Ho preso gli ordini


Esagero: solo i sacramenti. D’altra parte pure sul lavoro, ormai, gli ordini si prendono più, eppure io, per quanto ateo, ci spererei tanto; ma niente ordini. E allora parliamo almeno dei sacramenti.

Io ho sempre avuto un rapporto difficile sia con gli ordini che con i sacramenti. Un vecchio album di famiglia, vecchio che pare il Libro di Kells, conserva le foto di me che prendo i sacramenti; inizio addirittura lattante, quando mi portano in una cattedrale per bagnarmi con dell’acqua fetente che chissà da quanto tempo stagnava lì.
Nelle immagini appare un nonno acquisito (era in realtà l’amante della nonna) due zii molto fighi e svogliati (ce credo: fuori di lì c’erano milioni di ragazze) e mia madre cogli occhi storti. Normalmente, non li aveva. Ma io berciavo così forte – mi si disse – che facevo tintinnare tutto il cristallo di Boemia del turibolo ed il prezioso lampadario di Murano al soffitto, così mamma ne pativa ‘nu poco, tanto che le era venuto un venereo strabismo temporaneo. Nel mentre che io avevo le fauci spalancate come un tirannosauro (era l’epoca), talmente che appariva in fondo una luce, il prete mi annegava in un bacile vecchio come lo stagno e per soprammercato mi metteva in bocca (non scherzo, c’è documentazione) del sale. ‘Sta storia del sale non la ricordavo, ma il delitto è registrato e non può negarsi che il trozzolo di prete, una bestia grande come un megatherium (antenato del bradipo) l’abbia fatto, dio non lo perdoni.
Mia madre sostiene che io mi opponessi strenuamente alla cerimonia; per quanto blandito e benedetto, non la volevo, ma a nulla i miei pugnetti serrati ed agitati valsero in quell’occasione e poiché non avevo ancora le zanne, anche le lercie dita salate di quel figuro mascherato si ritrassero pressocché intatte dalla mia chiostra di gengive. Com’è come non è, la cerimonia finì. Mi avevano portato fin lì, facendomi attraversare i binari del tram, solo per immergermi in acqua puzzolente e farmi mangiare sale; io esprimevo tutta la mia contrarietà ululando come i licantropi la notte di gran Luna.
Fuori dal luogo santo, le mie rimostranze residue davano ai reduci sinistra eco di ricordi bellici ed alcuni passanti scendevano rapidi nella metropolitana scrutando preoccupati il cielo.

