Din don danno


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In un altro articoletto avevo parlato del mio rapporto col campanaro del campanile che suona le campane; pensavo d’aver così esaurito l’argomento ed invece mi sono accorto con un brivido d’esser stato poco previdente: il male non era scomparso, c’è una novità.
Non so se il campanaro segua il blogghettino mio che è d’altronde luogo arido, ma lui potrebbe, miracolosamente, o viralmente, celarsi dietro quelle visite americane che ricevo, così misteriose ed inopinate. Potrebbe; o forse è dio che fa la spia, cosa che sempre ha fatto, e per saperlo non c’è che da leggere il suo diario, il più venduto al mondo; se dio difende il campanaro è complice di quelle azioni, ma per uno che richiude il mare d’un botto su migliaia di figli suoi, consentire la magna rottura di coglioni di qualcuno a mezzo campana che vuoi che sia. O magari poi, invece, si tratta di banale chiaroveggenza; sì è vero: esiste il CICAP per queste cose, ma anche il benemerito CICAP non sa spiegare tutto; per esempio non sa spiegare l’arcano per cui se io suono il pianoforte alle sette del mattino e disturbo così il confinante di porta, vengo sanzionato; se invece il campanaro a quell’ora suona i suoi metallika appesi, scassando i santissimi a migliaia di abitanti di tutto un paesino, lo si debba pure ringraziare; ci sono misteri fuori della portata della scienza, dunque la chiaroveggenza esiste.
Sia come è, il campanaro pare saper tutto di me; di certo pare conoscere ogni mio movimento. Avendo un cane io sono infatti costretto a dei moti impropri quali l’uscir di casa in compagnia di egli, per permetterne l’evacuazione di scorie fermentate che il cane produce con una invidiabile abbondanza, tanto che ho pure cercato di venderne una parte, ma senza incontrare finora un vero interesse di mercato. Il sentiero che percorriamo passa, per avventura, esattamente sotto il missile incampanato, confinandolo malignamente per lungo tratto; questo consente al campanaro l’espressione di tutta la sua crudeltà.
Non appena infatti io, adeguatamente canàto, compaio a duecento metri da quella sentina di ogni empietà, le campane danno qualche lugubre beffardo rintocco ed un volo di uccelli neri si alza a formare segni in cielo, cielo, di questi tempi, come sapete, sempre tetramente grigio e minaccioso. Man mano che io raccolgo fronde, insetti e feci d’animale con cui mimetarmi da zolla ambulante (esistono anche queste, ve l’assicuro: l’ho letto su un autorevole libro di fiabe) la voce delle campane prende il tono di una ghignata cattiva e  gorgogliante, ma è allorquando finalmente imbocco il sentiero che l’urlo di pazza gioia del boia devasta l’intorno. Sapete cosa sia star sotto un campanile mentre i suoi quattro imbuti di ferro arrugginito tetanizzano l’aria il corpo e lo spirito sbattendo tanto da far oscillare la lor sede alle fondamenta? Mai s’udì baccano più sgraziato, squilibrato, offendente, lesivo, esasperato, manicomiale, aggressivo, stonato, insensato; mai si vide maggiore inutilità sociale nel lavoro dei grandi musicisti, Bach su tutti, e più grande disprezzo dei concetti di “sistema temperato”, di “armonia” e “composizione”; mai fu più chiaro quanto poco possa fare per voi, dopo, malgrado i lunghi anni di studio e la raggiunta sapienza, l’otorino. Mai… ma avrete certo capito dove io vada a parare.
Il campanaro sa che di lì dobbiam passare, e ci aspetta proditorio; né serve che io finga scarti o dribblamenti come un centravanti campione, né vale che io minacci rappresaglie, ché tutti, ho interpellato: dai Navy Seals alla mafia del Brenta, ricevendo l’umiliata risposta che nessuno può fermare un campanaro, per quanto grave sia il suo disagio mentale e quanto dannose possano essere le sue male azioni: egli tutto può, con quelle campane ed io, a causa di cotanta mia insofferenza, son giunto a chiedermi se alle volte fossi mica io, l’Anticristo, ma poi ho inteso di no, e che al massimo posso esser l’antiprevosto.
Ed allora passo, mani alle recchie, e sento guaìre le guàine ai metacarpi, e gli sbalzi di pressione, e l’ira funesta, e questo e quello, e poi sento alta e grave nello stesso tempo far bordone alle campane la risata di quel dio biblico così violento, iroso e sinsigante, e allora ricordo le foto del battesimo mio che stanno chiuse in un albumone catafratto in cuoio manco fossi nato nel medioevo; rivedo entro me quel me pucciato di testa in un catin di broda, e poi riemerso fradicio e angosciato; vedo la fauce di quel bimbo così aperta da mostrar fin una luce in fondo, gl’occhi serrati in rughe premature, i pugnini stretti nella sublimazione di un impossibile combattimento e capisco, e mi sovviene il sonetto di Matazone da Calignano:

 

Là soxo, in uno hostero
Si era un somero
De dré si fè un sono
Sì grande como un truono
Da quel malvagio vento
Nascè el vilan puzolento.
Onto che fo de guaj
Bagnado de catelagi
Lo vento e la cortina
L’azonse a gran ruina
La piogia e l’aquamento
L’azonse de presento.
Zo fo per prevedere
Quel vita el devi havere.

 

Sappiamo tutto da tempo immemore; non stupiamoci.

 

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