Scopri la differenza


Gentili Signore, seguitemi, ve ne prego.

Voi dovete recarvi ad un importante appuntamento di lavoro; poiché le vie della città sono intasate di traffico, decidete di prendere la metropolitana.

Mentre siete in piedi tra tanti altri viaggiatori, vi sentite urtare leggermente; càpita, nella calca – pensate – senonché il contatto si ripete ad intervalli sempre inferiori e ad un certo momento avvertite chiaramente che qualcuno vi sta toccando in modo intenzionale: avete sul vostro corpo le mani di un estraneo.
Avvampate di rabbia incredula, di intollerabile fastidio, e di scandalo: vi voltate immediatamente – “ma cosa fa, come si permette!?!” gridate all’uomo dietro di voi; quello arretra di un passo, bofonchia qualcosa come “ma cosa vuole da me… chi le ha fatto niente…” – voi non volete soprassedere, incalzate l’uomo – “lei è un maiale! Non si vergogna?! Lei mi fa schifo! E’ un disgraziato, ma come…?!” – vorreste picchiarlo; vi sentite umiliate, disprezzate, usate; vi viene da piangere;  gli altri viaggiatori guardano la scena senza intervenire, ma uno di essi si avvicina: “sono testimone: quest’uomo molestava la signora; è inqualificabile” – e, rivolto all’uomo che ciondola ad un passo dice con voce dura: “lei non si muova: ora chiamo la polizia ferroviaria”.
La polizia ferroviaria arriva, entra nel vagone, fa domande; voi raccontate il fatto, avete un testimone. Vi convocano al comando e fate regolare denuncia. Grazie al testimone, il vostro molestatore viene messo in fermo con l’accusa di violenza privata ed atti di libidine: reati contro la persona, accuse molto gravi.

Ringraziate il signore che vi ha accompagnato scusandovi per il tempo che vi ha dovuto dedicare (vi ricordate che durante la sosta nella stazione di polizia aveva guardato per una volta fugacemente l’orologio); gli tendete la mano e lui ve la solleva delicatamente, senza stringerla; con pacatezza ed eleganza vi conforta dicendo “è stato tempo speso ottimamente; spero possa dimenticare presto questa disavventura” – poi vi sorride e, con un piccolo inchino del capo si accomiata da voi augurandovi che la vostra giornata prosegua in modo felice. Lo guardate andare via pensando che quello è un altro genere di uomo rispetto al vostro molestatore; voi siete una donna bella, molto corteggiata, ma pur percependo la galanteria del vostro testimone, non avete notato verso di voi ammiccamenti, sottintesi o sguardi intrusivi. Quel bel signore elegante è un gentiluomo. Che ora se ne va. Anche per voi è ora di andare.

Siete nel luogo dell’appuntamento – “…e meno male!…” – dice il regista vedendovi arrivare; farfugliate cercando di raccontargli l’accaduto, ma non vi ascolta – “dài, finiamo questa scena e poi giriamo quella con Gloria, che finalmente ci ha fatto l’onore” – sul set c’è un via vai di stuntmen e truccatori – “azione! Forza voi due” – comanda il regista; i due uomini in scena iniziano a picchiarsi duramente – “stoop, trucco!” – urla il regista. Truccatori entrano sul set e impiastricciano gli attori di finto sangue; – “azione! Dài, la bottiglia!” – l’attore afferra una bottiglia rompendola sul viso del compagno; è di una plastica speciale inoffensiva, che pare vetro – “trucco!” si applicano le gelatine che simulano tagli profondi, e la scena riprende; uno stuntman sostituisce l’attore cadendo di schiena su una balaustra e volando poi qualche metro più sotto, su un materasso – “stoop! Va bene, questa la vediamo al montaggio, non mi convince” – dice il regista mollemente – “prepararsi per la cinque! Luci; chiamatemi il Guido”.
“Dottore, allora noi andiamo” – dicono gli stuntmen ed i truccatori “sì, voi potete andare; qui domani alle nove. Puntuali: non come qualcuno, eh” – poi il regista si volta verso di voi, vi guarda per qualche istante, sorride col suo modo beffardo e: “Allora, Gloria: pronta?”
Tocca a voi. La vostra scena segue quella della rissa, gli uomini si picchiavano per voi: nel film, uno dei due vi salvava da uno stupro (lo stupro lo girerete in seguito: le riprese si fanno così, e poi fa tutto il montaggio) poi con lui facevate l’amore appassionatamente; dovete esprimere realismo, si tratta di un thriller romantico. “Dài co’ ‘ste luci; Guido, sei in forma? Mi sembri un po’ assente” – Guido si acciglia: “sto benissimo” e raccoglie qualcosa da terra. “Lo vedremo subito. Allora, ragazzi, voglio vedere trasporto, eh? Siete innamorati, vi desiderate come bestie in calore, questo è il momento in cui scoppia la passione, chiaro? Spettinatemi un po’ il Guido, che pare uscito dal salone di bellezza; amore brutale, fame, fame: siete bestie. Fate l’amore come si fa l’amore, anzi: come si scopa. Dài, luci”.

