Cusa l’è ca l’è chél rob lé?


cartello parco

Chissà se Gesù Cristo o la Madonna sanno il perché, con quale percorso mentale si possa scrivere un testo in italiano preceduto da una titolazione in inglese. Io – che pure ho studiato – mi sto rompendo la testa per arrivarci. Vediamo:

Siamo a Monza, una città giustamente famosa per… per… una città non famosa. Però vicina a Milano, una città famosa per molte cose importanti quali la lega lombarda, il traffico, il coeur in man, i man ne la marmelàda e gli sforza italia; ecco: l’itàlia; poi ci mettiamo la maiuscola, se del caso, non appena ne scorgiamo l’importanza.

C’è nel Parco di Monza (un parco meraviglioso, ragazzi: voi non ce l’avete e noi sì; e ci abbiamo ficcato un autodromo del cazzo tanto per non farvi sentire troppo in inferiorità; vedete a che livello di coeur in man possiamo arrivare) un percorso che – come dice la spiega sul cartello – “fa bene al cuore” (el coeur) “e alla circolazione” (la circolasiùn), a patto che vi compriate i bastoncini. Senza bastoncini: solo al cuore, e vi fottete la circolazione. Si cammina insomma in questo parco respirando i balsami delle verzure e traspirando le tossine che vi appestano; sempre che usiate i bastoncini, è chiaro: mica da dimenticarsi i bastoncini. ‘Seconda quanto fiato avete, scegliete il percorso adatto, ed occhio: tra “fiato” e “fato” c’è una minima differenza, come si vede. Buona camminata.

Già, ma come ostia si chiama questa bella camminata? Dice: “si chiamerà ‘camminata’, no? Che importanza ha il nome; il nome è importante per i cristiani, al massimo per gli animali domestici (“Fufi, vieni qua!” – e Fufi, maremmano di ottanta chili, arriva trainando il Giangi steso al suolo)” – e invece vi do torto: i nomi sono sempre importanti: che differenza c’è tra la battaglia e la battaglia? Che una è quella della Meloria e l’altra è quella di Culloden, e vi si apre un mondo. Dunque vedete bene che anche alla nostra passeggiata (vernacolo locale: “spasegiàda”) bisogna dare un nome.

E diàmoglielo, questo nome; via alle proposte: “Parcorso” (crasi); “Cammina nel parco” (ordine militare); “Tra boschi e prati” (elegiaco); “Monzaverde” (bugiardico); “Frégatene dell’autodromo” (pedagogico); “Chiappa i bastoncini” (memento).
Effettivamente, fanno schifo. Ma un coacervo di menti raffinate come quelle dell’Amministrazione cittadina, provinciale, regionale, nazionale, mondiale, universale (l’ho detto, che Monza è famosa?) chissà che belle titolazioni suggestive potevano produrre, solo volendo.
Non vollero.
Chissà perché.
Cattivi.

Capite (vero l’avevate capito?) che sono critico con quel titolo; ed ora sento una vocina: “ma ci sono gli stranieri! Ma l’inglese è la lingua del sincretismo sociale! È per questo che lì ci sta un titolo come Nordic walking park Monza, così, se passa un cinese che per sbaglio è capitato a Monza, vede, legge e dice: ‘ciùmbia, va’ chi che bèla spasegiàda: cià che vó a ciapà i bastoncini’ – e si diverte anca lü, pòr nàn, t’è capi’?”

O vocina, t’obbietto, perché vedi: se passa un cinese non italofono, egli legge il titolo, poi passa alla spiega e non capisce più un belino perché  è scritta in italiano, la lingua di cui egli conosce una fava. Allora, volendo aitàr lo straniero, o vocina, si fa su una bèla tradusiùn in ìnglisc della pappardella, col suo bel titolo Nordic eccetera, riquadrando uno spazio destinato. Per gli indigeni, invece, nel riquadro nazionale si scrive qualcosa come (traduco dall’ìnglisc): “Passeggiata nordica al Parco di Monza” (“passeggiata nordica”? – e che cazzo ne so: sta scritto così, l’inglese) perché l’ha mica detto il dottore che se io sono italiano mi devo leggere i titoli in inglese, giusto?

