Fotoromanzi brevi


Le immagini, quanto sono importanti

 

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Sono restato a guardare questa immagine per un po’ e cercavo di distinguere i singoli nella massa; i singoli, come si nota, si dispongono conformemente, accordandosi nel formare un insieme di geometrica coerenza, cioè formando un disegno. Ed allora l’immagine pare ammonire contro l’anticonformismo dicendo: cosa accadrebbe se i singoli, anziché disegnare una corrente, andassero ognuno per suo conto incasinando lo stagno? Dove finirebbe la geometrica bellezza della natura, specchio e silloge delle norme ferme che sono a guardia del regolare sviluppo della vita? Sono andato via molto turbato, camminando sulle mani.

 

foglie in casco

No, dico: cadono quattro foglie ed io, roba che nemmeno Ringo, caccio la fotopresa e scatto – bang! – secche. Soffio sull’obiettivo, la giro tra le dita e la faccio cadere in tasca. Però c’è il trucco. Qual è il trucco?

 

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Qui il trucco non c’è: per una strana composizione di robe, dal Sole fuoriusciva davvero un cono d’ombra fino a terra; alla faccia delle macchie solari. Il fenomeno fu così singolare che mi ispirò la seguente feisbucchica:

Me n’andavo passeggiando mano in tasca e pur fumando, quei cammin che fai guardando tutto e niente, vago, quando improvviso su di me sento dire: “tu perché miri il suolo a sguardo spento, guarda in su, fammi contento!”
Alzo l’occhio lentamente, accigliato a quel presente, ma non vedo niuna gente che compaia all’orizzonte.
Penso: “scherzi della mente” ed una boccata tiro, poi ripiglio il vago giro che su nulla posa il miro.
E di nuòvo un suon si sente: “sei zuccone, veramente! Che ci vuole, dico io, a guardar di qua, perdìo?”
Lì m’arresto, e tasto il polso, poi la mano per di dorso pongo lesta sulla fronte: “c’avrò mica rogne pronte!” – cuor settanta, fresco il viso, gamba elastica: un sorriso giocondesco increspo quando penso “certo sta passando quel pisquan che vende frutta, con clamor da Piedigrotta” – e emettendo fumo in testa quanto ‘na locomotiva, mi deraglio, vo in deriva, muovo a manca perché è bello di non fare sempre quello, nella vita, e cambiar via, dato che ogni magìa è cangiante e mai si resta: i sentier son cosa mesta.
“Ora gira! Ma ti fermi? Mi farai venire i vermi! Non mi senti? Io so bene che l’udito c’hai d’un cane e ci vedi come un falco; perché dunque su ‘sto palco di spettacolo divino non ci guardi un pochettino? E dài, lodami tu pure, c’ho bisogno delle care, senza lode non so stare, tu così mi fai ammalare! Ora tengo il fiato, eh?… ùffa, ècco, uèh, perché non mi guarda questo qua: io lo prego e lui s’en va!”
Volto a dritta, bella cosa vedo là, tinta di rosa, un sorriso, occhi danzanti: corrispondo, e vado avanti.
“Ah, ‘nziché guardar di qua, guardi quella roba là? Il vascel d’ogni empietà, la sentìna di… blabla? Tu finisci male, sai? In eterno passi guai! Se mi guardi un po’, però, io mi cheto e far ti fo; sei d’accordo? Affare fatto? Dài, che ci divento matto! Una migna preghierina, che ti costa? Ogni mattina…!”
“Uh che sciocco” – dico allora – “ecco il suono, che cos’era: digitando da maldestro ho attivato il tasto destro della radio, al cellulare; ora spengo ‘sto cantare” – ed andando a manca e a dritta, spaio nella vita fitta.

Si sa che, col petulante, il rimedio è far l’assente: non sentire, dire niente, come sordi veramente. Che poi, è pure divertente.

