Le loro battaglie


Una biografia di sé, anche parziale, si scrive come si costruisce un caleidoscopio: angolando specchi in modo tale che i quattro sassetti della propria vita formino figure mirabili all’osservatore.

E allora commento tre autobiografie parziali, di grandi guerrieri; ma come posso accostare il De Bello Gallico del sommo Gaio Giulio Cesare ai resoconti del “Generale” Custer e del “Barone Rosso”? Cosa li tiene insieme?
Più di quanto appaia ad uno sguardo svelto: oltre ad essere tutte e tre opere scritte strumentalmente – ovvero non come rapporti militari o per un dovere di narrazione storica, ma a scopo autoincensatorio e si potrebbe dire: pubblicitario – trattano tutte di guerre razziste.

Quella Cesarea, perché i Romani sono stati, come ho detto altrove, il popolo più razzista della Storia; talmente razzista da trattare gli stranieri in modo perfettamente liberale perché o erano nulla od erano diventati Romani. Quella americana perché il nemico era considerato una vera razza diversa e di nessuna importanza dal punto di vista umano e quella del tedesco perché i tedeschi hanno storicamente una visione razzista del mondo che non inizia affatto col nazismo, ma è radicata in ogni aspetto della loro tradizione, tanto che il “Barone Rosso”, un ragazzo appena più che ventenne, la esprime con candida tranquillità.
Questa è una ragione per la quale non ho abbinato il libro del “Barone Rosso” a quello del suo conterraneo e coevo Remarque che combatté sullo stesso fronte negli stessi anni, ma ne scrisse un romanzo che è forse il miglior libro di guerra di sempre e dove l’autore espresse la peculiarità di quel conflitto come nessun altro ha saputo fare. L’autore, il soldato Remark, fu così scosso dal Fronte da dare al suo nome, dopo allora, una desinenza francese; e si capisce con un brivido che il capitolo dove il suo personaggio accoltella un nemico e poi vistolo inoffensivo si pente e tenta di medicarlo, ma l’uomo gli muore sotto gli occhi ed allora il tedesco sbrocca di testa e programma di diventare francese per espiare, debba essere cosa accaduta.
O il libro del nostro Lussu, scritto trent’anni dopo, con la mano sinistra, “dopo molte insistenze degli amici” (e mi hanno sempre divertito queste civetterie autoriali, figurandomi in questo caso trentennali processioni di amici questuanti sotto la finestra del guerriero a riposo, finché lui, più scoglionato che vinto, si arrende e scrive): una sorta di balletto dove l’autore combattente pare una figura astratta, l’unico che attraversa il periodo integro e sereno nel corpo e nello spirito, mentre il mondo attorno a lui appannato si sbrana lievemente come in un sogno. Un libro che dice poco sulla Prima Guerra Mondiale e, così com’è scritto, potrebbe parlare di una guerra a caso.

Ed inoltre può essere interessante il contrasto fra un testo storico capitale, conosciutissimo, come quello del Romano Imperatore e la pavoncella quanto malcagata opera degli altri due. Pavoncella, malcagata, ma secondo me a torto, perché le opere di Custer e del giovanotto pilota svelano molte cose.

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G. G. Cesare – La guerra gallica – Zanichelli

