Arancia meccanica del Cuore Mio


Mica penserete che le arance meccaniche si raccolgano solo in Inghilterra

 

Io confesso, fratelli.
Fu quando il mio pa e la mia ma mi portarono al Collegio Sant’Edmondo che iniziarono a piacermi le arance. Era questo un sosto dal quale s’entrava per un cancello che si dava un sacco di arie e, traversando un migno Parco Secolare delle mie berte su una stradella pretenziosa, s’arrivava a quell’ingombro ove erano parcheggiati a lisca di pesce un mucchio di figli di Figli della Lupa, se capite quello che voglio dire.
Questo sosto era tutto amministrato da femmine. Non eran suore, almeno dalle bucce, ma un semino di quella sostanza dovevano averlo per forza perché esse eran maligne assai più di noi poveri malcichi ed anzi c’insegnarono benbene l’orgasmo dell’ultraviolenza di cui erano maestre, ci insegnarono; per questo porto loro ancora riverenza. Fu lì che io incontrai i miei tre soma, e così adesso possiamo presentarci:
siamo io, ìnternet, e i miei soma, Browser, Bit e Wild Web, e siamo in fila per due fermi sotto la canicola, vestiti all’ultima moda dei carcerati: un giubbino-giacchetta bblù con distintivo uniformante (son belli gli ossimori, O fratelli, perché spiegano come funziona il planetario di quella gente lì) berretta con visiera parasol e calzoncini vezzosamente sopra il ginocchio, a righe flambé; ora non cominciate a ringhiare a quel modo, fratelli, risparmiatevi, perché vi assicuro che questo è niente ed altri saranno i motivi per cui rigirare le entragne bèeeh, vedrete.
In questo sosto s’era sempre in riga, o inquadrati, o fianc destr, e tutte queste cose; il migno Parco Secolare c’era, ma vigliacca sguana se mai lo abbiamo praticato: era semplicemente proibito, come ci fosse il dannato Albero della Conoscemenza, là. E quando le non-suore ci portavano al pascolo in spiaggia, noi Privilegiati (così pensavano i pa e le ma che ci avevano deragliato lì) seguitavamo ad essere in galera, perché una rete alta sedicimila metri chiudeva a recinto il nostro sosto spiaggia, dal quale potevamo galeottamente ammirare il mondo libero fuori. Però questo collegio schifoso non era una colonia; non lo era perché per farcisi carcerare, si pagava a litri di emazie e plasma, O fratelli, e questa storia della spesa folle rassicurava pa e ma sul fatto che lì noi ci trovassimo bene; così funziona il planetario dei plenipotenziari, a partir da loro per finire a Dio.

Farete fede al Vostro Umile Narratore se vi dico che tutta quella costrizione, alla lunga, ti imburiana un piccolopoco, O fratelli; e così, io e i miei soma iniziammo a non potercela più di tutti quegli avanti marsch e, da veri maschietti sanamente reattivi, cercammo compenso alle frustranze.
Ne trovammo uno, di compenso, nella persona di tal Alberto Effe., un martino quattrocchiuto con una biffa mielestrazio, che dava tanto di piagnucolosa mitezza da far scardinare dalle gufate dei malcichi tamagni come noialtri. Alberto F. aveva finito – per ciò che ci riguardava – di inquinare quel sosto sguanoso con la sua parvenza francescana. Cominciammo quella notte, senza por tempo in mezzo.
La notte la si passava tutti ammassati in celle-camerate, distinte per le varie sezioni di quell’inquadramento da sbelinati. In ognuna di queste camerate, insieme ai malcichi russanti, russava una signorina che, a quella nostra età verde verde, pareva grande-quasi vecchia, ma doveva avere in realtà vent’anni o giù di lì. La quaglia era stesa, come un morto annegato, in una branda di fondo, si pasceva solo dei sogni suoi e come can da guardia non valeva granché.
Perciò, O fratelli, il Vostro Umile Narratore ed i suoi soma avevano campo libero: non appena lo stanzone si riempì di ronzìo di segheria, ci alzammo dalle brande e, nel buio illanguidito da una penombra assassina, localizzammo il sarcofago di Alberto F.; fu facile, fratelli, e fu una frana di festoni che gli calò sulle macerie, all’AlbertoEffe. Stemmo attenti a non scardinargli la biffa per non lasciar segni, come bravi celerini, ma lo festammo proprio cinebrivido e, non appena egli iniziò a scricciare come una quaglia cascata dalla giostra, fummo sguicci come gatti e tornammo allampo nelle nostre brande, dormfingendo come angioletti.
Fece tanto di quel bahahaha, l’Alberto Effe, che avrebbe svegliato Giulio Cesare, e così riuscì a svegliare anche la signorina. Si alzò, questa quaglia, e accese un lume che pareva quello dei morti, poi andò, tutta avvolta in una vestaglia da antenata, dal martino scricciante. Ma non capiva cosa gli fosse successo; lui faceva il truglio quadro frignando che l’avevano picchiato, ma tutti – e per primi noi – ci mostravamo trasecolati e spaventati da tutto quel rimbombo. “Hai sognato” – disse la signorina, e tornò a letto.
Fu così che ogni notte che Zio metteva in terra, l’Alberto Effe sognò, O fratelli, ed alla fine passò per sonnambulo, perché coi suoi belati incomprensibili aveva rotto le berte pure alla signorina ed alla Direzione della Direttrice che Dirigeva quel sosto storto. Tanto gli dissero, che alla fine pure lui si convinse di sognare, a scadenze più che regolari, di essere festato per le feste da cattivoni e tamagni malcichi fantasma.