Questo racconto continua prossimamente. Non è un semplice racconto: è una considerazione.

******************************************

SCOPRI LA DIFFERENZA – 2

Proseguiamo la disamina dal precedente raccontello: approfondiamo:

———

Per le scene d’”amore” (sesso), nei film – curiosamente – non si fa uso di trucchi. Dico “curiosamente”, perché nel cinema tutto è finto: le scenografie, le suppellettili, gli effetti, le luci, gli spari, le coltellate, i pugni e perfino le sberle: anche le sberle sono finte. Ma il sesso, no. Voi, quel tizio lì, il Guido, che avete visto di sfuggita poco prima, dovete baciarlo davvero, e vi spoglierà, vi toccherà in tutto il corpo, e dovrete mostrare di esserne entusiasta. Sarete nudi, entrambi, completamente. Sì, è vero: avrete, voi e lui, una specie di perizoma minimo per evitare che, nel momento in cui Guido vi spalancherà le gambe mimando tra esse un amplesso furioso, viviate la scena nella sua completezza. Ma farete sesso, ragazze, altroché se lo farete; perdìo se lo farete. Lo farete.

Come mai, nel cinema, solo il sesso è praticato davvero, senza trucco?

Una attrice mi ha detto: “ma non c’è ‘penetrazione!’”
Ed io mi sono ricordato del Bill. Ve lo ricordate, il Bill? Anche lui aveva detto così: “non c’è stata ‘penetrazione’, dunque non abbiamo fatto sesso!” ed il Congresso, sordo alla teoria, lo aveva smutandato, lui, il Presidente, per osservare se la testimonianza della ragazza (che cacchio avrà testimoniato? Forma, dimensione, colore, grinze, tatuaggi, voglie, nei, curvatura, disposizione vene, nome ed indirizzo?) corrispondendo all’apparato dell’uomo più potente (in senso politico, tranquilli) del mondo, era veritiera. E poi la ragazza aveva portato alle analisi il proprio vestito di quel giorno, omaggiato da una estensione del Presidente verso il mondo, perché quella macchia era una prova; di che? Di sesso. O bella. E poi lo avevano accusato di adulterio, quel povero salamone (che ci faceva tenerezza, ci faceva, in quel momento lì) e la moglie sua stringeva le zanne davanti alle telecamere con occhi rossi di rabbioso disonore, e la Nazione, incredula, stigmatizzava tutta insieme unita, il comportamento del suo simbolo umano in quella occasione.

Eppure, il Bill non mentiva: non c’era stata ‘penetrazione’, s’era trattato poco più che d’una pomiciata; roba cinematografica, o quasi. Ha passato i guai suoi, il Bill, per quella pomiciata: un adultone, adulterista, adulterato, come cazzo si dice: un cornificatore, insomma, della moglie e della fiducia di tutta la Nazione nella sua paterna, bianca, compostezza. Il suo peccato era l’aver fatto sesso con quella guagliona, perché – si disse in tutto il mondo non rincoglionito – è evidente che il sesso non sia solo “penetrazione”, porca la miseria.

