La camicia nera, ed altre cose mirabili


La mamma è sempre la mamma; è anche sempre una donna però, e quindi ha una logica sua. Che talvolta è utile, come in questo caso di semi-fantasia.

Mia madre mi ha regalato una camicia nera.
E non per una ragione simbolica, perché questa mamma mia è potentemente comunista; forse causa una remota memoria ombelicale, invece, ella compra sempre qualche vestimento da regalare a me, quando le consuete sollecitudini mi portano in visita nella casa sua.
Ma nella scelta di questi regali, lei si cura per nulla che oramai io abbia la foto del passaporto sempre più brizzolata (la foto; a me invece i capelli cascano e i superstiti si mantengono tristi e melanici), né considera la possibilità che, dall’infanzia fin ora, possa aver sviluppato dei gusti miei; d’altra parte nemmeno io faccio in tempo a capire se davvero ho dei gusti miei e quali possano essere perché, non appena saluto i genitori e torno a casa, ecco che la mia compagna, a sua volta, mi accoglie con scarpe, ciabatte, maglioni, soprabiti, pipa, mustacchi e personalità che ha trovato al mercato ed ha comprato proprio pensando a me. Credo essere somma ragione di questo curioso comportamento parallelo, un femmineo duello a colpi di puro cotone per la conquista di un prezioso tesoro che poi sarei io.
Cosa posso fare: anch’io penso a me – alla mia incolumità intendo – e quindi indòsso docilmente la robaglia che m’ingombra i cassetti e “mi sta benissimo”, ne sia personalmente convinto o meno.
Critico come sono, però, ogni tanto vengo preso dalla fregola di valutare in proprio il senso estetico delle mie signore; mi vesto coi regali e staziono davanti ad uno specchio, cercando di capire se per caso non abbiano ragione loro: come sto? Mah, tutto sommato, quel giubbotto circense forse mi rende davvero più interessante, no? Mi rimiro da tutti i lati come una vergine ed infine ne convengo: ma sì, per uno psichiatra. E forse questi pantaloni sportivi avrebbero potuto cascarmi meglio, se solo fossi stato mezzo metro più alto ed avessi stravinto il campionato mondiale di body building, ma trovo che abbiano un loro fascino pensando a quanto mi sarebbero utili, dovessi mai precipitare dal quinto piano.
Ma in fondo, come molti uomini, non sono frequentatore degli specchi e così queste impressioni svaniscono rapide come sono venute, lasciando solo una sensazione di già visto, dove chissà. Forse allo zoo.
Dunque, come avete capito, io mi piego sovente ai voleri delle signore che dirigono la mia vita, però, in due o tre casi, dal fondo del mio amore filiale è sorta una ribellione che ha sorpreso anche me: -no, mamma: questo maglione a trenta colori col collo di castoro e gli alamari fosforescenti io non lo metto; abbi pazienza, che diamine, sono un uomo! Ma non potresti regalarmi una cosa un po’ sobria, scura, semplice, come si addice ad un maschio di questo secolo, che lavora, vive in città, è quasi rispettato ed ha perfino degli amici? – la mamma allora, con una sorpresa lieve e fatua come un seme di cardo, dice:
-perché? Questo maglione ti sta benissimo.
Tento la carta del sarcasmo, mentre sento l’allarme di forze che si attenuano: -mannaggia, mamma, eppure senza un copricapo di penne mi sembra così sprecato, il tuo bel maglione!…
La mamma non arretra certo per così poco e replica con sintassi femminile, come: -ma che stùpido che sei: è lana d’angora venusiana, ne hanno fatti solo tre al mondo e questo è il quarto, un pezzo unico!
Allora improvvisamente rammento che discutere con la mamma è pur sempre discutere con una donna, perciò smetto di discutere e m’impongo: -Perbacco, che logica schiacciante: hai ragione mamma, sono uno stupido, però ci vedo benone, e ora ascolta il tuo bimbo devoto: se proprio vuoi che faccia qualcosa per te, sono anche pronto a sposare la vecchia del piano di sotto, ma questo maglione non lo metto nemmeno per far cadere il Governo. E guarda che ho detto una cosa importante.
A questo punto, la mamma chiama mio padre, che arriva rassegnato, trascinando giornale e ciabatte.
-Internet non lo vuole; tieni, lo puoi mettere tu – dice imperturbabile, tendendogli l’intruglio ingomitolato.
