‘Na foto


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Non è poi ‘sta chissà che bella foto, ma mi ci piace una cosa che è non davvero quell’aspetto romanticante dello stracazzo (quante ne ho viste e quanto annoiano sotto i làic, diciamo la verità); mi ci piace la presentazione di una roba che nell’ora di disegno non sono mai riuscito a capire perché ero sempre fuori. La costruzione della prospettiva. Ricordo solo che c’era il punto di fuga; il punto di fuga m’è chiarissimo: lì fuggono tutte le linee prospettiche. Ma tutti i calcolini coi segmentini per fare una prospettiva decente, non come certi prerinascimentali alla Giotto, che disegno certo meglio io – per fare un quadrino che paia ci sia proprio l’orizzonte, e cioè sempre qualcosa dietro qualcos’altro, quello me lo sono perso, come si fa.

E allora, ora che malgrado tutto mi hanno promosso, e solo perché non c’era l’esame di disegno, ora mi viene la nostalgìa dell’ora di disegno. Perfino della prof segaligna che c’avevo – mentre invece quella di matematica era gnocca forte, ed anche lì non ho capito niente, ma non perché non stessi in classe: perché la guardavo e dicevo: “è gnocca forte”, e non seguivo la spiegazione. La prof di disegno mi diceva: “ìnternet” – (lei sapeva che un giorno o l’altro sarei finito così) – “ìnternet: tu sai disegnare a mano libera dei bei cerchi come faceva Giorgio” – (era geometra) – “ma con la riga e squadra fai cacare” – (non aveva peli sulla lingua e, come dice una vecchia battuta, “se li aveva non erano suoi”) – “perciò io ti boccio. Ma siccome l’ora di disegno conta quanto una suora in Vaticano, non perderai certo l’anno per questo, e manco prenderai l’esame a settembre; ti boccio virtualmente, via ciàt; e comunque vergognati, infame: saprai anche chiacchierare come un merlo indiano, ma per te la riga e la squadra sono quella del rigore e quella che perde sempre lo scudetto, interista di merda”.

Ora lei mi manca, e mi mancano le sue righe del cazzo che non ho mai capito, tanto che pur ritrovato il testo con tutti i grafichini di spiega, non ci ho ricavato una fava e mi sono sentito umiliato fino all’umiliazione. E ho detto: “oh prof, quanto male feci (verbo, non cacca) ad assentarmi durante le tue ore solo per incontrare gente ormai perduta nella memoria e assente; come fui matto nel bigiare i segmentini, sì che adesso li vedo nelle ombre degli alberoni pàrchici e mi tocca far delle foto nostalgiche che paio uno sderenato di quelli che fan delle foto così e poi scrivono: “impressioni di lugliembre…” pure se è gennaio. Porca troia, dico: tornassi indietro (ècco un’altra minchiata che si dice sempre: “tornassi indietro”; ma cosa vuoi tornare indietro, che non si può; che fai, le poesìe? Sarebbe la terza minchiata, anche se non ricordo qual era la prima; non si può tornare indietro, méttiti il cuore in pace e basta, no? Non si dicono banalità, cristo santo!) tornassi indietro, dicevo, certo starei in classe a imparare i segmentini e farei delle belle cacchie di prospettive che mi daresti dieci anche perché te ne accorgeresti mai che le ho fatte a mano libera. Oh prof, perdonami: eri segaligna e bruttarella, mi piacevi manco un po’ – e tu che studi l’arte sai quanto l’estetica sia importante: guarderesti con entusiasmo un quadro fatto col culo? No, naturalmente, e quindi mi puoi capire – eri un cesso, dicevo, ma potevi insegnarmi tanto, sulla prospettiva. E se tu l’avessi potuto fare, io, passando per quel parco porco, quel giorno, non mi sarei messo lì a fare una foto che dopotutto – siamo sinceri – al di là di parecchio sulla prospettiva dice proprio un cazzo d’altro, ed ora non sarei nel nòvero di quelli che fanno foto ai soliti tramonti da valanga di palle fino a valle, e ci scrivono pure sopra; e nemmeno avrei di questi rimpianti.

Di cui comunque ora mi son già dimenticato; io – come sai, prof – di una cosa e di quell’altra ci metto un attimo, a sbattermene. Tutto sommato, dunque, credo feci bene a star fuori, in quelle ore: a parte la caduta in motorino, ho incontrato gente interessante. Ma fanculo la prospettiva; ciao, prof.

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