Ma cos’è il sesso? Come bisogna intenderlo, socialmente parlando?

Ne parliamo nella terza puntata.

 

***********************************

SCOPRI LA DIFFERENZA – 3

Dàghela con la chiosa del raccontiello:

———————————————————————

Socialmente, il sesso è vissuto come “piacere” indipendente dalla procreazione. E allora cos’è il “piacere”?

Pensiamo quali sono le cose che più ci danno piacere; sfamarci, dissetarci, evacuare, e il sesso; ve ne sono delle altre come relazionarci con gli altri, muoverci, rintanarci, possedere cose, e via avanti, ma la tetrade del massimo piacere è quella là. Guarda caso, le azioni della tetrade sono quelle che più di altre consentono il mantenimento della vita, personale e futura.

Il piacere è dunque… una moneta, un pagamento, un compenso, che la natura offre in cambio del compito di sopravvivere; la natura terrestre attrae al compito per mezzo di una ricompensa in “piacere”. La natura è seduttiva.

E questo è anche il motivo per il quale il piacere femminile e quello maschile sono tanto diversi; il corpo femminile è assai più erogeno di quello maschile e, se vi ricordate, è teneramente comico pensare alle prime esperienze sessuali, quando le ragazzine s’interstardiscono nel tentativo di dare piacere al compagno accarezzandogli il petto, baciandogli il collo e stimolandogli l’ombelico; tutta roba che ad un maschio fa nessun effetto. Ma ad una donna sì. Come mai? Facile: è il pagamento in piacere per il suo compito di allattare e tenere presso sé il bambino che genera; ad una donna, il contatto col bimbo (e, traslato e generalizzato, il contatto in generale) provoca un piacere che al maschio è sconosciuto; ma la natura non prevede che il maschio allatti e trasporti un infante, perciò risparmia sul dono: lì non serve.

E capite da questo come la religione sia una malattia della psiche, perché, ipotizzando un Dio, proprio il piacere dovrebbe essere inteso quale il suo più chiaro segno d’amore. E’ come Dio (per chi ci crede) dicesse: “figlio mio, io voglio che tu viva e sia felice, e per farti vivere felice ti fornisco tanta più gioia per quanto più tu t’impegnerai a mantenere la vita”. (I preti, vedete, oltre che studiare niente, neppure sanno ragionare un tantino. Siate laici).

Vi sono dunque degli automatismi causa-effetto, con un senso ben evidente, ai quali siamo soggetti in modo naturale: alcune azioni generano piacere perché è questo il modo in cui siamo costruiti.
Lo sappiamo tanto bene (pure quando diciamo stronzate da preti anche se non lo siamo, e cioè quando neghiamo le evidenze per seguire le mode) che abbiamo regolamentato gran parte della vita sociale proprio seguendo questa chiarissima evidenza.

Cos’è infatti l’istituto del matrimonio, con le sue mille gabbie di doveri, se non l’assicurazione che i componenti della coppia evitino conflitti sociali? Se la natura spinge al compito attraverso la seduzione, noi ci obblighiamo con la coercizione, ma l’obbiettivo è il medesimo: non facciamo casino.

E’ ovvio infatti che io, un maschio, sia spinto dalla natura a procreare in ogni dove mi riesca, ma è altrettanto ovvio che facendo questo, io mi pongo in conflitto con gli altri maschi e, per limitare i conflitti, il mio temperamento deve essere contenuto da regole aggiunte. Tutti gli animali sociali le hanno.

