“Come non morire mai” ed altre droghe


Durante la mia stanza in fèisbuc ho fatto una scorpacciata di annunziazioni fantastiche; due ne ricordo con maggior gusto: una relativa al libro di un tizio, sedicente allievo del mitico professor caio (ovviamente più che sconosciuto, addirittura più di me – pensavo con invidia) il quale affermava che nella vita non si muore. Non è un’idea nuovissima, in verità in verità c’han già detto, però il tizio allievo la metteva giù suadentemente cercando proselitismo col promettere un seducente corso di istruzione sul come si fa a non morire mai. Un mucchio di femmine alluzzate (rilevavo con invidia) si facevano far su da tizio e dicevano ben bene a lui come la cosa interessasse lor molto, e quanto fosse attrattiva l’idea del percorso attraverso cui morir mica che tizio proponeva gurugaménte: – venite, o femmine, che v’ipnotizzo. Hai capito, il tizio.
Mercè l’ipnosi, le allieve avrebbero ricordato le “vite precedenti” (le successive, no: si trattava di scienza, oéh, mica di banale chiaroveggenza predittiva del cazzo) e con mirabile passaggio logico si sarebbero bellamente rese conto del fatto che avendo già vissuto varie vite non eran certo morte, ragion per cui non sarebbero morte nemmeno stavolta, essendo a uguale a bì e cì uguale ad a da cui bì uguale a mi son confuso.
Le mie scorribande su quella supercazzola non sortivano esito: i guru, gli swami, i gesucristi sono inattaccabili; il Papa ed i suoi epigoni sono sempre stati, ed ancora a lungo saranno, in una botte di ferro, che speriamo un giorno di riuscire a rotolare giù dal versante e poi, finalmente, bicchierata.

Il secondo annuziaziono bello si riferiva ad altrettanto corso istruttivo, ma non sul come non morire (probabilmente, in questo corso, il semplice fatto di non morire veniva già considerato acquisito ab initio) ed invece – manco a dirlo – sul modo di acquisire “maggior consapevolezza” – di cosa? Ma “di sé”, no? Che razza di domande, per la maremma.
E come si fa ad acquisire una maggior consapevolezza “di sé”, perbacco? Studiando? (direte voi) studiando, ragionandoci su e vivendo in mezzo alla gentaccia che passa? (direi con voi)
ingenui che siamo: basta l’ayahuasca.
Che è una pianticella che bollita eccetera si garganella giù e vài di mondo altro.

E ciò ha aperto a me sia un mondo altro che una vita precedente:

Vivevo allora avventurosamente galoppando libero e selvaggio per le selve urbane, ed in esse trovai un dì un mago. Era in realtà un prestigiatore itinerante per le stesse selve, e ci piacemmo, e ci unimmo in sodalizio di avventure. Egli necessitava di un tecnico delle luci ed io – che sapevo accendere l’interruttore – per tale mi spacciai. Lui capì benissimo (i prestigiatori capiscono sempre chi han di fronte) quanto arabescassi, ma per questo mi considerò un collega e mi collegò. Non era ultima ragione, la mia d’accompagnarlo, il fatto ch’egli avesse splendida assistente, simile all’attrice Valeria Golino che ancor oggi, quando vedo in un filmetto, trasalisco e mi magnetizzo fino a ciucciarmi dei film che altrimenti vedrei solo in cura Ludovico. La bellissima era una strega vestita da fata, e mi stregò.
Collegato e stregato, partii per ignota destinazione.
Visitai dunque mondi fino allora sconosciuti nei quali, per un sentiero di montagna, era possibile vedere arrivare Ollio, proprio lui, bombetta, giacca scura, baffetti, bretelle e tutto, che riconoscendoci magicamente subito per colleghi dello spettacolo, attaccava discorso. Ed allora si capiva ch’era un sosia, parte della festa. Io lo guardavo da sotto in su con una espressione che mi mancava solo il lecca-lecca: “ma è Ollio!…” – dicevo dentro me.
Ed era possibile arrivare in un teatro grandissimo nel quale il vero tecnico delle luci portava me (il tecnico delle luci dello spettacolo) in un enorme soppalco vetrato dal quale si dominava palcoscenico e platea e dove stavano, immensi, due sintetizzatori (o come cristo si dice) di alcuni metri quadri ciascuno, zeppi di bottoni, e mi lasciava dicendomi: “bòn, fai tu, se hai bisogno di qualcosa mi fai chiamare”; al che io cominciavo a pensare che non sarei mai potuto uscir vivo da lì, fin quando arrivava l’amico mago a dirmi: “tocca solo questi dieci tasti, quello mai perché solleva il palcoscenico sopra gli spettatori, quello nemmeno perché attiva l’antincendio sulla platea e quello men che mai perché informa tutti che sei un cazzaro”. Lo ringraziavo sentitamente.
Era altresì possibile per me ricoprire il ruolo di “medico di scena” durante il malore emotivo di una spettatrice cui la spada infilata in gola aveva dato un poco di sturbo, fino a provocarne lo sdraiamento sull’assito palcoscenicale. Ma nessun problema: abbiamo il medico di scena – ed arrivavo io con un bicchier d’acqua per lo spaventatissimo fidanzatucolo.

Ecco, quello era il “mondo altro”, un paese delle favole in cui tutti ti danno credito perché li incanti e – come sanno bene i gesucristi – nient’altro ti richiede il volgo se non di essere incantato; per questo la realtà è la patria dei prestigiatori, ovvero la realtà è l’unico luogo in cui possa esistere il mondo delle favole (attenzione: sono cosine importanti, se pur dette da buffone).

Ma si diceva dell’ayahuasca: ebbene, la strega fatata era esperta di varie filtrazioni e m’iniziò a queste, sebbene ella non avesse certo bisogno di ausilii di seduzione. M’iniziò per una sorta di amore malvagio. Durante una di queste occasioni, in una notte strappata e mutevole, ella si trasformò di fronte a me ed io vidi i suoi ipnotevoli occhi verdazzurri inclinarsi in obliquo come quelli di un lupo mentre mi guardavano e capii, e mi sorpresi, tanto, di come la mostruosità potesse essere bella, ed attraente lo sconcerto. La mia strega dolcissima e pericolosa come una lama svanì improvvisamente dopo un “…ciao…” dolente e sospeso in aria, che iniziava e finiva chissà quando, ed ancora mi risuona; il saluto più accorato io abbia mai sentito. E non la trovai più, ritrovandomi nudo, fuori dall’incanto.
Ma i maghi esistono apposta e così seppi, molto tempo dopo, che ella (o il suo doppio, perché con me era una) praticava – da regina stregona – l’ayahuascaggio in SudAmerica, dopo esser stata moglie d’un diplomatico in estremo Oriente, direttrice di Grand Hotel in Nuova Zelanda, trafficante in Cina, rispettabile signora in Svizzera, avventuriera in Africa. Ma so che è ri-fuggita, come ancora fa, dato che immortale resta nel suo regno delle fiabe.
Mi diede davvero più “coscienza”, ma so che non lo fece coi suoi filtri od i suoi dolci segretamente additivati di tossiche magìe: lo fece lei, lei da sola, e bastava certo per più vite quel suo stregoneggiare di sé, perché è solo incontrandosi che si può sapere – cari ayahuaschici, cari immortali, cari sognatori di questo e di quello e carissimi lettori di avvisi già avveduti – se funziona la coscienza.

Mentre per accontentarsi dei sogni, c’è il sonno; è fatto apposta.

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