GENȊ NEL POZZO


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Questa foto, trovo ci riveli qualcosa di utile.
La parete sorge in una importante città e cinge un luogo grande e magnifico; è un muro storico e dunque il suo degrado non lo svilisce, ma in qualche modo anzi lo avvalora; su ogni struttura verticale, comunque (avete notato? Solo sulle strutture verticali) vengono pittati i cosiddetti “graffiti”, che in realtà non sono per nulla graffiti, bensì macchie.
Ce ne dobbiamo dolere? Mah: lo facevano anche gli antichi romani; ne sono stati trovati a centinaia sulle pareti di Pompei, ed è proprio per questa abitudine millenaria che oggi sappiamo, oltre che come combattessero, conquistassero, governassero i Romani in qualità di popolo, anche cosa avesse in mente il passante romano di cui la Storia s’è mai occupata, e se avesse spirito (l’aveva, ed era uguale al nostro) e cosa pensasse, ad esempio, dei candidati alle elezioni pubbliche (che c’erano anche allora, ed il passante di ieri ne pensava ciò che pensa quello di oggi, né più né meno), se diceva parolacce (le diceva) e se facesse disegnini (faceva pure quelli).
Perciò forse il “graffito” non è poi questo grande dramma urbano; si tratta di una traccia di vita, una tra le altre, come l’intemperanza in ascensore, e di un segno di reazione, come le strie chimiche per chi non ci crede.
D’altro canto, la maggior colpa che si può imputare al “graffito” è forse quella di togliere spazio alla pubblicità, cosa che potrebbe anche, a pensarci, causare prese di parte che finirebbero per provocarne un aumento esponenziale (della pubblicità? No, delle condanne per danneggiamento) ragion per cui decolliamo agilmente da questo argomento ed atterriamo sul tema principale.

Ho detto che la foto poteva rivelare qualcosa di utile. Non mi riferivo in generale al fenomeno della graffitatura, ma in particolare alla frase che è graffitata su quella parete; vedete, in alto c’è scritto: “per sempre ignoranti”.
Sorprendente, no? Perché di solito si scrive qualcosa contro qualcuno, ma allora ci si aspetterebbe di leggere, ad esempio, “Polisportiva Caspiate di Sotto per sempre ignoranti”, o “onorevoli di ‘staceppa per sempre ignoranti” od almeno “bigoli della terza C per sempre ignoranti”, insomma una accusa offensiva mirata e diretta verso un obbiettivo chiaro.
Basta un’occhiata per rendersi conto che non si è persa alcuna parte della frase; essa campeggia intonsa dall’epoca in cui fu scritta, e parecchio tempo dev’essere passato poiché intanto l’intonaco si è deteriorato sbertucciando un poco i contorni di alcune lettere e poi l’artista che ha pittato quel margheritone giallo ci ha fottuto la “i” finale sotto un petalo. Ma la frase finiva lì: “per sempre ignoranti”, e basta.
Con chi ce l’aveva, l’antico graffitaro? Guardiamo meglio: la frase è stata corretta, e contestualmente al momento in cui veniva vergata; all’inizio l’autore infatti si era sbagliato, aveva scritto: “per sennpre ignoranti”, due enne; poi deve aver ripronunciato a voce alta “sennpre – si è giusto. No; magari è sempre” – forse aveva un complice: “Gianni, tu che sei una secchia di merda, come cazzo di scrive sennpre?” – e Gianni: “con due enne”; “Allora voglio scriverlo sbagliato: una emme; sennò dove mi finisce il messaggio” – e l’ha corretta; fortunatamente in modo ancora visibile, così il messaggio è passato.

E il messaggio, a me postero passante e lettore, è arrivato così: il graffitaro, come Freud, parlava di sé, ma ciò facendo, anche di tutti noi.
So che tra noi vi sono anche dei coltissimi individui, dei prestigiosi professori, perfino dei premi Nobel, ma nulla e nessuno può smentire la affermazione (tale è) quasi ‘profetica’ di quell’anonimo; egli – dopo acuta presa di coscienza della sua propria ignoranza – capiva che questa era condizione pandemica, universale, forse addirittura geneticamente determinata e perciò irrisolvibile. Ci avvertiva così – e per questa sollecitudine dovremmo rivolgergli un penso grato – che il nostro futuro non sarebbe stato dissimile dal passato; “attenti, ignoranti!” – egli diceva – “ciò che la generale ignoranza dei vostri avi ha provocato, di nuovo provocherà la generale ignoranza vostra, pozzo abissale nel quale fondo sprofondati tutti nuotiamo, miseri pesci non in grado di scalare quelle pareti” – per questo l’ha scritto in alto.

Avessimo dato retta a quell’Acuto forse ci saremmo risparmiati la crisi mondiale, e Goldman Sachs, e le guerre irachene, quella libica e quella afgana, la nascita del terrorismo, le Torri gemelle, stragi di qua e di là e rovinosi governi di bambocci buffoneschi, pure criminali; sarebbe bastato fare il contrario di ciò che la nostra ignoranza ci suggeriva. Il nostro presente è infatti la prova del fatto che l’Anonimo aveva ragione, aveva la scienza oltre alla coscienza, sapeva; vedete dunque a che vette intellettuali può arrivare la potenza d’una vera ignoranza.

Ebbene, bisogna però dir pure che il genio non ha bisogno della cultura per essere tale. Di questo concetto c’è una sottile presentazione scenica nel film “Non ci resta che piangere” dove i protagonisti Troisi e Benigni si ritrovano inopinatamente nel 1492 ed incontrano nientemeno che Leonardo da Vinci. I due, provenendo dal futuro, pensano di arricchirsi sfruttando il Genio per fargli costruire in quel tempo ciò che la società moderna ha oggi costruito, ma ci sono due problemi: il primo è che loro non sanno spiegarsi e, per far sì che Leonardo realizzi un treno séguitano a dirgli solo “treno”, “binari”, ma in effetti non hanno la minima idea di come possa essere tecnicamente spiegato un treno. Il secondo problema sta nel fatto che Leonardo capisce un cazzo, sembra un demente, ride e ripete parole a vanvera, non sa nemmeno far di conto.
Eppure, nell’ultima scena, i due vedono passare un treno; credono di essere tornati nel loro secolo, ma invece alla locomotiva sta l’ineffabile Leonardo che li saluta da abelinato gridando “treno!”.
Ecco, questo è appunto il Genio; fosse uno che studia sarebbe solo un bravo tecnico, ed invece è un miracolato dalla natura che, accecato nel fondo della sua ignoranza, eppur ci vede.

Come l’Anonimo graffitaro, che tanti anni fa, rampicato su un muro, aveva tentato di avvertire il Mondo; ma il Mondo non l’ha considerato altro che un teppista perché, come lui sapeva bene, siamo troppo, sempre ignoranti.

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