Perché metti che stai mangiando con un amico; sei lì che parli a bocca piena e gli fai: “uéh, pàsa chi el bread. Di’ un po’: se tomorrow vedi mica l’Anna, salutamela, dille che poi le do una call” – sicuro che l’amico smette di mangiare e ti chiede come ti senti. E avrebbe ragione; vero o no, baüscia d’un provinciale itànglisc?

Cambia con me


Qualche volta, il mensile Le Scienze (una volta straordinario, oggi più simile a La Gazzetta del Cosmologo) si occupa di zoologia ed etologia; nel numero di Luglio è descritto, per sommi capi, un esperimento che va avanti in Siberia da oltre sessant’anni. L’esperimento vorrebbe tentare di rispondere al quesito: “quale percorso segue la domesticazione di un animale selvaggio?”

Non è questione da poco, si pensi al lupo: come mai non se ne vedono nei circhi? Dato che è un supercane, perché non ne esistono esemplari addestrati dalle Forze dell’Ordine? Ebbene, succede così perché il lupo non è addomesticabile; pure preso cucciolo, mantiene una propensione eccessiva a fare un po’ quello che gli pare ed il suo carattere ha qualcosa del gatto. Essendo un animalone grosso e potenzialmente assai pericoloso non è dunque prudente (ed è proibito dalla Legge) tenerlo a mo’ di canissimo; perciò attenzione: il lupo non fa il cane, non ha nulla del cane, non è il cane. Le due specie si assomigliano tanto da essere interfertili, ma hanno carattere inesorabilmente diverso.

Dunque si comprende la curiosità dei nostri ricercatori: non possiamo mai addomesticare un lupo, e nemmeno una volpe (ancora più felina, questa, colla sua pupilla verticale, la sua abilità ad arrampicarsi sui tronchi ed in più appartenente a specie non sociale), però guardiamo il loro cugino cane, e malgrado abbia la stessa forma, esso ci ascolta, ci capisce, ci accontenta e si comporta quasi come un umano; rispetto a lupo e volpe, geneticamente e morfologicamente quasi uguali a lui, nel carattere il cane sembra appartenere a tutt’altra specie. Perché?

Il genetista russo Dmitri Belyaev ponza e riponza, finché idea un esperimento: si proverà a selezionare volpi selvagge poco aggressive, e si procederà incrociandole; vediamo dopo quante generazioni potremo osservare un qualche cambiamento nel carattere di base dell’animale.

Parrebbe un esperimento da IgNobel, il premio dato ai ricercatori che fanno studi inutili, e invece, guarda un po’, lo scienziato russo aveva ragione. Aveva anche più ragione di quella che lui si sarebbe mai aspettato, perché…

IMG_0005

Una volpe selvaggia particolarmente confidente, da me incontrata e fotografata nei boschi del Parco Nazionale d’Abruzzo

…già dopo cinque generazioni, le volpi nascenti si mostravano diverse dai progenitori, tutti estremamente aggressivi o timorosi verso l’uomo; consentivano il contatto ed agitavano le code. La sesta generazione ricercava attivamente lo scambio con gli umani ed uggiolava come i cani; gli esemplari reagivano anche guardando lo sperimentatore che li chiamava per nome.

Per uno scienziato genetista, a questo punto il problema diventa: il cambiamento osservato è da considerare genetico, od occasionale e cioè provocato in quei soli esemplari? Alla faccia del “Dogma Centrale” della genetica (“dal gene, una proteina”, e cioè: tutti i cambiamenti sono provocati a partire dai geni e questi non possono essere variati dall’ambiente: le variazioni sono solo casuali) gli sperimentatori osservano che da embrioni di madri mansuete sviluppati nell’utero di madri aggressive e viceversa, si sviluppavano esemplari dal carattere affine a quello della madre biologica; tombola!: il cambiamento è genetico. Le madri aggressive che osservavano il comportamento confidente dei cuccioli originati dagli embrioni impiantati, si spettinavano dalla sorpresa e correvano a toglierli dalle mani dell’uomo.

