Specie di sbagli


Tempo fa vidi in tivvù un servizio telegiornalistico perturbante:

Si presentava la scena di un edificio che, nella notte, stava andando a fuoco; in campo l’animazione tesa delle luci sfavillanti dei mezzi di soccorso, il dinamismo dei pompieri e la costernazione dei testimoni ai margini. Una voce fuori campo commentava le immagini; ecco che i Vigili del Fuoco buttan giù le porte e penetrano nell’edificio alla ricerca di eventuali malcapitati mentre le autopompe schizzano nastri d’acqua nelle finestre esplose; c’è uno stacco di tempo, poi la voce di commento avverte che non si trovano persone imprigionate nello stabile, è vuoto, tutti sono fuggiti prima che il fuoco si propagasse ovunque: Ma ecco che all’improvviso succede qualcosa: i Vigili del fuoco sbucano dalle scale reggendo un telo carico, subito viene spinta verso di loro una barella: sopra il telo c’è un corpo; le immagini non sono nitide, non si distingue bene, ma si comprende che i soccorritori sono impegnati in manovre di rianimazione, uno pare comprimere un pallone di ventilazione ed un altro sussulta ritmicamente praticando in tutta evidenza un massaggio cardiaco; il corpo disteso sembra scuro e piccolo; la voce fuori campo finalmente ci rivela che i soccorritori hanno trovato qualcuno, sì, ma non è una persona. E’ un cane.

La barella con il cane assistito dai paramedici viene inserita in un’auto di soccorso che parte via scintillando blu e rosso. Il commento finale, piano e sereno, della voce informa che il cane era pesantemente intossicato dal fumo dell’incendio, ma se l’è cavata ed ora sta bene.

Ora, ce ne vuole per non sentirsi perturbati da questa scena, oéh. Cosa abbiamo visto?
Abbiamo visto un animale trattato come un umano non solo da un proprietario particolarmente fanatico, ma dalla società tutta che in tal modo si è espressa ufficialmente attraverso uno dei suoi servizi normati.
E questo cosa vuol dire?

Vuol dire perlomeno che ci sono casi in cui, perfino all’astratto livello di ‘società’, non possiamo distinguere. E dovremmo invece farlo?
Ecco il punto: dovremmo? A rigor di logica parrebbe di sì, perché effettivamente siamo diversi dai cani. E perché non possiamo allora? Cosa ha provocato il corto circuito logico per il quale ad un cane (un mammifero morfologicamente del tutto diverso dall’uomo, da esso filogeneticamente distante decine di milioni di anni) vengono prestate cure con lo stesso schema che la società ha reso norma (etica) per gli umani? Il cane sarà ben presente nelle nostre case, ma al di fuori dagli affetti domestici, considerandolo obbiettivamente, non è un umano; qual è dunque il senso di questo episodio?
Credo che per cercare di interpretarlo si debbano mescolare biologia (forse, più in generale, ‘fisica’) ed economia.

La natura infatti, intesa proprio come tutto ciò che esiste, risparmia. E’ per questione di risparmio che i pianeti sono tutti tondi. Ed è ancora per una questione di risparmio che l’espressione di un sorriso e di un ringhio sono tanto simili: la muscolatura facciale è quella che è e con quella che c’è bisogna fare tante cose diverse, perciò la differenza è affidata a qualche particolare ed alla presa d’atto del contesto, come nella lingua inglese, che infatti è sintetica, cioè risparmia sulle regole di grammatica e sintassi.

Se la natura è così nella sua parte di epifania morfologica, lo deve essere pure nella struttura psichica: s’ha da pensare cose molto diverse con una dotazione normativa assai schematica. In questa condizione, lo sconfinamento è una evenienza ad alta probabilità di manifestazione.

Allora, io sono un umano, strutturato per riconoscermi parte di un gruppo. Questo vuol dire che “il gruppo” nel mio ragionare psichico-naturale (l’istinto), mi assomiglia. Da qui, per logica, ne viene che ci deve essere anche qualcosa che non mi assomiglia, e dunque non è il mio gruppo, e quindi può essere potenzialmente nemico del mio gruppo, cioè di me.
Infatti, la creazione sociale di un nemico prevede che se ne sottolinei l’alterità: il nemico è diverso da noi; è trinariciuto, mangia i bambini, è di altro colore, pensa differente, parla incomprensibile. La creazione del nemico è molto importante perché quando vedi la differenza, vedi anche di più l’uguaglianza, e ciò rafforza l’idea di “gruppo”. La natura apparirebbe così manichea con il fine di creare l’idea di gruppo chiuso all’interno del quale produrre l’empatìa; ma la pentola, vedremo, non ha il coperchio.

Il gruppo è quindi, nello schema di aspettative istintuali, un insieme di raccolta somiglianze. La conseguenza di questo schema apre la strada al pensiero sublimato: se il gruppo mi somiglia così tanto, cosa in fondo ci distingue? Si potrebbe quasi dire che “il gruppo sono io”, e viceversa (Cristo non ha creato nulla: ha copiato).
Con questo corredo di base, è ovvia la tensione all’aiuto reciproco: l’empatìa è stata naturalmente imposta; possono quindi liberarsi, in sicurezza, potentissime tensioni emotive di saldatura del rapporto sociale.
In sicurezza? Mica tanto. Perché il paradigma di guida è troppo schematico e le sue poche regole devono coprire molte evenienze; si pensi alla regolazione della quantità di violenza non solo utile, ma necessaria all’interno del gruppo, in confronto al suo esterno. O al problema dei piccoli animali indifesi come facili prede: sono piccoli ed indifesi anche i propri cuccioli; come ci si regola, per non sbagliare mai?
Il problema dei cuccioli, a pensarci, è difficilissimo: sono diversi anche morfologicamente, non hanno corrette risposte sociali, emettono suoni altri da quelli del gruppo, si muovono come animali in difficoltà, cioè come facili bersagli; il rischio che corrono è potenzialmente enorme.
Una normativa naturale di precisa distinzione caso per caso dovrebbe prevedere infinite variabili e costerebbe una enormità di energia: non si può fare. È dunque necessario semplificare alla grossa creando un tabù: “attenzione! Tutto ciò che ha una forma tondeggiante, grossi occhi, movenze impacciate, suono stridulo e ripetuto, necessita di modulare sempre l’azione nei suoi confronti”. I nostri figli sono salvi, almeno nella più parte dei casi.