Dopo quel sacramento col quale fui benignamente accolto nella comunità diddìo, non pensiate che dio si fosse contentato: dio si contenta mai. Leggete la Bibbia, che è un verbale di piena confessione d’avidità.
Ma prima che tornasse passarono anni. E proprio quando io mi sentivo ormai al sicuro, Gabriele (il parroco si chiamava così, che ci posso fare) fece annunciazione: dio me n’aveva preparata un’altra. Da vero politico qual è, lo slogan recitava “è per il tuo bene”.
Per il mio bene ci riunimmo dunque, noi pedestri, in una succursale della cattedrale chiamata “oratorio”, dove in altri momenti feci le più belle risse della mia vita, e il catechista ci catecava delle robe che nemmeno nella corsia degli Irrecuperabili. Dovetti mandare a memoria cose come l’Atto di dolore così tante volte che ancora lo ricordo perfettamente, fa: “Dio Cristo che male, Madonna che botta, sacramento…” eccetera; imparai poi che Lot fece male a fare delle robe quando Geremia si trasformò in Golia e dunque evviva. Insomma, erano cose che avvenivano in modo difficile a seguire, con procedimento ad arabesco, ma cristiano; noi cristiani siamo infatti seguaci di un credo mediorientale e perciò il Medio Oriente ci sta sul culo. Credo quia absurdum, ecco.
Ma insomma, sia come sia, il giorno arrivò. Tutti i pedestri erano vestiti in uniforme: giacchetta blu, pantaloni (corti, era d’obbligo) blu a righe, farfallino (blu) occhi blu (e sennò occhi chiusi) e capelli biondi (e sennò sombrero). La truppa era pronta per la parata. Senonché vi appariva una variante: io non ero blu. Ma manco per il cazzo. La mamma mi aveva vestito in bianco. Ero bianco tutto: camicia, farfallino, giacca, pantaloni (lunghi: tiè) scarpe e i guanti, pure. Sembravo una sposa, anche perché da bambino avevo faccia un po’ femminea e la cosa mi garbava per niente proprio.
Nella foto di gruppo di quel giorno, la truppa catecata appare un coacervo grigio uniforme con una macchia splendente nel mezzo. La macchia sono io; e quelle son cose che rimangono perché uno poi tra la gente ci deve vivere ed è mica facile essere sicuri di aver ucciso proprio tutti i testimoni.
In Chiesa il processo fu che io non sapevo come comportarmi (a cachetismo o come si dice mi ero fatto i cazzi miei) e dunque sbignavo gli altri, seguii la fila, stavo dietro a quello con la faccia più da pirla e mi fidavo di lui.
E vidi che egli mangiava una roba che il megatherium gli dava, poi si metteva le mani in faccia e tornava a posto. Le mani in faccia. Come si cammina, con le mani in faccia? Ho inteso che il pirla stava pregando in pieno ardore mistico e allora (fu l’unica volta) credetti nel miràccolo: “vuoi vedere che…” che dio gli dava la vista attraverso le mani. Tentai. Una volta presa la sfoglia (si scioglieva disgustosamente in bocca, s’impappava, una cosa brutta) mi misi le mani in faccia e tornai in trincea; intruppai subitamente in una panca e cademmo in otto; ci furono pochi feriti gravi e solo un morto; io sputai segretamente la pappetta che secondo me portava sfiga ed uscii dalla cattedrale per un andito della navata destra. Fui latitante solo per poco, perché dall’elicottero mi si vedeva benissimo come una luce sfavillante nel bigiore dei campi; venni riportato a casa, convinto d’essere in peccato mortale; libero insomma. Ma dio, come c’era da aspettarsi, mi perdonò.

Non certo per bontà, ma per la cresima. Questa cresima è un altro sacramento (non finisce mai) che prevede arrivi a darti addirittura un colonnello. Il colonnello dei preti si chiama Vesco, o Vescoso, adesso non ricordo, ma insomma ci vuole lui.
Sul Vesco c’era una diceria terribile: nel sacramentarti, egli ti avrebbe tirato uno schiaffo. Si diceva cominciasse subdolo, il Vesco, ungendoti in testa con dell’olio (beehh!…), una roba che insomma ma vabbè, e poi partiva improvviso di destro e ciaf: ti rigirava la faccia.
E cazzo. La storia mi allarmò massimamente: io uno schiaffo in faccia da un minchia di vescolonnello non l’avrei preso, ecché.
Il giorno che mi trovai in fronte ad egli dunque, addobbato stavolta in modo sportivo alla cavallerizza che mi mancava solo il frustino, ero molto tonico e pronto al combattimento.
Il Vesco era bello grosso, ma io mi ero allenato con mio zio di uno e novanta che faceva pure judo; partì con un gioco di mani rigiranti in aria ed io seguii attentamente tutta la sua gesticolazione, poi intinse i diti nella ciotola e capii che faceva la storia dell’olio; finsi di abbassare la guardia ed egli ci cascò: colsi distintamente la preparazione del colpo: arrivò di destro, come pensavo, arretrai rapido e lo scansai; lui bofonchiò di disappunto e ci riprovò, ma ormai ero pratico del suo stile: m’abbassai fulmineo e lo colpii di rimando con calcio sullo stinco; Vesco accusa il colpo saltella e tuttavia riprende portando un uppercut che il catecato evita con abile gioco di busto e gambe, i due si studiano, poi Vesco avanza con doppietta di jab sinistro seguito da gancio destro al mento, catecato devia i colpi ed approfitta dell’avversario disunito a guardia larga per sferrare terribile diretto al naso con pestata di callo e ginocchiata nelle palle; Vesco crolla sotto l’altare! Uno, due, tre… otto, nove… catecato è vincitore! Il nuovo messia!

Fui portato fuori dalla cattedrale in trionfo; benedissi tutti e andammo a bere una birra. Eravamo diventati grandi.