Alla quindicesima generazione, vent’anni dopo l’inizio dell’esperimento, nelle volpi emergevano addirittura cambiamenti morfologici: muso più arrotondato, differenze ormonali ed addirittura manto pezzato ed orecchie flosce, come nei cani da caccia. Nelle generazioni appena successive, si notò un sorprendente comportamento: le volpi abbaiavano agli estranei, come cani da guardia! Dal punto di vista genetico, i cambiamenti relativi alla socialità riguardavano pesanti mutazioni nel cromosoma 12, mutazioni che lo rendevano più simile allo stesso cromosoma dei cani.

 

Conclusione

L’articolo de “Le Scienze” è troppo discorsivo e divulgativo: la rivista non è più quella di un tempo ed è oggi simile a “Focus” od altre del genere. Malgrado ciò, la notizia di questo esperimento è interessante perché tratta della plasmaticità dell’ambiente sugli esseri viventi, un fenomeno che solo pochi anni fa veniva considerato irreale; si credeva infatti che l’ambiente non concorresse a cambiare gli organismi, ma solo li selezionasse, cosicché il collo lungo della giraffa sarebbe stato generato solo da sopravvivenza degli esemplari a collo via via più lungo, e non già da una tendenza all’allungamento prodotta dall’ambiente.

Interessante, no?

 

 

 

Lingueggiando


Gli inglesi fanno gran caso al modo di esprimersi, tanto da giudicare l’appartenenza cética di ognuno proprio su quella base. Allora, in quella terra dove non esistono veri e propri dialetti, vi sarà invece un lessico ed una sintassi tipiche degli studenti di Oxford ed un’altra che identifica la matricola di Cambridge, risulterà evidente all’orecchio brìtisc come un intercalare ed un accento riveli un frequentatore della city, mentre un altro indichi il campestre del sobborgo. Manco a dirlo, chi la pensa così non può che essere convinto del fatto che la perfezione nel parlato sia detenuta in esclusiva dalla casa regnante, come personificazione dello spirito virtuoso nazionale.
E’ facile quindi dedurre che la Regina d’Inghilterra, inciampando, non dirà: “cazzo, il gradino”, bensì forse piuttosto: “per l’anima negletta di Giovanni Senzaterra, avevo obliato quivi celasse la sua perigliosa presenza un cazzo di gradino”.

I tedeschi invece, possiedono una quantità di dialetti che rendono quella lingua, già ostrogota di suo, ancora più bizzarra.
In una vacanza in Austria volli esercitare il mio tedesco elementare con un abitante del luogo che aveva appena terminato il lavoro nei campi. Scopersi facilmente che egli comprendeva bene ciò che io dicevo, e ciò mi diede un gradevole senso di cosmopolicoserìa, ma altrettanto rapido fui a capire che io invece non capivo lui; non capivo una parola di quel che mi diceva ed indovinavo il senso del suo argomentare dalle espressioni e dai gesti del suo cavallo, che invece sembrava aver chiaro ciò che il padrone esprimeva, tanto da annuire frequentemente, sbroffando ogni tanto un commento.
La scenetta proseguì fino alla comparsa del figlio dell’uomo (sono ateo e sto parlando del figlio di quell’austriaco) il quale intervenne rivelandomi (in inglese, forse perché non conosceva il tedesco) che il padre stava esprimendosi in un dialetto del luogo, compreso bene solo dal cavallo, il quale annuì e sbroffò in conferma, mostrando di conoscere bene anche l’inglese.
Mi consolai pensando come un austriaco italofono in vacanza in Val Brembana, interrogando un anziano contadino e il suo cavallo, avrebbe verosimilmente avuto dubbi sulla propria effettiva conoscenza della lingua ospitante e se ne sarebbe andato grattandosi le corna con somma incertezza, come avevo fatto io.
D’altra parte, la mia insegnante di tedesco, originaria di Hendergardigen (non esiste, lo so, ma non ricordo da dove cacchio venisse in realtà) m’aveva avvisato: è notorio come i tedeschi di Germania siano critici oltremisura con i popoli contigui che ne condividono la lingua, misconoscendone la perizia sintattica fino ad affermare che “gli austriaci, gli svizzeri ed i belgi fiamminghi non parlano tedesco”. Tiè, ho detto io: come me.

