Cràc caicài


PRIMO TEMPO

Il caro cane, una sera delle scorse usciva felice a nasare le aiuole e – com’è suo costume – dopo aver espulso quanto superfluo, si metteva a correre entusiasta dello sgravio.
Ma mal gliene incoglieva, stavolta, giacché un dio brutto e gatto mimetava
temporaneamente un pericoloso tombino stradale ed il piccolo, tutto balzi e sorrisi, ci piombava dentro, scavezzandosi malamente una zampa. Quella sera, le urla dello sfortunato semibimbo si spargevano nella città; le mie rimostranze invece salivano impavide i monti valicando antichi confini e, incuranti del mercato comune, invadevano patrie straniere.
Dopo il coro congiunto, insieme ci siam recati da un veterinaro notturno; lo scampanìo e la nera liturgia che recitavamo lo han convinto a desistere dall’ignavia; ecco che si schiude una porticina ed a noi (cane dolente e me diocantante) appare una puella vestita in verde come una gramigna, con occhiuzzi pieni di sonno ed una smorfia di pena atavica su labbrine esangui; questa figura era insomma il dottore. Io e il cane ci guardiamo; la zurella guarda noi; noi guardiamo lei; tutto in gran dubbioso silenzio. L’immagine ci fa dimenticare il comune impegno; lei mira la coppia mista di razza, con le membra commiste in un abbraccio soccorrevole e le fauci ora ugualmente ululanti. Noi, in coro, chiediamo dov’è il suo papà, il dottor veterinaro. Son io, il veterinaro, dice la sgurella. Ma va, diciamo noi, con poca voglia di scherzare e per l’ora, e per la causa.
Lei caccia fuori dalla tasca lo stetoscopio (che gli casca in terra) e il diploma, che io e il ferito compitiamo diffidenti. Accidenza, faccio io: dottore a tredic’anni, complimenti e tanti! Ne ho trenta, risponde la laureata cogli occhi lucidi di pianto. Ah, ritiro i complimenti, dico io signorilmente.
Il cane mi dice con gli occhi beh andiamo, ma io voglio provare la valentìa del mostro: è questa la zampa? Chiede la veterinaria; no, questo è il culo, rispondo io prontamente; la zampa è questa qua per esempio, e poi lì, lì e lì; in tutto quattro, di cui una rotta. Quale sarà, sacramento d’un quìz?
Un aiutino? Dice lei indossando un laparoscopio.
Ecco che il carnivoro viene introdotto, non senza rimostranze da parte sua, sotto la macchina Röntgen: io vesto una piombea parannanza per non seccar le balle già provate dagli usi incongrui; ecco che parte – dice la dottoressa sguffia; la macchina non si muove: rotola Röntgen nella tomba. Ecco che parte – insiste la bruttona: mi becco 6000 rad sulla chioma cranica e divento, per due microsecondi, più bello. Il cane bestemmia in tre lingue (canina, equina e monotrema) promettendo di zannarci la carotide appena venga rilasciato; io porcòno tristemente tra me e me i pochi santi che ricordo dal catechismo; la racchinaria è giuliva neanche gli avessimo regalato un fegato di dromedario e va a sviluppare la pellicola, saltellando come un’anatra zoppa. Attendiam che esca. Esce, la ornitorinca, con la sua bella lastra, tutta bianca; come mai? La dottofessa non se lo spiega, io, non me lo spiego, il cane ci dà ad entrambi del pirla fallito cercando di ucciderci telepaticamente. Lei vorrebbe steccargli la zampa, almeno una qualsiasi, per giustificare il conto; io mi oppongo con argomenti filosofici quali: lei è un’incompetente; ne nasce una colluttazione.
Usciamo dal pronto soccorso veterinario con molta cordialità, promettendoci di rivederci all’alba, coi padrini.
Ora la bestia è ancora sderenata e stiamo aspettando i risultati degli esami pre-operatori in vista della riduzione della frattura, che sarà fatta dall’Università degli Studi, facoltà di Medicina Veterinaria, oppure dal CNR, la NASA, l’ostia di che ne so.
Nel frattempo, preghiamo, da bravi battezzati, un rosario infinito

