Ho davvero volato come un asino?


Castaneda

Tutti conoscono Carlos Castaneda ed i suoi libri rivelatori di una cultura magica messicana a base di Mescalito ed erba del diavolo, di piccolo fumo e ricerca del vedere; tutti conoscono l’affascinante figura dello stregone Don Juan, o meglio: tutti hanno sognato su quei racconti come su una magnifica fiaba.
Ma era una fiaba? Certo che no: era una pedagogia assolutamente tradizionale, nulla di straordinario nel metodo; era il procedimento, ad essere particolare. Ma il metodo è perfettamente comprensibile.

Comprensibile; eppure come mai Carlos Castaneda, il nostro collega occidentale, di fronte allo stregone amerindio Don Juan pare non capire una mazza di ciò che egli dice?
“Capire”, dico, proprio nel senso della cultura occidentale. Perché Castaneda non sa tradurre il linguaggio chiarissimo dello stregone nel nostro? Eppure sembra facilissimo.
Invece l’”antropologo” non ce la fa; pare un robot programmato a schede scienticanti; comicamente, continua a stupirsi, e mette imbarazzo la sua incapacità di operare una trasposizione.

Lui si rende conto che il mondo dello stregone ha una struttura e perciò deve avere una sintassi; nella sua sistematizzazione linneiana dell’esperienza, al termine del primo libro, si nota che è condizionato allo stile della scienza, ma che non è uno scienziato, ovvero parla una lingua meccanicamente, apparentemente senza conoscerne le regole.
Gli mancano forse le basi della scienza e della filosofia, gli manca il metodo? Ha occhi di bimbo? Credo sia la seconda, e la terza.

Noi tutti siamo attratti dal fantastico, dal misterioso e dall’inesplicabile; Carlos Castaneda non faceva eccezione. Ma la sua facilità nel cadere nella trappola dello stupore da spettatore di giochi di prestigio gli ha precluso una riflessione che lo stregone Don Juan gli serviva a piene mani, o meglio: a piena bocca, nel senso della chiarissima verbalizzazione di tutte le sue magìe.
Infatti le spiegazioni di Don Juan si possono definire come un vero e proprio linguaggio perché come un linguaggio sono coerenti per sintassi e processo delle concettualizzazioni, e sono dunque traducibili nel senso logico da noi accettato, come l’inglese, per esempio, è traducibile in italiano. Ma bisogna tradurle, appunto, perché esprimono il loro senso in una lingua diversa da quella dell’espressione comune, una lingua che però le trascende tutte, come la musica. È il linguaggio della metafora.

Malauguratamente però, allo spettatore di Castaneda, come all’autore stesso, accade di essere preda di una fascinazione fatua che cancella la ricerca di un senso condivisibile negli accadimenti e soprattutto nelle spiegazioni dello stregone. Avviene insomma come con l’inglese dove, soprattutto su internet, noi rimaniamo affascinati dal suono e dalla forma del vocabolo; non lo prendiamo come una parola da tradurre, ma come una parola bella così, che ha nel suo fascino formale qualcosa in più, qualcosa di magico, e la ripetiamo intonsa (peccato la pronuncia di merda, certo) perché ci riempie le guance di arcano. Ci piace insomma non intendere appieno.
I poeti dadaisti e patafisici credevano fideisticamente del “potere (magico) della parola” e René Daumal, in una sua opera, gridava “aconito!”, per far succedere qualcosa. “Aconito”, poiché è parola infrequente; non era disturbato dal fatto che l’aconito sia solo una pianta, tossica come il giusquiamo, lo stramonio e la belladonna: la parola gli piaceva e la usava in modo magico. Preferiva non capire e ci proponeva un non-senso; ma lui era un poeta, mentre Don Juan è un filosofo: Don Juan non è così fatuo e superficiale, non é così infantile, anzi.

