Clippàrt e sregolatezza (5)


HANS KAUTSCHEN ENTRA
alla Kautschen und Wilken Associati dalle grandi porte a vetri che si muovono da sole e la prima cosa che vede è una grande scrivania con una bellissima ragazza, una bellissima ragazza, che lo guarda.
E’ bionda e avrà vent’anni, è alta e non sorride, gli parla in fretta guardando altrove, dice è venuto per quel colloquio, ha cinque minuti di ritardo, attenda, e telefona premendo rapidissima i tasti; il signor Kohlen è arrivato – dice – poi ascolta e la voce si fa quasi timida; sì, sì – dice – certo – ascolta ancora, saluta con rispetto, con un tremito intimo nella voce.
Si alza e scorre via, poi gira di colpo la testa: – venga! – dice come uno scoppio e Kautschen, che ora si chiama Wonnenwegen, la segue con uno scatto d’obbedienza; in ascensore lei, immobile, guarda la porta come odiasse qualcosa; le porte si aprono: – prego! – comanda la donna, e Wonnenwegen esce come un cavallo spronato; con voce improvvisa di bambina lì per piangere la giovane donna dice – arrivederci…! – e lui si gira verso di lei mentre le porte si chiudono rapide; c’è un corridoio lungo, davanti.
Non sa che porta sia, ha dimenticato di chiederlo ed è in ritardo, cammina sempre più rapido e ha male alle gambe, gli viene l’affanno; una porta in fondo si schiude, vede un uomo che parla rabbiosamente a voce alta gridando a qualcuno, la porta viene sbattuta. Il corridoio gira a sinistra, ci sono tante porte, è sempre più tardi: Hans prova a entrare, la porta non si apre; cammina veloce e prova un’altra porta che cede, ma d’improvviso fa resistenza, diventa dura, è impossibile aprirla, va avanti sudando, al di là da una porta si sentono voci familiari, risate: Hans prova ad aprire, vuole aprire, si sente ridere, ma la porta non si apre, non si apre, non si apre; oltre, il corridoio è così lungo, e gira, ora Hans fa fatica davvero a continuare ed è un’altra porta, quella la riconosce, è la meglio di tutte, quella la apre; la apre, è la porta sua, sì, è lì che lo aspettano:

neri d'affari

e sono elegantissimi, e sono negri, tutti più alti di lui, e ridono, e ridono di lui.

Hans Kautschen quando si sveglia pensa che è tanto tempo che ha quest’incubo. Il medico gli ha detto che è per via di suo padre; il suo socio non lo sa, anche sua moglie non lo sa. Ma lui odia così tanto i negri da non sapersi nemmeno spiegare il perché; il padre diceva spesso che puzzavano. E infatti gli sembra sempre di sentirsene addosso l’odore, come quello della bambinaia negra che aveva da piccino, quella che un giorno trovò nelle braccia di suo padre e che gli dava la nausea quando raccontava di averlo allattato. Impossibile che l’abbia fatto, impossibile, non ci ha mai potuto credere.

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