Lingueggiando


Gli inglesi fanno gran caso al modo di esprimersi, tanto da giudicare l’appartenenza cética di ognuno proprio su quella base. Allora, in quella terra dove non esistono veri e propri dialetti, vi sarà invece un lessico ed una sintassi tipiche degli studenti di Oxford ed un’altra che identifica la matricola di Cambridge, risulterà evidente all’orecchio brìtisc come un intercalare ed un accento riveli un frequentatore della city, mentre un altro indichi il campestre del sobborgo. Manco a dirlo, chi la pensa così non può che essere convinto del fatto che la perfezione nel parlato sia detenuta in esclusiva dalla casa regnante, come personificazione dello spirito virtuoso nazionale.
E’ facile quindi dedurre che la Regina d’Inghilterra, inciampando, non dirà: “cazzo, il gradino”, bensì forse piuttosto: “per l’anima negletta di Giovanni Senzaterra, avevo obliato quivi celasse la sua perigliosa presenza un cazzo di gradino”.

I tedeschi invece, possiedono una quantità di dialetti che rendono quella lingua, già ostrogota di suo, ancora più bizzarra.
In una vacanza in Austria volli esercitare il mio tedesco elementare con un abitante del luogo che aveva appena terminato il lavoro nei campi. Scopersi facilmente che egli comprendeva bene ciò che io dicevo, e ciò mi diede un gradevole senso di cosmopolicoserìa, ma altrettanto rapido fui a capire che io invece non capivo lui; non capivo una parola di quel che mi diceva ed indovinavo il senso del suo argomentare dalle espressioni e dai gesti del suo cavallo, che invece sembrava aver chiaro ciò che il padrone esprimeva, tanto da annuire frequentemente, sbroffando ogni tanto un commento.
La scenetta proseguì fino alla comparsa del figlio dell’uomo (sono ateo e sto parlando del figlio di quell’austriaco) il quale intervenne rivelandomi (in inglese, forse perché non conosceva il tedesco) che il padre stava esprimendosi in un dialetto del luogo, compreso bene solo dal cavallo, il quale annuì e sbroffò in conferma, mostrando di conoscere bene anche l’inglese.
Mi consolai pensando come un austriaco italofono in vacanza in Val Brembana, interrogando un anziano contadino e il suo cavallo, avrebbe verosimilmente avuto dubbi sulla propria effettiva conoscenza della lingua ospitante e se ne sarebbe andato grattandosi le corna con somma incertezza, come avevo fatto io.
D’altra parte, la mia insegnante di tedesco, originaria di Hendergardigen (non esiste, lo so, ma non ricordo da dove cacchio venisse in realtà) m’aveva avvisato: è notorio come i tedeschi di Germania siano critici oltremisura con i popoli contigui che ne condividono la lingua, misconoscendone la perizia sintattica fino ad affermare che “gli austriaci, gli svizzeri ed i belgi fiamminghi non parlano tedesco”. Tiè, ho detto io: come me.

I francesi non hanno veri e propri dialetti diversi, come abbiamo noi ed i tedeschi (altra cosa che, per la gioja ed il sollucchero nostro e di quei boiaccia, ci apparenta), però sbìrulano la lingua loro a seconda delle zone, buttandoci dentro all’improvviso parole che sembrano inventate, come faceva Queneau (che però lo faceva bene assai), e poi hanno dei gerghi locali, quasi un segno di distinzione, che fa tanto club; in questo (per la gioja ed il sollucchero loro e degli inglesi) si apparentano alla Bretagna Grande che gli sta sopra, in tutti i sensi (dico così in modo che se passa un francese, s’incazzi).

Sugli inguscezi, non sono preparato.

…Rrresèt!


Siccome ognuno ha la mamma che il caso gli porta, io, pel trionfo di Edipo, c’ho la mia bella collega che mi fa da mamma; la mamma, dunque, oggi m’avvisa che c’ho la carta d’identità scaduta. “O bella: scade?” – ho pensato, ma non l’ho detto perché sennò la mamma gli pigliano i nervi.

E siccome che il documento in corso di tempo serve per delle storie di alta burocrazia (debiti, reclami, suppliche, rinvii, registrazione alla mensa Caritas) ella (la mamma) m’ha comandato di rinnovare sùb-bì-tó (dice così quando vuole le cose) la carta d’identità.

