Un mondo violento


 

Dunque: ecco che un bel dì non riesco a degluti’; oh madonna? – mi domando accendendo una candela, e col sangue che si gela pure in pieno ferragosto, raccomando com’è giusto la mia anima a lassù.
Nei giorni che seguirono, il disturbo disturbò, al trotto devo dire, col landò; “o li morti sfegatati di quel porco mafioso figlio d’una mamma ipertroia di…” (temo di essere intercettato) – esordii: è meglio che vada (io, vada, perché è anche seconda e terza persona singolare, meglio specificare) che io vada dal medico della mutua, che è tutto un dire, ma si fa.
Come si sa, ho una profonda conoscenza della medicina avendola studiata, durante vent’anni, per almeno due ore quasi consecutive. E perciò vi relaziono del mio dialogo col medico avvenuto in stretto dialetto medico; poi, a parte, invierò un glossario e delle note esplicative, insieme ad un’esegesi delle fonti e magari una sinossi. Allora:

Porta dello studio medico, rumore di artrosi fissa: – Sgrieeekk…
Io: – Buondì, come decorre?
Il Medico: – Iatra sufficit. Et patiens?
Io: – A livello della quinta cervicale, in positio paramedians giusto lo collo – ecco che sbottòno – accuso disfagia ingravescente et dolor irradians propter da qui a lì, ahia, infino lo braculum.
Il M.: – Mmm… non riesce a fagire?
Io: – Sic et simpliciter, non fago, nisba.
Il M.: – O porco Zeus. Eziologia?
Io: – Lo sa Maria.
Il M.: – Mah, mah, quante se ne vedono.
Io: – Prognoseria?
Il M.: – So un cazzulum, io, mica fo le carte; si fìa una bella scopìa e così lo scopriamo; ah, son poeta, persino; di poesia ridondans.
Io: – Una scopìa de verso o de recto?
Il M.: – Si glutisce il cannulone via òra, ensuite l’instrumento progressia, de ore ad culum, e infine riesce, vedrà, a veder le stelle.
Io: – Mallarmé?
Il M.: – S’allarmè pure, mica devo farlo io, eh.

Ecco che me ne sorto, colla mia bella carta in mano, in cerca d’un aguzzino patentato a farmi male: il giro delle sette chiese; gl’aguzzini sono tutti impegnati, file di settimane. M’accodo, paziente e intanto faccio – così – una visitucula dall’otto rino, quello di tutti quei nasi; egli m’assicura: “cià da fa’ ‘na laringhiscopìa”
“amo’?” – dis mi
“essì” – luì dis
Arieccomi in coda, ma stavolta è breve come il frenulo la prima volta.
Un giggetto piccolo piccolo che gli potrei esser padre vecchio, mi si presenta come lo specialista:
“ma va’” – ci dico io
“va’ chi” – mi dice lui
E srotola il diploma.

Eccomi sotto i tubi; primo conato; lui spruzza ovunque anestetici al sentor di piscio; secondo conato; avanza con la telecamerina nelle mie povere canne: due conati, un rutto, scoreggia, sputo, starnuto e càccola, ma ello non demorde; “abbiamo quasi finito” – mi dice cattivo, mentre cerco di colpirlo al ventre col piede destro in preda a scatti riflessi; “eecco eecco ha visto?” – ridacchia, estraendomi dalle tonsille il suo spaghetto a pila; finalmente possiamo azzuffarci: riesco a pestargli i denti sul bordo del lavandino, pur subendo vari colpi di savate su un orecchio; la vittoria è infine mia grazie al suo cazzo di anestetico che gli rovescio in gola mentre grida no le palle no; dopo diversi calci in testa lo lascio mezzo vivo ed esco dall’ambulatorio con parte del suo scalpo che getto in un bidone. Mai più, la laringoscopia.
Penso. Mentre esco all’ambio come uno stallone ombroso.
E passo nell’ambulatiere accanto, dove fo la gluglustroscopia; il medico è piccino, ci sono due donne, tutti sono estremamente gentilissimi e cercano di calmarmi. Lo credo: fatti ficcare tu un tubo grande come un braccio giù per il gargarozzo; son sberle che volano come stormi di pellicani in Tanganica.
Ci provano, i tapini, ma li atterro tutti come al bowling e faccio capire al medico che il suo tubo glielo infilo io, se non sta attento. Ci vuole un sedativo, mi dice con la bistecca sull’occhio.
Ecco il sedativo; sono sedato, ma sdraiato, buon per lui, ché se ero seduto l’avrei distrùto; io non ho memoria degli accadimenti storici, ma pare che abbia preso a sganasse ognunque si avvicinasse a portata anche di tiro di scarpa; se c’ero io tant’anni fa, insomma, il risorgimento sorgeva prima.
Ernia iatale, comunque, dio buono e scherzoso. Iatale da scivolamento; iatale che scarlìga; cos’è? Mi ricordo cos’è l’ernia, lo scivolamento, ma questo sincretismo mi coglie ignurante.
Andrò da piripicchio (il mio medico) che ne capisce fino al primo piano; andrò e vedrò se ha cambiato i poster nello studio (parola impropria) o se ha ancora il corpo umano disegnato da Senodonte nel cinquemila avanti cristo, e si applica ancora a quello.
Domani è Sabato, dio finalmente si dovrebbe riposare; non facciamo casino.