SECONDO TEMPO

Eccoci al dunque; – dunque è rotta – fa il medico chirurgo primario veterinario ortopedico sanitasico ultrafigolo iperoscopico polimagico, specializzato in. Bella scoperta – faccio io.
Ero entrato nella clinica veterinaria-Studio Associato su indicazione del veterinario mio ma curante lui (il cane) e cercavo una forma ospedaliera, ma di ben donde a quell’indirizzo ho trovato il fianco d’una banca, e dov’ivi terminava la scritta: …’ca, iniziava: stu‘; in quell’angolo misterico, fuor da ogni sospetto era quindi celata nell’ombra una febbrile attività di salvamento animalia e si addensava greve l’odor di sala operatoria.
Entro, non troppo fidente; due porte severamente chiuse introducono ai misteri dell’Arte; si percepiscono lamenti non umani e voci disumane e un rattattuglio generale al di là di quei confini; aspettiamo composti come le statue del Canova e dopo del tempo – tempo in cui ci s’intimidisce sempre più, come sempre accade nelle fredde stanze in cui s’indagano coi ferri vita e salute – appare e sorte da una delle porte e lesta innante viene una guagliona in camice verde e siringa d’ordinanza: senza meno, costei inòcula proditoria il cane mio che non se l’aspettava.
Preso dal farmaco, egli s’abbiocca alquanto e viene transìto nelle sale dell’opera; più in là ùggiola tristemente un maremmano da poco scoglionato; un chirurgo verde moltissimo autorevole chiappa e guata pensoso le lastre nostre smorfiando la ghigna.
Checcè? – dico io inquietato; del pari fa, con gli occhi a mezz’asta, l’animalo; il Sanatorio graduato si spiega: e questo e quello, e scorre veloce la lista degli esami, s’attarda su un indice, indica un valore; presso di lui, una biondona dagli occhi focosi annuisce accigliata: ell’è, di proprio, l’anestesista; in effetti, guardandola si va un poco in deliquio. Il mio cane, pur intossicato da quella siringa, tenta in ogni modo di sorvegliarci tutti, critico di carattere com’è.
Ecco, è il momento: la morsa dei sanitari mi toglie l’animalino che scompare nei corridoi smellosi di aseptici e io son cacciato fuori in angosciose sale d’attesa.
Attendo e attendo, ed entrano viventi d’ogni specie e dimensione: cani miagolanti, gatti con segni di fobie murìdi, uccelli còlti da dismorfie paduli, pesci rossi decolorati, bràdipi epilettici, echinodermi glabri, formiche depresse.
Che bella varianza – mi dico, mentre un airedale terranova con la tigna mi bauscia le scarpe nell’attesa del suo turno; attendo leggendo dei fasti della nostra economia su un giornale oppositore e in realtà penso che quand’ero sanitario anch’io, all’ospedale degli uomini, più che qualche minchia di malatino prevedibile non arrivava ed i giorni sembravano uguali fra tetralogie di Fallot, calcolosi renali e numerose ma monotone algìe.
Scorre lento il tempo, come un’anestesia; mi chiedo: ma che cazzo fanno? Socchiudo e sbigno oltre le porte dei segreti ed incrocio sguardi severi che svaniscono con passi lesti; allora richiudo rispettosamente, minacciando in cuor mio ognissanto.
Ma infine ecco che usce fuori il chirurgo emerito: mi chiama, anzi: mi convoca con un cenno imperioso ed io scatto obbediente; galoppandogli appresso nella corsa dei corridoi, entro come una pallottola nientemeno che in Sala Operatoria (un bugigattolo ingombro di macchinari di modernariato, coi muri imbiancati durante l’Impero e più recenti scritte di w la figa); il cane è lì penzoloni e sembra morto e scontento. Il valetudinario lo schioppola un poco per indurne – dice – il risveglio; io penso che di solito faccio così quando voglio farlo intorpidire, mah; – sveglia, giovanotto! – dice gioviale e brusco il dottore verde, poi sparisce in una porta segreta del meandro. Quello sembra morto, scontento e infreddolito, però è riscaldato da una pietosa lampada ad infrarossi; – ma è già bello nero!… – dico io facendo nervosamente il simpatico; il chirurgo, che s’era affacciato, resta serissimo e scivola altrove. Aspetto vicino al mio cane dall’aspetto deprimente, che risorga; minuti passano lentissimi mentre gli verso nelle recchie pipistrelle parole a lui conosciute, affinché si redima dal sonnone infausto che ne limita la giusta incazzatura.

E poi ce ne usciamo da tutto questo, io e lui, di nuovo collegati e dirigiamo in rotta verso la casa e le sue delizie. Io ho pagato l’occhio destro per l’operanza del mio cane disattento; la belvina ha una zampa che sembra il ciufolo di John Holmes, bello incazzato e io lo guardo e mi sento così depresso.
Cosa c’è di vero in tutto questo?…

Vi mentirei mai?

Gigio%20zampina2

2 pensieri su “Cràc caicài

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