Bambo


S’apre la caccia. Camminando con adeguato cane, l’altro dì percorro uno sterrato declive che porta ai boschi e stando – come di consueto – soprappensiero, non m’accorgo che l’architrave delle fronde passa silenzioso su di noi. Cane nasa in giro ben felice, io c’ho la sigaretta all’angolo della bocca alla Corto Maltese e come lui mi perdo tra i trasogni; l’antro silvestre ci avvolge e noi svaniamo in esso quanto le mosche in cielo; vaghi rumori di natura fremente corrono attorno a Cane ed a me, che pur guardando non vedo, e quel che vedo non penso.
Il sentiero svolge composto curve seducenti, i ciottoli neppure ostacolano tanto ed attraverso il fogliame ancora denso passa comunque una luce bastevole a non accendere la ragione. Cane nasa in giro ben felice, io ho quasi finito di far Corto Maltese, ma ho un pacchetto pieno e nessuna voglia di guardarne l’immagine stampata; e due accendini, dico. Verso l’inoltro faccio vela ignotamente.
Ignotamente finché vedo all’orizzonte della curva una figuretta; viene piano, è ritta ritta ed ha color di bosco, no anzi – mi dico guardando – di tronchi e rami; no anzi – mi ricorreggo – di tronchi e basta. Arriva incontro a noi, ma pallidamente, arriva in intenzione più che nella pratica del muovere, procede piano, come irriggidita. Cane smette di nasare in giro ed osserva sollevando quanto più può le sue orecchie che non si sollevano granché.
Sbigno e capisco: un cacciatore! Orca miseria: è tempo di caccia, che faccio nel bosco a cercar rogne quali una scarica di pallini di retro o – peggio – innanzi? Come mi son trovato qui? E tu, cane, che senzienza hai se con tanti schioppi pronti a farci fuori non m’avverti del periglio? Rin Tin Tin l’avrebbe fatto, e pure il Commissario Rex, e Lassie, e Pluto. No, Pluto no perché è quasi più coglione di Pippo, ma insomma. Cane pianta lì di osservare la figuretta e si rivolge a me con faccia interrogante.
Lo lascio ai suoi dubbi e tento di risolvere i miei: là c’è un cacciatore, un tizio armato di fucile, un individuo scardinato da chissà quali sofferenze il quale, per star bene, deve compulsivamente accoppar qualcosa. Ed io non solo non ho armi, ma pure una certa incoscienza, oggi, che potrebbe financo spingermi a tirargli un proditorio calcio in culo, per dire. Procedo, que serà serà.
E la figura lemme si avvicina; la vedo e non ci credo.

Perché sapete com’è: la cacciaglia nei boschi torno casa è sì compiuta da vicini, ma dopo la trasformazione in Mister Hyde; se quel tuo di presso ti pareva forse un filo pirla, ma buonuomo, tròvatelo in mezzo alle fratte con lo schioppo e temi per la tua vita, o incauto, perché egli è ormai ossesso dalle beccacce, dalle starne, dai gerbilli e da ogni cosa che si muove, la quale, nel suo sé di quello, ha da star ferma grazie a lui; trovandoti perciò in un bosco nella stagione avversa alla vita – parlo sempre a te, incauto – stai negli slarghi, non ti metter fra le fronde, e fai voce, voce umana, canta, e ad intervalli strilla: “porca troia, non sono una cutrettola!” – insomma lascia che anche il cacciatore, pur ottuso dalla propria natura e dalla foia, si figuri in te un pisquano di specie protetta, e forse la scamperai. Poca cosa è infatti il trovarsi in campo aperto durante una tempesta elettrica, al confronto, perché al contrario del cacciatore il fulmine se ne fotte di te, e se ti casca addosso è solo perché ha perso l’equilibrio.
Mentre la Caccia Selvaggia arriva invece per uccidere, ed i ceffi terroristi che la compongono procedono avvolti da una nebbia di segugi angosciati e furenti che pare il Canto Tredicesimo, ed è preceduta da una vita minuscola che corre a salvamento, e tutto questo ti travolge, incauto, talché te la saluti, la brunetta che t’abita di fronte come pure la biondina del bar. Meglio che ti levi dalle selve, e in fretta, lasciando passi Febbraio col suo carnevale altrettanto insensato ma innocuo; da’ retta: viaggia via.