Dunque, ammettiamo che in vacanza con amici si giochi sulla spiaggia; siamo tutti amici, maschi e femmine, ognuno ha la femmina “sua”, siamo allegri e privi di conflitti tra noi. Eppure, il mio comportamento con i maschi del gruppo sarà diverso da quello che avrò verso le femmine dello stesso gruppo. Se Mario e Maria sono una coppia di amici, io e Mario faremo allegramente la lotta avvinghiandoci e buttandoci in acqua, ma non farò lo stesso con Maria. Se lo facessi, ed allo stesso modo, Mario avvertirebbe l’inopportunità di un tale atteggiamento e ne proverebbe un intollerabile, pungente fastidio. Anche io e Maria saremmo imbarazzati, ed avremmo somma cautela nell’evitare che le nostre mani si posino su alcune parti del corpo. Eppure siamo amici, non c’è alcun interesse sessuale, che ci sarebbe di male se io, nell’afferrare Maria per gioco, le mettessi casualmente le mani sul seno?

Non si può, non si può fare. Perché? Per via di quegli automatismi. Ne è limpidamente evidente l’importanza monumentale.

E quindi… alla prossima puntata (ahò: mica faccio solo questo!)

 

************************************

 

SCOPRI LA DIFFERENZA – 4

(Stavolta la allungo, però poi basta perché non vorrei farla lunga)

Ricapitolando, il nostro personaggio, arbitrariamente chiamato “Gloria” è una donna che viene molestata sul tram (o quel che l’è) e blinda il porcaccione portandolo in questura per una giusta condanna. Nel prosieguo, scopriamo che Gloria è una attrice la quale nel giorno stesso gira una scena di sesso per un thriller romantico, con un attore a lei sconosciuto. Sappiamo tutti come nel cinema sia tutto finto, tranne il sesso, che è vero, ed incuriositi da questi due (quello della 1- denuncia per una ignota mano malandrina sul sedere e la liceità di un petting spinto con ignoti solo perché qualcuno ne registra lo svolgimento e 2- sulla mancanza di trucco nel cinema, solo per il sesso) strani contrasti, ce ne chiediamo il perché.

Cercandone ragione, indaghiamo sulla visione sociale dell’uso sessuale del corpo, ma non ne veniamo a capo: si direbbe che fuori dal cinema la inviolabilità del corpo altrui, dal punto di vista sessuale, rimanga assoluta e non ci siano zone franche nelle quali di esso si possa fare liberamente uso. Ovviamente al di fuori dei consueti rapporti generati da desiderio consensuale. Non esiste scherzo amicale che possa consentirsi anche una semplice pacca sul sedere: non si fa e basta, almeno ad una donna da parte di un uomo.
Una donna, invece, può permetterselo, ed abbiamo visto il perché: perché la sensibilità erotica del corpo femminile è mappamente più estesa ed è molto, molto più intensa di quella dell’uomo, ragion per cui il divieto acquista il senso (non espresso, ma evidente) di:
“a te non riconosco il diritto di provocarmi sensazioni di piacere e dunque ogni tuo contatto che provocherà in me automaticamente (è la fisiologia) una sensazione, la trasformerà mentalmente in intollerabile fastidio”.
Poiché un uomo sente niente, a lui una pacca sul sedere la si può anche dare, non avendo significato sessuale.
Sono gli automatismi, siamo attenti a questo. Solo a questo?

No, dobbiamo aggiungere qualcosa: il sesso è legato alla generazione e così la natura ha predisposto una difesa agguerrita dei rapporti di coppia creando la gelosia, che è l’espressione violenta del valore naturale dell’unione uomo-donna. Poiché i contatti sono forieri di possibile piacere, “chi tocca la mia donna sta insidiando l’intera struttura che ho edificato”; le donne altrui, allora, si toccano MAI; al femminile, è uguale.
Diligentemente, in ossequio al dettato naturale, la società ha predisposto una legislazione a riguardo, con una determinazione, puntigliosità e pressione tali da mostrare più che chiaramente quanto il problema sia grande e reale.

Dunque, il contatto fisico uomo-donna è formato da enormi questioni collegate alla stabilità sociale ed all’equilibrio della vita stessa; al pari della necessità di bere il potabile, mangiare l’edibile ed evacuare senza emorroidi o renella, la regolamentazione nell’uso sessuale del corpo è dato indispensabile per una esistenza equilibrata.