Don Juan credeva alle sue metafore? Egli era cioè convinto di parlare non per metafora, ma di descrivere un mondo davvero esistente e parallelo?
A mio parere, la risposta è “chi se ne frega”, perché è tale l’efficacia del suo procedimento, una volta operata la traduzione, che poco valore rimane per la fede spiritica a petto dell’utilità pratica di quell’insegnamento.

Di certo bisogna apprezzare anche l’onestà di Don Juan; nel primo libro “A scuola dallo stregone”, Castaneda si beve un infuso di “erba del diavolo”, una varietà di Datura, pianta neurotossica parente dello Stramonio (anche da noi, una delle “erbe delle streghe”). Il ragazzo, così drogato, nientemeno vola. Se ne va in aria e vede sotto di sé tutto il panorama. Atterrato e rimessosi in sesto, ricorda ogni cosa e chiede al brujo se il volo sia stato reale. La risposta di Don Juan è beffarda:

  • “ma se me lo hai detto tu!”

Inizia allora una estenuante serie di domande in cui Castaneda chiede insistentemente l’esame di realtà:

  • “ma ho volato come un uccello?” – e lo stregone, allusivo:
  • “no: come un uomo che ha preso l’erba” – e capisci, Castaneda! – pare dire; ma lo studioso riprende
  • “ma se un mio collega fosse stato qui mi avrebbe visto volare?” – e allora lo stregone si fa sottile:
  • “dipende dall’uomo: tu sai che gli uccelli volano perché li hai visti volare, ma potresti non convenire su altre cose che fanno gli uccelli perché non li hai mai visti farle. Se il tuo amico sapesse che con l’erba del diavolo si vola, ti avrebbe visto volare” – significa einsteinianamente: “tutto dipende dal sistema cui fai riferimento” – Castaneda non coglie, e ci riprova:
  • “mettiamola così: se mi fossi legato ad una roccia avrei volato?” – Don Juan lo guarda con intenzionale sbalordimento:
  • “se ti fossi legato ad una roccia, avresti dovuto volare con tutta la roccia!” – e allora Castaneda sbotta:
  • “insomma, il mio corpo dov’era?” – e allora lo stregone allarga le braccia:
  • “nei cespugli” – dice con onestà. La rivelazione avrebbe dovuto risvegliare il dormiente Castaneda, ma nulla: lui ancora non capisce se ha o meno volato, e questo è tutto ciò che gli interessa.

Se fosse stato uno scienziato od un filosofo, Carlos Castaneda avrebbe considerato il fatto che gli alcaloidi contenuti nelle piante di Datura agiscono sul sistema nervoso provocando alterazione della motilità e disorientamento, così da dare l’impressione di essere leggeri e volare ed avrebbe colto l’occasione per uno studio sul campo di questi effetti. Ma pure avrebbe riflettuto sull’efficacia dell’allucinosi nella formazione dell’esperienza formativa del carattere: questo è ciò che lo stregone gli sta proponendo. E sarebbe stato uno studio fantastico sì, non solo per la fantasia, e davvero multidisciplinare.

Il linguaggio delle metafore è quello delle fiabe, le quali non sono il regno del fantastico, e cioè dell’arbitrario, ma invece il regno della metafora, dove dame e cavalieri sono le migliori occasioni, le prove da superare sono i test attitudinali dove si comprova che tu, presentatoti come cavaliere, lo sei veramente e sei proprio quello adatto, sei la giusta tessera del mosaico. Se non superi le prove, il significato è doppio: non eri predestinato (nella realtà per esempio: sei bravo, ma ad esempio non piaci al capo perché gli ricordi suo fratello) oppure non sei valoroso, (nella realtà: ingenuo, maldestro, e ti lasci scappare le migliori occasioni). Tutto traducibile, tutto grammaticalmente ineccepibile.

