Il messaggio sapienziale


Tempo fa pubblicai su fèisbuc questa fantasiella ispirata da un fatto curioso: un giornalista s’era messo lì a rendere perspicui i testi del cantautore Battiato, evidentemente convinto che sotto l’astrusità avessero un senso. Per me, non ce l’hanno, così avevo bonariamente irriso il tentativo. Nell’irridere, però, mi sono accorto di seguire un procedimento religioso (ma è ovvio: chiosando il profeta, si fa religione) ed allora ripropongo sul blògghe il testo, ritenendolo buon esempio di parlaggio mistico, ovvero modo mentulae canis.

Sul sito del Fatto Quotidiano, l’ottimo (se scrive su Il Fatto, è ottimo) Fabrizio Basciano presenta l’esegesi dei testi di Battiato. Se non sapete chi è Battiato, vi comprendo: è un cantante, dunque scrive canzonette, o se si vuol dir così, canzoni, che quindi si possono canzonare.
E infatti, io a quell’articolo (vi prego: non dite “post”; “post”, oltre ad essere una parola inglese che a noi non serve in quanto stiamo parlando tra italiani, è pure una parola che fa schifo) ho replicato commentando: “Ora tocca a Gianni Morandi; è una vita che sospetto dietro i versi ‘fatti mandare dalla mamma / a prendere il latte’ si nasconda un messaggio sapienziale”.
Ho ironizzato. O almeno io credevo. Perché è poi andata così:

Mentre tornavo a casa l’altro dì a tarda sera in una strada buia e tempestosa ed ero solo come Pollicino, dalla nebbia agostana si materializza un’ombra barcollante; è un uomo pesantemente vestito, e viene verso di me. Mi faccio da parte sulla via, ma l’uomo sembra seguire i miei movimenti e per quanto io mi sposti a destra ed a sinistra, la sua figura sempre più vicina mi è davanti; rallento, perplesso: l’uomo è a due passi, all’ultimo istante scarto di lato ma egli si muove improvviso nella mia direzione e mi urta con la spalla, sparendo infine nell’oscurità.
Voltato verso di lui, non lo vedo più per quanto aguzzi lo sguardo. Lentamente, riprendo il cammino. Che strano incontro, penso. Un ubriaco, senza dubbio. Ma poi, mentre proseguo verso casa, mi vien da pensare: e se fosse stato un borsaiolo? Perdìo, avevo appena prelevato sei Euro! (la crisi, ragazzi). Febbrilmente slancio la destra sotto il pastrano a cercare il portafoglio, il portafoglio, tutto il mio contante di ferro!

Il portafoglio è lì, e tintinna pure tristemente; sollevato, ritiro la mano e percepisco tra le dita qualcosa di carta. Carta? – penso: da anni non tengo in mano della carta; guardo nel buio (come faccio, son fatti miei): è un foglio ripiegato, che io abilmente dispiego (e, se volete, vi insegno come si fa). Reca uno scritto e, ragazzi, io sento ancora i capelli rizzarsi sulla schiena (gli altri, non ci sono più), perché lo scritto era questo che vi copio in incolla. Ragazzi, Il Pendolo di Foucault era una bazzecola al confronto: la Sinarchia esiste, ed ora non so più che fare. Sono depositario di un segreto tremendo; chi può, mi aiuti.
Ma forse io sono già perduto; è per questo motivo che divulgo il testo di cui sono così misteriosamente venuto in possesso. Se queste saranno le mie ultime righe, sappiate che il Veglio della Montagna è Giann