Trovandomi in quel momento, per avventura del caso, proprio nel mio Comune di residenza ed avendo un’oretta di abbuono, ho tranquillamente acceso una siga e, mani in tasca, mi son diretto al più vicino distaccacoso dei servizi anagrafici che la mia moderna ed europea città del nord ha dislocato quasi in ogni quartiere, per il comodo della cittadinanza che la sta minga co i man i man. Diec’anni or è, ci misi cinque minuti a rinnovare la carterella: mi presentai con le solite quattro foto dove apparivo un delinquente, consegnai le briciole del documento vecchio all’incaricata che mi guardò, s’innamorò, mi permise di fumare in ufficio e nel tempo di mezza sigaretta mi consegnò un bel pieghevole plasticato dove si certificava che io esisto per davvero, si freghi chi non ci crede.
Oggi, mentre procedevo piede piede verso il distaccacoso, pensavo: “…’passati diec’anni, óh; mo’sarà roba di due secondi: entri, fai manco in tempo ad appicciàre che la carta d’identità schizza da un sincrotrone e ti vola direttamente nel portafoglio dentro la tasca; mi devo godere l’attimo” – così, pensavo.
Avevo infatti sentito dire che oggi la carta d’identità è “elettronica”, e dunque già m’immaginavo un brillìo di ologrammi, tutta la mia vita proiettata a mezz’aria, con delle pecette di censura qui e là, e quindi le forme che poi condensavano mirabilmente in un bit, un pad, un koso, un wire, un lèss, insomma qualcosa di elettronico che si fondeva in forma geometrica e – praf! – eccomi riunito al mondo che ora non mi riconosce perché son scaduto. Andavo io così, fiducioso, per il marciapiede scacazzato mentre accanto a me il traffico del terzo millennio scorreva elettronico tra una nuvola di microparticelle che un dì furon dinosauri.
Ecco che son giunto a quella sede spaziale; mi stupisco un poco di dover fare due rampe di scale senza nemmeno un levitatore antigravitario che mi porti su, ma insomma giungo alla resèpscion dove una donnina piccina sbuca col naso dal bancone parendo sonnecchiare.
Non pareva, e mi scuso per il disturbo; ella m’invia da acconcia collega che sta ancora più su; salgo quadrumane la foresta di gradini.
“È permesso?” chiedo sfondando la porta, perché insomma io mi scoccio presto. Una fanciulla rosea scivétta all’àifon con risatine, tanto che scorgo in impressione la fisionomia del maschio all’altro capo del collegamento aereo. M’acculo su preposto sedile lei di fronte imponendo la mia consustanzialità; ella aggancia. Spiego il problema e, bocca aperta, occhio sgranato, mi preparo alla mirabilia.
La guagliona inizia a preparare delle carte, poi s’attacca al computero ed io mi fo attento; ella dice:
“adesso prendiamo l’appuntamento… le va bene martedì?”
“appuntamento? Martedì?” – ripeto io, confuso
“non può?” – domanda ancora la piccina – “vediamo… giovedì undici e trenta?… ah no: non c’è posto; mmm… venerdì no… sabato è festa, domenica mi sembra pure…”
“scusi eh” – interloquisco – “ma che minchia va dicendo, mia bella racchia? Non intendo darle appuntamento così, su due piedi; m’ha preso per un uomo di facili costumi? Inizi con dei fiori, casomai, una parola gentile… non le ha detto nulla, la mamma?”
“per essere uno che ancora non esiste, lei è già confuso come un elettore navigato” – replica la computerista – “non legge la Legge? Ecco, guardi qui: ‘eee…blablabla blabla… previo appuntamento con anticipo quindicennale per recarsi personalmente negli sozzi sottoscala del reparto centrale anagrafe al fine di consegnare i moduli consegnati e restare in trepida attesa della lieta consegna che avverrà entro e non oltre quando cazzo ci pare’ – ecco, ha visto?”
“mi decifri, la prego, perché capito una madonna” – le espongo muta richiesta di sguardo
“lei” – mi dice lei – “poiché m’è simpatico come tutti i mancamentati, deve fare un piccolo sforzo; dica la verità: è venuto qui pensando ‘l’ultima rinnovata l’ho fatta in cinque minuti, mo’ son passati diec’anni, chissà che velocità‘ – nevvero?…”
“sì…” – arrossisco. La ragazza si fa materna; e due.
“povero caro” – dice – “sappia che se prima le davamo sùb-bì-tò il docucoso e lei sortiva felice zampettando, ora qui lei piglia un appuntamento…”
“ma con chi cazzo ho l’appunt…” – interrompo con voce rotta di pianto
“…mi faccia fini’, dio cristo: un appuntamento con la sede centrale del comune, dove lei si recherà un bel dì di merda a perder tempo come un fancazzista drogato, i suoi bei bravi modulini di carta in mano che non deve perdere sennò ricomincia da capo, li porta lì, si fa tre ore di coda, e glieli lascia”
“e poi?” – dico coi lucciconi
“poi va a casa e aspetta” – replica la seconda mamma
“cacchio devo aspettare?”
“ma la carta d’identità, no?”
“ah, manco me la danno, lì?…”
“ragazzo mio” – dice la donna – “ma ti credevi di esser dove? Ai tuoi bei tempi? Tempus fugit, panta rei, carpe diem sed hodie scarpina, manifestum? Ecco qua. Tieni i tuoi foglietti, compila con cura, niente cancellature, non bagnarli, non piegarli, niente ditate o sbroffi di marmellata, tienili in quest’ordine, guai se li consegni capovolti. L’appuntamento…”
“…l’appuntamento?…” – gemo, curvo come una forca caudina
“…tra quindici giorni, perché tutto sommato m’intenerisci. Ora fuori dai coglioni, via, caro, che la mamma c’ha da fare. Ciao”

