sciàc!


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E’ un po’ la seconda volta che un fulmine mi casca dappresso; volevo appicciare la sigaretta e l’accendino, dài e dài, funzionava no; rulla, frizza, sfiamma, gratta e sferraglia, ma il fuochino suo non lo manteneva; io paro vento con le mana (plurale, neutro), poi con la giacca, con le fronde, con l’orientamento e la psicocinesi, ma nulla: il fuocogeno non collabora. Così alzo gli occhi al cielo intemperantemente e SCIAC! – la folgore s’accende sul prato con rumore di frusta immane; è un attimo che pare anche meno, quella scintilla d’inferno vive in una contrazione del tempo, ma quando svanisce qualcosa rimane: uno strano odore nell’aria e come un tremolìo che unisce te al resto intorno, ed una storta confusione, una specie di nervosa fatica addosso, perché la coda ovattata della scarica, serpeggiando via, ti ha morso i piedi.

Vien voglia di spostarsi subito, eppure è meglio rimanere lì: è il luogo più sicuro, in un temporale, quello appena sferzato dal lampo, come in guerra lo è il cratere caldo di una bomba. Senza più voglia di fumare, guardo le nuvolone sopra me, che si spingono e fanno buio.

E comunque, m’hai mancato anche stavolta, bìschero.