Si potrebbe pensare che le costruzioni di fantasia siano sempre una metafora, ed invece no assolutamente, pensate alla religione, la nostra: troviamo altrettanta coerenza nella sua struttura? Nemmeno per sogno: la nostra religione parla di un dio buono eppure iroso quanti altri mai, che può tutto, ma lascia che i suoi figli muoiano orribilmente senza colpa. Quando ciò accade, i preti dicono che “il volere di dio è imperscrutabile”, per la ragione appunto che nessuno riesce a spiegare come un padre tanto amorevole non protegga i suoi figli. Ma neppure questo è vero, perché quando qualcuno sopravvive ad un grave incidente si parla di “miracolo”, ovvero di un intervento di dio, ed allora ancora meno risulta chiaro perché questo dio schizofrenico intervenga per quello lì, e per tanti altri no.
E poi c’è Cristo, il “figlio” di dio (ma come: dio ha un figlio? Ma anche noi lo siamo, no? In cosa lui sarebbe diverso, è “più figlio” di noi?), il quale viene a “tollere peccata mundi”, eppure non ha tolto un cazzo, perché i peccati séguitano. Dice “ma no, ha tolto quelli precedenti alla sua venuta, riaprendo per noi le porte del paradiso che Dio aveva chiuso dopo la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden”. Quindi, riassumendo: dio padre, incazzato come una bestia con le sue due creature primigenie, aveva chiuso nientemeno che il paradiso per tutti i venturi, vendicandosi così su miliardi di miliardi di innocenti nati dopo Adamo ed Eva, poi – invece che rimediare con un gesto, un gesto solo, lui che può – costruisce un figlio umano da torturare ed uccidere, decidendo essere questo il modo necessario a riaprire il paradiso, da cui comunque tutti gli innocenti nati tra Adamo e Cristo resteranno esclusi per sempre. E questo è amore, l’amore di Dio per noi.

È manifesto come la nostra religione non abbia una struttura, una coerenza ed una logica e dunque non parli per metafora, ed anzi non sappia neppure lei raccapezzarsi in cosa dice risultando perciò intraducibile perché costituita di puro arbitrio delirante.

La proposta di Don Juan ha invece una struttura assolutamente solida, logica ed analizzabile.
In Viaggio a Ixtlan, Don Juan pone Castaneda in una situazione pericolosa dove pare che i due siano inseguiti da un puma. Castaneda, una volta in salvo, dubita che il puma esistesse veramente, interroga lo stregone e va molto vicino a capire, quando dice “non che dubitassi di lui (Don Juan) ma quella notte tutto era stato estremamente diverso dagli avvenimenti della mia vita quotidiana”. Lo stregone gli risponde, coerentemente: “non fa nessuna differenza se era un puma o i miei calzoni: quello che contava erano i tuoi sentimenti in quel momento”. Don Juan gli ricorda la “grande sensazione” che ha provato e sentenzia che ora che l’ha provata la può riprodurre, perché “un guerriero costruisce il proprio stato d’animo”. E qui, Castaneda mostra di non capire davvero un cazzo, perché dice: “comprendevo quello che voleva dire, però sentivo che sarebbe stato idiota cercar di applicare quello che mi stava insegnando alla mia vita quotidiana”. Il nostro antropologo ha studiato per nulla.

Perché: cosa Don Juan gli stava insegnando?
Ad avvalersi delle esperienze, null’altro che questo.
Tutti lo facciamo quotidianamente, ed è anche l’unico modo per maturare

Vedete la coerenza? Cosa sta dicendo Don Juan? Dice: – ti sto fornendo esperienze che altrimenti avresti mai; la tua paura era vera, la tua reazione, anche; in cosa mai una esperienza falsa che ti suscita emozioni vere si differenzia da una esperienza reale?
Il problema è filosofico, non pratico, e il Castaneda si scervella sul piano pratico non osservando l’aspetto intellettuale dell’esperienza.
E poi lo stregone Don Juan usa l’espressione “fermare il mondo”; cosa può significare? Significa, nel nostro linguaggio, “avere padronanza del momento”, essere capaci di gestire freddamente l’imprevisto senza che – come diciamo noi – il mondo ti crolli addosso. Significa che bisogna essere rapidi come se il mondo fosse fermo, per non perdere l’occasione, padroneggiare l’azione.