Sono uscito a testa china, tutti i foglietti in mano, e tirava pure vento. Chi sono io? Oggi ancora non lo so, i passanti non lo sanno, il mondo non lo sa; gli amici non hanno più il mio telefono, il mio indirizzo, non ricordano il mio nome, non sanno d’avermi incontrato. Cammino etereo ed ignoto nella caligine delle larve dei mai nati; la sede centrale dell’anagrafe s’alza remota eppure opprimente come un castello di Kafka, altezzosa e padrona; lì dovrò pietire la mia identità e tornare ad essere, un giorno. Fino allora, sarò morto. Mors finis est omnis laboris.
E invece domani m’aspetta l’ingegnere. Fanculo.

Arancia meccanica del Cuore Mio


Mica penserete che le arance meccaniche si raccolgano solo in Inghilterra

 

Io confesso, fratelli.
Fu quando il mio pa e la mia ma mi portarono al Collegio Sant’Edmondo che iniziarono a piacermi le arance. Era questo un sosto dal quale s’entrava per un cancello che si dava un sacco di arie e, traversando un migno Parco Secolare delle mie berte su una stradella pretenziosa, s’arrivava a quell’ingombro ove erano parcheggiati a lisca di pesce un mucchio di figli di Figli della Lupa, se capite quello che voglio dire.
Questo sosto era tutto amministrato da femmine. Non eran suore, almeno dalle bucce, ma un semino di quella sostanza dovevano averlo per forza perché esse eran maligne assai più di noi poveri malcichi ed anzi c’insegnarono benbene l’orgasmo dell’ultraviolenza di cui erano maestre, ci insegnarono; per questo porto loro ancora riverenza. Fu lì che io incontrai i miei tre soma, e così adesso possiamo presentarci:
siamo io, ìnternet, e i miei soma, Browser, Bit e Wild Web, e siamo in fila per due fermi sotto la canicola, vestiti all’ultima moda dei carcerati: un giubbino-giacchetta bblù con distintivo uniformante (son belli gli ossimori, O fratelli, perché spiegano come funziona il planetario di quella gente lì) berretta con visiera parasol e calzoncini vezzosamente sopra il ginocchio, a righe flambé; ora non cominciate a ringhiare a quel modo, fratelli, risparmiatevi, perché vi assicuro che questo è niente ed altri saranno i motivi per cui rigirare le entragne bèeeh, vedrete.
In questo sosto s’era sempre in riga, o inquadrati, o fianc destr, e tutte queste cose; il migno Parco Secolare c’era, ma vigliacca sguana se mai lo abbiamo praticato: era semplicemente proibito, come ci fosse il dannato Albero della Conoscemenza, là. E quando le non-suore ci portavano al pascolo in spiaggia, noi Privilegiati (così pensavano i pa e le ma che ci avevano deragliato lì) seguitavamo ad essere in galera, perché una rete alta sedicimila metri chiudeva a recinto il nostro sosto spiaggia, dal quale potevamo galeottamente ammirare il mondo libero fuori. Però questo collegio schifoso non era una colonia; non lo era perché per farcisi carcerare, si pagava a litri di emazie e plasma, O fratelli, e questa storia della spesa folle rassicurava pa e ma sul fatto che lì noi ci trovassimo bene; così funziona il planetario dei plenipotenziari, a partir da loro per finire a Dio.

