Guudmòrnin’ Vietnam!…


Annacci fa, m’accorsi di capire un cacchio di internet; a cosa poteva servirmi(ci), sul lavoro? Perché ogni tanto m’arrivavano delle iméil stranissime dove un tizio sconosciuto m’inviava foto sue e della sua nonna come fossimo parenti (sappiate che fèisbuc n’esisteva pas)? Che significava “motore di ricerca”, ‘cazzo volevano che ricercassi? E come mai apparivano in ischermo incredibili allarmi di far attento alla connessione? Ma non è mica sempre attiva, la connessione? E allora come faccio a starci attento quando mai dovessi? Ma porca troia?

Ed allora dissi alla mia collega, ch’era giovane e bellina da non credere: “andiamo a fare un corso sull’internet, io e te, cictucìc, poi dopo ci facciamo un aperitivo ed a seguir si vede, no?”
Lei convenì sul corso, che le pareva necessario e nicchiò sul resto, che avvertiva superfluo. Le donne son così incongruenti.
Proposi dunque una roba organizzata dai nostri fornitori di compùter che c’avevano appena derubato di parecchie sostanze vendendoci una caterva di roba a prezzo che, ora che son uomo d’esperienza, mi par folle e pure un po’ rincoglionito, ma allora ch’ero un bimbo pagai senza un fiato, tutto contento. La collega disse bah, proviamo.
Andéddimo, e pur nella ignoranza (mia soprattutto) avvertimmo una qualche delusione perché intanto eravamo gli unici allievi in sala, e poi perché ciò che ci diceva il guaglioncello insegnante era migno e scoordinato, in nulla attinente alla nostra richiesta di strumenti adeguati a dominare il Mondo.
Una sola cosa era interessante, in quella occasione: il fatto che l’insegnantello fosse un minorenne (o giù di lì) asiatico, e nello specifico: vietnamita. Lo seppi da egli quando glielo chiesi, in parte per avere ancora un po’ di tempo per star colla collega tirandola lunga al corso, in parte per veridica curiosità; alla mia domanda indiscreta “di dove sei?” – egli rispose “Brusaporto” ch’è un paese presso, al che io dissi: “ssì vabbè, lo sento che sei autoctono, ma vedo pure che l’origine è di là dal mare, e parlo degli oceani; perciò, ragazzo, insomma: si può sapere di dove cazzo sei o devo strapparti le unghie dei piedi per averne soddisfatta contezza?” – “Vietnam” – rispose – “naqquiccuà dopo che papà e mamma fuggirono dai còng, essendo essi del sud” – aggiunse.

Viennàm!

So che a voi pistolini ‘sto nome non dà vaibréscions, ma a noi pistoloni sì, perché ricorda che a scuola si parlava della fuga americana dai tetti di Saigon, coi perditori incalzati dai Vietcong, ed il telegiornale trasmise il film di quella scappata invereconda, colla gente che s’aggrappava ai pattini degli elicotteri e veniva malmenata dagli imbarcati per mollare la presa. Tutto l’Occidente, infine impersonato dall’America, sputava l’osso e portava via precipitosamente il culo;

l’Ammèrica del Patto Atlantico, dopo tutto quel napalm, dopo tutti quei B-52 sgancianti bombe (14 milioni di tonnellate, secondo stime storiche, cioè tre volte quelle sganciate su tutti i fronti nella seconda guerra mondiale) in sulle selve a bruciar vivi degli omini pezzenti e incaponiti, stoici, crudeli, sacrificali e morituri, tutta la Grande Potenza se ne fuggiva a gambe rotanti tenendosi su le brache scacazzate; nemmeno partiva con l’onore delle armi, ma anzi col disonore del lasciar lì i suoi alleati locali nelle mani del nemico; se la cavarono solo alcuni alti funzionari, come quel Generale Nguyen Ngoc Loan, l’esecutore qui

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che poi aprì un ristorante negli Stati Uniti; portandosi dietro lui e pochi altri fortunati fiancheggiatori, l’America se la diede tanto in fretta da perder le scarpe. Roba da restarci a bocca aperta per me che, piccirillo, costruivo i modellini dell’F4B Phantom invincibile cacciabombardiere degli invincibili marines.
Viennàm!

