Rassicuriamoci con gli eccessi


Lei ha “perdonato” colui che ha “sbagliato”?

Vedete che frase; consideratene il senso. A chi si rivolge una domanda così? Solitamente, al parente di una vittima per la morte della quale si sia identificato un responsabile.
Un responsabile adulto, un parente adulto, un domandiere adulto. Ma si può utilizzare questo linguaggio, parlando tra adulti?
Non sembri una domanda oziosa o, peggio, provocatoria: parlo sul serio.

 Lo so: siamo abituati a sentir parlare di “perdono” e di “sbagli” e viviamo in una società che considera meritevole il primo e possibili i secondi, ma non è tutto qui: la nostra società parla anche – ed addirittura giuridicamente – di “colpa”. E questa terminologia si usa proprio parlando di adulti, perfino nel caso essi siano considerati “capaci di intendere e volere” e dunque “responsabili”. Ma allora qui c’è una certa confusione tra i termini, e questo non può che riflettere la confusione che si ha nelle idee.
Perché, dunque:
Intanto, lo “sbaglio” e la “colpa” sotto l’aspetto del senso si elidono a vicenda: chi si “sbaglia” non ha “colpa”. Facile obiettare che il primo è linguaggio parlato mentre il secondo è terminologia tecnica: attenzione a come si parla, perché il pensiero viene espresso con le parole e dalle stesse è diretto. Infatti nel linguaggio comune si dice sia che qualcuno è “colpevole” sia che abbia “sbagliato” ed è proprio per questo motivo, perché si dice che ha “sbagliato”, che lo si può “perdonare”.
Ma questo “perdono” non è giuridico: è personale ed è richiesto al più prossimo congiunto della vittima. Perché glielo si chiede? Cosa cerchiamo di avere, con questa domanda?
Il segno della superiore nobiltà d’animo del risponditore. E perché egli dovrebbe manifestare – a fronte del suo rabbioso dolore – una così straordinaria retromarcia di sentimenti fino allo stop magnificante del “perdono”?
Perché questo consente a noi ben due cose, entrambe di puro spirito infantile: la prima essendo una attribuzione di equilibrio (in realtà: santificato, innaturale squilibrio) proprio a chi meno sembrerebbe adeguato a possederlo; la seconda (connessa) è la libertà – proprio perché l’equilibrio è già stato attribuito a qualcuno – di poter liberare il nostro infantile, ridicolo, bieco infantilismo; è infatti in questo momento, proprio dopo le parole di “perdono” che il parente si sforza conformisticamente di dire, che noi ringhiamo quanto desidereremmo farla pagare, al colpevole del delitto, con una morte sofferta.

 Che tipo di società è questa?
La società dell’animo bambino, dove c’è il bravo Garrone che ti perdona pure se gli hai mangiato la mamma, il cattivo Franti che, pur perdonato ad oltranza, mai si redimerà e tutta la classe di piccoli ansiosi di esser bravi che lo schifa fino ad augurargli di crepare malamente. È facile potersi sfogare, se c’è da qualche parte la bontà custodita da un Garrone, ed un cattivo riconosciuto come tale: essendo lui il cattivo noi non siamo crudeli, ma giusti. E, nel caso, Garrone, che è dei nostri, riequilibra la nostra espressione d’odio con la sua santità. Bel trucco, no?
Tutta la nostra organizzazione societaria rinforza questa condizione d’animo bambino; dalla religione, ovviamente, che prevede il “perdono” come pietra angolare del proprio esistere e che chiama “padre” i preti e “figliuoli” i credenti; alla politica, che descrive “onorevoli” (cioè più onorevoli, e dunque più rispettabili, di te) dei tizi per il solo fatto che sono stati delegati ad un compito; agli organi di informazione, che ti chiedono se hai “perdonato”.