Farete fede al Vostro Umile Narratore se vi dico che tutta quella costrizione, alla lunga, ti imburiana un piccolopoco, O fratelli; e così, io e i miei soma iniziammo a non potercela più di tutti quegli avanti marsch e, da veri maschietti sanamente reattivi, cercammo compenso alle frustranze.
Ne trovammo uno, di compenso, nella persona di tal Alberto Effe., un martino quattrocchiuto con una biffa mielestrazio, che dava tanto di piagnucolosa mitezza da far scardinare dalle gufate dei malcichi tamagni come noialtri. Alberto F. aveva finito – per ciò che ci riguardava – di inquinare quel sosto sguanoso con la sua parvenza francescana. Cominciammo quella notte, senza por tempo in mezzo.
La notte la si passava tutti ammassati in celle-camerate, distinte per le varie sezioni di quell’inquadramento da sbelinati. In ognuna di queste camerate, insieme ai malcichi russanti, russava una signorina che, a quella nostra età verde verde, pareva grande-quasi vecchia, ma doveva avere in realtà vent’anni o giù di lì. La quaglia era stesa, come un morto annegato, in una branda di fondo, si pasceva solo dei sogni suoi e come can da guardia non valeva granché.
Perciò, O fratelli, il Vostro Umile Narratore ed i suoi soma avevano campo libero: non appena lo stanzone si riempì di ronzìo di segheria, ci alzammo dalle brande e, nel buio illanguidito da una penombra assassina, localizzammo il sarcofago di Alberto F.; fu facile, fratelli, e fu una frana di festoni che gli calò sulle macerie, all’AlbertoEffe. Stemmo attenti a non scardinargli la biffa per non lasciar segni, come bravi celerini, ma lo festammo proprio cinebrivido e, non appena egli iniziò a scricciare come una quaglia cascata dalla giostra, fummo sguicci come gatti e tornammo allampo nelle nostre brande, dormfingendo come angioletti.
Fece tanto di quel bahahaha, l’Alberto Effe, che avrebbe svegliato Giulio Cesare, e così riuscì a svegliare anche la signorina. Si alzò, questa quaglia, e accese un lume che pareva quello dei morti, poi andò, tutta avvolta in una vestaglia da antenata, dal martino scricciante. Ma non capiva cosa gli fosse successo; lui faceva il truglio quadro frignando che l’avevano picchiato, ma tutti – e per primi noi – ci mostravamo trasecolati e spaventati da tutto quel rimbombo. “Hai sognato” – disse la signorina, e tornò a letto.
Fu così che ogni notte che Zio metteva in terra, l’Alberto Effe sognò, O fratelli, ed alla fine passò per sonnambulo, perché coi suoi belati incomprensibili aveva rotto le berte pure alla signorina ed alla Direzione della Direttrice che Dirigeva quel sosto storto. Tanto gli dissero, che alla fine pure lui si convinse di sognare, a scadenze più che regolari, di essere festato per le feste da cattivoni e tamagni malcichi fantasma.

Non fu, nononò fratelli, un buon tempo, per quel martino mielestrazio, il tempo che egli transitò nel Collegio Sant’Edmondo di Collecavo Nella Strada In Fondo, e son certo che egli oggi racconta di come ci fu un periodo della sua migna vita in cui, tutte le notti che Zio calava giù, egli sognò a tal punto che gli si ruppero gli occhiali.
Caro martino francescano Alberto: tu allora certo sognavi; ed il tuo sogno eravamo noi. Grazie di quello che hai fatto, inconsapevolmente, a quel tempo, per il Tuo Umile Narratore ìnternet ed i suoi tre soma, Browser, Bit e Wild Web.

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