E allora parliamone, del Viennàm, che ci fa bène:

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È bellino scoprire che la storia del Viennàm somiglia parecchio a quella italiana: anche il paesello del “sud-est asiatico” come si diceva nei tiggì, era piccolo, valoroso e crocevia di interessi multinazionali. Ed ebbe storicamente una sua grandezza ed un peso, in quella regione. E quando tutti lo vollero conquerire esso si difese, e valorosamente, con un suo proprio Risorgimento, peraltro ripetuto in diversi round, come il nostro.
Questa lontana semipeninsula era ben oberata da una nazioncina come la Cina, no dico, chegl’era sopra in tutti i sensi, dal nord al grosso. Eppure, nel decimo secolo la nazioncina si svincolò dalla vicinona e per mille anni fu, no ridico, indipendente. Ed a metà dell’ottocento era così gagliarda da protettorare sotto di sé Laos e Cambogia. Niente male, vero? – per dei “charlie” musi gialli.
Ma non appena l’imperialismo occidentale si allargò, per la semipeninsula finì la pacchia; ed allora il nemico storico del Vietnam non divenne affatto l’America, ma fu, per cento lunghi anni, la Francia.
La Francia rappresentò per l’Impero dell’Annam, come si chiamò fino al 1945 il Vietnam, quello che i Goti furono per Roma. I Francesi belli arrivarono nel 1859, e con le solite buone maniere si fotterono le province meridionali, con la Saigon del futuro riscatto compresa, poi tutto il resto. Iniziò così un regime semischiavista, tipo, per dire, quello che i nostri vicini di casa instaurarono poi in Algeria; finì uguale, per loro, ma solo nel 1954, con i calci sui denti presi nella battaglia di Dien Bien Phu.
Ma per tutto un secolo il problema dei vietnamiti fu come fare a liberarsi di quegli stronzi schiavisti. L’occasione arrivò nel 1940, quando la Francia, attaccata dai nazisti, capitolò in pochi giorni ed in Vietnam fecero la loro comparsa i giapponesi.
A questi il luogo interessava solo come testa di ponte per la guerra e non si misero certo ad amministrare alcunché; per un poco, dunque, l’amministrazione restò formalmente francese senonché il Giappone, nel momento in cui avvertì la mala parata, eliminò nello spazio di una notte ogni traccia di Francia in Indocina lasciando il Paese privo di padroni stranieri.
Una botta di culo così era da sfruttare ed il Vietnam ci provò subito con Ho Chi Minh, che potremmo paragonare al nostro Mazzini.
Il loro Mazzini fondò allora i Vietminh, un gruppo filocomunista ed indipendentista che prese gradatamente sempre più potere in loco fino a proclamare l’insurrezione nazionale ed a costringere l’imperatore Bao Dai ad abdicare; il Vietnam diventava Repubblica Democratica del Vietnam. Era fatta, perdìo, era fatta.
Era fatta?
Manco per il cazzo, perché la Francia voleva tornare lì. Era una ossessione che pareva eterna, ed allora il Governo Vietminh, comunista, tese la mano agli americani, probabilmente pensando che se bisogna scegliersi degli alleati grossi è meglio che siano più lontani di – per esempio – la Cina. “Ma dico io, benedetta gente: proprio gli alleati della Francia contro i nazisti dovevate scegliere?” – ho detto a Ho Chi Minh; e lui mi ha risposto: – “sei bravo te, dalla sedia, nel 2017, col libro di Storia sulle ginocchia; l’America era anticolonialista e controllava l’Europa; che ming (‘minchia’ in vietnamita – ndr) avrei dovuto fare, io: dire alla Cina o alla Russia ‘ma prego, accomodarsi’? Così la Francia tornava subito davvero, messa lì proprio dall’America!” – “già, e invece…” – ho ripreso io; ma andiamo avanti.
…E invece gli americani, dopo promesse di questo e quello, assieme ad inglesi e cinesi (pure loro!) garantirono la Francia sul suo diritto di sovranità in Indocina! Porca puttanazza occidentale! Che trombata!

