Clippàrt e sregolatezza (3)


fungo

Ecco un fungo – dissi, e indicai il fungo.
Vedo – rispose il cane da tartufi che mi accompagnava – non mi interessa.
Eppure pare affine, cresce sotto le radici e sùca da esse nutrimento, passa la vita in buona parte zitto e non si vede, poi eccolo che si vede, zac, e vien su a tutta birra e dura poco, tanto che il cercator di funghi passa due ore prima e se ne torna a mangiare un semplice risotto, passa due ore dopo e mangia risotto ai funghi
Ahà – disse il cane nasando in giro
Passa tre ore dopo e mangia il risotto freddo.
Il cane si era allontanato a seguire ostie che solo lui sentiva. Io dissi a me stesso, dall’enciclopedìa: – “il fungo fritto o fatto in fricassea è al fiuto meno fetente del tartufo, nel folto della foresta e tra le foglie fraciche di fango non è facile vederlo a meno che ieri non piovva, e la mattina presto allora s’appalesa” –
Il fungo ascoltava, sucando le radici. Mi avvicinai a thrilling; fungo fungo – gli dissi – non ho con me un cestino.
Il fungo sospirò sollevato.
E non ti colgo, sarebbe illegale e proditorio verso il demanio, e non ti conosco poi, così dismorfo: sei una amanita padula? Sei un boleto disgraziato? Sei un finferlo firifìu? Cosa sei nella padella? Non ho neppure un gatto. Il mio cane
Il cane di lontano mi guardò
Non ti mangerebbe neppure a tradimento.
Okay – disse il fungo
Okay – disse il cane
Okay – dissi io; e non so neppure se sei davvero un fungo; o sei una muffa, che schifo? O un lichene? O un muschio per i profumi o per natale?
Siamo in agosto – disse il fungo
Lo so – risposi – era per dire. Quando la pioggia fa del terreno fango il fungo frange la crosta della terra e sbottàndo le sue spore l’abbandona, neh?
All’incirca – disse il fungo
Mi misi lungo ed espirai piano presso le ife delle spore soffiando nello spazio il futuro di quel fungo
Data la confidenza, glielo chiesi: – Sei un fungo o fungi da fungo? – Fungo, rispose.
Se avesse detto fingo, sarebbe stato tutto più chiaro

 

Clippart e sregolatezza (2)


yogiberra1

QUANDO ARRIVI AD UN BIVIO, IMBOCCALO

Lo diceva lo yogi berra, uno come questo qua;

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ma beato ‘a isso: come si fa ad imboccare un bivio? Troppo semplice dire che il bivio non ha la bocca, perché non è lui da imboccare, ma noi, talvolta; banale osservare che qualcuno abbocca e tenta di imboccarlo, il bivio, altri si bloccano, certi s’abbioccano, ed all’estremità dei caratteri, taluni reagiscono sboccatamente. E c’è pure chi sta a sentire lo yogiberra e poi, per tutta la vita, ci si balocca.
Ma      forse      lo      yogiberra      voleva       dire “imbròccalo”, cioè scegli giusto, prendi la giusta direzione; però, avendo un difetto di pronuncia, gli è uscita così, e noi qua ad arrovellarci sul niente.
Ah, yogi Berra, che cazzo ci hai combinato: tutti intorno a questo bivio (e considerando che la frase è incongrua come l’esortazione, siamo in tema); vedete la figuretta? Egli personaggio non intende bene lo yogi Berra e se ne sta allocchito di fronte alla scelta; qual può essere la sua incertezza? Beh, è facile: “destra o sinistra?” Lo yogi Berra par che dice: “entrambe”.
“Ma non c’è la strada, in mezzo” – protesta il nostro personaggio, con tanto di valigetta.
“E non diciamo cazzate” – risponde lo yogi con la spazienza degli yogi.
“Allora vado dritto?” – chiede intimidito il tizio
“No!” – grida Berra – “vai a destra e a sinistra!”
“….” – ‘mmutolisce il poveraccio
Berra inizia a spazientirsi: – “allora?”
“Ma io…” – mugola il Nostro 
“Per Krishna e per Vishnu, o Calì Calì Calì!…” – impreca lo yogi esasperato – “stolto viandante minchione, ora ti faccio vedere io!” e, calatosi nel disegno, in quattro e quattro nove imbocca entrambe le direzioni.
Una dopo l’altra.

Ah ah ah.

