Guarda chi si vede se si guarda


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Viene improvviso e inatteso su una strada anonima, il castello di Malpaga; sta nel mutevole circondario di Bergamo e non è mica l’unico, così merlato: tra i paesi attorno, in pochi chilometri di raggio, castelli ne trovate molti; ce n’è ad Urgnano, a Trescore, a Spirano, a Lurano, a Grumello del Monte, a Costa di Mezzate, a Gorle: son tanti, vicini che quasi si toccano, e sempre ignorati come tutte le cose tante.
Però il castello di Malpaga ha un fascino suo, perché appare fiabesco imponente e truce all’improvviso tra campi noiosi di quotidianità; nulla prepara a quella vista sfolgorante. Voi viaggiate venendo dal di qua o dal di là e sempre lui vi previene, sorprendendo, perché emerge da un giro di pareti che sembran case vecchie, ed invece son la corte. Il castello di Malpaga sta ad un tiro d’archibugio da capannoni un tempo laboriosi ed ora ben più diroccati di lui, che è uno splendido seicentenne.
Quando lo vidi la prima volta, io che entravo nella bergamasca provenendo dalla provincia milanese dove tutto è simile per sempre e per ogni dove, mi sembrò incredibile che una cosa così sorgesse lì e non avesse manco uno straccio di cartello d’avviso a dirci: “sveglia, occhio! C’è un castello della madonna tra mezzo chilometro, ‘cazzo corri, rallenta, deficiente, guarda!” – così ci arrivai di colpo e dissi “oh!” e accostai, che per fortuna lì c’è spazio e mai nessuno attorno.

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Fu una quindicina d’anni or sono, il dì che io scesi dal carro trainato da venti cavalli fiscali e mi posi a guardia del castello – volevo dire: a guardare il castello – col chiedermi s’era vero, e che faceva là, poi v’entrai, da un entrone d’entrata che non era magno

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e scavava d’un pertugio di portone la corte cascinale che il castello circondava. Entrai, e mi trovai la corte alle spalle, il maniero innanzi con tanto di ponte levatoio sul fossato come nelle fiabe disneiane, e la merlatura ghibellina di sovrasto costruita dai posteri del Colleoni in ispregio a lui, ch’era un guelfo fetente quant’altri mai.

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E in quella corte – udite udite – in quella corte v’era gente. Ma non figuranti, veh: abitanti, vero contado, ancora lì; ed io sempre più trasecolante m’aggiravo, braccia lunghe e bocca aperta, a riguardarli. La cascinalanza che circondava il feudatario ospitava ancora tutti i contadini, cosa che mi facea pensar: “ entro le mura stanno ancora i contadini; porca paletta: ma ci sarà mica qua pure lui, lui dico luiLui?!” – ma dovetti iscovrire tosto che lui non ci fu. Era morto; e allor me ne dispiacque.
Mi ripromisi – ‘ché dovevo andare – di ritornarvi presto e approfondire quella visione col mio spirito indàgo che scorre e scava e mastica e rivolge, poi emette di quella forma una, una trasformazione. Promisi e me ne ii “che bell’incontro” – pensando.

D’allora, ogni tanto lì rivengo; quando mi voglio astrarre dalla guerra mia di lanzi ‘sì forcuti che il Colleoni bello con paterno buffo, sorridendo, lieve colpirei. E un meriggio che il ponte era abbassato, vi transitai.

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Ci ritrovammo, io ed i fantasmi di quel mondo demorto, in uno spazio angusto forato alle pareti da fenditure come la bocca dell’urlante di Munch; seppi allora che in quell’ingresso d’antiporta sostavano i visitanti che il guerriero ribaldo esaminava decidendo se dare ai balestrieri in retro a quelle bocche l’ordine di lancio, oppure no. Con me fu grato, e procedetti.
Aria di rocca, di spalto militare, di fortezza; poca aristocrazia di panneggi e molto robustame, nel transire; ben vidi però anco fiorami d’affresco, stucchi gentili, ed il blasone.