Come fa il cinema a non rendersene conto?
E come si fa a non rendersene conto, andando al cinema? Ma pensiamo alla vita, di tanto in tanto, o stiamo a sentire solo il poeta analfabeta culturale che ciancia all’attrice “tu ora non sei Gloria, sei la Signora delle Camelie che sta baciando coso lì”?
Non sei Gloria? Ma certo che è Gloria: solo i bambini – razza d’imbecille – credono di essere veramente Ringo, quando giocano. Quella è Gloria, e quello è il suo corpo; poeta del mio sottopancia, ma se ti regalo un libro che fai: mi chiedi come si accende? Ce la fai a ragionare almeno per dieci centimetri? (mi sto incazzando, non tollero l’irragionevolezza)
Quella è Gloria, e quello che fa o fanno al suo corpo, lo fanno a lei. E questo la cambierà, perché il corpo registra ogni cosa, e non potrà più avere una vita comune perché nella vita comune sortir di casa e andare a pomiciare con uno sconosciuto si chiama tradimento del coniuge, e gli avvocati hanno perfino creato la categoria dei “divorzisti”, proprio sulle pomiciate extratinello.
Quale stracazzo di pensiero insufficiente, coglione d’un poeta, delirante incolto immaturo, t’impedisce di far due più due e dire:
“Il sesso è una cosa enorme, la primaria importanza equilibrante della nostra vita; e allora, così come io non posso chiedere all’attore di farsi spaccare la faccia per davvero ed userò trucchi di scena e pomodoro Star (o altra marca) per dar veritiera impressione di percosse, allo stesso modo ecco il manichino che sostuituirà Gloria nelle scene di sesso; e perdona, Signora Gloria, se la tua identità di donna sarà accostata a questa scena: tutti sapranno che è un trucco e nessuno ti ha in realtà toccata”.

Perché non si fa così? 
Gira e vòtica, spremi e indaga, mumble mumble: arriviamo solo ad una ragione, che ci sta come una donna che ci sta:
Voyeurismo. Il sesso è importante, troppo importante; tanto da generare delle attese fameliche pure per procura. Il sesso da spettatore, per essere coinvolgente, deve essere vero, ed è tanto vero questo che un amico del ramo mi diceva quanto nelle sceneggiature venga raccomandato d’inserirvi il sesso in una data percentuale, allo scòpo (vedete, ho accentato largo per aiutare nella comprensione del testo) di dar spinta d’interesse al film. Se il sesso visibile fosse figlio d’un trucco, pur colla migliore grafica computeristica, il guardone sbadiglierebbe anche davanti ad un capolavoro dell’arte visiva.

E allora tu, Gloria, che giustamente ti sei ribellata ad un uso indebito del tuo corpo da parte di un porcaccione da metropolitana, tu ora giri quella scena del cazzo, e ti farai sbavare in bocca, spogliare e manipolare senza alcuna riserva, mimando pure ‘na gran passione. Ed il tuo compagno (ce l’hai?) ascolterà la demenza comune e guardando il film dirà “ma questa è arte, che cazzo, e quella è mica la mia Gloria: nel film si chiama Teresa!” – meritandosi le corna ramificate che tiene. E pure una pacca sulla nuca.
Ma la tua vita, te ne accorgi, non segue i dettami sociali di ogni epoca e di tutte le specie; lo si vede, come vivete in quell’ambiente: perpetuate nella vita di fuori il disordine di senso del set; hai sovvertito un ordine di necessità naturale in cambio di fantasie inventate: stai seguendo una religione; solo le religioni sono pensieri senza alcuna attinenza col reale. E non credere di fare “arte” (ma ‘cazzo sarà poi: tra “arte”, “cultura” e “amore” non si sa quale sia il termine più abusato, nel senso proprio di violentato): stai facendo commercio; lì c’è un produttore che ci deve guadagnare, e poi tutti gli altri. La tua è roba che si vende; se poi è ben fatta, è buon artigianato. A patto che ti fai maneggiare da uno sconosciuto, e senza far storie,Gloria, su, ché sennò ci toccano le penali.

