Via a calci gentili


Che fa un cittadino abituato a far còccole al cane, quando incontra un topo in salotto? Se è Walt Disney, beh, si sa; se è ìnternet, ora ve lo racconto: 

Caro Lettore, dall’ultima volta che ci siamo incontrati, un’altra avventura ha riempito parte del mio tempo regalandomi nuovi argomenti per esprimere tutto l’entusiasmo che provo verso la vita mia e dei topi.
Oggi ti racconto che, mentre dove lavoro mi avveleno lentamente con naftèni, naftòni, naftelèni e ftenòli, nella cucina dove magno ho scoperto invece un grasso e florido murìde che, scagazzando, percorreva disinvolto vie a lui familiari tra i recessi delle campagne e casa mia.
Eh beh, è stata una sorpresa; oh bella: – mi son detto – che fa qui da me un topo di campagna? Che, forse sto in campagna, distrattone che sono? E da dove è arrivato e come? Forse che scala i muri come l’uomo toporagno? Gli piacerà star qui? Posso far qualcosa, posso dir qualcosa (oltre le solite cose, naturalmente) alla sua mamma o al Signore che me ne fa dono?
Per prima cosa ho consultato l’enciclopedia degli animali che fa bella mostra di sé presso la tivvù; ho così appreso che il topo di campagna – mus musculus, della famiglia dei muridi, classe roditori, famiglia animali, ordine dei vertebrati, sottordine dei cosi lì, classe accidenti a lui, regno di dio – è un topo; e con questa bella scoperta, mi sono rincuorato.
Per la cattura del topo l’enciclopedia consigliava di mettergli del sale sulla coda e poi tentare di leccarlo (“se riuscite a leccarlo, riuscite anche a prenderlo”), oppure il far bollire della maggiorana, del crescione ed una stella alpina, cospargersi il capo con il brodo e recitare per tre volte “o san giorgio e san crispino, caccia via questo topino”; in questo caso, il topo avrebbe sicuramente iniziato a ballare la conga e si sarebbe buttato dalla finestra. Allora sono andato a comprare una trappola.
Vado. E nel tragitto ero però assillato da immagini strazianti: il topo ferito dallo scatto della tagliola che piangeva e si pentiva chiedendo pietà, il topo che giaceva morto con nelle manine ancora stretto un buco di groviera, il topolino che, storpiato e paralizzato, guardava me gigante avvicinarsi a dargli una morte brutale; mi sono fermato in mezzo al traffico, turbato. Il traffico si è fermato con me, turbatissimo pure lui.
Ho preso il telefono cellulare e ho chiamato il negozio di caccia e pesca:
(Negozio di caccia e pesca): – pronto?
(Io): – negozio di caccia e pesca?
(Negozio di caccia e pesca): – sì
(Io): avete le trappole per topi?
(Negozio di caccia e pesca): – certamente.
(Io): – beh, si vergogni.
E ho attaccato. Ora, lettore mio, non ti racconto nel dettaglio le associazioni mentali, le coincidenze fortuite e i fortunati errori di percorso che mi hanno condotto al Consorzio Agricolo Orobico O Come Si Chiama, una grandissima struttura moderna dove vendono cacca e sementi, ma soprattutto cacca; lì un signore gentilissimo mi ha confortato sul fatto che decine di idioti incapaci di uccidere un topo comprano gabbiette al fine di catturarlo vivo e liberarlo poi nella campagna, per la gioia degli agricoltori fricchettoni induisti ecologisti. Mi sono quindi provvisto delle trappole innocue e – tutto felice – me ne sono tornato a casa sotto una bella splendente aureola.
E così, Lettore, mentre l’altro giorno tu pisolavi bel bello, io, ginocchioni in terra nella cucina tutta smontata, con il frigo staccato e la vernice spenta mi rimenavo tra le mani la trappola per topi e pensavo alle varietà dell’esistenza nella quale io uomo, lui topo e dio, diciamo colomba, eravamo uniti in una intimità che a volte si fa sodalizio, altre tenzone.
Ho montato la trappola, innocua per il topo ma perfettamente in grado di schiacciarti le mani mentre la monti, ed ho atteso, dormendo prudentemente a casa dei miei.

(Ed ora una digressione culturale, per far vedere che ho studiato)