Mio padre a questo punto fa una faccia da appeso per i piedi e tenta una penosa manovra di autosalvamento che sempre molto mi commuove: egli mi guarda come un cocker con la blefarite, poi guaìsce:
-ma no, sta meglio a te… ti cade bene, guarda, anche le maniche son giuste, tu hai le spalle più larghe, e poi sei giovane…
Però io ricordo quel venerdì di quarant’anni fa, quando lui non volle comprarmi il gelato, e così:
– Oh no, papà, vedi: ha proprio il colore della tua ulcera; sta senz’altro meglio a te – glielo metto in spalla ed esplodo d’entusiasmo come un berlusconi port’apporta: – ma una bellezza, sei una bellezza! Trent’anni di meno! Ma che dico: ancora meno! Come sei fortunato, papà! Ah, come sei bello! Ah…
E mio padre capisce: dopo un ultimo sguardo dolente, con maglione e giornale ciondoloni, ciabatta via a capo chino. Domani uscirà vestito da Uomo Mascherato sensazionando il quartiere che, di suo, era in corso di rivalutazione, mannaggia a noi.
La mamma è persona profonda, ricca e complessa e non ha solo l’idea del nuovo acquisto a capocchia, naturalmente: per esempio, ella è anche convinta che ad ogni uomo siano indispensabili delle “mutande d’emergenza”. Nello strano caso qualcuno di voi non conoscesse le mitiche mutande d’emergenza, faccio la faccia di Nanni Moretti a proposito della Sachertorte, e spiego:
È un interessante capo d’abbigliamento che consiste in un normale paio di mutande (scegliete a vostra preferenza) però rotte, strappate e senza l’elastico: questo è il modo semplice e geniale in cui potete trasformare una volgare e bracalona, vecchia mutanda, in un prezioso accessorio d’emergenza.
Se ora vi state chiedendo in quale occasione emergenziale possano essere necessarie delle mutande sdrucite che vi cascano in terra, ebbene sappiate che anch’io me lo chiedo da anni (fantasticando anche su incendi e conflitti nucleari dai quali potrei misteriosamente uscire illeso grazie alla preveggenza materna); confesso di non aver trovato ancora una risposta certa a tanto quesito, ma – poiché sono stato battezzato –
accetto il mysterium magnum della mutanda straccia che mia madre custodisce come il segreto di Fatima e guardo con timore e reverenza quel cassetto dove sono conservate: so che un giorno saprò.
E poi la mamma è anche fantasiosa cuciniera: a Natale, forse mèmore di chissà quali avi ostrogoti, cucina a sorpresa cose come il branzino; in tali occasioni noi esercitiamo il nostro lessico familiare e, petulanti come San Tommaso, leviamo questioni così:
-mamma, ma è il tacchìno, no il branzìno che si fa a Natale!
-in Alabama sì, qua in Potagonia è diverso – echeggia lei, da dentro il frigo
-mamma, ma che cristo di branzino hai preso? Ha il becco.
-il becco si butta, mangia la coscia e anche tutte le ortiche sennò San Coso non ti porta la scatoletta – taglia corto la mamma il cui spirito tosco, quando irritato, risuona d’echi di lontane battaglie, dacché noi ci tacciamo ed ingoiamo lo strano spigoloso animale pregando per la nostra e la sua anima.
Di tutte le varianti della fantasia materna di relazione, comunque, quelle legate agli abiti restano le più immediatamente percepibili, e non può che essere così, grazie a quelle fogge e quei colori; ma tra guanti da motociclista con pelliccia di zibellino blu, giacche screziate di inserti in cuoio afgano, calzoni con tasche finte per farti cadere i soldi in terra, scarpe tricolori come la bandiera, cravatte di lana grezza color pancreas e sciarpe da spiaggia, io, la camicia nera, non l’avevo mai vista.
-Volevi un colore solo, no? – dice la mamma in piedi davanti a me, prendendo l’aria di Colombo con l’uovo
-Sì, ma…
-Beh cosa c’è? Tutto a posto, no? Come hai detto tu: scura, un colore, semplice, molto elegante. E ti sta benissimo. Tieni – conclude, ficcando la camicia tetra in una sporta ed accompagnandomi all’uscio.
Me la sono voluta. La camicia nera è dunque arrivata a casa ed è rimasta in un cassetto, per parecchio tempo intonsa. I motivi che m’impedivano di indossarla sono difficilmente esternabili: piccinerie forse, sensibilità; ma un giorno, indisponibili le altre camicie, l’ho vista lì, a portata di piglio, ferma, tranquilla, inoffensiva; ho pensato però e se e come e ma, finché mi sono ribellato a me stesso, esplodendo: – oh, insomma, quante storie! Stavolta la mamma ha ragione, questa è proprio una camicia come tante, ed è nera perché è tinta! Mica ha il distintivo littorio, mica ha la bandoliera bianca a croce con la giberna e il monogramma, mica devi andare al sabato fascista! E metti ‘sta camicia, che siamo nel duemila e il mondo è quello di oggi!…
-…appunto…- m’ho replicato timidamente, ma ormai l’altro me aveva preso un abbrivio da vero tribuno:
-dài, dài, finiscila, che se ti sente qualcuno ci fai una figura da fesso; sii uomo invece, e metti ‘sta camicia, nera che sia; o preferisci uscire con la giacca sul torso nudo? E poi, andiamo: ti pare di aver l’aria da gerarca solo perché hai una camicia scura? E gli stivali allora? E il kepì? E i calzoni con lo sbuffo? E il moschetto? E il grugno da imbecille? Su vestiti, e sbrigati, che dobbiamo uscire.