Lo stregone dice che bisogna vivere “come un guerriero”; cioè? Cioè essere pronti, previdenti; ed infatti egli descrive la vita del “guerriero” come un calcolo di ogni possibilità seguito da un agire sciolto e deliberato, rapido, con una istintività cosciente, il che lascia intendere una raggiunta padronanza di sé in ogni occasione. Messaggi facili da capire, si direbbe, e come mai Castaneda non capisce una mazza nemmeno per caso?
Perché mostra di non essere “un iniziato” nemmeno per quel che concerne un senso da noi condivisibile e cioè: non traduce le metafore, non lo sa fare. Lui si perde nella fantasia, mandando in bestia il povero Don Juan che séguita a far notare al suo allievo come egli si fermi a cercare di analizzare secondo canoni sbagliati “il tuo problema è che cerchi di spiegare tutto nell’unico modo che conosci” – gli dice, e cioè non rifletti, ma per quanta chiarezza lo stregone metta nelle sue indicazioni, Castaneda non afferra.

Ma perché ci dovrebbe essere bisogno di allucinazioni didattiche, per migliorarsi? Non basta la vita che si conduce?
Be’, pensiamo alla nostra vita: in quante diverse circostanze ci troviamo, in un tempo definito? Quante cose nuove ci càpitano in – diciamo – un anno? Pochissime, o proprio nessuna. La vita di tutti (con tutta probabilità anche dei popoli non civilizzati) è ripetitiva e protocollata, tanto che commentando un evento-limite (per esempio la scelta di fare il partigiano contro i nazisti o nascondersi in cantina) noi, invariabilmente, diciamo spersi: “chissà cos’avrei fatto io”. E basta un episodio appena fuori dall’ordinario (perdiamo la via in mezzo ai boschi e sta venendo sera, la nostra fidanzata ha paura) per trovare lati della nostra personalità che ci erano ignoti (ad esempio, pur essendo vegani mangiamo la fidanzata prevedendo che altrimenti potremmo morire di fame, oppure la prendiamo in braccio e spicchiamo il volo verso casa, scoprendo improvvisamente di saper volare).

Ecco cosa fa Don Juan con le sue droghe ed i suoi giochi di gran prestigio: porta nella vita una somma di esperienze-limite che mettono alla prova il carattere e ci costringono a costruire una personalità più definita; ecco cos’è il “guerriero”: un uomo che si conosce in tutte le occasioni, perché le ha già vissute.
Con una droga? Con una droga. Perché la droga serve a cancellare l’esame di realtà in modo che il sogno funzioni proprio come la realtà e ti dia l’esperienza che ti serve. Era difficile da capire, benedetto Castaneda?

Esperienze nel tempo. Ed allora, quando Castaneda insiste nel porre domande Newtoniane ad uno stregone, questi, luminosamente, gli dice: “non hai tempo, caro mio, non hai tempo!” – perché le esperienze vanno elaborate, e ci vuole tempo; verrebbe da abbracciarlo, il filosofo pedagogo, e da dare uno scuffione in nuca a quell’asino zuccone che egli si porta dietro pazientemente, bonariamente, allargando le braccia e guardando in su con un sospiro ogni volta che la sua lezione di vita (di vita, non di stregoneria) va sprecandosi ed è bevuta dalla magica terra sotto di loro.