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“Gallia est omnis divisa in partes tres”; Cesare non si perde in chiacchiere fiorite: era un retore esperto, anzi specializzato in un apposito corso a Rodi con lo stesso maestro di Cicerone; tutti ne riconoscevano la maestrìa oratoria e la chiarezza espositiva. Cesare è poi rampollo della gens Julia, un casato tra i più antichi e nobili di Roma ed anche per questo sa cosa dice, quando deve dirlo, e quando lo dice si può star certi che è perché vuole dirlo. Non si nasce potenti per non essere sicuri di sé.
Perché scrive il suo commentario sulla Guerra Gallica?
Perché son mica tutti d’accordo, sulle sue campagne: costano ed impegnano; si può mica stare tranquilli? E no – dice il Magno – perché…
Ed inizia con una presentazione geopolitica del momento, mica fregnacce; quando si parla, da Grandi, alla Storia, si fan le cose come si deve. E poi Cesare è certo un uomo con grande immagine di sé per eredità di famiglia ed autovalutazione, ma è soprattutto un Romano, ed i Romani vivono a confronto ideale con l’Urbe come se questa fosse una Entità e non un semplice luogo. Cesare si considera dunque “grande” se difende e rende grande Roma nella sua Storia; è a questo che, come ogni Romano, egli guarda. È strumento che lavora per l’Impero e rifulge della aggiunta grandezza a quello, come specchio in cui Roma si rifletterà. Risulta molto faticoso, per noi italiani, capire lo spirito di quelli che abitavano la nostra terra così tanto tempo fa; di sicuro possiamo dire che ci somigliavano meno di quanto possa somigliarci un aborigeno australiano: erano gente a noi completamente aliena, pensavano in altro modo.

L’abilità di Cesare nel perorare la sua causa si vede fin dalle prime righe: la sua presentazione è molto precisa e furba; gira un po’ l’Europa prossima andando a parlar delle Gallie tra i cui popoli egli pare lodare i Belgi, dicendoli “fortissimi”, ma poi aggiunge che è perché sono “lontanissimi dalla cultura e dalla civiltà”, insomma sono forti come lo sono le scimmie. Ed il messaggio subliminare è: se sono forti sono un pericolo, ma più scemo e più lontano, dunque dovremo occuparcene, ma più tardi.
Come un abile giocatore di biliardo, Cesare ha tirato una palla in sponda, ne ha bocciata una di comodo ed il rimbalzo va dove lui voleva: a colpire altro popolo delle Gallie: gli Elvezi (di questi gli interessa dire) che son fortissimi loro pure; ma allora chi sono i più forti? – si sarà chiesto l’ascoltatore. Gli è che gli Elvezi son forti, anzi: sono i più forti di tutti i Galli non perché cavernicoli come i Belgi, ma per il motivo che combattono tanto, combattono sempre, pressati dai Germani a nord, e si sentono in trappola perché sotto, a destra ed a sinistra sono “soffocati dalla conformazione dei luoghi” dunque che possono fare, questi terribili guerrieri? Cercare nuove terre più ospitali, naturalmente. Bruciano i loro villaggi per non essere tentati a tornarvi, si caricano di provviste e partono. E prendono la via più comoda, quella che passa – guarda caso – nella “nostra provincia”, a Ginevra oéh. Possiam mica far finta di niente, no? Sta passandoci in casa il Diavolo in persona!
Cesare racconta che a quella notizia egli si era precipitato a Ginevra “in tutta fretta”, balzando – c’immaginiamo – sulle cime degli Appennini come un camoscio, ed arrivato, li blocca là: non passa lo straniero.
E insomma, per di lì non passeranno, ma – guarda caso – questi dèmoni, per dovunque vogliano passare sempre calpesteranno roba nostra, e comunque ci saranno confinanti; chi li vuole avere vicino, degli assetati di sangue così? Inoltre han già cominciato ad arrivare a Roma richieste di aiuto dagli Edui, che sono alleati, e noi che facciamo: nicchiamo? Non sarebbe da Romani. E poi: se gli Elvezi se ne vanno tutti via, chi li tiene, i Germani? Quelli scendono, brutti come sono, fino al limes temporaneum, se non lo expandemus, ragazzi.
Cesare la spuntò e vinse, e tutta la Gallia – Tutta? Tutta – divenne, con buona pace di Asterix, romana.

