronto?
(ìnternet) – Porca troia, dico io, cosa aspettate a catturare quel campanaro delinquente e sprofondarlo nei sotterranei per una passata di ruota medioevale? Poi, il Sabato si raduna il paese, si fanno le salamelle e si ghigliottina il campanaro, stappando il moscato dell’altr’anno; dopo ci mettiamo in fila e andiamo a sputargli a turno sulla capoccia che sanguina nel cesto: uàh! Eh?
– Per una festa di paese dice? Mi faccia controllare… no Signore, non è prevista dal codice una festa così.
– Senta a me, buon uomo: il campanaro delinque. Voi dovete ucciderlo. Guardi, io il catechismo l’ho fatto e so come si fa: lo si piglia, giù una fracca di botte e poi, tac tac, chiodi, martello e hop, lo si tira su. È anche bello da vedere. Dài, un po’ di iniziativa: mica vorrete ammazzare solo quattro ragazzini drogatelli, no?
– Be’, coi drogatelli è più facile…
– E capisco, ma ormai c’è rènzi, facciamo un salto qualitativo!
– Mi rincresce, sa, ma la pena di morte per i campanari è abolita.
– Solo per i campanari?
– Sì.
– Bel problema. Vediamo un po’: se mi compro sul mercato arabo una carabina di precisione Mauser e gli faccio saltare le palle una ad una con proiettili a frammentazione, voi sareste un po’ comprensivi?
– Ci piacerebbe, però devo avvertirla che le palle del prete sono protette dai patti concordatari.
– O vacca. E se gli stipo in sacrestia due tonnellate di dinamite, così quel campanile di merda con su lo stronzo di campanaro conquista finalmente la Luna e facciamo contento pure Mazzucco?
– Signore, guardi, non si può; nemmeno per far contento Mazzucco.
– Vabbè, ma non si può fare niente di costruttivo, in questo Paese.
– Mi sa che ha ragione.
– E allora non mi resta che ascoltar campane di presta mattina uicchendiàle?
– Che le posso dire. Ma mi raccomando, non gridi bestemmie: se lei grida bestemmie, arriviamo noi con le manette e la giustiziamo per i reati di blasfemìa e gazzarra molesta.
– Pure.
– Eh. Le consiglio, dato che ormai è sveglio ed ha fatto catechismo, di far colazione con la comunione; vada là dal campanaro, almeno le campane le saranno servite a qualcosa.
– Lei doveva fare il filosofo, non il vigile.
– Me lo diceva sempre, la mia mamma.
– Scommetto che fa la perpetua.
– Come lo sa?
– Sono filosofo anch’io.
– Allora buona giornata, collega.
– Grazie, collega, fanculo anche a te.
– Din don, din don! – (campane a stormo).

