Uomini contro per


Oggi mi do alle segnalazioni; la segnalazione, fatta da me, di un libro, mi convince della sua perfetta inutilità; ma la parte comica del caso – in linea con il blog – è proprio questa: la scrivo giusto pensando che non se la leggerà nessuno. E la doppia negazione, è voluta.

Ricordandoci della memoria, proviamo a leggere: Sebastian Haffner – Storia di un tedesco –  Garzanti

Sebastian Haffner nasce come “Raimund Pretzel” nel 1907 a Berlino e scrive la sua Storia di un tedesco nel 1937, in pieno Nazismo dunque, e prima della guerra. Si cambierà nome una volta scelto l’esilio insieme alla sua fidanzata ebrea, per proteggere la famiglia d’origine, rimasta in Germania. Perché la storia di “un” tedesco dovrebbe essere interessante?  Perché è scritta durante La Storia e perché – come dice l’autore – se si provano a confrontare due date importanti della Storia tedesca, come: “1890: Guglielmo II licenzia Bismarck” e “1933: Hindemburg incarica Hitler”, è comprensibile (anche per un italiano del 2000) quanto la prima non abbia provocato rivolgimenti nella vita del privato cittadino dell’epoca, mentre la seconda sì. E Sebastian Haffner è un privato cittadino; stiamolo dunque a sentire. Non è questa l’unica ragione, però: l’autore è un uomo colto, profondo e brillante, con un gran senso della Storia e della psicologia delle masse; le sue considerazioni sono grandemente interessanti. Il signor Haffner è un tedesco D.O.C., un “ariano” patentato, eppure si ritrova ad essere un oppositore del Nazismo; perché? Forse il Regime gli aveva fatto qualcosa? Ebbene sì: Al Signor Haffner, il Nazismo aveva fatto schifo; non vi si riconosceva.

E’ tanto importante, è fondamentale, per affezionarsi a qualcosa, riconoscervi una parte di sé; si pensi agli sfegatati degli stadi: probabilmente essi riconoscono nel pallone la forma, il contenuto e la funzione della propria testa. Ci si può dunque affezionare a qualsiasi cosa, se vi si trova parte di noi. Non voglio tediare nessuno con una vera recensione, e poi non mi hanno pagato per farlo, e poi avrei sicuramente chiesto di più e mi avrebbero fatto problemi, e ci sarebbero state un mucchio di discussioni, e io avrei detto “lei non sa chi sono io” e mi avrebbero risposto “infatti non lo so”, e io sarei diventato triste e insomma: una cosa antipatica, e allora mi limito ad una segnalazione, che del pari nessuno mi ha chiesto, ma adesso diventa un puntiglio, porco boia.

Ecco fatto. Comunque, il Signor Haffner non fu l’unico tedesco a provare una viscerale antipatia per il regime nazista; altri suoi connazionali condivisero questo sentimento ed alcuni addirittura si adoperarono molto praticamente per porre rimedio alla volontà del Fato. Sappiamo che il Fato s’impose comunque. Ma fece una brutta figura, al contrario di cittadini tedeschi come i seguenti:

Johann Georg Esler fu uno degli attentatori più commoventemente sfigati della Storia; allo scopo di far fuori l’odiato Hitler lavorò due mesi, intrufolandosi nottetempo, come un ladro, nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco – dove era programmato un comizio del Führer – per scavare nel pilastro alle spalle del palco una nicchia ove piazzare una bomba. Herr Esler lavora preciso, indefesso, metodico ed efficace come sua natura comanda; ogni notte egli scava un pezzettino di pilastro, poi rimette tutto in ordine prima della apertura mattutina del locale; tanto bene fa, che nessuno si accorge come dietro il palco manchi ormai mezzo pilastro, ed ogni sera lo scrupoloso attentatore torna di soppiatto a riprendere pazientemente l’opera. Quando finalmente la nicchia è abbastanza grande, il Signor Esler vi colloca una precisissima bomba a tempo tutta per Hitler, che è del pari un tipo preciso. L’8 Novembre del 1939 è il giorno del comizio: Hitler arriva come previsto e si piazza proprio davanti al pilastro minato; parla e parla tra gli applausi scomposti degli assatanati là sotto. E la bomba che fa, non scoppia? Ma scherziamo: la bomba scoppia come si deve e – manco a dirlo – esattamente in orario, sbriciolando il palco e provocando otto morti e settanta feriti. Ma Hitler rimane incolume. Com’è possibile? Nell’unica volta della sua maledetta vita, il Führer non era stato preciso: aveva terminato prima del previsto e se n’era andato da qualche minuto. Che razza (è il caso di dirlo) di comportamento, per un tedesco! Ed a voler essere inflessibili, questo è in effetti un piccolo neo nell’altrimenti ineccepibile cura che Hitler aveva dei particolari. Ma egli rimediò subito col trattamento riservato a Johann Esler, che fu accuratamente decapitato.

