Psichiatric èlp


psic. help

Anni fa stavo per affamiliarmi con una psicologa (gli psicologi sono pericolosissimi: riescono a convincerti di essere un malato di mente); non appena laureata, lei iniziò una psicoanalisi personale presso un collega qualificato, necessaria per accreditarsi nel ruolo di psicoterapeuta. Ne fu talmente entusiasta da insistere perché anch’io facessi questa esperienza da lei giudicata “di alto valore formativo” non meno che per me un modo tecnico di condividere il suo mondo. Dopo un poco di nicchiatura (esprimere resistenza, in linguaggio terapeutico) cedetti e mi recai da celebre padreterno per farmi disintossicare dalla realtà. Cosa non si fa, per le donne.

L’uomo pretendeva io mi sdraiassi, e senza le scarpe, sul suo divanetto secondo i dettami freudiani, ma io espressi resistenza accettando solo di rimanere seduto dalla parte sbagliata della scrivania; parlammo delle solite cose: ricordi associativi, dinamiche familiari, genitori e fratelli (coi fratelli il discorso veniva facilissimo grazie al mio stato di figlio unico) poi, mentre egli spostava indietro la sedia, vidi scivolare qualcosa giù dal tavolo.
– “guardi che le è caduto un foglio” – avvertii
L’uomo si chinò a raccoglierlo, lo guardò e con un accenno di sorriso disse:
– “una delle cartoline che mi spedisce periodicamente una mia ex paziente ormai fuori terapia…” – quindi mi porse gentilmente il cartoncino, aggiungendo “sono cose che fanno piacere”
Lessi una frase come “ricordandola sempre con tanta gratitudine ed affetto (…)”
– “è firmata” – osservai
Egli interpretò le mie parole:
– “non è di Milano, lei non può conoscerla”
– “ne è sicuro?” – chiesi in tono neutro. Poi gli restituii la cartolina.
Restammo un poco in silenzio, quindi io iniziai a dire:
– “la psicoanalisi: dev’essere un lavoro molto complesso; l’aleatorietà delle conclusioni, mancando dati incontrovertibili di riscontro, sembra rimanere alta e tutto resta valutato con giudizio personale, assiomatico. Lei pensa mai a questa caratteristica?
– “È per questo motivo che il terapeuta si forma lentamente, dopo lunga autoanalisi e sotto la guida di un collega esperto che funge da tutore; si tratta di un percorso complesso, con un accorto lavoro di rimozione degli ostacoli interpretativi dovuti alla propria peculiare costituzione psichica” – rispose il terapeuta. Seguì un altro poco di silenzio tra noi, poi io cominciai in tono vago:
– “…mi dica: secondo lei sarebbe corretto affermare che la psicoterapia ha lo scopo di affrancare l’individuo dalle influenze costrittive che l’ambiente, e cioè le persone i luoghi e le cose con cui egli entra in contatto nella vita di relazione reale od immaginata, hanno su di lui? Un affrancamento, intendo, non certo dalle emozioni, ma dalle emozioni subìte e cioè non governabili?”
L’uomo pensò un attimo e quindi fece un cenno laterale di semiassenso – “si potrebbe dir così” – concesse – “è anche un percorso di coscienza del proprio ruolo, di accettazione e di governo di sé”
– “Perciò si potrebbe dir pure che fintanto rimangano legami di soggezione, stavo per dire ‘sudditanza’, verso figure percepite come maggiori per statuto, un individuo non potrebbe dirsi autogovernato”
L’uomo rifletté – “fintanto che si percepissero figure arbitrariamente autoriali, permarrebbe uno stato di soggezione indebita, segno di una personalità non risolta”
– “Che penserebbe” – continuai – “se le raccontassi che alcuni anni fa restai in panne in autostrada e chiamai il soccorso ACI, il quale venne a rimorchiarmi l’auto in officina dove fu riparata, e qualche giorno dopo potei andare a ritirarla, pagando regolarmente la fattura; abbastanza cara, devo dire. Ma da allora, sa, pensando a me in panne sotto la pioggia, solo nella notte in corsia d’emergenza, le auto sfreccianti e indifferenti a me, e poi quella visione: il carro attrezzi! La salvezza!… ebbene, vede, io da quel giorno penso sempre all’ACI come a qualcosa di caro, e gli mando sempre i panettoni a natale e le colombe a pasqua”.
L’uomo mi aveva ascoltato sollevando un sopracciglio – “questa dell’ACI…” – disse, poi ebbe un momento di stasi e guardò la sua cartolina: – “…lei dice che la signora non dovrebbe aver terminato la terapia…?” – mormorò.

Lo guardai senza espressione per un momento, poi abbassai gli occhi e rimasi assorto; quindi – “l’ora è terminata” – dissi pacatamente.