Bollettino di guerra n°1: La Burba


Non tutti gli accenti di questo raccontino sono esasperati. Chi sa, saprà distinguere ed ordinare.

la burba

Ce lo buttarono, come un quarto di ciccia, nella gabbia dove noi andavamo disordinatamente avanti e indietro presso le sbarre, arruffati, a teste incassate nelle spalle e guardando in obliquo di sotto in su; lo vedemmo lì in piedi e di colpo ci fermammo, guardandolo a fauci semiaperte; lui non aveva nemmeno posato il zaino (la naja cambia tutto, pure gli articoli) e ci sorrideva.
Lo considerammo, lì fermi come eravamo. Un pischello biondobbio’ di aspetto cherubinico, tutto garbo levità e sorrisi, approdato nell’infermeria di quella caserma che caserma fu mai se non per tre o quattro sbelinati, e giunto in presta sostituzione anticipata di me medesimo, il Fantasma, già con una ciabatta fuori di lì. Dovrei dire “con un anfibio”? Non scherzate: nell’infermeria della caserma ci si veste come cristo gira, ed io giravo in ciabatte. Infradito da doccia, per la precisione; talvolta ciabatte e basco, a ghigno degl’amici. Essi ghignavano non per l’accostamento, sapete, ma per il basco: grazi’al fatto fossi io l’unico najone del nord-est a non aver acquistato allo spaccio militare il baschino sciué fighello, portando invece, scopo lùdico e per protesta, quello di regolamento: una piatta padella di un metro di circonferenza che messo sulle ventitré era buffo, ma sulle ventiquattro era sublime: parevi una “T” maiuscola; se disteso, visibile anche dal satellite.
Ad ogni modo, quel giorno invece ero quasi elegante: bermuda e scarpe, portavo; scarpe dismesse da mio padre e che andavano bene a me, pianta larga e dunque insofferente delle novità in rasoterra. Il piccino ci guardava e continuava a sorridere, ma ancora non parlava. Noi lenti schiodammo dal fisso e, fiutando in terra, gli ci avvicinammo con giri concentrici da pesce coi denti.
Il zaino stava ancora presso spalla al bionderello che sorrideva e sorrideva come avesse il tetano; esile figura, snello oltremodo, mani da pianista, gli occhi suoi dichiaravano totale disarmo. Lui giunti, gli toccammo l’uniforme intonsa, perfino abbottonata: da mesi non ne vedevamo una così; lui girava la testa a seguire ognun di noi che lo nasava e non risolveva d’esprimersi, solo emetteva certi singulti come fanno i cani che sognano, o i bimbi prima di vomitare. Dopo l’esame, sollevammo lentamente i musi e lo fissammo muti nei buchi azzurri della testa. Ristette un poco incerto a quell’at-tesa, poi si sforzò di svegliar voce:
– “…Ciao… io… sono…” – tre parole, tremila puntini. Lo aiutammo:
– “la burba”.

La burba s’animò improvviso come gl’avessimo spalancato le branche al grido di: – “fratello”
– “Ecco sì!” –e rise come una stridula femmina a una festa – “la burba, eh eh, la burba!…” – sembrava diventare sempre più biondo, gli occhini-cielo lustri aveva come stesse per piangere; noi lo fissavamo in silenzio. “sì sì…La bur… ba…” – seguitò, e si spense, guardandoci con volto via via più smorzato, il zaino sempre sospeso a segargli una spalluccia e una spallina.
-“La burba, abbiamo capito”- dìssimo (la naja cambia tutto, pure i verbi) e: – “pòsa il zaino” – gorgogliammo.
Posò e, circondato, La Burba a domande rispose, così sapemmo tutto di lui.
Dottorino, era, appena vagìto fuor dell’università in qualche terreno di quelle bande, e non aveva fatto molta strada per giùgnere fin lì. Ecco tutto quel che c’interessava sapere; e non che ci interessasse, ma era la pratica.
Il dottorin La Burba appariva anche troppo facile gioco per noi tre mannari che vi presento:
Il giovane io, che già ben mi conoscete. Màgico Tòf, siddetto perché di mestiere facendo l’infermiere, era al Mondo l’infermiere il più malinteressato al bene dei suoi pazienti, da che appariva oscuramente sapienziale quella vocazione che aveva a seguitare il lavoro suo malgrado, invece ch’esser ad esempio bandito d’assalto ai treni, truffatore d’ingenui risparmiatori, ministro dell’Interno o boss del cartell di Medellìn; così misterioso era quel contrasto, che aveva ben di magico; e Tòf aveva che far col nome. E poi La Burba di Prima, come fu seduta stante ribattezzato il terzo che, malgrado un certo aspetto aristocratico, avea ruolo di pulizzante i locali sconci; con grave nocumento della igiene complessiva perché puliva peggio che non lo facesse.
La Burba, a questa terna in mezzo stava, sanza salva di gradi superiori perché in codello ambiente si comandava noi subito avanti a Cristo. E in più, si era atei.