  • “Te l’avevo detto, Zio Ho, che degli occidentali c’è mica da fidarsi; ricordi il Patto Molotov-Ribbentrop? E l’alleanza…” – ma lo Zio Ho m’interruppe:
  • “avevi ragione, avevi ragione. Siete dei bei volti d’un elaborato insieme di catabolismi, però (traduzione dal linguaggio figurato orientale: delle belle facce di merda)”.

La Francia tornava in grande stile sbarcando a sud e ristabilendo il controllo su quasi tutta la regione. Si ri-era da capo, come quando hai sognato di svegliarti ed invece stai ancora nell’incubo. Correva l’anno 1946.
Quel “quasi” però è importante, perché la Cina, quale alleato a nord contro il Giappone, si era presa qualche libertà ad Hanoi e cercava di alimentare un certo nazionalismo filo-cinese che serpeggiava in Indocina. I francesi belli dovevano fare i conti con questo.
I cinesi imposero alla Francia un accordo col Governo vietnamita, prima di concederle l’espansione a nord; al Vietnam invece comandarono le dimissioni dello Zio Ho, troppo indipendentista. Una bella finzione di bilanciamento in cui il gioco della Cina era quello di arbitro giocante; essa insomma aumentava così il controllo sulla Regione, in vista di un possibile dominio.

Vedete che casino di merda stava, in quell’angolo di mondo, e in che tempèrie dovevano avvoltolarsi i nostri vietnamiti, considerando che la guerra americana era ancora nemmeno nei sogni del giovane ufficiale di marina San John Kennedy.

La mossa dello Zio Ho fu spiazzante: “benissimo: ma allora che c’entra la Cina, accordiamoci direttamente con la Francia”. Diavolo di un uomo.
L’accordo fu che il Vietnam venisse riconosciuto Stato libero ma contemporaneamente facente parte dell’Unione Francese, inoltre era richiesto un referendum perché le tre popolazioni della zona – Viet, Khmer e Lao – si esprimessero a favore del riconoscimento di unico Paese.
In cambio, il Governo Vietnamita accettava i soldati francesi sul proprio territorio e s’impegnava a concordare con la Francia ogni azione di difesa territoriale.
Non era molto, ma era meglio di prima.
Apparentemente.
Perché subito i francesi tentarono una disgregazione del territorio concedendo lo statuto di Repubblica Autonoma ad una regione del Paese, la Cocincina.
‘Sti figl’andròcchia ci riprovavano.
Ed il problema si acuì quando i maggiorenti indocinesi, mal sopportando la visione comunista del Governo di Ho, spinsero per una ricollocazione della Francia al vertice della piramide. Questo permise l’allargarsi delle pretese francesi che presero la forma di vere provocazioni.
Ed allora, agli indipendentisti guidati da Ho, non restava che la guerra.