L’esperienza-limite è un patrimonio personale, non condivisibile in quanto si possono raccontare degli accadimenti, ma non trasmettere le sensazioni che quegli accadimenti hanno dato; è l’importanza delle sensazioni a costruire, a mutare la personalità; per questo lo stregone dice a Castaneda che non deve chiedere al giovane indiano risvegliatosi dal rito col peyote cosa abbia provato: “è tutto ciò che ha” dice lo stregone, volendo significare che poiché l’intimità non è trasmissibile, ognuno deve agire in proprio allo scopo di costruire la sua e non parlarne senza poterla descrivere, finendo per svilirla.

Ma come mai, se Castaneda è uno zuccone, Don Juan s’intestardisce a spiegargli quei “segreti”? Uno come lui dovrebbe comprendere l’inutilità degli sforzi pedagogici su un soggetto come quello.
Ebbene: secondo me, la ragione sta oltre la liturgia che prevede la scelta appannaggio non dell’uomo che istruisce, ma dello spirito, in questo caso “Mescalito”, il peyote.
La ragione logica, che noi possiamo individuare e condividere, sta probabilmente nel tipo umano dei possibili discepoli. Siamo tra un popolo che non si istruisce, dove la speculazione dialettica deve essere rara come i denti di gallina, dove la identificazione di un individuo adatto sulla base di buon metodo di pensiero non può che essere difficilissima; in queste condizioni, lo stregone deve scegliere un po’ a caso, a sentimento, forse a simpatìa, per canoni suoi; ed allora, pigliamo una scusa a caso: se uno mangia il peyote e si limita a vomitar l’anima (perché il suo corpo cerca di disfarsi dell’orribile cosa ingerita), ma non muore, non s’ammala e non dà di matto cercando di scannare a morsi i convenuti, buon segno: prima mi pareva simpatico ed ora lo ritengo adatto. E morta lì, perché se aspetto si presenti a me “quello eccezionale”, faccio in tempo a crepare quattro volte, e tutti ‘sti segreti a chi li racconto: ho vissuto inutilmente. Sia mai.
È anche un desiderio di paternità, questa cosa del discepolato: una cosa molto naturale perché fa sembrare che la propria vita continui attraverso i “segreti” (cioè le cose tue) lasciate in eredità a qualcuno congiunto anche solo dal ruolo. E se non ti somiglia come avresti voluto, eh, pazienza: i figli sono sempre così, no? Sono altri da noi, fanno la loro strada; io ci ho provato.

Don Juan è un povero indiano. Sceglie il suo novizio dicendogli continuamente qualcosa come “la tua vita è brutta e tu ne sei scontento”. La stregoneria pare dunque essere pure il modo che ha un emarginato di rientrare nel gruppo con un ruolo; lui è quello che sogna non essendo trasportato come tutti nei territori incomprensibili del sogno, ma anzi lui ne è il regista: controlla il sogno, lo fabbrica a suo vantaggio. Un vantaggio spiritico, oltretutto. È la volpe davanti all’uva che dice al gruppo: “la vostra vita-uva non mi interessa, io faccio altre cose” e disperato sogna di essere potente, un dio. È un trucco di auto-risarcimento, ma funziona: l’emarginato acquista importanza, diventa una figura paurosa, resta comunque solo, ma non è dimenticato: è questa la sua rivalsa. Pur solo, emarginato e costretto a socializzare col fantastico, quando vede arrivare un umano riceve deferenza, riconoscimento della sua grandezza; l’umano ha bisogno di lui, lo prega di aiutarlo, lo ascolta come si ascolta un grande. Son soddisfazioni. La percezione di un ruolo importante, la visione drogata di mondi arcani nei quali solo tu puoi entrare impunemente gratifica il carattere impedendone lo sbandamento da frustrazione sociale, ed il brujo può dunque costruirsi una personalità molto salda, più salda addirittura di chi vive la vita meno soddisfacentemente per quanto più socialmente (quasi tutti) perché meno s’illude in quanto possiede già un ruolo che occupa il suo tempo ed il suo pensiero. La stessa cosa accade coi nostri preti, ragazzi.
Di tutto ciò Don Juan è consapevole, e lo dice.