I francesi non hanno veri e propri dialetti diversi, come abbiamo noi ed i tedeschi (altra cosa che, per la gioja ed il sollucchero nostro e di quei boiaccia, ci apparenta), però sbìrulano la lingua loro a seconda delle zone, buttandoci dentro all’improvviso parole che sembrano inventate, come faceva Queneau (che però lo faceva bene assai), e poi hanno dei gerghi locali, quasi un segno di distinzione, che fa tanto club; in questo (per la gioja ed il sollucchero loro e degli inglesi) si apparentano alla Bretagna Grande che gli sta sopra, in tutti i sensi (dico così in modo che se passa un francese, s’incazzi).

Sugli inguscezi, non sono preparato.

…Rrresèt!


Siccome ognuno ha la mamma che il caso gli porta, io, pel trionfo di Edipo, c’ho la mia bella collega che mi fa da mamma; la mamma, dunque, oggi m’avvisa che c’ho la carta d’identità scaduta. “O bella: scade?” – ho pensato, ma non l’ho detto perché sennò la mamma gli pigliano i nervi.

E siccome che il documento in corso di tempo serve per delle storie di alta burocrazia (debiti, reclami, suppliche, rinvii, registrazione alla mensa Caritas) ella (la mamma) m’ha comandato di rinnovare sùb-bì-tó (dice così quando vuole le cose) la carta d’identità.