C’è un’ultima considerazione da fare: sì, Gloria si fa cincischiare davanti alle cineprese (non si dice “telecamere”: è peccato di itànglisc), ma lo “sceglie”, mentre invece il molestatore da tram l’ha toccata senza il suo permesso.
Ebbene, basta questo? Non basta. Perché bastasse il “permesso”, ci si chiede come mai fuori dal cinema non esista possibilità di “permesso” a cose del genere, mai, in nessun caso. Non si va dal fruttivendolo a sentirsi dire “signora, permette? Dato che lei sta toccando le mie mele…”. Chiediamoci piuttosto perché Gloria, lì, sente di dover dare il “permesso”, perché non crede di dover tutelare la sua figura di donna, e l’equilibrio dei suoi affetti che si reggono sul rispetto di regole sociali immutabili per natura. Dovremmo chiederci a quante altre cose potrebbe essere indotta Gloria, solo le si raccontasse qualcosa inventando a caso. A quante cose puoi dar credito, Gloria? Cosa posso farti fare di più?

La coerenza, raga: la coerenza nel pensiero. Roba da adulti.
Perché tutto si può fare, una volta si sappia quello che si sta facendo. Solo non bisogna raccontarsela; si dice: “aiuto il voyeurismo sociale facendo utilizzare a chiunque il mio corpo, lo so. E lo faccio: mi piace così”. Viva la faccia.

Saluto il mio personaggio; mi dispiace: me ne stavo invaghendo. Anche vista la sua disponibilità: io la so raccontare, ed ho una cinepresa.

 

 

Veneranda al volante


corsia d'emergenza

 

 

La “corsia d’emergenza” è ufficialmente dichiarata luogo “pericoloso”, dunque non è certo uno stato di emergenza a dovervi portare verso di essa, ma anzi proprio l’occuparla vi porrebbe in pericolo e quindi in emergenza. Trovandosi in emergenza, la cosa migliore da fare è allontanarsi il più possibile dalle zone di pericolo, che non farebbero che aggravare la vostra emergenza. Dove andare? Istintivamente parrebbe opportuno spostare il mezzo e gli occupanti sull’altra carreggiata, se non che al bordo di essa scorre un’altra pericolosa corsia d’emergenza, da evitare come la peste. Il luogo più equidistante dalle zone di massimo pericolo comprende, come ognun vede, le due corsie di sorpasso che si fiancheggiano sulle opposte carreggiate. Se dunque vi trovate in una condizione di emergenza, occupate, con il vostro mezzo, indifferentemente una delle due corsie di sorpasso, dove sarete al sicuro. – È una iniziativa “leggendo cartelli viaggiare sbandando”. Pubblicità.

Cusa l’è ca l’è chél rob lé?


cartello parco

Chissà se Gesù Cristo o la Madonna sanno il perché, con quale percorso mentale si possa scrivere un testo in italiano preceduto da una titolazione in inglese. Io – che pure ho studiato – mi sto rompendo la testa per arrivarci. Vediamo:

Siamo a Monza, una città giustamente famosa per… per… una città non famosa. Però vicina a Milano, una città famosa per molte cose importanti quali la lega lombarda, il traffico, il coeur in man, i man ne la marmelàda e gli sforza italia; ecco: l’itàlia; poi ci mettiamo la maiuscola, se del caso, non appena ne scorgiamo l’importanza.

C’è nel Parco di Monza (un parco meraviglioso, ragazzi: voi non ce l’avete e noi sì; e ci abbiamo ficcato un autodromo del cazzo tanto per non farvi sentire troppo in inferiorità; vedete a che livello di coeur in man possiamo arrivare) un percorso che – come dice la spiega sul cartello – “fa bene al cuore” (el coeur) “e alla circolazione” (la circolasiùn), a patto che vi compriate i bastoncini. Senza bastoncini: solo al cuore, e vi fottete la circolazione. Si cammina insomma in questo parco respirando i balsami delle verzure e traspirando le tossine che vi appestano; sempre che usiate i bastoncini, è chiaro: mica da dimenticarsi i bastoncini. ‘Seconda quanto fiato avete, scegliete il percorso adatto, ed occhio: tra “fiato” e “fato” c’è una minima differenza, come si vede. Buona camminata.