Così, a pochi mesi dal loro reinsediamento, i francesi ripresero a bombardare il Vietnam. ONU e Stati Uniti non risposero agli appelli del Governo attaccato. Toccava far da sé.
Cominciava epoca di botte da orbi, per cui, proseguendo nel principio del divide et impera i nostri parenti ebbero una buona idea per la riduzione del rischio: cercare di aprire un fronte interno; recuperarono così l’imperator Bao Dai, estromesso due anni prima. Ma Bao Dai era furbo, e per conquistare il favore del suo popolo mercanteggiò coi francesi, mostrandosi tosto nelle richieste. Fu chiaro che il Bao lavorava per sé, non per loro.
Allora i francesi cercarono l’aiuto americano con la scusa di combattere il comunismo indocinese seguendo il programma di contenimento che gli Stati Uniti attuavano verso la Cina, ch’era a due passi. Facevano brillare verso gli alleati lo specchio di un baluardo anticomunista nel sud di una regione invasa dalle idee rivoluzionarie. Buona mossa. Toccava al Vietnam indipendentista muovere, ora.
Ed i Vietminh di Ho fecero la loro: contro l’Occidente ormai unito chiesero l’aiuto della pericolosa Cina, che si tirò dietro la ancor più imponente URSS nel riconoscimento del Governo di Ho come dell’unico legale in quella terra. Gli alleati USAegetta ed Inghilterra replicarono riconoscendo i Governi d’Indocina sotto il patrocinio francese. Adesso, dopo tanto giramento di eliche, era il momento di passare all’azione.
Picchia di qua, picchia di là, la Francia si trovò scomoda a combattere per quelle selve impervie, così lontane da casa; gli americani pagarono due terzi delle spese di guerra ma non combatterono e l’esercito del loro imperatore di comodo era un po’ svogliato; l’America cominciò ad averne abbastanza di fare interessi soprattutto esteri con un esecutore demandato che, a fronte di costi rilevanti, si dimostrava poco efficiente; s’era nel ’53.
Ho Chi Minh offrì un negoziato, la Francia rifiutò, e allora mostrò d’essersela proprio cercata.
Nel ’54, a Dien Bien Phu, per opera del Garibaldi locale, il Generale Vo Nguyen detto “Giap” cioè “corazza”, i francesi persero la guerra. Seguì una di quelle contrattazioni da Suk chiamate pomposamente “conferenze internazionali”. A Ginevra, così c’era pure il cucù a scandire gli interventi.
Cina e Russia imposero la presenza del Governo Minh, ma – temendo la reazione americana – ne moderarono le richieste.
Ne uscì che i Vietminh dovevano sgomberare Laos e Cambogia e raggrupparsi a nord del XVII° parallelo (vedi cartina) mentre a sud si sarebbe mantenuta l’Union Française. La Francia tentò di eccepire, gli USA la guardarono storto ed allora essa comprese ch’era proprio finita, per lei. Nell’Union del sud la Francia c’entrava ormai come il camembert nel cafè au lait: ora, lì, comandavano gli americani.

  • Bene: s’era avuto un progresso, no, Zio Ho?
  • E come no: di un par di palle. Perché, vedi, come dicevi tu, degli occidentali non c’è da fidarsi e dunque gli accordi di Ginevra furono presto carta da cesso; cioè roba inutile, perché noi qui i cessi non li avevamo.
  • Perché saltarono gli accordi?
  • Ma perché il Bao Dai aveva nominato Primo Ministro un tal Diem, “un fascista di merda” diresti tu, filoUSA, con il quale non si poteva trattare, e trattare con il nord faceva parte degli accordi in vista delle elezioni nel ‘56 sulla proclamazione dello Stato unitario, capisci che fregatura? Aridànghete, porcaccia schifa; vatt’a fida’…

Dunque, questo Diem fece tutto lui, con l’appoggio degli americani: destituì Bao Dai (che ormai c’era abituato) e nel ’55 proclamò il Vietnam del sud Stato a sé stante, fottendosene delle previste elezioni unificanti. Gli USA: tutti contenti.
Ed il nord? Il nord era in ambasce perché faceva molta fatica con le sue riforme socialiste e,d era schiacciato dall’influenza cinese che né la Russia né tantomeno India ed Indonesia avevano interesse a contrastare, sicché Hanoi creò – come facemmo noi di qui un decennio prima – l’FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale, ed iniziò il partigianesimo guerrigliero nel sud.
Con successo, bisogna dire, tanto che gli americani iniziarono a preoccuparsi: se Hanoi vinceva anche questa, c’era il rischio che il Vietnam sfuggisse per davvero all’uomo bianco e, porca vacca, chi si credevano di essere, ‘sti charlie, Toro Seduto, che comunque ce l’eravamo inculato secco pure lui? – dissero in sostanza i rappresentanti del mondo libero.
E, per idea dell’ex giovane ufficiale di marina San John Holmes – pardon: Kennedy, ma è più o meno lo stesso, iniziò la guerra americana.

Grazie alla quale, molti anni dopo, pagai profumatamente un corso di internet inutile. Guarda a che razza di conclusioni porta, alle volte, la Storia internazionale.