Clippàrt e sregolatezza


C’era una volta il programma Office con la suìt; s’era nel lontano 1998 ed io acquistai per l’office my (allora c’erano li sòrdi) tutta una suìt di roba che trasformasse quelle stanzette in un ambiente tale da incutere reverenza ai passanti: compùteri, stampanti policrome, scànneri, fotocosatrici e varie intruppaglie che affidai repente alla collega perché io ci capivo un’ostia e avevo preso tutto come soprammobile. Una serpentina di nuovi cavi ingombrava scrivanie e pareti lor presso, infoltendo di collegamenti le estenuate prese elettriche; vidi la mia compagna di travaglio metamorfosare da bella presenza bionda in tecnico informatico nell’arco di minuti: ella, arcanamente, sapeva; la guardai ancora più innamorato. E la Bella, paziente, mi iniziò ai misteri della tastiera e del màus, siddetto perché a quei tempi c’aveva ancor tanto di coda.
Manco a dirlo, ragazzi, voi che mi conoscete, io trovai subito il modo per cazzeggiare anche con quelle macchine ermetiche, e subito scoprii che il programma suìt di Office deteneva le “clip art”. Erano, queste clip art, dei disegnini bell’e pronti che scaricavi dal disco per gli usi più incongrui, come ad esempio farcire delle iméil. Non m’azzardai a farlo in nessun caso, un po’ perché – lo si sa – io scrivo méil serissime e trattatistiche, non certo buffonesche come certuni fanno, ed un poppùrepperché quei disegnini fatti de prèscia dai peraltro geniali programmatori Microsoft facevano – diciamolo vivamente – abbastanza cacare. Ma m’ingegnai d’un modo per servirmene ricamandoci attorno raccontelli che raccolsi in volume e regalai speranzoso alla mia collega. Non funzionò neppure quella trovata.
Ho ritrovato in un floppy (i piccoli sappiano che noi antichi s’usava dei dischini quadrati col nastro come le musicassette – vedi testo di Storia – che si scancellavano ogni due per tre, o, semplicemente, non partivano. Quello era il modo napoleonico di fare il beccàp) un floppy, dicevo, coperto di ragnatele i fàil che redass… redigett… redigei… che
scrissi e, pensando che oggi i programmi Office le clippàrt non ce l’hanno ppiù ed è un peccato, li metto in onda qua per cultura generale su cioccheccèra vent’anni or sono attaccato al sòftuer dell’àrd che compravi cacciando dei bei milioni.
Pròlogo così il primo raccontino d’una serie che tratta di queste commoventi, malinconiche clippàrt; la serie si tìtola CLIPPàRT E SREGOLATEZZA, non perché lo sregolato sia io, ma perché io ce la trovo, in tutto ciò. Un sodale saluto ai clippartisti: tra qualche decina d’anni sarà bello brindare con le flebo a Villa Serena; sdentati, ma ne rideremo. Buona visione.

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Chissà perché i creatori di clip art (qui ci vuole una bella voglia per chiamarle clip art) han fatto tante vignette di genti incazzate con il computer; ma non è un controsenso? Dovrebbero essere contenti che ci sia il computer e che lo si possa riempire così di disegnini zozzi di uomini porconanti i cieli per via del video, no? Chi li fa lavorare questi clip artisti? Perché sono così di malanimo? Che faccia c’hanno? Somigliano puta caso ai personaggi delle vignette (non credo)? Sanno disegnare?

M’immagino egli, il clip artista, che se ne torna dalla moglie, dopo una lunga giornata di disegnini.

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Clip artista:  “sono stufo, sono stufo”
Moglie:  “ma cosa c’è? Sei appena tornato…”
C.A.: “c’è che non ne posso più dei computer, delle clip art, di te, del mondo, del cielo e perfino di Saturno, tiè!”
Moglie:  “amore…”
C.A.: “e non mi chiamare amore! Bastardi! Ce l’hanno tutti con me!”
Moglie:  “amore, ragiona…”
C.A.:  “e poi quel dannato mouse paraplegico… la scheda madre… figli di puttana…” (piange)
Moglie:  “tesoro, dài, non fare così, ragiona, i tuoi disegnini…”
C.A.:  “basta! Basta, hai capito? Basta, zitta, non nominare i miei disegnini invano, e quello zozzo hard disk…”
Moglie:  “amore, i tuoi disegnini fanno cagare…”
C.A.:  (piange senza ritegno)
Moglie:  “…fanno pena, pietà e compassione, fanno schifo fanno, lo sai vero, tesoro?…” (gli accarezza la testa)
C.A.:  (annuisce e piange)
Moglie:  “e malgrado questo te li fanno fare, te li fanno fare, capisci?” (alza gradatamente tono) “te li fanno disegnare e ci riempi con quella merda il programma ultimo grido dell’uomo più ricco del mondo, eh? Di un genio del progresso, un gigante che a questo punto, merda per merda, li poteva far fare a suo nipote, e invece neanche sa che esisti ma te li fa fare a te, eh? Sei un fallito stranissimo: invece che stare per la strada a disegnare stronzi sotto i cani, disegni per la Microsoft! Ma non sei uno normale! Ma da dove cristo vieni?! Sei un cazzo di marziano, cosa sei?? Eh?!!”
C.A.:  (si lamenta e piange forte)
Moglie:  “sapevo che i ricchi sono cattivi, ma questo va oltre, è quasi art, è clippart!… non sai più chi sei, fai schifo e non te lo dicono, sei un incapace e ti fanno lavorare, a nessuno frega niente di te, puoi essere perfino dannoso, nessuno ti si fila; sei meno di un fallito, quello almeno lo sai!”
C.a.:  “basta, mi scancello!” (si sfrega con una gomma)
Moglie
(lo guarda):  “oltretutto sei un cretino”
C.a.:  “ma tu almeno, mi vuoi bene?”
Moglie:  “a un marziano? Dài, vieni a tavola” 

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