Già, ma come ostia si chiama questa bella camminata? Dice: “si chiamerà ‘camminata’, no? Che importanza ha il nome; il nome è importante per i cristiani, al massimo per gli animali domestici (“Fufi, vieni qua!” – e Fufi, maremmano di ottanta chili, arriva trainando il Giangi steso al suolo)” – e invece vi do torto: i nomi sono sempre importanti: che differenza c’è tra la battaglia e la battaglia? Che una è quella della Meloria e l’altra è quella di Culloden, e vi si apre un mondo. Dunque vedete bene che anche alla nostra passeggiata (vernacolo locale: “spasegiàda”) bisogna dare un nome.

E diàmoglielo, questo nome; via alle proposte: “Parcorso” (crasi); “Cammina nel parco” (ordine militare); “Tra boschi e prati” (elegiaco); “Monzaverde” (bugiardico); “Frégatene dell’autodromo” (pedagogico); “Chiappa i bastoncini” (memento).
Effettivamente, fanno schifo. Ma un coacervo di menti raffinate come quelle dell’Amministrazione cittadina, provinciale, regionale, nazionale, mondiale, universale (l’ho detto, che Monza è famosa?) chissà che belle titolazioni suggestive potevano produrre, solo volendo.
Non vollero.
Chissà perché.
Cattivi.

Capite (vero l’avevate capito?) che sono critico con quel titolo; ed ora sento una vocina: “ma ci sono gli stranieri! Ma l’inglese è la lingua del sincretismo sociale! È per questo che lì ci sta un titolo come Nordic walking park Monza, così, se passa un cinese che per sbaglio è capitato a Monza, vede, legge e dice: ‘ciùmbia, va’ chi che bèla spasegiàda: cià che vó a ciapà i bastoncini’ – e si diverte anca lü, pòr nàn, t’è capi’?”

O vocina, t’obbietto, perché vedi: se passa un cinese non italofono, egli legge il titolo, poi passa alla spiega e non capisce più un belino perché  è scritta in italiano, la lingua di cui egli conosce una fava. Allora, volendo aitàr lo straniero, o vocina, si fa su una bèla tradusiùn in ìnglisc della pappardella, col suo bel titolo Nordic eccetera, riquadrando uno spazio destinato. Per gli indigeni, invece, nel riquadro nazionale si scrive qualcosa come (traduco dall’ìnglisc): “Passeggiata nordica al Parco di Monza” (“passeggiata nordica”? – e che cazzo ne so: sta scritto così, l’inglese) perché l’ha mica detto il dottore che se io sono italiano mi devo leggere i titoli in inglese, giusto?

Perché metti che stai mangiando con un amico; sei lì che parli a bocca piena e gli fai: “uéh, pàsa chi el bread. Di’ un po’: se tomorrow vedi mica l’Anna, salutamela, dille che poi le do una call” – sicuro che l’amico smette di mangiare e ti chiede come ti senti. E avrebbe ragione; vero o no, baüscia d’un provinciale itànglisc?

Cambia con me


Qualche volta, il mensile Le Scienze (una volta straordinario, oggi più simile a La Gazzetta del Cosmologo) si occupa di zoologia ed etologia; nel numero di Luglio è descritto, per sommi capi, un esperimento che va avanti in Siberia da oltre sessant’anni. L’esperimento vorrebbe tentare di rispondere al quesito: “quale percorso segue la domesticazione di un animale selvaggio?”

Non è questione da poco, si pensi al lupo: come mai non se ne vedono nei circhi? Dato che è un supercane, perché non ne esistono esemplari addestrati dalle Forze dell’Ordine? Ebbene, succede così perché il lupo non è addomesticabile; pure preso cucciolo, mantiene una propensione eccessiva a fare un po’ quello che gli pare ed il suo carattere ha qualcosa del gatto. Essendo un animalone grosso e potenzialmente assai pericoloso non è dunque prudente (ed è proibito dalla Legge) tenerlo a mo’ di canissimo; perciò attenzione: il lupo non fa il cane, non ha nulla del cane, non è il cane. Le due specie si assomigliano tanto da essere interfertili, ma hanno carattere inesorabilmente diverso.