Mi fermo qui. Il libro non è lungo: mercè il testo latino a fronte ha solo duecento pagine ed io ne ho commentate una ventina, ma l’importante era mostrare quanto fosse volpe il Nostro Giulione (sull’attenti, prego) quando difendeva l’opera sua, e quanto avesse pure ragione, perché se il Senato moderato l’avesse avuta vinta chi ci dice che non sarebbe andata come il Giulione, strumentalizzando, insinuava?
Pensate: ora potremmo essere (brr!…) Germani oppure (bbrrrr!!…) Elvezi, oéh! Roba da far contento (scusate la parola) salvìni, il quale potrebbe addirittura essere biondo invece che avere la faccia da immigrato che tiene! Salvini biondo: meglio di no, nessun pensiero triste potrebbe tenere a freno un pericoloso accesso di crisi respiratoria ilare.

Ed invece, per fortuna, siamo i più misti tra gli Europei, insomma abbiamo parenti un po’ dappertutto; è questo il miglior modo, e forse l’unico che ci rimane per essere ancora, almeno un poco, Romani.

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G. A. Custer – La mia vita nelle Grandi Pianure – Oscar Storia Mondadori

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Allora: George Armstrong Custer non era Generale. Ostrega: tu ci vuoi distruggere i miti. Ma non è colpa mia se, tanto per cominciare, quel sacramento è uscito da West Point solo grazie ai trucchi di favore di qualcuno che gli ha dimezzato i 129 punti di demerito accumulati, perché con 100 si veniva portati fuori dall’accademia a cavallo di un trave, ricoperti di pece e piume (esagero, ma non troppo). Il suo ultimo grado accertato è di Tenente Colonnello, ed è stato chiamato impropriamente “Generale” da quando ha assunto quella carica pro tempore, sostituendo in comando un Generale vero.
Era un irrequieto fin da ragazzo e proclamava la sua indifferenza per gli studi e per il denaro, e la sua passione per la “grandezza” cioè il riuscire a “legare il mio nome a gesta e uomini tali da essere un esempio nel presente e per le generazioni a venire”.

La mia vita nelle grandi pianure” gli è stato commissionato come racconto a puntate per la rivista Galaxy e Custer ci si mette di buzzo buono; lui è già molto noto al pubblico civile americano, ha trovato una bella moglie e sta facendo carriera in società più che nelle armi dove anzi subisce anche un processo di Corte Marziale per la sua indisciplina ed il suo avventurismo. Non è improbabile che progettasse, al termine della sua gloriosa campagna, di far fruttare in modo borghese la fama acquisita.
Una delle cose che più sorprendono del libro, è lo stile abbastanza elegante di scrittura; l’ignorantone Custer non è poi così male nel presentare le sue avventure; oltre alla fluidità ed appropriatezza formale del resoconto, il tono è sufficientemente pacato ed intriso di un lieve umorismo di fondo: il “Generale” sorride col lettore senza gigioneggiare troppo, bisogna ammettere che lo fa con un certo garbo; come quando scherza un poco con la propria immagine di capo bianco a concilio in una tenda indiana dove viene invitato ad un giro di pipa, proprio lui – racconta – che detesta fumare. Il “Generale” deve fare buon viso e fuma imboccato dallo stregone, sperando che il rito finisca presto perché boccata dopo boccata lui sente di non farcela proprio più. Oppure nell’episodio di un attacco indiano di presta mattina, quando il Nostro usce di branda a precipizio e si compiace di comunicare l’originalità del suo corredo da battaglia che lo mette subitamente “al centro dell’attenzione”: vestaglia cremisi in flanella, scalzo, capelli che definisce scherzosamente “au naturel”, un fucile. Il tremendo Custer appare simpatico, nel suo gusto per l’ironia.
E poi stupisce che egli non paia aver degli indiani la concezione propria del suo superiore Sheridan, autore della famosa “l’unico indiano buono è un indiano morto”; si presenta equilibrato per rendersi simpatico ai lettori? Perché anche ai suoi tempi, come durante la guerra del Vietnam, esiste un movimento avverso alla guerra basato sul rispetto dei diritti dei nativi, e dunque il General ammazzasette cerca di mitigare il proprio ruolo di assassino su mandamento del Governo? Chi lo sa. Sta di fatto che Custer parla spesso con ammirazione, del nemico; ne riconosce il grande coraggio ed il valore in battaglia, loda sperticatamente l’abilità equestre dei guerrieri, si dice sempre pronto alla pacificazione nelle controversie e chiama addirittura un vicecapo indiano degli Arapaho “il mio vecchio amico e compagno Orso Giallo”; e bisogna considerare che gli Arapaho sono stati degli acerrimi nemici dei soldati e dei coloni, e parte di quella tribù fu artefice del massacro di Little Big Horn dove Custer fu ucciso.
Quindi se Custer scrive mentendo da furbo, sa fare il furbo molto bene.
Una altra cosa che appare nettissima nel libro, ed è sorprendente, è la descrizione di una guerra fatta praticamente a piedi (anche i cavalli hanno i piedi) e su grandissime distanze; tutti i tempi sono dilatati non dallo stile dell’autore, che è al contrario incalzante, ma dai lentissimi spostamenti di questi cavalieri in quello sconfinato tavoliere. Tutto si svolge in esposizione del corpo ad ogni intemperia e pericolo, le miglia si coprono avendo cura di far riposare i mezzi di trasporto, perché sono esseri viventi; in soccorso di una compagnia in difficoltà, dal forte si parte al trotto, perché se lo si facesse al galoppo, una volta arrivati là i cavalli si sbracherebbero in terra colla lingua fuori.
È molto interessante questa descrizione di soldati a puro cavallo e basta, fatta da uno che nemmeno poteva immaginare altro sistema di spostamento e dunque descrive la vita di questi uomini nemici come un rincorrersi a tappe inevitabili, forzose, logiche.