Così mi parlavo su quel sentiero di bosco in agguato, il giorno in cui Cane non m’avvertì.
Ma quando l’armato s’appressò mostrandomi i dettagli, quei pensieri allarmosi si fugarono: la figuretta che lenta mi scorreva accanto era rivestita da un completino ocra, d’una pelle che s’indovinava morbida tanto da patire fino il contatto colle frasche; e la giubba alla sahariana ben aderente, ed i pantaloni guarniti di tasche peraltro vuote che la coprivano apparivano intonsi e addirittura stirati; ai piedi, la figuretta calzava non plastiche galosce alla brutta schifa maiala, ma eleganti stivali maròn scuro, lustri da far da specchio alle curiose gazze; armata era, la figurina, ma d’uno schioppo non già tenuto a braccio con dito pronto al colpo in canna, e invece riposto in una custodia serrata pur da cinghie in elegante pelle e colle fibbie rame, e passato in eleganza sulla spalla destra cingendo della stessa mano negligentemente, come a caso, la tracolla; alla cinta correva attorno flessuosa cartucciera color dello stivale, e tutti gli alloggi dei proietti avevano il loro bel bossolo tornito a far mostra del fondo ramato ben lucente, e al collo, nello sboccio della giubba, fioriva un foulard color di verza, d’un tono caldo così da far pendant col tono del vestiario e dell’ambiente tutto, e tutto ciò io rimirava, mentre a passi piccoli e gambe strette, la figurina percorreva lo sentiero, me d’accanto, rivolgendomi un souriglio ch’era davver segno di pace.
Un’orchidea; un’orchidea tra la gramigna. Un’orchidea maschio. Voi l’avete mai veduta, un’orchidea maschio armata di fucile? Io, non l’avevo mai.
Guardo l’increspo leggiadro delle labbra di colei (la figuretta) e mi sovvien la storia, ovvero il mancamento di questa, per ella: professionista o medico, forse quadro avanzato di multinazionale, il nostro avea papà cacciatore; morto papà, ficcatosi in famiglia susseguente con moglie, di buon dote, accasingata e du’ figlioli, egli tornava spesso alla memoria del genitore del quale ricordava le gran palle decisorie, il modo brusco, ed il capitale che lasciò. Dimentico di sé, scordò di crescere, ed all’età di un bispadre manteneva l’aria querula preadolescente, ma poiché le finanze mantenevano ed il fermo di completamento ed i sogni di bambicchio, in memoria si comprò fucile e completino, ed immaginarsi l’acquisto fa godere dell’occhio umido di ello, e della ganascìa del venditore – “le piace, eh, dottore; guardi qui: questo è uno spettacolo… un Armani dei cacciatori; lei nei boschi sarà invidiato: guardi che eleganza… suo padre l’avrebbe preso ad occhi chiusi!” – e la custodia dell’archibugio, e lo stivale in pelle di uro.
Il volto della figurina mi scorse accanto rivolgendomi un cauto inchino con sguardo timido dietro l’occhiale; replicai, forse, non ricordo, mentre lo miravo nel telemetro dell’occhio mio crudele ad altro aduso cercandovi, come i leoni d’una vecchia presentazione d’altri tempi, l’immagine di confronto. Ma non la trovavo. Mi voltai pure guardare la figuretta che, al suo passo in tacco dodici e gonna stretta, percorreva lo sterrato fin certo a casa, ché ormai il giretto era fatto e papà stava onorato. D’un cane neanche l’ombra, perché certo sporcano.

Trovai un sentiero a destra che conduceva a valle; lo presi, dal punto che più su s’udivano già latrare torme d’inferno, e schiocchi secchi venivano da oltre. Per quel dì di trasogno avevo veduto abbastanza.

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