Non fu, nononò fratelli, un buon tempo, per quel martino mielestrazio, il tempo che egli transitò nel Collegio Sant’Edmondo di Collecavo Nella Strada In Fondo, e son certo che egli oggi racconta di come ci fu un periodo della sua migna vita in cui, tutte le notti che Zio calava giù, egli sognò a tal punto che gli si ruppero gli occhiali.
Caro martino francescano Alberto: tu allora certo sognavi; ed il tuo sogno eravamo noi. Grazie di quello che hai fatto, inconsapevolmente, a quel tempo, per il Tuo Umile Narratore ìnternet ed i suoi tre soma, Browser, Bit e Wild Web.

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Serie Cuore Mio:

Noi c’eravamo


Quando ho fatto il militare, ancora era possibile veder girare nelle furerie (uffici delle caserme) una vecchissima vignetta che credo provenisse da “Il Male”. La riproduco come la ricordo, perché sono convinto vi siano tradizioni da conservare, e lo sfottò alla naja in tutte le sue forme (il paradigma di essa è il conformismo) è una delle più nobili.

Una avvertenza: per capire appieno la vignetta occorre aver visto Carosello ed aver patito la naja; coloro che, per insufficienti limiti d’età, non avessero avuto quella fortuna e l’altra disgrazia, mostrino la vignetta a babbo e se la facciano spiegare; si divertiranno anche loro, sebbene per procura.

posta del capitano

 

Dove lo metto questo?


Immaginate di abitare una città nulla di che, periferica ad altre di molta maggior importanza e valore storico. Per la posizione geografica, però, la vostra città gode di un passato in cui transitavano avvenimenti notevoli che hanno pur lasciato tracce sul luogo. Ad esempio, nello sciapito vostro Duomo si conserva un pregevolissimo tesoro dei Longobardi, nientemeno, ed è ancora presente presso la piazza maggiore un edificio del XII° secolo con funzione di arengario. Una antica torre sorge poi in un vicolo: la leggenda la chiama “torre di Teodolinda”, ma è una balla perché la regina dei Longobardi visse ed operò nel VII secolo dopo Cristo, mentre la torre fu edificata ben cinquecento anni dopo; ma che fa: potete sempre farvi conto, visto che il tesoro dei Longobardi ce l’avete davvero. Tutto fa brodo, per il turismo.
È finito qua il prestigio del Comune? Apparentemente. Perché voi una cosa straordinaria, proprio unica, l’avete: nel territorio cittadino, là dove voi abitate, sorge addirittura il più grande parco cittadino d’Europa.

Davvero? Eh sì, davvero. Era la residenza di caccia del Re. Dimenticatevi ‘sto Re, non ne parliamo proprio, perché quella dinastia fu la più bassa e squallida del continente – e ce ne vuole, visto che i regnanti non hanno mai brillato per coraggio, ingegno, moralità e cultura – eppure la dinastia del vostro Paese ce la fece: li superò tutti, non in battaglia ma nella fuga. Comunque, essendo stato un dominio privato del Re, il parco è un paradiso per gli occhi e contiene essenze arboree d’ogni parte del mondo, fitti boschi e vastissimi prati, fiumi che alimentano mulini, tronchi centenari levano altissime fronde abitate da un ventaglio di fauna vociante mentre tane di volpi e tassi disseminano le selve a terra.