Dopo quarantott’ore di buio, arriva lunedì; chiamo quindi il medico mutualista per un giusto consulto; il dialogo si svolge in volgare perché lui, il latino, nel frattempo l’ha dimenticato:

Io: “Pronto?”
Voce: “…Studio del Dottor cazzaro, si prega di lasciare un messaggio dopo il segnale ac…”
Io: “Nèm, cristo, lo so che sei lì, piantala di trombare quella vecchia strega e rispondi, dottore!”
Il Dottore (voce stanca): “…Internet?… ma non eri morto?”
Io: “Malgrado te, no. Senti qua: quando piscio mi fan male le orecchie, e se mangio l’insalata rabbrividisco; cosa sarà?”
Il Dottore: “Boh. Si vince qualcosa?”
Io: “Si vince che ti lascio in pace e puoi tornare a fare l’iniezione; dài muoviti”
Il Dottore: “Adesso faccio la ricetta e la lascio sul marciapiede; vieni a prendertela, buonanotte”

Vado a prendere la ricetta; sono esami del sangue e delle urine da eseguirsi in vivo all’ospitale dei malati più prossimo; pedonando in mezzo al traffico degli infetti, con in mano un numerino, mi fo largo verso lo sportello.

Sportello: “Il numero 78637?”
Io: “Sono io, sacramento”
Sportello: “Ma qui non si capisce niente… ‘eniru elled e eugnas led imase?'”
Io: “Provi a girare il foglio”
Sportello: “Aahh… ‘esami del sangue e delle urine’, bè, poteva dirlo subito!”
Io: “E’ vero, l’ho solo pensato”
Sportello: “Nonnò, me lo deve dire a voce alta, sa!”
Io: “Come vuole: ‘LEI E’ DEFICIENTE’”

L’altro sportello (consegnandomi delle provette, vaschette, ampolle, bicchierini, pentole, pirofile, beute, storte, matracci, fiaschi e colapasta): “Ecco; si ricordi: prima di pisciare apra il tappino giallo, guardi la vaschetta a imbuto, ma pisci invece nella provetta a destra, poi si fermi, si volti, dica ‘trentatré’ consideri la provetta e pisci nell’otre a tracolla, poi tappi il bicchierino che è già tappato, lo stappi, lo ritappi, lo stappi e lo ritappi, pisci attraverso il tappo, tolga il tappo e pisci a destra, rimetta il tappo e pisci a sinistra, pisci qua pisci là e ripisci qua e là ma facendo le flessioni; poi raccolga il pisciato in queste quattro vaschette azzurre, qua metta la bilirubina, qua i sali minerali, qua il solfato di bismuto e qui, eventualmente, ci vomita. Tre piroette recitando il Pater ave gloria ed è finito tutto. Ecco il foglietto delle istruzioni.”
Io: “Ma qui c’è scritto solo ‘hai pagato, bastardo?’ ”!
L’altro sportello: “Il numero 78638!”

Così mi sono diretto al cesso dell’ospedale, con tutte le provettine sterili che mi cascavano nella merda altrui. Pisciai come un idrante per ogni dove, recitando formule magiche; poi mi ii con tutte le scodelline rigurgitanti il brodo caldo giallognolo allo sportello delle consegne, dove campeggia professionale il cartello “Sportello 21-consegna pisciemmèrda”; un addetto con la molletta al naso prende in mano quelle schifezze e le butta in un cesso dietro la scrivania; in tutto l’ufficio risuonano rutti e allegre scoregge. Mi reco a fare il prelievo del sangue. Qui ho atteso sei giorni in mezzo a sventurati che tossivano, rantolavano e agonizzavano qua e là nell’attesa. Finalmente mi chiamano:

Emoanalisi: “Numero 75.321,35!”
Io (svegliandomi e camminando sulle vecchie moribonde): “…Fuori dai piedi, carogna… eccomi!”
Nel bugigattolo, una bambina col camice si trastulla in mezzo alle siringhe; quando mi vede sorride e stappa un ago lungo così, e mi dice:
Analista: “Quale braccio vuole?”
Io: “Quello di quello là”
Analista: “Facciamo il sinistro?”
Io: “Facciamo il destro”
La bimba mi sfrega il controgomito con un gran batuffolo rosa, poi, senza guardare cosa va facendo, m’infila mezzo metro di punteruolo in un braccio, succhiando come Dracula
Io (tra i tormenti): “Chissà i pompini che fa, lei…”
Analista: “Ah ah ah!…”

Mi alzo. Ho un’ematoma che si allarga come un fungo atomico; sembro Michael Jackson quando finiva l’antidoto; mi allontano quanto basta per poter vedere Lamadonna senza dare nell’occhio.

Lamadonna: “Allora?”
Io: “Minchia, ragazzi, che giornata”
Lamadonna: “Cià, vieni qua che ci facciamo un giro”
Io: “Ci avrei bisogno proprio di un po’ di coccole, neh, Madonna…”
Lamadonna: “Sei sempre il solito; tu e il tuo amico Ambrogio chiedete sempre le stesse cose…”
Io: “Ah, conosci anche lui?!”
Lamadonna: “Non ti preoccupare, oggi ci ho mandato Gabriele…”
Io: “Con la spada fiammeggiante?”
Lamadonna: “Con la spada fiammeggiante!…”
Io: “Ah! Ah! Ah!…”
Lamadonna: “Ah! Ah! Ah!…”

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