Nel procedimento adottato dallo stregone si sogna e basta, ma per la psicanalisi e la neurofisiologia il sogno è una stazione di compostaggio. Che i sogni siano esperienze non lo dicono solo gli stregoni, ma un po’ tutti, da Aristotele a Cartesio a Kant per finire alla psicoanalisi; l’unico che pare stupirsene è Castaneda, il quale non si dà pace nell’accettare un sistema pedagogico basato sul sogno esperienziale.
Eppure, dal punto di vista psicologico la cosa potrebbe essere spiegata facilmente:

Noi non possiamo rivivere esattamente ciò che ci è capitato; qualsiasi ripetizione di un accadimento non sarà “quell’” accadimento, che era legato al momento, al tempo, ed avrà determinato irripetibili sensazioni. Ciò che sarà dunque fondamentale sono i segni che l’episodio avrà lasciato nella nostra memoria; i segni più il ricordo formeranno l’”esperienza”.
Tutto si risolve ad essere dunque un fatto di memoria, quindi di percezione, e perciò la differenza tra episodio “realmente vissuto” od “immaginato con parvenza di realtà” non esiste. L’importante è solo che abbia funzionato su di noi “come funziona la realtà”.
E questo è possibile? – Sì, è possibile provocando allucinosi, che serve appunto per mascherare la differenza tra le conseguenze dell’azione e quelle dell’immaginazione.

E tu, Carlos, minchione, avevi per le mani uno studio magnifico e pensavi ai fantasmi, ovvero non hai capito che si parlava della forza, la bellezza e l’efficacia della metafora. Io l’Università non te l’avrei proprio fatta fare. E nemmeno lo stregone.

Ho preso gli ordini


Esagero: solo i sacramenti. D’altra parte pure sul lavoro, ormai, gli ordini si prendono più, eppure io, per quanto ateo, ci spererei tanto; ma niente ordini. E allora parliamo almeno dei sacramenti.

Io ho sempre avuto un rapporto difficile sia con gli ordini che con i sacramenti. Un vecchio album di famiglia, vecchio che pare il Libro di Kells, conserva le foto di me che prendo i sacramenti; inizio* addirittura lattante, quando mi portano in una cattedrale per bagnarmi con dell’acqua fetente che chissà da quanto tempo stagnava lì.
Nelle immagini appare un nonno acquisito (era in realtà l’amante della nonna) due zii molto fighi e svogliati (ce credo: fuori di lì c’erano milioni di ragazze) e mia madre cogli occhi storti. Normalmente, non li aveva. Ma io berciavo così forte – mi si disse – che facevo tintinnare tutto il cristallo di Boemia del turibolo ed il prezioso lampadario di Murano al soffitto, così mamma ne pativa ‘nu poco, tanto che le era venuto un venereo strabismo temporaneo. Nel mentre che io avevo le fauci spalancate come un tirannosauro (era l’epoca), talmente che appariva in fondo una luce, il prete mi annegava in un bacile vecchio come lo stagno e per soprammercato mi metteva in bocca (non scherzo, c’è documentazione) del sale. ‘Sta storia del sale non la ricordavo, ma il delitto è registrato e non può negarsi che il trozzolo di prete, una bestia grande come un megatherium (antenato del bradipo) l’abbia fatto, dio non lo perdoni.
Mia madre sostiene che io mi opponessi strenuamente alla cerimonia; per quanto blandito e benedetto, non la volevo, ma a nulla i miei pugnetti serrati ed agitati valsero in quell’occasione e poiché non avevo ancora le zanne, anche le lercie dita salate di quel figuro mascherato si ritrassero pressocché intatte dalla mia chiostra di gengive. Com’è come non è, la cerimonia finì. Mi avevano portato fin lì, facendomi attraversare i binari del tram, solo per immergermi in acqua puzzolente e farmi mangiare sale; io esprimevo tutta la mia contrarietà ululando come i licantropi la notte di gran Luna.
Fuori dal luogo santo, le mie rimostranze residue davano ai reduci sinistra eco di ricordi bellici ed alcuni passanti scendevano rapidi nella metropolitana scrutando preoccupati il cielo.