Din don danno


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In un altro articoletto avevo parlato del mio rapporto col campanaro del campanile che suona le campane; pensavo d’aver così esaurito l’argomento ed invece mi sono accorto con un brivido d’esser stato poco previdente: il male non era scomparso, c’è una novità.
Non so se il campanaro segua il blogghettino mio che è d’altronde luogo arido, ma lui potrebbe, miracolosamente, o viralmente, celarsi dietro quelle visite americane che ricevo, così misteriose ed inopinate. Potrebbe; o forse è dio che fa la spia, cosa che sempre ha fatto, e per saperlo non c’è che da leggere il suo diario, il più venduto al mondo; se dio difende il campanaro è complice di quelle azioni, ma per uno che richiude il mare d’un botto su migliaia di figli suoi, consentire la magna rottura di coglioni di qualcuno a mezzo campana che vuoi che sia. O magari poi, invece, si tratta di banale chiaroveggenza; sì è vero: esiste il CICAP per queste cose, ma anche il benemerito CICAP non sa spiegare tutto; per esempio non sa spiegare l’arcano per cui se io suono il pianoforte alle sette del mattino e disturbo così il confinante di porta, vengo sanzionato; se invece il campanaro a quell’ora suona i suoi metallika appesi, scassando i santissimi a migliaia di abitanti di tutto un paesino, lo si debba pure ringraziare; ci sono misteri fuori della portata della scienza, dunque la chiaroveggenza esiste.
Sia come è, il campanaro pare saper tutto di me; di certo pare conoscere ogni mio movimento. Avendo un cane io sono infatti costretto a dei moti impropri quali l’uscir di casa in compagnia di egli, per permetterne l’evacuazione di scorie fermentate che il cane produce con una invidiabile abbondanza, tanto che ho pure cercato di venderne una parte, ma senza incontrare finora un vero interesse di mercato. Il sentiero che percorriamo passa, per avventura, esattamente sotto il missile incampanato, confinandolo malignamente per lungo tratto; questo consente al campanaro l’espressione di tutta la sua crudeltà.
Non appena infatti io, adeguatamente canàto, compaio a duecento metri da quella sentina di ogni empietà, le campane danno qualche lugubre beffardo rintocco ed un volo di uccelli neri si alza a formare segni in cielo, cielo, di questi tempi, come sapete, sempre tetramente grigio e minaccioso. Man mano che io raccolgo fronde, insetti e feci d’animale con cui mimetarmi da zolla ambulante (esistono anche queste, ve l’assicuro: l’ho letto su un autorevole libro di fiabe) la voce delle campane prende il tono di una ghignata cattiva e  gorgogliante, ma è allorquando finalmente imbocco il sentiero che l’urlo di pazza gioia del boia devasta l’intorno. Sapete cosa sia star sotto un campanile mentre i suoi quattro imbuti di ferro arrugginito tetanizzano l’aria il corpo e lo spirito sbattendo tanto da far oscillare la lor sede alle fondamenta? Mai s’udì baccano più sgraziato, squilibrato, offendente, lesivo, esasperato, manicomiale, aggressivo, stonato, insensato; mai si vide maggiore inutilità sociale nel lavoro dei grandi musicisti, Bach su tutti, e più grande disprezzo dei concetti di “sistema temperato”, di “armonia” e “composizione”; mai fu più chiaro quanto poco possa fare per voi, dopo, malgrado i lunghi anni di studio e la raggiunta sapienza, l’otorino. Mai… ma avrete certo capito dove io vada a parare.
Il campanaro sa che di lì dobbiam passare, e ci aspetta proditorio; né serve che io finga scarti o dribblamenti come un centravanti campione, né vale che io minacci rappresaglie, ché tutti, ho interpellato: dai Navy Seals alla mafia del Brenta, ricevendo l’umiliata risposta che nessuno può fermare un campanaro, per quanto grave sia il suo disagio mentale e quanto dannose possano essere le sue male azioni: egli tutto può, con quelle campane ed io, a causa di cotanta mia insofferenza, son giunto a chiedermi se alle volte fossi mica io, l’Anticristo, ma poi ho inteso di no, e che al massimo posso esser l’antiprevosto.
Ed allora passo, mani alle recchie, e sento guaìre le guàine ai metacarpi, e gli sbalzi di pressione, e l’ira funesta, e questo e quello, e poi sento alta e grave nello stesso tempo far bordone alle campane la risata di quel dio biblico così violento, iroso e sinsigante, e allora ricordo le foto del battesimo mio che stanno chiuse in un albumone catafratto in cuoio manco fossi nato nel medioevo; rivedo entro me quel me pucciato di testa in un catin di broda, e poi riemerso fradicio e angosciato; vedo la fauce di quel bimbo così aperta da mostrar fin una luce in fondo, gl’occhi serrati in rughe premature, i pugnini stretti nella sublimazione di un impossibile combattimento e capisco, e mi sovviene il sonetto di Matazone da Calignano:

 

Là soxo, in uno hostero
Si era un somero
De dré si fè un sono
Sì grande como un truono
Da quel malvagio vento
Nascè el vilan puzolento.
Onto che fo de guaj
Bagnado de catelagi
Lo vento e la cortina
L’azonse a gran ruina
La piogia e l’aquamento
L’azonse de presento.
Zo fo per prevedere
Quel vita el devi havere.

 

Sappiamo tutto da tempo immemore; non stupiamoci.