Gli animali hanno anima? Sennò gli hanno sbagliato nome. Ha un bel dire il Parroco che le cose stanno così e così; lui che ne capisce poveraccio? Parla perché se lo sente come compito pur essendo ignorante come una capra, ma ecco già un bell’argomento: la capra è ignorante? L’etologo Danilo Mainardi scrisse un libriccino dal titolo “L’animale culturale” nel quale esponeva come e qualmente il gatto di casa imparasse, se non le tabelline, almeno come s’apriva il frigo. Perciò daccapo: la capra è ignorante?
Beeh… c’è incertezza, sennò abbiamo sbagliato verso. Io stesso ho potuto verificare quanto una pecora allevata dai cani, si sentisse un cane. Il MIO cane – un logico aristotelico – davanti a questo fenomeno era perplesso e non sapeva bene come trattarla finché la pecora non si avvicinò al suo osso, allora il mio cane prese una lucida risoluzione: “ah, sei un cane? Ok” e gli azzannò un orecchio, trattandola come un cane tratta un altro cane ma anche come un lupo tratta una pecora e infine pure come il cane tratta il lupo; era la quadratura del cerchio: una bella pensata davvero.
Il pensiero del pensiero altrui però – nel conflitto – ci turba. Come si può schiacciare a pera un essere senziente? Senza essere americani o altri cosi, intendo. E allora ecco che giungono alla nostra coscienza sentimenti di colpa preventiva e non si riesce a caricare la trappola mortifera perché le mani si rifiutano di preparare l’assassinio e tremano e lasciano cadere ciò che dovrebbero mantenere, mentre la bocca biascica maledizioni non convinte; è la syn-patìa, che t’impedisce.
E mo’? – chiede il Cacciatore.
Dice Sallustio: “o uomo, tu viandante che transiti per la foresta e per vie ipogee raggiungi la saggezza che né Nemo né Ninive si ebbe e che rifulge come astro del mattino là dove le tenebre si disparono simili a nemici che arretrano in fronte all’invincibile…” –
vabbè, fanculo Sallustio; a me, qua, i topi non mi stanno simpatici (perché si parla di topi, se non fosse stato chiaro); i topi mi piacciono laggiù nelle tane e da qua io rispetto la loro via murìde, ne piango i drammi, mi coinvolgo nelle scelte, delle lor gioie m’allieto. Ma non in casa mia.
Ai pie’ del letto, a vegliarmi mentre dormo confidente, io e Thomas Mann ci vediamo bene un cane; un bel cane che mi volge l’occhio pensoso e sereno nel quale mi rifletto quando mi sveglio; un cane che dedica il suo cambio d’espressione a me, felice di rivedermi dopo che la notte ci ha portato in sogni diversi. Un cane che sceglie liberamente di donarmi il suo amore oppure di restare digiuno, un cane insomma, un cane, un cane, saprete cos’è, santa madonna.
Ma il topino che s’inguatta tra schermi di credenze e su per màdie, lui che indefesso rode nella notte ferina chissà che bèni i cui guasti s’appalesano nel tempo, lo spirito animato sempre in cerca che dona un senso insieme di sgomento e di ripulsa, il topo, il topo che è un topo è un topo è un topo insomma, saprete cos’è un topo dico io, quello non mi piace.
E l’ucciderlo?
Ahi, ritorna la pïetas mammiferale, sentendolo fratello, pur lontano. Egli sbatte le palpebre, regge minuscole cose con minime manine, partorisce con doglia una figliolanza inetta e piangente e l’allatta amoroso, la cura, nettandogli con la lingua il cul di merda lordo, forse gli canta anco misteriose nenie di culla. Come ferirlo? Perfino Konrad Lorenz scriveva come l’aver dovuto uccidere dei topi per esperimenti di laboratorio gli avesse provocato una nevrosi, che si manifestava con incubi ricorrenti in cui egli riviveva orribilmente quegli episodi di assassinio, ragion per cui si era da allora in poi rifiutato di compiere sperimentazioni che comportassero il togliere la vita agli animali.
Eppure bisogna bene fare qualcosa.
Catturarlo; catturarlo e redimerlo; o solo catturarlo vabbè; e poi portarlo lontano in terre nuove, soprattutto a noi distanti, e rendergli la libertà (la libertà ci farà liberi) e guardare il suo stupore nel trovarsi scornacchiato ma vivo! Eccoci dunque all’opera nella cerca di una gabbia che lo chiuda con l’inganno senza nuocere che al suo amor proprio, se ne ha. Eccoci alla monta della trappola innocua, eccoci ululando il Santo del giorno, perché il coperchio scatta a tradimento sul mignolino incauto; eccoci a disporla sul tracciato, corredata di esca succosa. Konrad Lorenz mi avrebbe dato la lode. Mozart e Schikaneder forse solo ventotto.

(Fine della digressione culturale a causa di raggiunti limiti culturali)

E dunque via all’attesa.
Che non si fa lunga, anzi; eccolo qua, l’intruso; guarda sgomento quel me grande come un campanile (un figone della madonna insomma) che m’appropinquo alla sua prigione e rido della sua paura; lo sollevo e l’esamino: – ah ah – penso – facevi tanto il furbo, tu, e poi eccoti qui; sembri proprio un minchione, ora, chiuso lì dentro; cià, vieni qua – ho detto, e l’ho preso. Cioè, ho preso la trappola, mica sono scemo.
E l’ho portata in ufficio. In ufficio perché? – mi chiederai, o Lettore; ma per farlo vedere alla mia bella collega che, come tutte le donne, non vedeva l’ora di avere un topo vicino, che domande.
E le donne sono strane forte, no? Quando il topo si mostra in tutta la sua mostruosa libertà, scaìnano come la sirena dei bombardamenti, poi, appena egli è in trappola e dimostra una giusta paura di fare la fine del topo, ci s’affezionano.
Poverino, e poverino, ci ha fame ci ha sete, che tenero, che musino, che caro che dolce.
E allora, come finisce la storia?
Finisce così: il topo ha mangiato del formaggio comprato per l’occasione (a un discount, ma abbiamo mentito dicendogli d’averlo preso ‘dal contadino’) e bevuto acqua minerale (a basso contenuto di sodio) dopo di che gli è stata rivolta la seguente proposta: “vieni caro, guarda: un bel campo di grano? O preferisci un coltivo di ortaggi? Una serie di vigne, un meleto? Orsù, vai dove ti pare giusto, figlio mio”.
Il nostro topo ha scelto il bel campo di grano che stava sul bordo di un canale d’irrigazione, lontano dalla strada. E, per la gioia del contadino di lì che supponiamo fricchettone induista ed ecologista, colà abbiamo reso il topo libero.
“Buona fortuna. Sii prudente, guàrdati dai gufi e le faine, stai nel folto delle erbe, muovi passi lievi, odi presto il periglio, abbi cura di te.
E non tornare o ti schiaccio come una pera, stronzo” – gli dissi.

E mi ripartii.

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