Altra curiosità: ma è vero che gli indiani girassero in cerchio attorno ai soldati trincerati e sparassero riparandosi acrobaticamente dietro i cavalli in corsa? – Ebbene, certo che è vero: il Generabile descrive l’assedio indiano proprio così.

Il libro è inoltre importante per alcuni elementi:
1) Mostra come gli indiani venissero considerati dai bianchi dell’epoca; se leggiamo il mitico libro dello storico Dee Brown “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” (Mondadori) che narra l’epopea dal punto di vista dei nativi, gli indiani appaiono dignitosi, leali, saggi, coraggiosi e sempre traditi dai bianchi. Custer ci racconta diversi episodi nei quali egli ne sperimenta l’infingardaggine: l’attacco di cui parlavo sopra, ad esempio, è portato da indiani “amici”, i quali alla scoperta del fallimento dell’effetto-sorpresa parlamentano tranquillamente col Nostro come fosse successo nulla e chiedendo in dono caffè, zucchero e perfino cartucce per i fucili. Custer dice invece “rincresce affermare che la personalità dell’indiano” come emerge dai romanzi “è tutt’altro che vera […] difficilmente potrebbe mantenere l’appellativo di nobile che gli si vuole attribuire”; l’indiano è “un selvaggio” feroce e crudele “forse non peggiore” – continua però – “di quanto sarebbe il suo fratello bianco, fosse egli nato in circostanze e condizioni simili”, e “chiunque sia stato almeno temporaneamente in contatto con le tribù selvagge non potrà mettere in dubbio la veridicità di queste affermazioni”. Custer insomma non dà sugli indiani mai giudizi sprezzanti, ed il suo modo di raccontarli contiene un certo rispetto; somiglia a quello di Giovanni Falcone quando parlava della Mafia: – è un mondo con delle regole sue, da conoscere per potervi trattare e col quale il dialogo si fa in una altra lingua. Brown-Custer: chi ha ragione? La ragione sta in mezzo ai due scotennati? (scotennavano indiani e bianchi, alla pari).
2) Mostra quanto del cinema western americano venga da queste memorie; il libro scorre proprio come quei film, ed essendogli precedente, sono i film ad aver copiato. Ma allora andava proprio così? Se Custer è sincero, sì; se mente (come è possibile) chi lo sa.
3) Ma qualcosa appare vero come l’acqua limpida, vero come un luogo comune: lo spirito, lo spirito americano. Ecco che il Nostro Tenente Colonnello si mette a descrivere la guida Wild Bill (William Butler “Wild Bill” Hickock – uno dei miti western, nella realtà tuttofare a pagamento dell’esercito e giocatore d’azzardo, finirà a recitare se stesso, con Toro Seduto, nello spettacolo circense itinerante di William Cody “Buffalo Bill”, il Wild West Show, che arriverà anche in Italia per due volte) come avrebbe potuto fare Sergio Leone, oppure io a dieci anni. In quel capitolo Custer dice che “non si passa dalle parole alle mani, ma dalle parole alla rivoltella, e il più veloce è il migliore” – cazzo: è proprio un film. Parlando di Wild Bill racconta che il pistolero, dopo aver ammazzato l’ennesimo duellante, gli pagò le spese di sepoltura; “difficile immaginare una maggior premura!” – conclude il Nostro, ammirato e ghignante. Americani, lo spirito di noi da bambini, quando il valore si misurava dicendo: “lui è/non è forte” e s’intendeva di forza fisica.