Il nostro, dunque, ambiente, era un confine di mura basse, e cinto d’una specie di giardino; spiccava, nella desolazione cementizia del cortilame di contorno, arredato con qualche carcassa di vecchio cannone, nel confronto parendo quasi leggiadro. Questo luogo leggiadro però, col buio si animava draculicamente; passata l’ora, noi presso appropinquavano gli esseri della notte: guardie, sentinelle, spacciatori, disertori alla licenza, ribaldi graduati, sonnambuli insonni e strani meccanismi che lì convergevano per essere l’infermeria una zona franca, priva di controlli contrappelli corridoi in cui ciabattassero ghegne d’infami sorveglianti: lì non v’era pericolo di gogna regolamentare: solo noi, s’era; i più belli ed i piuppùri. Diciamo. Vedete ben’ in che bel posto v’ho portato.
Fu perciò che, quella anarchica notte, apparecchiammo festa di cui La Burba fu quel che è la ragazza balzante dalla torta tra i gangster in riunione conviviale; e tutti, vennero: i peggio pipistrelli, e s’attaccarono qui è là per la dimora; le guardie armate entrarono grevi, e subito abbandonarono i mitra per differenti canne; certi fugaioli senza licenza che tornavano di soppiatto, notando grida soffiate tra oscure luci, percorsero il rivolo mefitico d’aromi intensi fin quella sentìna di nequizie buone; viaggiatori spersi entro le mura bussarono trovando alloggio per le ore di falena; imbriachi da tempo, rabboccarono il vizio prima che scemasse e grandi figure inconosciute muovevano ovunque delle ombre. E a tutto questo in mezzo, La Burba, beveva.
– “Bevi! Sei la burba e devi bere!” – facevamo, a lucor di denti tra i lampeggianti chiari di tregenda, e La Burba obbediva, offuscato dai fumi e l’alcool, felice a quella iniziazione (perché fa rima con accettazione) quanto noi n’eravamo inconsci – “sono la burba e devo bere!” – rideva senza oggetto, levando la bottiglia in sull’attenti, e tutto attorno rigirava come vorticato fuor di lì – “…e devo bere!” – ripeteva ancora in stacchi di voce. Le lucette militari davano bagliori alle baionette deposte ed alle canne dei mitra tralasciati su ogni rialzo; uno mostrava nel suo ventre un buco grande e fondo come una ferita, mancando del caricatore, per il cui si potrebbe dirlo inutil ferro e la guardia sua padrona, ora sbracata e fumigante in vecchia branda, ben vaga sentinella. Una nebbia vasta riempiva dal soffitto alle nostre teste ondeggiando come un vestito di donna, ed alla musica che usciva dalla tivvù schiarante a scatti il sabba; voci raucheggiavano in un misto che aveva corpo quasi solido. Ma tutto ciò ch’è bello ed insieme orribile, pur esso deve finire.
– “…Sono la burba e devo bere!…” – solo restava ad eco della festa la burba, a ripetere incessante il comando che da sé ormai si dava; colpito alla testa, il fante rimaneva ancorato a quell’ordine di partenza. – “Sono la burba e devo bere!…” “‘ùrba e devo bere!…” – seguitava, a momenti inceppato da un singhiozzo. Anche avendo voluto (e ce ne sbattevamo oltreconfine) non avremmo potuto soccorrerlo; egli ormai non aveva scampo: era imbriaco come un professionista del ramo. Lo comandammo dunque al catafalco suo, che era su in cima da un’altra parte, e andammo a letto; – “…ù-mbà è-e-ndò é-é!…” udivamo da longo, mezzo impastato suono, mezzo remoto. E a quel suono c’addormentammo.
Udimmo poi, in momenti di quella notte, rochi ringhi, e cavernosi gorgoglii, e scoppi di latrati aspri far dialogo con la burba litanìa; naturalmente mànco ci movémmo dai giacigli, e nemmeno avremmo posto piede ultralenzuola se gl’austriaci avessero deciso di rivalicar le valli con orgogliosa sicurezza; perciò dei conati della burba con il naso nella turca – a parte per il disturbo che ci dava e di cui gl’avremmo presto chiesto il conto – non ci demmo cura alcuna. A certi succede, d’altronde, di non reggere ammodo gl’etti di droghe leggere mischiate a litri in vino, birra, gin, ketchup, grappa, chili di fonzies, yoghurt alle rane, paracetamolo e quintali in sogni e speranze di finirla presto quell’annata; vomitasse dunque egli come si conviene: avrebbe presto imparato. E’ così che si cresce.
Il dì d’appresso, La Burba fece la sua bella figura con un pallore splendente che lo faceva parere, nel contrasto, quasi moro di chioma; egli sorrideva con una tale ebetudine che il Capitàn Dottore comandante i locali l’osservò d’occhio clinico, ma clinico com’era lui, sapevamo ch’un cazzo avrebbe compreso, scambiando quel soldato per frescone naturale. Noi il cazziavamo giovialmente: – “pèttinati, o bùrba, che pari una sagoma dopo il tirassegno; e il capitàgno si saluta con la mano alla testa, non agitando un piede; credi che perché stai all’infermeria non sei purciostesso un soldato?” – poi considerandoci l’un l’altro: – “Beh sì, la burba ha ragione”. Lui rideva felice senza aver capito manco un verbo.