Dopo quel sacramento col quale fui benignamente accolto nella comunità diddìo, non pensiate che dio si fosse contentato: dio si contenta mai. Leggete la Bibbia, che è un verbale di piena confessione d’avidità.
Ma prima che tornasse passarono anni. E proprio quando io mi sentivo ormai al sicuro, Gabriele (il parroco si chiamava così, che ci posso fare) fece annunciazione: dio me n’aveva preparata un’altra. Da vero politico qual è, lo slogan recitava “è per il tuo bene”.
Per il mio bene ci riunimmo dunque, noi pedestri, in una succursale della cattedrale chiamata “oratorio”, dove in altri momenti feci le più belle risse della mia vita, e il catechista ci catecava delle robe che nemmeno nella corsia degli Irrecuperabili. Dovetti mandare a memoria cose come l’Atto di dolore così tante volte che ancora lo ricordo perfettamente, fa: “Dio Cristo che male, Madonna che botta, sacramento…” eccetera; imparai poi che Lot fece male a fare delle robe quando Geremia si trasformò in Golia e dunque evviva. Insomma, erano cose che avvenivano in modo difficile a seguire, con procedimento ad arabesco, ma cristiano; noi cristiani siamo infatti seguaci di un credo mediorientale e perciò il Medio Oriente ci sta sul culo. Credo quia absurdum, ecco.
Ma insomma, sia come sia, il giorno arrivò. Tutti i pedestri erano vestiti in uniforme: giacchetta blu, pantaloni (corti, era d’obbligo) blu a righe, farfallino (blu) occhi blu (e sennò occhi chiusi) e capelli biondi (e sennò sombrero). La truppa era pronta per la parata. Senonché vi appariva una variante: io non ero blu. Ma manco per il cazzo. La mamma mi aveva vestito in bianco. Ero bianco tutto: camicia, farfallino, giacca, pantaloni (lunghi: tiè) scarpe e i guanti, pure. Sembravo una sposa, anche perché da bambino avevo faccia un po’ femminea e la cosa mi garbava per niente proprio.
Nella foto di gruppo di quel giorno, la truppa catecata appare un coacervo grigio uniforme con una macchia splendente nel mezzo. La macchia sono io; e quelle son cose che rimangono perché uno poi tra la gente ci deve vivere ed è mica facile essere sicuri di aver ucciso proprio tutti i testimoni.
In Chiesa il processo fu che io non sapevo come comportarmi (a cachetismo o come si dice mi ero fatto i cazzi miei) e dunque sbignavo gli altri, seguii la fila, stavo dietro a quello con la faccia più da pirla e mi fidavo di lui.
E vidi che egli mangiava una roba che il megatherium gli dava, poi si metteva le mani in faccia e tornava a posto. Le mani in faccia. Come si cammina, con le mani in faccia? Ho inteso che il pirla stava pregando in pieno ardore mistico e allora (fu l’unica volta) credetti nel miràccolo: “vuoi vedere che…” che dio gli dava la vista attraverso le mani. Tentai. Una volta presa la sfoglia (si scioglieva disgustosamente in bocca, s’impappava, una cosa brutta) mi misi le mani in faccia e tornai in trincea; intruppai subitamente in una panca e cademmo in otto; ci furono pochi feriti gravi e solo un morto; io sputai segretamente la pappetta che secondo me portava sfiga ed uscii dalla cattedrale per un andito della navata destra. Fui latitante solo per poco, perché dall’elicottero mi si vedeva benissimo come una luce sfavillante nel bigiore dei campi; venni riportato a casa, convinto d’essere in peccato mortale; libero insomma. Ma dio, come c’era da aspettarsi, mi perdonò.