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Sull’arma figurata del nostro guerriero, s’apre parentesi giullaresca: vedete il guidone cosa porta? Gigli gentili e tre gran virgole ritorte e capovolte; ebbene: quelle forme inusuali non son palle di cannone, come è in tanti stemmi araldici, ma palle son comunque perché egli, il condottiero, pare fosse corredato da inusuale dotazione dispari di maschi attributi, ragion per cui il blasone volle riportasse codesta qualità. E se altri, in altri tempi, avevan figurato labari con querce radicate, elmi ed armamenti, liocorni, lupi ed ippogrifi, lui vi volle tre coglioni doppi; in ciò dimostrando d’essere, il bestione, un vero Signor de’ campi infeudati.
Par che il castro ne abbia, da scoprire; si vocifera, a bisbiglii, che in esso si celino sconte vie di passo le quali tramite sentieri attraverso l’ovunque giungano al dovunque senza fallo, ma di ciò possiam credere oppure no quali preti ondivaghi, perché se pur elargite laute mance allo psicopompo, ‘sti varchi ve li mostran mica, e allora tanto val’istoria bella quanto una fola di vento in primavera. Siam figli ‘e Galileo, e poi Cartesio, noi.
E invece una imbizzarrita c’è, da raccontare vera: l’Egli quel di Lui, solo nel suo genere di censo, possedeva qualcosa d’unico, a quel tempo; – una pistola automatica? – direte voi, pensandolo guerriero; – una bicicletta? – azzarderete, sapendolo dinamico; – un àifon – dubbierete, rimembrando quant’era abile e pur stronzo nei rapporti amicali al pari d’un contemporaneo su internètte; no, no e no – vi si risponde; egli aveva qualcosa di più strano per l’allora: aveva un cesso, il cesso aveva in camera.
– Per la madonna! – sbotterete ammirati certamente, e non vi rammarico; il cesso in stanza, retro una tenda a coprire la seduta su un gradone forato, pur privo di sciacquone, niuno avea; era comunicante col fossato dove i mostri dell’istesso imparavano presto a frequentare il lato opposto a quello, per motivi evidenti. Come che sia, lo cesso il potete visionar: non è leggenda, è lì nella sua fulgida operatività restato ai posteri che noi siamo, come pregevole fattura d’architetto e di cerusico insieme.

Per questa ed altre meraviglie che non dico perché le scopriate voi, il castro di Malpaga è cosa bella; e anco lo nome suo ha sapor salace: la dimora fu data al condottiero bergamasco come soldo di Venezia nella guerra contro i duchi di Milano, ch’egli sconfisse e vinse venendo con quel feudo ripagato.
Ma il Buttafuori n’aveva avuto gradimento di quella mercede considerandola migna cosa a petto di cotanto servizio reso nel buttar fuori Milano, nientemeno, da quelle terre che il Doge reclamava, e la chiamò suggestivamente “la mala paga”, ribadendo ch’egli n’era mica a giro perdendo tempo cogl’ideali: egli si batteva, e valorosamente, in vista d’un giusto guiderdone, ecché. Venezia fece, coerente, orecchia da mercatante ed il Bartolomeo si tenne il feudazzo che male l’appagava, dai merli ogni che forse squadrando le fiche verso oriente.

Ed in somma, orsù: venite a vistare questo luogo, se i casi della vita qui vi portano; non rimpiangerete il tempo della sosta. Se poi non troppo accelerate, potrete scendere quel poco et ire a Soncino, nel confine sud della Provincia, ed ammirare la coeva Rocca Sforzesca che i duchi milanesi ivi sorsero, curiosamente non a difesa della, ma dalla città, la qual li odiava. Questa fortezza in sedicesimo, come il bonsai è albero minimo ma non nano ed anzi perfettamente proporzionato nella sua riduzione, volgeva le armi verso l’interno delle mura. E poi in quel luogo guardate la chiesula di Santa Maria delle Grazie entrandovi dalla porta di retro, mascherata come una delle porte della via: scenderete una scaletta e vi ritroverete, oplà, nel medioevo. Ed ancora potrete assidervi nello scriptorium d’un convento domenicano per vergare a penna d’oca su carta antica una preghiera (obbene le vostre consuete sacramentazioni) e finalmente ma non infine, visitare la prima stamperia della peninsula, che nacque lì nel secolo di Gutenberg per opera di ebrei ai quali una torva legge avea negato l’usura (cioè il prestito ad interesse, ovvero l’attività bancaria) cosicché essi s’erano ingegnati d’istampare con nuovo sistema la Bibbia cristiana, in caratteri ebraici. Potrete farlo anche voi, in quel sorprendente paesucolo, nell’istesse stanze d’allora e su un torchio antico, torcendo a mano l’ingranaggio in legno che abbassa sulla carta di stracci il peso dell’impressione.

Imperocché, datosi che spostarsi viene inevitabile, tanto vale goderne. Buoni viaggi.