Passavano i giorni, e La Burba tale restava, perché si è burba finché l’antenato che ti soverchia non abbandona quel mondo squilibrato e metamorfosa da najone in maschio democratico, tal che quel cambio pare non semplice rito di passaggio, ma una morte vera con tanto di sepoltura, sebbene ciò che va sotterra è una divisa. E un dì vedendolo lì burbante, un dì che ricoprivo il turno d’ambulatorio, l’avvertii:
– “Cara burbetta/ dimmi un pochino:/ vero che tu/ non c’hai che fa’?”
– “Io…” – principiò tutto burbino, ed io, burbanzoso:
– “Bravo. Cambio di servizio: oggi sei di turno, ed io vado all’ospedale”.
– “Vai all’ospedale militare? Davvero?” – disse ammirato
Lo guardai patrigno: – “ma quale militare, o burba: l’ospedale quello vero; dalle sette alle tredici, ciao: burbabène oggi, ti raccomando” – e uscii.
Non mentivo, quella volta: con inganni degni d’un Arsenio Lupèn ero riuscito tempo addietro a far credere al Comando mi fosse stata promessa, dal comandante che s’era appena trasferito, la frequenza dell’ospedale civile quando non ero in turno di servizio. Era una minchiata grossa così, ma mercè la complicità testimoniale d’un Sergente Maggiore losco quanto me, il nuovo comandante, pur riottosamente, credette alla ballona e mi diede bollata permissione. Ci femmo ghignate altosuono, al bar, quel bravo sergente ed io: era fatta, e gli offrii la trincata.
E con l’arrivo della burba, i miei turni di servizio, al termine di quell’annata sbirula, furono numerabili in minuti al mese. Egli d’altronde mostrava di intendere bene, quando gli dicevo più o meno che “il lavoro all’infermeria va approcciato così: soli, senza sapere un cazzo di dove stan le cose, senza conoscere le voci che ti arrivano dal Comando, senza alcuna informazione su ciò ch’è in corso ed in scadenza; solo così, come davanti alla mitraglia abbaiante, ti svérgini dai timori e divieni agile gatto in questa giungla, tanto che un giorno, ti dico, ragazzo, tu sarai addirittura (mano al petto, sguardo in alto) ME!”
– (La burba, estatico): Oohh!…
Ed accarezzandogli bonario il capo con una scarpa, uscivo per i cazzi mia.
E’ sublime, davvero, che qualcuno possa dar credito alle peggio banfate; accade solo nei comizi elettorali, oppure durante il servizio militare: in nessun altro caso nella vita un uomo comune diventa un fenomenale abelinato, ma lì sì.
Dunque anche Màgico Tòf intensificò le sue sortite cittadine, e soprattutto le sue fumate distensive; egli, comodamente disteso in branda, il canale tivvù fisso su Videomusic, una bottiglia da due litri d’acqua a pié del comodino, riempiva la stanza solitaria d’un fumo sì denso che beava persino le zanzare, le quali restavano sorridenti pure di notte dimenticandosi di pungerci. Manco a dirlo, nel frattempo La Burba l’aspettava per ore in ambulatorio, svolgendo in solitaria tutta la paranza.
Ed infine La Burba di Prima, fando (la naja coniuga diverso) mostra di nulla, chiamava come per caso La Burba ora titolar del titolo dicendogli cose come: – “senti, burba, fammi un piacere, passami quello straccio; ma no, non quello della polvere, l’altro per le turche” – e poi: – “guarda, passamelo di qua; no, non di qua, di là; no, guarda com’è: te lo passo io, così, visto?” – e finiva che La Burba si ritrovava a pulire i cessi senza nemmeno accorgersene.