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“Fatti mandare dalla mamma / a prendere il latte” –
‘prendere’; perché ‘prendere’ e non ‘comprare’? – è evidente il tentativo di nascondere qualcosa dietro lo stile di un linguaggio parlato, comoda scusa perché quando vostra moglie (ecco che ritorna la figura femminile: la moglie, che è anche madre, la “mamma” del verso, la quale dunque ha un doppio ruolo che quel verso non disvela, lasciando sia inteso solo dagli iniziati; Edipo è dunque presente anche nel pop? Esiste un continuum tra la mitologia greca, l’opera di Freud e Gianni Morandi?) – quando la moglie, dicevo, vi ordina: “compra il pane… e prendi anche l’olio e i pinoli”, non vi dice “compra anche l’olio ed i pinoli” perché il linguaggio familiare è, per natura, gergale. E a voi non resta che recarvi scoglionati al supermercato, senza capire cosa rimane celato dietro i pinoli.
Ma se questo ‘prendi’ volesse significare ‘ruba’?
Per scoprirlo, analizziamo l’atmosfera: chi sta cantando?
Il personaggio che esorta la fanciulla ad coinvolgere la madre-moglie è un ragazzotto che si agita e grida in modo stridulo, si avvinghia alle colonne, corre disordinatamente (scappa?) e si mescola ad un gruppo di giovani, del pari agitati. Sembra una sommossa, od una preparazione alla battaglia. Essendoci lì solo ragazzotti, la sommossa non è l’ipotesi più probabile; in che anni siamo? I primi ’60 del novecento; tra i Teddy Boys e le rivolte studentesche; di studentesco, Gianni Morandi ha nulla davvero e dunque non resterebbe che pensare ai Teddy Boys. Ci avviciniamo alla realtà dicendo che la scena rappresenta una banda di ragazzacci capitanata dal personaggio cantante il quale si rivolge alla ragazza la cui moglie, o madre, ha bisogno di latte?
Ne ha bisogno? E allora prendilo – direbbe un capobanda – cioè rubalo.
Come si è visto, la mamma è anche la moglie, dunque siamo in presenza di un quadro di omosessualità femminile; “fatti mandare da tua moglie a rubare del latte” dice in effetti il ragazzaccio alla fanciulla, che è evidentemente lesbica nonché ladra, e séguita: “devo dirti qualche cosa / che riguarda noi due”. Sta parlando di sé e della fanciulla, o forse di sé e di un’altra persona? “Noi due” potrebbe effettivamente riferirsi ad una terza persona tenuta nell’ombra, visibile alla ragazza (che dunque è una iniziata, probabilmente una vestale sacerdotessa del culto) ma non a noi che restiamo ancora profani.
Ma è davvero una persona, questa terza, o una entità?
C’è una terza illuminante possibilità: il ragazzo si esprime con il tipico lessico dei capobanda importanti che parlano di sé in multipla persona. In questo caso, s’intende chiaramente che il ragazzo non è al vertice della gerarchia, altrimenti avrebbe detto “noi” e ciò sarebbe bastato; dicendo “noi due” mostra con evidenza che non è più un singolo (“me”) ma non ancora una moltitudine, è stato solo promosso alla dualità, quindi è “un” capobanda e non “il” capobanda (vedete come dalla molteplicità del “noi” maiestatico si torni automaticamente alla singolarità, come in ogni buona religione in cui sempre esiste la compresenza di uno e molti in uno stesso individuo. Da ciò si capisce pure come il Dio cattolico “uno e trino” abbia solo un grado in più del nostro cantante, che è “due”, e dunque non sia poi quel gran Dio che si dice nella vulgata).
Ma questa “mamma” che è moglie della fanciulla, siamo certi non sia anche vera madre di qualcuno? Il ragazzo dice: “fatti mandare dalla mamma”, non “da tua mamma”. Ecco che è facile capire come egli stia parlando di una persona familiare; “dal-la mamma”; la moglie della vestale sacerdotessa del culto è anche la madre del sacerdote duale.
Il ragazzo, dunque, dice alla ragazza: “fatti mandare da tua moglie-mia madre / a rubare il latte di cui ha bisogno / devo dirti qualcosa che riguarda me” – è evidente che il ragazzo è in realtà un importante sacerdote del culto il quale sta per trasmettere un segreto sapienziale detenuto solo da lui e lui (insomma lui due), alla vestale, la quale è dunque prossima ad un rito di passaggio.
E il latte?
Il latte, come risulta ovvio anche ad un occhio profano, è l’alimento primigenio che la moglie-madre spreme da sé nella bocca avida del bimbo. Fuori dalla metafora, è il segreto di cui un’altra persona (un’altra vestale?) avrebbe bisogno per progredire nella conoscenza e che invece il sacerdote invita la vestale cui si è rivolto a rubare alla rivale, promettendole di rivelarlo solo a lei. Tutto chiaro? Niente affatto.
Perché la metafora del bimbo è eccessiva; il sacerdote parla con una iniziata, dunque non si rivolge a qualcuno che possa essere considerato una tabula rasa, un bimbo del tutto inetto ed incosciente. Il latte di cui il ragazzo parla quindi, non è per la ragazza. E allora per chi è?
Ed ecco il colpo di scena: il latte-segreto che il sacerdote invita la vestale a rubare è proprio per loro due, cioè per lui. Egli insomma dice alla sacerdotessa: “fatti mandare da tua moglie che è mia madre a rubare il segreto della conoscenza” e poi le dice: “devo dirti qualcosa che riguarda me”; è una chiara posposizione di frasi, come Tritemio faceva con le lettere; la versione corretta sarebbe allora: “devo dirti qualcosa che mi riguarda: fatti mandare da tua moglie-mia madre a fregare il segreto della conoscenza (che desidero avere per me – ndt)”. Ed è tanto forte il desiderio di questo segreto nel nostro sacerdote, che egli, senza di esso, si paragona ad un bimbo privo di ogni conoscenza.
Impossibile a questo punto non scorgere in questi versi scarni ma ormai svelati, la storia dell’Albero del Peccato Originale, e dunque ora possiamo dire che il ragazzo è Adamo il quale chiede ad Eva di farsi inviare dal serpente (che è femmina, lesbica, incestuosa ed è la madre di Adamo, dunque la moglie di Dio) verso il Frutto della Conoscenza che egli vuole inghiottire avidamente come un bimbo farebbe col latte. Adamo, in quanto figlio di Dio “trino” non è solo “uno”, ma almeno “due”, e vuole quel latte secreto dal Demonio per conoscere. Cosa vuole conoscere? E cos’altro potrebbe voler conoscere se non il modo di diventare “trino”? Perché non è che uno possa restar due senza tre tutta la vita, lo dice pure il proverbio e noi (e le nonne, altre figure femminili, vedete) sappiamo che i proverbi sono brandelli di saggezza, di sapienza, notate come tutto torna.
Adamo sta quindi studiando il modo di sostituirsi a Dio facendosi aiutare da quella diavola depravata di sua madre e quell’altra bisessuale infernata della sua amante e sorella.

E allora, in conclusione, Gianni Morandi, fingendo di voler solo cantare, ha gettato agli iniziati l’avvertimento di una scoperta sensazionale: esiste – e chissà dov’è celata in questo momento – una finora sconosciuta versione apocrifa della Genesi ove Dio ed il Demonio sono sposi ed Eva non è solo l’amante di Adamo ma pure la moglie di Satana, che è sua madre.
Ora la domanda è: il nostro cantante è in verità Indiana Jones, Dio, Adamo, Gabriele, l’Eone, la Barbelo, il Serpente o solo Gianni Morandi?
Non lo so. Io ho un grado intermedio, e certi segreti non mi sono ancora stati rivelati. Per àncora mundi, deinde inflatesss.

Abbiate fede.