So long, Generabile.

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M. Von Richtofen – Io sono il Barone Rosso – Longanesi pocket

Un filmato del ’17 sul nostro Manfred; purtroppo gli storici non hanno ancora reperito filmati originali degli altri due autori, così tocca accontentarsi.

La prima notizia ex abrupto è che Manfred Von Richtofen non era Barone. E basta insomma! Non era il “Barone Rosso”?
Oh iès, così era detto, ma perché il suo titolo di Freiherr, ovvero “Libero Signore” era considerato equivalente a quello di Barone nella araldica storica; il Barone è un vassallo di Signori più importanti e rappresenta un titolo basso nella aristocrazia (a scendere: Principe – Duca – Marchese – Conte – Visconte – Barone) e poteva essere concesso, oltre che dal Re, anche dai Principi (come accade nel romanzo Il Gattopardo, dove i Principi di Salina nominano Barone, per meriti lavorativi, l’amministratore borghese dei loro beni). Il Freiherr, al contrario del Barone, doveva a nessuno la concessione dei propri beni e ne aveva la piena proprietà, la proprietà, cosiddetta, allodiale; era un possidente insomma, che in virtù di tutto quel che possedeva entrava a far parte, in modo traverso, della aristocrazia. Da cui si evince che l’aristocrazia di ovunque ragiona sempre come i Salina: pure la nipote di Peppemmèrda può benissimo sposare il Principe di Falconeri, se ben dotata.