Ora spostiamoci nel consiglio cittadino, dove gli amministratori pubblici sono riuniti allo scopo di determinare il miglior modo di valorizzare il territorio; naturalmente si parlerà del parco mitico, una ricchezza che le capitali europee invidiano aspramente al vostro migno comunello; fioccano le idee: il consigliere Biraghi propone di farne sede di concerti invitando Verdi, Rossini ed il Maestro Toscanini per godere le armonie del quale si potrebbe costruire un ingegnoso orecchio di Dioniso mobile, unico al Mondo; il consigliere Brambilla avanza idea di costellare il Parco di segni di percorso realizzati nel legno delle medesime essenze prossime, e corredarli di cartelli che ne raccontino la Storia in stile favolistico, perché la gentes ama le favole e così impara meglio, con molti riferimenti ai territori degli eventuali turisti e dunque al coevo periodo francese, inglese, tedesco, spagnolo; è poi parere del consigliere Casiraghi che il Parco sarebbe sede adattissima per istruire i giovani alla conoscenza e rispetto dell’ambiente naturale, con visite guidate alle numerose fattorie ed escursioni notturne alla scoperta della vita sconta delle faune, mentre il consigliere Bianchi ritiene indispensabile una accorta programmazione pubblicitaria che richiami nella città i turisti di cui sopra facendo anche riferimento a quei famosi Longobardi che, pur non essendoci più, boia mondo, ci son stati.
A questo punto prende la parola il consigliere Rossi che, con volto visibilmente alterato ed una inconsueta gestualità, afferma la propria idea: abbattere un terzo dell’area boschiva, sventrare i terreni e piazzare nel Parco delle meraviglie un autodromo.

Osservate il momento di costernazione generale: il presidente dell’amministrazione, seduto a capotavola, dopo un certo numero di sguardi agli altri consiglieri si rivolge a Rossi chiedendogli di ripetere la sua proposta. Ad occhio vitreo e sguardo fisso il Rossi, meccanicamente, ripete. Gelo in sala.

Con una certa tensione, il presidente sospende la seduta; dopo qualche attimo (“attimino”, nel gergo locale) alcuni dei consiglieri si fanno presso il collega che è rimasto seduto roteando gli occhi. Viene convocato un medico.
Il dottore visita Rossi e gli rivolge alcune domande (“che giorno è oggi, dove ci troviamo, come vi chiamate, il nome di vostro figlio, vorreste ripetere quanto affermato pocanzi?”); il consigliere risponde con una certa esattezza ad alcune, poi ripete paro paro la sua proposta per il Parco, aggiungendo che vedrebbe bene anche la costruzione di una colonna di marzapane all’interno della sala consiliare. Lo si ricovera senz’altro in nosocomio, dove gli verrà diagnosticato un disturbo della ideazione ad eziologia ignota ma proprio per questo ancora più allarmante. Egli viene prontamente sostituito senza farne pubblico avviso allo scopo di non provocare un inutile allarme nella cittadinanza; il pericolo è stato superato: il consigliere impazzito non può provocare alcun danno e vivrà i suoi ultimi anni nel giardino del nosocomio, con il necessario supporto dei sanitari.

Ecco, signori; doveva andare così. Ora io non so cosa esattamente sia accaduto, quel giorno, fatto sta che nel più grande parco cittadino d’Europa sorgente proprio nel vostro Comune per altro abbastanza sfigato, c’è un autodromo. Non nelle pianure lomellesi, fuori dai coglioni come sarebbe normale pensare per delle corse di macchinine, che fanno casino e vengono seguite da chi non segue certo la Storia, l’arte, la cultura e nemmeno l’estetica in generale tra cui, per dire, le belle donne (che son belle non perché son mezze ‘gnude e ciànno grosse tette, ma perché seducono con uno sguardo solo e ti paralizzano i pensieri), am lì, nella vostra città, proprio dentro il vostro Parco delle meraviglie. Che fate, non ci credete?

Forse questa è una favola, avete ragione, mi sono inventato tutto; ne dico tante, di balle, io. Non ho cuore di convincervi che possa essere vero. Ho mentito: affabulazione; rideteci su. È così meraviglioso, il vostro Parco: chissà in quanti modi ingegnosi lo avete valorizzato. Io me lo ricordo, sapete? C’ero anch’io, lì. Purtroppo, non in quel secolo, nella sala consiliare.

Ma oggi, da un punto di osservazione sicuro, ho assistito ad una evenienza storica di cui vi presento formidabile registrazione documentale: un gruppo di eroici piloti della nostra aviazione militare, riunitisi in stormo, dopo aver significativamente emesso i colori della nostra bandiera nazionale è calato in picchiata sull’obbrobbrio. Poco dopo, un denso fumo si alzava dall’area aggredita: l’autodromo è distrutto; una nuova era di progresso intellettuale e civile inizia da ora per la nostra città. Nell’esultanza del momento, mi è sfuggito un pubblico plauso. Mai, nell’arco della Storia umana, così tanti dovettero tanto a così pochi, stavolta davvero. Vale.