 

 

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Sai quando stai dormendo proprio bene ed arriva un bigolo ad accenderti la luce; senza manco svegliarti, istintivamente, animalescamente fai un mormorìo di fastidio e ti copri gli occhi. Poi sbuffi. Vorresti dire “ma spégni, deficiente!…” ma un po’ il sonno, un po’ la laringe inadatta, ti vien mica fuori l’intelleggibile. Ad ogni modo io ho intelletto, e ho spento.

 

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No, io son micamìco delle foto tramontiche, le quali solitamente anzi mi guastano la giornata. Però qui c’era un cielo dai contrasti tanto netti per un verso e così sfumati nell’altro che mi faccio venia da solo. E poi c’è l’omino coll’altalena in mezzo al cielo ed io lo invidiavo fino ad aver voglia di abbatterlo. Disgraziatamente non porto mai dietro un fucile, al massimo il telefonino che fa pure le foto.

 

 

Come dicevo appunto, le foto dei tramonti mi stan proprio qui; come quelle sopra, ragazzi: non le sopporto. Ed infatti non le sopporto proprio, ecco. Comunque, o cazzo: dov’è finito l’albero?

 

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‘pena fattattèmpo ad alzare lo sguardo e, scivolando sull’ala sinistra, il grosso bimotore punta dritto vero la casa e poi…

 

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Questa è una agave…

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…e queste sono delle palme. Ora, ditemi voi se si può impestare di questa merda una costa come quella ligure. Ma che cazzo c’entrano – dico io perizialmente – le agavi e le palme in Liguria? Che, siamo ai tropici? Forse che la macchia mediterranea densa d’odori erbacei e fruttigni, ricca d’elementi suoi adattati, aspra ma conforme vi par schifezza? Ma santa di quella porca: non parvi che l’agave sia una pianta di apicale infamia perch’è grossa, spinuta, sgraziata e presto trascolora in un color dispeptico riempiendosi di marcescenze d’horribile visu e molla di sé parti immondezzanti che data la natura scoscesa del territorio rotolano abbasso accumulando tralci sfibrati per dovunque? E ancor non se’ convinti la palma sia albero brutto quant’altri mai, più simile ad un palo colla parrucca che ad un tronco fronzuto dabbene? E pure quella par sia fatta apposta per angustiarvi l’animo colle sue secchezze latrici di pensieri mesti? Eppure, non appena v’è uno slargo, perfino su quelle angustissime spiagge, trac – ci piazzano l’orrendo pungiculo e lo spilungone sciamannato, tanto a ricordarvi che se volete vedere pini marittimi avete da comprar lo yacht e navigare fin a Dubai, miserabili.

Qui qualcuno ci vuol male, è palese.

 

Quando stettimo… statemmo… sì insomma quando fùimo in Umbria per una fuga dalla realtà a bordo di moto potenti e corredati di strumenti sonanti per donare qualche po’ di tormenti ai confinanti, io ed un amico pigliammo residenza in un bel villozzo, e quale fu la nostra sorpresa nel veder sorgere sul prato attiguo nullamén che un campanile; un campanile solo lì, sine ecclesia e nemmanco un battistero a fargli compagnia. Lo lumammo da cima a fondo e ebbimo… ebbemmo… sì: ebbemmo subito coscienza del perché l’avessero lasciato solo. Gli era venuto male risultando il campanile più basso del mondo, se si eccettuano le copie in scala del duomo di Magonza in vendita sulla bancarelle. Anche le campane erano piccine di brutto, e poi non suonavano mai, forse perché il campanaro se l’era mangiato un topolino.

Nella seconda, si evidenzia il potere del sangue e delle tradizioni: siamo vicini alla Toscana, ma non siamo in Toscana, io sono mezzo toscano e non del tutto toscano, il proverbio toscano dice “meglio un morto in casa che un Pisano (Fiorentino, Aretino, Lucchese, Livornese, Senese ecc.) all’uscio e così devo essermi confuso: facevo il morto, addormentato sull’uscio.

 

Due quadri di Turner, credo, ritenuti mai dipinti ed invece trovati qua; sono in vendita al solito prezzo da mentecatti con trattativa privata a libero rialzo.

 

Fine. Anzi: continua.