Ora ci sarà chi pensa che tale schema di rapporti denòti un insostenibile uso della soperchieria e sveli personalità immature, immorali e distorte; bene: chi pensa così ha ragione. E, naturalmente, ha torto.
Vede giusto infatti, quando individua la soperchieria e la distorsione, e laddove gli par d’intravedere im-maturità/moralità, ma questi buoni concetti non si possono mescolare per concludere giudizio unico.
Perché, ricordate la metamorfosi di cui prima? Ebbene non era questa che l’inverso della precedente, già avvenuta non appena il treno vi traduceva in quelle mura ed un Caronte in sedicesimo vi fermava il cuore e la mente dicendovi dove eravate. Eravate in caserma.
E significa non siete più voi, siete altri. Tanto è vero questo, ch’è normale caso di quel tempo ognuno scopra in sé una personalità diversa da quella che di sé nosce; io, un candido ragazzo idealista tutto slanci di giustizia, divenni furbastro trafficone; e conobbi signorili giovani adusi baciar mano alle dame, e li vidi poi tentarne il corteggiamento a furia di rutti; d’un figlio di mamma tutto timidezza e rossori femminei udii la sferragliata raffica calibro 9×19 che rivolse a delle ombre, il giorno che fu di sentinella: non uccise alcuno per puro cul del fato; e il pusher più potente da lì al confine era un secchione piccolo e con lenti da bibliotecario, che citava i classici. Naja cambia. E dunque giudicando, giudicate un’altra figura, una figura diversa che però àbita il corpo di prima; giudicate insomma il demonio che l’ha invaso.
Nessuno resiste a Naja, nessuno rimane lo stesso: Naja cambia.

Ma la nostra burba era così fresca, imberbe, color di pesca gialla, e tanto garbo aveva nei suoi gesti, tanta timida bontà nello sguardo che pareva fare eccezione. Lo guardavamo e dicevam tra noi: “questo non ce la fa; questo si spara”. Ma il problema era che, lì in infermeria, noi non eravamo armati. “Questo si succhia il bidone di metile salicilato” – dicevamo allora. Ma quel bidone era tanto vecchio ch’avrebbe necessitato di un barile di trielina a diluente, e la trielina non c’era. Eravamo tranquilli.
E ci godevamo lo stupore neonato che arredava il visuccio di burba, quando egli guardava la folle libertà che facea oasi in quel luogo di contenzione; tanto era bimbo il nostro ometto, che decidemmo narrargli favole.
E così un bel giorno gli dicemmo:

“hai visto, burba, che qui da noi si può far tutto; hai visto come scompariamo per fulgide licenze autocondotte semplicemente uscendo di galera senza che alcun secondino puzzolente ci scassi i pendagli; hai visto che la notte, qui, è circolo di delizie come un cimitero in Ognissanti; hai visto che nei segreti locali di deposito le cui chiavi sono unicamente al capitàgno ognuno ha accesso, perché esistono più copie di quelle chiavi che stelle in firmamento; hai visto che chi entra qui, pur pieno d’abbagli in sulle spalle, c’entra col cappello in mano, perché noi pungiamo culi con forti aghi. Hai visto queste cose, ma ancora hai visto niente”.
La burba ci guardava sgranando occhioni come una proscimmia, mentre faceva bocca a culo di struzzo. Ci demmo intra nos occhiata strizza.
-“Perché, burba, rispondi a noi: che manca solamente? Cosa ancora servirebbe qui, per render questo luogo il paradiso della Naja?”
Burba rimaneva allocchito.
-“… Ehi, ragazzo, diciamo a te: cos’è che qui solo non c’è? No, dico: non c’è da pensarci màssa, mi pare!”
-“…un bell’impianto stereo?… – tentava burba.
-“Le donne, coglione!” – esplodemmo unisoni – “le hai mai viste?” – gridavamo dandogli nocchini – “sai come son fatte?!
Egli scusava riparandosi il cranio, asseriva d’averne sentito parlare, giurava averne studiato sui testi l’anatomìa.
Dubitammo d’avergli raccontato una favola troppo per adulti, ma insistemmo: – “ovvìa dunque, burba: per quanto il tuo sembiante complessivo possa darci dubbi, confessa, su: ti piace la gnocca?”
Confessò arrossendo: gli piaceva.
-“E allora senti qua:” – e gli narrammo mirabilie su festini tali che facevan parire le cene eleganti di tant’anni dopo, delle tribune politiche: vòrtici di cosce, grappoli di pòppe, allegria di culesse ridenti, trombate epiche, tra quelle mura.
Ora, bisogna dir chiaro che sebbene il Corpo di Guardia fosse abbastanza renitente alla consegna di controllo su chi uscisse dal ghirigoro di fil spinato, all’ingresso le cose eran diverse: una caserma è pur sempre una caserma e se la morte per fucilamento da sentinella non è, a conti fatti, tra le prime cause di morte al Mondo, volendo varcare soppiattamente quel confine, il rischio c’è, e non a tutti si potrebbe consigliare di provarci. Per queste contingenze, di dònne, in tali interni, se n’eran viste – purtroppo – mai. Era quella una favola per la burba bimba, che ci ascoltava ginocchioni davanti all’altare del suo oracolo; cui credette sempre, perché l’onnipotenza genera fede cieca.
E noi ghignammo scrollando i capoccioni rùffi; io misi il basco buffonesco e feci memorabile imitazione di burba, tra le lacrime dei camerati che pestavan piedi al suolo.