Ed allora, il nostro Libero Signore Rosso inizia il suo resoconto.
E per il vero, già dal tono d’esordio, che poi verrà mantenuto per la maggior parte del libro, verrebbe voglia di poter prendere a schiaffi questo insolente e fatuo figlio di papà che si permette di parlare d’un immane e sconsiderato macello come d’una roba divertente, creata proprio per allietargli le giornate mercè voli di caccia all’uomo, in modo tale – come dice – che “dopo ogni abbattimento, la mia passione per la caccia è soddisfatta per una ventina di minuti”; e parlando di caccia, questo ragazzo non allude alla caccia dell’aviazione militare bensì a quella in generale: l’abbattimento di volatili, che è la sua passione.
Gli episodi narrati dal fanciullo Rosso hanno lo stile d’un resoconto di campo scout fatto da un ragazzino ai genitori dopo il ritorno a casa: abbiamo fatto cose ganzissime, mi sono divertito un sacco, ah e poi devi vedere che roba quando – ah ah – il Brambilla è cascato nel fiume e tutti a ridere. L’improbabile scrittore cerca anche – e vanamente – di essere spiritoso, riuscendo solo provocare un maggior triste disagio nel lettore che, scorrendo il testo, penserà subito a quale razza (dobbiam dire) di ragazzetti possano assurgere a mito durante i momenti distruttivi della Storia.
Manfredo combatte contro i francesi e gli inglesi, sul fronte occidentale (lo stesso di Remarque che però era nel fango della fanteria) e subito si evidenzia la diversa immagine che il ragazzo ha degli avversari: mentre ai francesi “piace tendere imboscate e attaccare a tradimento” ed il loro “sangue gallico” in battaglia è “qualcosa di paragonabile ad una limonata effervescente” perché il loro “istante di enorme coraggio scompare altrettanto rapidamente”, negli inglesi “si scorgono tracce del sangue germanico” e, benché “si perdano troppo negli aspetti sportivi di questa disciplina [il volo – ndt]”, sono “ragazzi in gamba”, “non mi è mai capitato di incontrare un inglese che avesse rifiutato di battersi”, non come i francesi che “se la squagliano”. Tutto grazie alla carenza di tracce di sangue germanico, ovviamente, dice il povero piccolo Manfred, che evidentemente non ha chiara idea dell’importanza delle tradizioni culturali nonché delle origini di inglesi e francesi. E forse manco dei tedeschi.
Quando il ragazzo viene abbattuto la prima volta, il suo disappunto è per i danni al motore dell’aereo che “peccato, andava ancora benissimo” (l’ho detto anch’io con lo stesso tono, a quattordici anni, dopo una caduta dal motorino mentre davo spettacolo alle ragazzine con le mie impennate). Quando abbatte qualche nemico, uccidendolo, il suo resoconto mantiene quello stile da tema in classe elementare – Racconta il tuo gioco preferito.
Non la tirerò lunga citando il testo perché è quasi tutto così. Quasi, perché alla fine pure il piccolo Manfred dài e dài, pare accorgersi che in guerra si può star maluccio. Nelle ultime righe appare sconfortato, dice che “tutto è molto più serio, accanito” – mentre prima doveva apparirgli allegro, spensierato; mamma e papà gli sembrano lontani, uffa non si diverte più. E muore, abbattuto non si sa ben da chi, ma atterrando regolarmente, da cadavere. Perché almeno era proprio un bravo pilota.

Ciò che a mio avviso svela bene, il libricino di Manfred, è che in guerra vanno proprio tutti e che la guerra può essere il mezzo per cambiare il Mondo, perfino in meglio (come ha fatto Roma) o solo rompere delle cose; ed allora chiunque può essere un valido guerriero se tutto ciò che deve fare è rompere il più possibile, se cioè non ha compiti di strategia, di alta organizzazione. Svela parte della mentalità di un giovane tedesco del tempo (speriamo) ed il suo collegamento con la tradizione culturale di quella terra (purtroppo) fin dalla costruzione dei miti (Fritz Martini – Storia della letteratura tedesca – il Saggiatore) fa comprendere la limitatezza emotiva, la difficoltà o forse addirittura l’impossibilità di equilibrare sentimenti e razionalità (cioè di provare empatia) che i tedeschi hanno sempre dimostrato avere. In modo tanto tragico, nel Secondo Conflitto Mondiale. L’unica rassicurazione è nel pensare che il piccolo Manfred fosse solo un ragazzetto che faceva lo sbruffone, mentisse per farsi bello poiché era diventato famoso di botto, che avesse la sindrome da rockstar come un cantante qualunque in posa davanti alle telecamere. In effetti, il ragazzo divenne notissimo in quel breve tempo e fu il cocco della società dell’epoca; forse perciò Manfredo stava solo recitando una parte dovuta.
Ma questo, lo si sente, è un pensiero di ripiego. Il ragazzo, a mio avviso, non recitava, era proprio così, era davvero così: non capiva, non sapeva pensare, e forse nessuno avrebbe mai potuto insegnargli nulla più di quel quasi nulla che conosceva del Mondo. Egli sapeva solo volare e sparare ai volatili.

Dunque, per lui, una prece sulle medaglie. È tutto quello che ha lasciato.