 Ma il problema, ragazzi, il problema è che gli adulti non hanno “colpe” e non “sbagliano”. I bambini, sbagliano, perché non sanno valutare, ed hanno colpe perché fanno le marachellate e, malgrado le facciano, noi, proprio essendo coscienti che essi non sono ancora così maturi da poter valutare con equilibrio, li “perdoniamo”.
Gli adulti invece, sani e coscienti, capaci di intendere e volere, non possono “sbagliare”: scelgono. E se scelgono di delinquere non ne portano la “colpa”, ma la responsabilità. Una parola completamente diversa.
La responsabilità non prevede il perdono, ma casomai una analisi delle cause: operazione da adulti tra gli adulti.
E allora dove mi finiscono la religione ed il conformismo?
Nel cesso, ragazzi, dove altro. O tra le favolette per l’infanzia, le poesie malriuscite, i romanzetti di Liala col pilota biondo che alla fine crepa da eroe e sarà sempre ricordato (vi ricorda qualcuno?).

Dunque, io spero in un mondo dove alla domanda giornalistica e clerical-conformistica “lo ha perdonato?” si risponda qualcosa come:

– ma scusi: lei ha bevuto? Che  razza di domande mi fa? Io sto soffrendo come un porco senza il fango, ho perduto da cinque minuti un valore fondamentale della mia vita per una ragione risibile, ho una tempesta di emozioni tra cui, stia attento che elenco: – senso di impotenza e di spossatezza, confusione, dolore come un fischio di treno continuo, incredulità, rabbia violentissima, disorientamento disperato, folle bisogno di viaggiare all’indietro nel tempo – e lei cosa mi viene a chiedere? Se ho “perdonato”? Egregio imbecille: sappia che io son mica un visionario con licenza di follia, ossia un prete, e che chi mi ha causato questa condizione non è un bambino. A lei consiglio di tornare a scuola, dall’inizio, dall’asilo, e di ripetere il ciclo intero sei o sette volte, così da schiattare prima del termine degli studi, evitando in questo modo di portare il suo mondo drogato delle fiabe sceme a contatto con noi esseri senzienti. Corra a fare in culo, su da bravo.

 Ma attenzione: c’è un’altra possibilità: abbiamo detto che gli adulti sono senzienti; ma siamo sicuri sia sempre così? Quando si può scegliere?
Quando si conoscono le possibilità.
E se io nasco in un carrozzone dove mi insegnano a mendicare, conoscerò abbastanza delle varie possibilità da poter scegliere se essere un mendicante od un ricercatore universitario?

 Ecco che allora sono evidenti due cose: la società, retta dai bambini peggiori (più conformisti, cioè più ansiosi ed avidi) tra noi, gestisce il consenso e la pedagogia propagandando valori infantili ed inoltre non si preoccupa di fornire a tutti i cittadini la conoscenza delle possibilità che possono determinare le scelte.

Ma se nemmeno gli adulti possono sempre scegliere, allora anche tra gli adulti esistono lo sbaglio e la colpa! – No, perché anche i più civili ed acculturati tra noi sono ignari di alcune possibilità (c’è per esempio chi non conosce il piacere che si prova a suonare il pianoforte, chi rimane indifferente davanti ad un microscopio, c’è perfino chi considera che l'”amore” sia una roba semplice semplice come lo star bene con qualcuno, chiunque sia) e dunque non basta “non conoscere alcune cose” per non essere considerati adulti. C’è invece una grossa, enorme responsabilità sociale che inizia dalla mancata frequenza dei cittadini alle riunioni di consiglio comunale. Dalla abitudine a delegare, che diventa delega anche di cose fantastiche come la “bontà” e la “cattiveria”, Dio e Satana, Garrone e Franti, l’assassino ed il parente. E tutto funziona per schemi, secondo il pensiero infantile. Quello che non ci entra lo incastriamo a calci.

 Come se ne esce? Non se ne esce. C’è riuscito nemmeno Pol Pot.

Parliamone

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