Venne allora uno di quei dì in cui lesto mi squagliavo fuor di là; mìsomi in borghese bello, ravviata chioma, lestamente dissi a burba che mi fosse – indegnamente – sostituto; quella volta, burba non mi si mostrò sorpreso e neppure rassegnato, sol mi sorrise mite e rispettosamente mi salutò, augurandomi bel giorno. Ed io, occhiandolo ironicamente accigliato, me n’andai.
A mezza via m’accorsi d’aver lasciato il portafoglio nella braca stesa in branda; con rapida bestemmia ed inversione, mi ripresentai all’ingresso casermico; il Corpo di Guardia, che ben mi canosceva, guardò ovunque tranne che me verso, come da accordi. Veloce mi diressi all’infermerìa traversando il piazzale perfettamente brutto fino al mio giardino, apersi la porta centrale e repente calcagnai ai locali nostri, ove con passo marzialissimo feci impeto, spalancando d’imperio l’esil schermo.
Egli era lì. Non ove dovea esser, ma invece in branda; era steso alla moda di chi s’accinge al sonno, ma troppo vicino a un bordo per esservi perfettamente comodo. Anche il disabbigliamento che lo scoordinava n’era affatto quello di chi utilizza quel luogo per la dorma, ma il suo sfascio vestiario nemmeno poteva dar ragione di un pisolo malandrino per pochi attimi, né il contegno che burba teneva poteva suggerire in quell’istante lo avesse assalito pigrizia, ché anzi un buon vigore l’animava; insomma, a farla breve, burba non dormiva. E nemmeno era l’unico a ingombrare i materassi bui di umori di generazion di burbe.
Una favola di bionda, una dea olimpica, una gnocca da paura cingeva lui con flessuose membra chiare piene e sode come da tempo non ricordavamo.
-“Ciao!… scusa, ti presento una amica…” – e a lei: – “lui è il capo qui, sa tutto, è lui che mi ha detto come potevi entrare… è eccezionale…” – disse burba, senza scomporsi minimamente da quel groviglio. La femmina mi sorrise serena e lieta come fossimo ad una festa – “ciao, piacere, mi chiamo…”

Salutai dominando le extrasistole e, con una battuta sul portafoglio scordato, dàndomi tono d’uom di mondo che sa come vanno ‘ste cose, feci retro front chiudendo educatamente la porta. Vagai sperso le corsie, quel giorno, sordo ai richiami dei pazienti. La città mi scorse sotto i piedi senza dislivelli; non mi scostai al traffico, calpestai bimbi, valicai muri passando verticale, a pranzo mangiai il tovagliolo mentre la cameriera mi diceva non so che; non ricordo come feci a tornare, se mi portarono i corvi, o per teletrasporto.

Ringraziai dio (chissà quale, ch’io son ateo) che entro qualche giorno avea finito; poco più lì, e compravo la trielina, per diluire il bidone vecchio. Avevo da resister solo poche ore.
Ma poi capii, e accettai: Naja cambia; è legge immutabile. Pur se l’effetto, invece, cambia più della legge stessa e, a pensarci, questo rafforza la legge medesima, no?