In lode dell’Anarchia


JAC

Non Proudhon, macché Bakunin: l’an-archia, se sei anarchico davvero, ce l’hai anche quando prendi il caffè. O disegni, magari racconti. Beccatevi questa striscia; non finisce lì, naturalmente, e nemmeno inizia: è presa a caso, anarchicamente, ma potrebbe star sui testi  di sociologia politica così com’è, e basterebbe per una tesi di laurea. Sul fumetto? Ma no, sull’anarchia.

Allora il surrealismo è anarchia? No: è frustrazione ed opposizione, perché vuole essere qualcosa di diverso, ci tienegli importavuole che gli altri capiscano – che? La corrente artistica? – Ma no, lui; vuole che lo capiscano e lo considerino diverso dal solito e perciò interessante. Perché questo succeda si sforza di essere arte, cioè qualcosa che gli altri possano considerare importante; se Jacovitti crea il personaggio del “bitenente”, un poliziotto con due cappelli e ci ride, il surrealista i due cappelli se li mette davvero, e non ride, anzi: ti guarda con altezzosità perché TU devi sforzarti di capirlo anche se non potrai mai capirlo mentre lui recita da Vate e si attende tu soggiaccia al ruolo di adorante. Il surrealista non è un an-archico: è uno che bussa per entrare fingendo di sfondare la porta.

Ed invece, guardate Jac: eh, perdìo, lui sì, lui sì che non bussa. Se ne frega, della porta, e se pure vien fatto entrare non gli importa di rimanere: entra, esce, è serenamente libero, sorridente e lieve, ricco di suo. Uno come lui, come potrebbe considerare i divieti? I suoi disegni erano costellati di cartelli di divieto; uno dei più belli diceva: “è quasi vietato sbarbaganare le pitinicchie”.

Un vero an-archico.

Il realismo verseggiante


Diciamoci la verità: la poesia, piace. E allora non c’è chi non faccia poesia. Per far poesia, oggi, però la musa sembra stranita, ebbra e delirante: si dicon cose slegate come “epifenomeni floreali attendono / gargarismi di senso all’aereoporto” – attendendo che il senso di esse sia costruito dal lettore, ma ciò incrementa il conformismo dell’assenso incondizionato: mai far la figura del bigolo che non intende ciò che dice il poeta (il poeta, uéh!) e dunque far finta, far finta e piegar la testa da un lato, guardare in alto e sorridere, come inseguendo un pensiero; che pensiero? Eh, quel pensiero: hai da capi’ da te, ‘gnurante.

Ebbene, io sono seguace di quella corrente d’avanguardia (ah, ah: voi, retrogradi!…) chiamata Realismo Verseggiante che s’occupa della vita nelle sue stanze: la cucina, il cesso, ad esempio – e vi fo mostra della forza imperitura emanante dalla visione pratica del Realismo Verseggiante attraverso l’ode:

L’IVA

Eppure non ho abbastanza.

Tu dici: “non mi riguarda” – ed io
opino  (nelle poesie si va a capo a cazzo, ndt.)
opino a morte
perché tu sai, tu devi sapere
com’è opinabile il dover morire
strangolato da te
devi sapere
com’è opinabile  (nelle poesie si ripete a cantilena, ndt.)
chiedermi avanzi
che non esistono
devi sapere
che non m’hanno pagato le fatture
stronzi
e che perciò non ho di che darti
tu dici: “è il rischio d’impresa”
io dico: “sì, ma l’impresa
ha
pure
il
ricavo, e se non c’ha il ricavo perché gli stronzi non m’han pagato,
perché la tua IVA
e le tasse
non li chiedi agli stronzi? Lì stanno
I miei soldi
sai?

Io guardo nella scarsella,
rovisto, cerco
quaesivi et non inveni;
per te che non parli latino:
“non ho abbastanza”, chiaro?

Così assolda un reparto di picchiatori
in divisa
e recali ai miei debitori
che ringrazian me, non dio,
del lor pane quotidiano
ch’è ‘l mio  (una rima alternata! – tranquilli, è casuale, ndt.)
tòrchiali, rabàttali, fàgli male
spremi da loro il guiderdone
sàppili estorcere, tu che ben lo sai,
tu che altro non fai (ops – casuale, casuale, ndt.)
e insomma, su, vattene a fare in culo,
è mai possibile
che pure il primo giorno di vacanza
mi ritrovo
a
pensare
a
te.
Ti auguro i Goti
O mia Nazione.