Dunque si comprende la curiosità dei nostri ricercatori: non possiamo mai addomesticare un lupo, e nemmeno una volpe (ancora più felina, questa, colla sua pupilla verticale, la sua abilità ad arrampicarsi sui tronchi ed in più appartenente a specie non sociale), però guardiamo il loro cugino cane, e malgrado abbia la stessa forma, esso ci ascolta, ci capisce, ci accontenta e si comporta quasi come un umano; rispetto a lupo e volpe, geneticamente e morfologicamente quasi uguali a lui, nel carattere il cane sembra appartenere a tutt’altra specie. Perché?

Il genetista russo Dmitri Belyaev ponza e riponza, finché idea un esperimento: si proverà a selezionare volpi selvagge poco aggressive, e si procederà incrociandole; vediamo dopo quante generazioni potremo osservare un qualche cambiamento nel carattere di base dell’animale.

Parrebbe un esperimento da IgNobel, il premio dato ai ricercatori che fanno studi inutili, e invece, guarda un po’, lo scienziato russo aveva ragione. Aveva anche più ragione di quella che lui si sarebbe mai aspettato, perché…

IMG_0005

Una volpe selvaggia particolarmente confidente, da me incontrata e fotografata nei boschi del Parco Nazionale d’Abruzzo

…già dopo cinque generazioni, le volpi nascenti si mostravano diverse dai progenitori, tutti estremamente aggressivi o timorosi verso l’uomo; consentivano il contatto ed agitavano le code. La sesta generazione ricercava attivamente lo scambio con gli umani ed uggiolava come i cani; gli esemplari reagivano anche guardando lo sperimentatore che li chiamava per nome.

Per uno scienziato genetista, a questo punto il problema diventa: il cambiamento osservato è da considerare genetico, od occasionale e cioè provocato in quei soli esemplari? Alla faccia del “Dogma Centrale” della genetica (“dal gene, una proteina”, e cioè: tutti i cambiamenti sono provocati a partire dai geni e questi non possono essere variati dall’ambiente: le variazioni sono solo casuali) gli sperimentatori osservano che da embrioni di madri mansuete sviluppati nell’utero di madri aggressive e viceversa, si sviluppavano esemplari dal carattere affine a quello della madre biologica; tombola!: il cambiamento è genetico. Le madri aggressive che osservavano il comportamento confidente dei cuccioli originati dagli embrioni impiantati, si spettinavano dalla sorpresa e correvano a toglierli dalle mani dell’uomo.

Alla quindicesima generazione, vent’anni dopo l’inizio dell’esperimento, nelle volpi emergevano addirittura cambiamenti morfologici: muso più arrotondato, differenze ormonali ed addirittura manto pezzato ed orecchie flosce, come nei cani da caccia. Nelle generazioni appena successive, si notò un sorprendente comportamento: le volpi abbaiavano agli estranei, come cani da guardia! Dal punto di vista genetico, i cambiamenti relativi alla socialità riguardavano pesanti mutazioni nel cromosoma 12, mutazioni che lo rendevano più simile allo stesso cromosoma dei cani.

 

Conclusione

L’articolo de “Le Scienze” è troppo discorsivo e divulgativo: la rivista non è più quella di un tempo ed è oggi simile a “Focus” od altre del genere. Malgrado ciò, la notizia di questo esperimento è interessante perché tratta della plasmaticità dell’ambiente sugli esseri viventi, un fenomeno che solo pochi anni fa veniva considerato irreale; si credeva infatti che l’ambiente non concorresse a cambiare gli organismi, ma solo li selezionasse, cosicché il collo lungo della giraffa sarebbe stato generato solo da sopravvivenza degli esemplari a collo via via più lungo, e non già da una tendenza all’allungamento prodotta dall’ambiente.

Interessante, no?