Ma l’osservanza obbligata di questo tabù può portare il leone a considerare il piccolo di gazzella un infante invece di una preda, baipassàndo l’istinto di caccia?

https://www.youtube.com/watch?v=VE-IraEpNYA  https://www.youtube.com/watch?v=PALf6SVe-SY

Parrebbe proprio di sì: in una opposizione di forze equivalenti, il prevalere di quella più adatta al contesto non è scontato e l’errore è possibile; il leopardo del film non ha operato – forse perché madre e dunque già alterata nel suo meccanismo di valutazione – la valutazione del contesto, e si è sbagliata. Altrettanto ha fatto la leonessa; entrambi gli animali, una volta valicato in modo erroneo il confine tra gli istinti hanno trovato dietro sé il muro del tabù e non sono potuti tornare indietro per valutare criticamente le loro azioni. Il tabù è una gabbia di confusione paralizzante.
Ed ora guardiamo questo altro filmato:

in esso un delfino selvatico con un amo infisso sotto una pinna, chiede aiuto ad un gruppo di subacquei. Nel filmato vi sono due momenti assai importanti.
Il primo (dopo il fatto stesso che un animale selvatico cerchi soccorso da una specie diversa, addirittura estranea al suo ambiente) è la valutazione di opportunità che l’animale compie prima di chiedere aiuto; osserva a lungo da distanza di sicurezza il gruppo umano, gira attorno ad esso con cautela e solo dopo un certo tempo, si avvicina. Ed usa il metodo induttivo, per comunicare il problema: lo mostra; si capovolge di fronte al subacqueo ed allarga la pinna ferita dall’amo infisso: “guarda qui”.
Il secondo è il comportamento degli umani; il delfino si offre alla loro azione curativa ed essi intervengono tentando di togliere l’amo con i coltelli; evidentemente provocano dolore all’animale che, di tanto in tanto, si sottrae all’operazione, poi – evidentemente facendosi forza in vista di un risultato e conscio che quel dolore è provocato non per recargli danno (sorprendente analisi critica, no?) – torna di sua propria volontà sotto i ferri. Durante uno di questi spostamenti, a metà dell’opera, il subacqueo che lo sta operando comunica con l’animale; come fa? Come fanno i subacquei: a gesti. Desiderando aiutare il delfino, lo richiama subito agitando verso sé una mano.

È molto interessante: l’uomo si rivolge ad un animale selvaggio con la stessa modalità che userebbe per rivolgersi ad un altro uomo e siccome è sotto forte tensione emotiva, non usa la ragione: è egli che viene usato dal proprio istinto. Dunque quell’uomo, per istinto, comunica con l’animale adoperando una modalità sociale intraspecifica ovvero, contro ogni logica sostanziale ed apparente (non c’è ragione per attendersi che un animale comprenda il linguaggio di una specie completamente diversa ed anzi, a conti fatti, non ci sarebbe ragione alcuna per rivolgersi ad un animale), l’uomo tratta un animale come un appartenente alla propria specie.

L’espressione fondamentale qui è “per istinto”, ed è inutile obbiettare che si è trattato solo di un automatismo, perché nulla è privo di senso in natura e non esiste atto che sia “a sé stante”. “Automatico” perciò, in questo caso, è solo un sinonimo di “istintuale”.

La parte importante di tutti questi filmati è che documentano accadimenti successi “in natura”, non in laboratorio cioè, od in ambiente casalingo (tutti abbiamo visto, nelle case, cani e gatti o perfino cani e conigli fraternizzare, ma queste situazioni si devono considerare artificialmente forzate). La leggenda di Mowgli, dunque, non è poi così eccezionale ed, a pensarci, non ha svolgimento diverso da quello che provochiamo noi ogniqualvolta accogliamo in casa un animale e, man mano, questo acquisisce un livello di considerazione tale da non poter essere distinto da un familiare umano. Appare inoltre chiaro che tutte le specie animali evolute possono commettere l’”errore” di trattare come un conspecifico un essere che non lo è, e che questo errore non può essere dovuto che alla insufficiente regolamentazione psico-emotiva delle differenze; come se un treno, passando fra un intreccio di scambi poco definiti, potesse percorrere il tracciato stabilito solo di slancio, ma una volta rallentato (la momentanea incertezza da episodio inatteso) rischiasse di essere dirottato su percorsi diversi proprio a causa della poca precisione con la quale sono realizzati gli scambi.

La complicazione del programma che regolamenta le azioni dei viventi è tale da non poter consentire la massima sicurezza; l’errore è sempre dietro l’angolo e la nostra commossa meraviglia è solo incoscienza; sostituiamo il regolo con la poesia. Insomma guardiamo la Luna. Ma qui sarebbe importante il dito.

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