Non certo per bontà, ma per la cresima. Questa cresima è un altro sacramento (non finisce mai) che prevede arrivi a darti addirittura un colonnello. Il colonnello dei preti si chiama Vesco, o Vescoso, adesso non ricordo, ma insomma ci vuole lui.
Sul Vesco c’era una diceria terribile: nel sacramentarti, egli ti avrebbe tirato uno schiaffo. Si diceva cominciasse subdolo, il Vesco, ungendoti in testa con dell’olio (beehh!…), una roba che insomma ma vabbè, e poi partiva improvviso di destro e ciaf: ti rigirava la faccia.
E cazzo. La storia mi allarmò massimamente: io uno schiaffo in faccia da un minchia di vescolonnello non l’avrei preso, ecché.
Il giorno che mi trovai in fronte ad egli dunque, addobbato stavolta in modo sportivo alla cavallerizza che mi mancava solo il frustino, ero molto tonico e pronto al combattimento.
Il Vesco era bello grosso, ma io mi ero allenato con mio zio di uno e novanta che faceva pure judo; partì con un gioco di mani rigiranti in aria ed io seguii attentamente tutta la sua gesticolazione, poi intinse i diti nella ciotola e capii che faceva la storia dell’olio; finsi di abbassare la guardia ed egli ci cascò: colsi distintamente la preparazione del colpo: arrivò di destro, come pensavo, arretrai rapido e lo scansai; lui bofonchiò di disappunto e ci riprovò, ma ormai ero pratico del suo stile: m’abbassai fulmineo e lo colpii di rimando con calcio sullo stinco; Vesco accusa il colpo saltella e tuttavia riprende portando un uppercut che il catecato evita con abile gioco di busto e gambe, i due si studiano, poi Vesco avanza con doppietta di jab sinistro seguito da gancio destro al mento, catecato devia i colpi ed approfitta dell’avversario disunito a guardia larga per sferrare terribile diretto al naso con pestata di callo e ginocchiata nelle palle; Vesco crolla sotto l’altare! Uno, due, tre… otto, nove… catecato è vincitore! Il nuovo messia!

Fui portato fuori dalla cattedrale in trionfo; benedissi tutti e andammo a bere una birra. Eravamo diventati grandi.


* Un estratto dal dialogo del momento:

Parroco:  Allora, chi battezziamo oggi: quello?
– Mamma:  Quello è mio marito, Sua Sacralità; è meglio battezzare il bambino, secondo me
– Parroco:  Quello piccolo?
– Papà:  Cazzo, che occhio
– Io:  Nghè?
Parroco:  Lasciate che il pargolo arrivi a me
– Mamma:  Ehm… non sa camminare, Vostro Onore, glielo porto io, magari
– Parroco (fregandosi le mani):  Questo qui lo facciamo santo, ci scommetto il chierichetto biondo
– Io:  Gnà, gnà, uéh,uéh, sciòh! (trad.: “minchia, un mostro mascherato, passa via, sciò!”)
– Parroco:  Che cazzo si strilla, questo?
– Mamma:  Nulla, Vostra Trilateralità, i bambini fanno così per natura
– Parroco:  Ma va?
– Mamma:  Si fidi. Oppure si fidanzi, vedrà che capirà.
– Papà (scrollando la testa):  Vatt’a fida’ di Ogino-Knaus…
– Parroco (recitando la liturgia): Vai vademecum tango, est cum qui quo quam…
– Mamma:  Ehmm… non è che cade, Altezza Reale?
– Parroco:  Casomai affoga; hòp, bevi, piccolo merdoso…
– Io:  sgaragaragàààhh! iiiieeeeee! (trad.: “aaah bastardo! Ti piscio addosso!”)
– Parroco:  Si è pisciato addosso
– Mamma:  Sì i bambini fanno così di natura
– Parroco (lavandosi le mani nell’acquasantiera):  Che schifo di mestiere.