Così mi sono obbedito ed ho scartato la camicia buia. Frusciava più delle altre, ed era piena di spilli.
Eccomela indosso. Elegante è elegante, non c’è che dire.
Porca l’oca, sarò sciocco, ma mi fa impressione. Mi par già d’avere la faccia più da fesso. Perché sto così accigliato? Sorridi, su, che i gerarchi non sorridevano mai, però non troppo sennò sembri un berlusconi; misura, ci vuole: un sorriso a quindici denti, non uno di più. M’ingiacco ed esco, ché lo specchio, come diceva Borges, già m’inquieta.
Sono nel mondo. Prendo il giornale dal solito edicolante, ma oggi il simpaticone ha un sussulto che gli smorza il saluto e la battuta; mi guarda, bofonchia qualcosa, sorride in modo che sembra impacciato, poi si mette a rassettare i giornali con gran lena, dandomi le spalle.
Sarà stata una mia impressione, penso. Ora sono al lavoro, devo incontrare un fornitore. Eccolo che arriva, ci presentiamo: sbaglierò, ma mi guarda la camicia e poi la faccia, insomma si presenta fissandomi il torace, e davvero c’è ben poco lì che dovrebbe interessarlo. Mi pare un po’ a disagio, eppure io sono loquace e cordiale, disinvolto anche, e gli offro un caffè. Nero. Ma preferisce un succo d’arancia, dice con aria di scusa. Anch’io, lo informo. Sembra sorpreso.
Attraverso a piedi con passo svelto il corso, per andare da un cliente ed incrocio mezza città che cammina. Cammina e mi guarda. Due ragazze vengono verso di me e mi indicano sussurrandosi qualcosa; da un bel po’ non mi capitava, sorrido, ma loro non sorridono, anzi: non ricordo d’aver mai visto espressioni tanto severe.
Il mio cliente mi accoglie un po’ come il giornalaio: stava per dirmi qualcosa ma s’è interrotto, mi dà un rapido sguardo tra colletto e cintura, fa una pausa e scosta la sedia più indietro. Concludiamo l’accordo rapidamente, poi lui si scusa tanto, ma ha proprio da fare; mi saluta guardando altrove.
Fa già un po’ caldo e mi toglierei volentieri la giacca. Che faccio, la tolgo? Quel me tribuno mi esorta da par suo: -ossignòre: ma comprati un colbacco, se ti fa sentir meglio, e tògliti la giacca prima di cominciare a sudare come un pugile. Poi potresti nasconderti sotto una siepe, vah, così non ti vede nessuno e stai pure all’ombra.
Per non darla vinta alla mia seconda personalità sarcastica, mi siedo in un bar all’aperto, mi sgiàcco e prendo una roba fredda. Da un tavolo vicino un tizio mi fissa con aria seria, poi parla con uno girato di spalle che si volta a guardarmi. Il cameriere che arriva mi appare particolarmente di malumore: non dice una parola e fila via prima che abbia finito di parlare. I due tizi di prima mi lanciano occhiate che, se soffrissi di mania persecutoria, potrei definire: di odio. Torna il cameriere e mi sbatte sul tavolo un caffè, sfrecciando oltre. Passa una coppia che ride, mi vede e non ride più. Un bambino piange. Un cane abbaia.
Mi guardo intorno con leggero disagio, ed improvvisamente vedo un individuo con gli occhiali scuri su un volto un po’ teutonico, serio e duro, dall’espressione antipatica. L’individuo è vestito di nero come un beccamorto e mi fissa. A tal punto quell’immagine mi irrita che stavolta lo fisso anch’io con sfida e, per fargli maggiormente pesare il mio sguardo, mi tolgo gli occhiali da sole; contemporaneamente, lui fa altrettanto.
Allora scopro che mi sto guardando riflesso in un vetro del locale. Hai capito, come stanno le cose…
-Ah, bene – penso, e comincio a sentirmi molto meglio; se questo è l’effetto di una camicia nera dopo tanto tempo e tanti libri di Gianpaolo Pansa, la giornata si chiude con un buon fatturato. Dovrò ringraziare mia madre: il suo regalo è stato illuminante come una bastonata zen. Penso che, quando vorrò sollevarmi il morale dopo aver letto, che so, di calderoli o di ferrara, metterò la camicia nera e me ne andrò un poco in giro, magari con passo marziale, ad irritare la gente, a suscitare una sacrosanta antipatia. Potrei essere una molecola nera che gira per la grande città, provocandone la reazione riflessa: una sorta di medicina omeopatica.
E perché no; visto che i farmaci tradizionali non funzionano più, contro il fascismo.