Quelli che il cane cià il giardino


Pedonando a sei zampe, io e lui, sempre consideriamo con mutua afflizione la prigionia di tutti gl’animali sulle cornici delle strade. I bordi delle vie sono un’infilata di gabbie che contengono, letteralmente, la vita di altri. Ed ecco gli uccelletti chiassosi, il cui richiamo ossesso non si può sostenere per più di venti secondi e perciò pare oscuro l’intender come gli attori di quell’esposizione possano convivere sereni a quel bordello; il mai tacere degli uccelli invece, ben si comprende: i volatili han lunga vita, e questa essi trascorrono tutta in due decimetri quadri, davanti al Mondo aperto. Anch’io griderei senza requie mai. Lui, poi.
E poi ci son’i cani; cos’è il cane?
Un mammifero quadrupede carnivoro, lo sappiamo tutti, ma che natura ha, per che vita è costruito?
La nostra medesima, ed è per questo che ci siamo uniti così bene; siamo entrambi sociali e nomadi, ossia spinti per natura ad unirci ai consimili in un coinvolgente e continuo fisico spostamento.
E allora quelle gabbie?
Se si domanda al bipede carceriere, egli risponderà sorpreso: “ma cià il giardino!”, ossia, il cane, avendo il giardino, possiede tutto quel che gli necessita; cos’altro potrebbe desiderare, un cane, se non trenta metri quadri di giardino.
Conoscevo una coppia di americani, giovani, borghesi, manhattaniani (lui scampò quel giorno al crollo delle torri), laureati, viaggiatori, con molti amici europei. Un bel dì, essi presero un cucciolo di cane. La fanciulla dei due soavemente mi mostrò il libro che per buona coscienza si era procurata al fine di istruzione sul come si fa a tirar su una bestia così esotica come il cane. Il libro era scritto da un autore – io credo – sconosciuto perfino alla propria madre, giacché non vantava né masters, néPhD e nemmeno due dita di buonsenso privato; egli raccomandava, con candore da lavatrice, di tenere il cucciolo, per le prime settimane, in una stretta gabbia che lo privasse di macromovimenti al fine di educarlo ad un desiderato self control.
Io trasecolavo sforzandomi di spremere, con le mie limitate competenze linguistiche, il concetto che “questo autore è un coglione da olimpiade, ma non solo: egli non capisce una minchia perché non conosce una minchia; di etologia e scienze della natura, ma pure di antropologia e financo di storia e letteratura, per non dire di biologia, quest’uomo è a zero. Ma con tutti i libri che ci sono, santa madonna, cosa cazzo hai comprato, beata americana di Manhattan? Se venivi dal Texas che ne facevi di ‘sto cucciolo, un cavallo da rodeo? Ma cosa vi insegnano in tutti quei college?”
La mia amica rispondeva che quel libro “si vendeva molto” in America e le era stato consigliato. Un comune amico tedesco presente alla discussione, notando l’inutilità dei miei sforzi, sorrise scherzando: “si vede che di qua e di là del mare abbiamo logiche diverse”.
Ora, è facile sorridere della amica americana come ha fatto l’amico tedesco, ma siamo certi che l’idea di donare amorevolmente al proprio cane “il giardino” sia affatto differente? Voglio dire che anche qui io conosco persone per altro intelligenti ed evolute, ma che sostengono esser prima necessità, per un cane, quella del giardino. E’ forse l’eguaglianza “cane = animale primitivo”, “primitività = natura”, “giardino = natura (perché c’è l’erba)” a generare una convinzione così.
Ma è come voler andare sulla Luna col regolo: la vita non è così semplice; è ripetitiva, invece ed infatti ripete i fondamenti costruttivi dei suoi componenti: uomo e cane si assomigliano nella natura propria, perciò possono con facilità unirsi in gruppo in modo da soddisfarsi reciprocamente. Bisogna saperlo, però; bisogna conoscere un poco di più; oppure essere totalmente ignoranti di informazioni tecniche, ed utilizzare quella formidabile proprietà che nell’uomo ha raggiunto vette mirabili: il buonsenso, che nasce dalla osservazione personale, più la riflessione personale.
Per fortuna esistono anche persone siffatte; ne conosco qualcuna e son certo che la natura le ha distribuite nel Mondo. Anche in America. Chissà se ce n’è un gruppo in feisbùc.

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