Trovandomi in quel momento, per avventura del caso, proprio nel mio Comune di residenza ed avendo un’oretta di abbuono, ho tranquillamente acceso una siga e, mani in tasca, mi son diretto al più vicino distaccacoso dei servizi anagrafici che la mia moderna ed europea città del nord ha dislocato quasi in ogni quartiere, per il comodo della cittadinanza che la sta minga co i man i man. Diec’anni or è, ci misi cinque minuti a rinnovare la carterella: mi presentai con le solite quattro foto dove apparivo un delinquente, consegnai le briciole del documento vecchio all’incaricata che mi guardò, s’innamorò, mi permise di fumare in ufficio e nel tempo di mezza sigaretta mi consegnò un bel pieghevole plasticato dove si certificava che io esisto per davvero, si freghi chi non ci crede.
Oggi, mentre procedevo piede piede verso il distaccacoso, pensavo: “…’passati diec’anni, óh; mo’sarà roba di due secondi: entri, fai manco in tempo ad appicciàre che la carta d’identità schizza da un sincrotrone e ti vola direttamente nel portafoglio dentro la tasca; mi devo godere l’attimo” – così, pensavo.
Avevo infatti sentito dire che oggi la carta d’identità è “elettronica”, e dunque già m’immaginavo un brillìo di ologrammi, tutta la mia vita proiettata a mezz’aria, con delle pecette di censura qui e là, e quindi le forme che poi condensavano mirabilmente in un bit, un pad, un koso, un wire, un lèss, insomma qualcosa di elettronico che si fondeva in forma geometrica e – praf! – eccomi riunito al mondo che ora non mi riconosce perché son scaduto. Andavo io così, fiducioso, per il marciapiede scacazzato mentre accanto a me il traffico del terzo millennio scorreva elettronico tra una nuvola di microparticelle che un dì furon dinosauri.
Ecco che son giunto a quella sede spaziale; mi stupisco un poco di dover fare due rampe di scale senza nemmeno un levitatore antigravitario che mi porti su, ma insomma giungo alla resèpscion dove una donnina piccina sbuca col naso dal bancone parendo sonnecchiare.
Non pareva, e mi scuso per il disturbo; ella m’invia da acconcia collega che sta ancora più su; salgo quadrumane la foresta di gradini.
“È permesso?” chiedo sfondando la porta, perché insomma io mi scoccio presto. Una fanciulla rosea scivétta all’àifon con risatine, tanto che scorgo in impressione la fisionomia del maschio all’altro capo del collegamento aereo. M’acculo su preposto sedile lei di fronte imponendo la mia consustanzialità; ella aggancia. Spiego il problema e, bocca aperta, occhio sgranato, mi preparo alla mirabilia.
La guagliona inizia a preparare delle carte, poi s’attacca al computero ed io mi fo attento; ella dice:
“adesso prendiamo l’appuntamento… le va bene martedì?”
“appuntamento? Martedì?” – ripeto io, confuso
“non può?” – domanda ancora la piccina – “vediamo… giovedì undici e trenta?… ah no: non c’è posto; mmm… venerdì no… sabato è festa, domenica mi sembra pure…”
“scusi eh” – interloquisco – “ma che minchia va dicendo, mia bella racchia? Non intendo darle appuntamento così, su due piedi; m’ha preso per un uomo di facili costumi? Inizi con dei fiori, casomai, una parola gentile… non le ha detto nulla, la mamma?”
“per essere uno che ancora non esiste, lei è già confuso come un elettore navigato” – replica la computerista – “non legge la Legge? Ecco, guardi qui: ‘eee…blablabla blabla… previo appuntamento con anticipo quindicennale per recarsi personalmente negli sozzi sottoscala del reparto centrale anagrafe al fine di consegnare i moduli consegnati e restare in trepida attesa della lieta consegna che avverrà entro e non oltre quando cazzo ci pare’ – ecco, ha visto?”
“mi decifri, la prego, perché capito una madonna” – le espongo muta richiesta di sguardo
“lei” – mi dice lei – “poiché m’è simpatico come tutti i mancamentati, deve fare un piccolo sforzo; dica la verità: è venuto qui pensando ‘l’ultima rinnovata l’ho fatta in cinque minuti, mo’ son passati diec’anni, chissà che velocità‘ – nevvero?…”
“sì…” – arrossisco. La ragazza si fa materna; e due.
“povero caro” – dice – “sappia che se prima le davamo sùb-bì-tò il docucoso e lei sortiva felice zampettando, ora qui lei piglia un appuntamento…”
“ma con chi cazzo ho l’appunt…” – interrompo con voce rotta di pianto
“…mi faccia fini’, dio cristo: un appuntamento con la sede centrale del comune, dove lei si recherà un bel dì di merda a perder tempo come un fancazzista drogato, i suoi bei bravi modulini di carta in mano che non deve perdere sennò ricomincia da capo, li porta lì, si fa tre ore di coda, e glieli lascia”
“e poi?” – dico coi lucciconi
“poi va a casa e aspetta” – replica la seconda mamma
“cacchio devo aspettare?”
“ma la carta d’identità, no?”
“ah, manco me la danno, lì?…”
“ragazzo mio” – dice la donna – “ma ti credevi di esser dove? Ai tuoi bei tempi? Tempus fugit, panta rei, carpe diem sed hodie scarpina, manifestum? Ecco qua. Tieni i tuoi foglietti, compila con cura, niente cancellature, non bagnarli, non piegarli, niente ditate o sbroffi di marmellata, tienili in quest’ordine, guai se li consegni capovolti. L’appuntamento…”
“…l’appuntamento?…” – gemo, curvo come una forca caudina
“…tra quindici giorni, perché tutto sommato m’intenerisci. Ora fuori dai coglioni, via, caro, che la mamma c’ha da fare. Ciao”

Sono uscito a testa china, tutti i foglietti in mano, e tirava pure vento. Chi sono io? Oggi ancora non lo so, i passanti non lo sanno, il mondo non lo sa; gli amici non hanno più il mio telefono, il mio indirizzo, non ricordano il mio nome, non sanno d’avermi incontrato. Cammino etereo ed ignoto nella caligine delle larve dei mai nati; la sede centrale dell’anagrafe s’alza remota eppure opprimente come un castello di Kafka, altezzosa e padrona; lì dovrò pietire la mia identità e tornare ad essere, un giorno. Fino allora, sarò morto. Mors finis est omnis laboris.
E invece domani m’aspetta l’ingegnere. Fanculo.