Esler

Signor Esler, grazie per averci provato

Albert Richter era un atleta ciclista, un campione sportivo in un tempo nel quale i primati nello sport venivano considerati prova della superiorità razziale; bello, biondo e ceruleo come si voleva, Richter era un perfetto ariano ed un grande fuoriclasse del ciclismo, quasi imbattibile. Il Regime stravedeva per lui. Ma non lui per il Regime; Richter non indossava la maglietta con la svastica, bensì quella con l’aquila nazionale; non salutava a braccio teso; non diceva “heil Hitler”. Far così, in quel tempo, era molto pericoloso; fosse stato un comune cittadino, Richter avrebbe più volte rischiato la pelle in una saletta d’interrogatorio della polizia politica, ma uno sportivo vittorioso come lui aveva qualche franchigia. Che crollò miseramente il giorno in cui la Gestapo lo fermò su un treno per la Svizzera, dove egli viaggiava trasportando una grossa somma in denaro che alcuni suoi amici ebrei gli avevano affidato perché la mettesse in salvo in zona franca. Si scoprì dunque che Richter, oltre che far le smorfie brutte ai nazisti, aiutava pure gli ebrei. Ah be’, ma allora. Carcerato, fu accoppato lì per lì, date le prove schiaccianti del suo crimine di eccessiva umanità.

Richter

Dopo la gara, tutti a braccio teso, e Albert no: piuttosto si tiene bene stretta una coscia

Sophie ed Hans Scholl, Willi Graf, i primi due erano fratelli, ventenni, studenti universitari che ce l’avevano col Nazismo; d’altra parte pure il loro papà non poteva soffrire Hitler ed il Regime ed aveva scontato questo suo buongusto con un bel po’ di carcere e di sberle; si trattava insomma di una cosa di famiglia; accadeva cioè talvolta perfino ai tedeschi di quegli anni, l’avere un genoma con tratti umani. I due ragazzi, insieme con alcuni compagni (tra cui Willi Graf, un giovanissimo ma già recidivo e inflessibile avversario del Nazismo) ed un professore di Diritto, fondarono un gruppo che chiamarono La rosa bianca, predicando nientemeno che la “resistenza passiva” al Regime, ovvero – cosa quasi comica in quel periodo – la non-violenza. Per questo motivo, per il fatto di essere irriducibilmente non-violenti e malgrado le torture di non volersene pentire, i tre furono uccisi per mezzo della decapitazione, che è sufficientemente violenta da riequilibrare lo sbilanciamento di senso comune che la loro bizzarra teoria aveva portato in quel 1943, in Germania.

Rosa 1 Rosa 2 Rosa 3

Il coraggio non ti fa la faccia da eroe, ma, quando c’è, c’è.

Il conte Klaus Schenk Von Stauffemberg, colonnello della Wehrmacht, era parte di un gruppo di alti ufficiali ed eminenti cittadini tedeschi (sentite che nomi: “Ervin Von Witzleben”, “Helmut James Graf von Moltke”, “Fabian von Schlabrendorff”, “Ulrich Wilhelm von Schwerin von Schwanenfeld” – roba grossa) che organizzarono una congiura omicida ai danni del Führer. Von Stauffemberg fu il prescelto per depositare, nella stanza ove Hitler teneva una riunione con alcuni suoi ufficiali, una bella bomba che facesse finalmente il capo del Nazismo in tante innocue parti. Il colonnello era un giovane deciso ed un valoroso militare di antica nobiltà, ma aveva perso in battaglia un occhio, l’uso di un braccio e due dita dell’altra mano. Qualcuno potrebbe dire: “ma non ce l’avevate uno tutto intero, per fare un attentato decente?” – ebbene, che domande; evidentemente: no.  Essendo stata anticipata all’improvviso quella cacchio di riunione, l’attentatore un po’ ostiato fu preso in contropiede dalla notizia e febbrilmente si eclissò, zoppicon zoppicòni, per armare l’esplosivo, ma, nella fretta e con tutti i suoi handicap (gli cascava la spoletta dal lato orbo e non la trovava più, cercava di prendere il cavo, ma quello stava proprio dove gli mancavano le due dita lì, il braccio ciondolante gli continuava a cambiare il timer) non venne perfettamente a capo dei suoi ordigni; il pur determinato colonnello, in quei pochi minuti di tempo riuscì a collegare solo metà della carica, poi la ficcò in una borsa che, entrando guercio e trafelato nella stanza dove Hitler ormai spazientito stava iniziando la riunione senza di lui, dispose finalmente giusto tra i piedi del Führer.  Troppo tra i piedi, tanto che la borsa con l’esplosivo gli fu rapidamente tolta dai piedi da un solerte attendente.  L’esplosione che ne seguì ebbe buon esito solo per organizzare l’ormai consueto ammazzamento del cospiratore, dei suoi complici e la deportazione di tutti i componenti le loro famiglie.

Stauf

Chissà se Hitler ha mai sorriso

L’avvocato Hans von Dohnanyi, in forza al Ministero della Giustizia, era un antinazista particolarmente testone; malgrado le notevoli possibilità di carriera che si sarebbero a lui aperte solo fosse stato meno schizzinoso, egli seguitava a complottare di qua e di là contro il Regime. Fu quando partecipò all’organizzazione dell’attentato di Von Stauffemberg e contemporaneamente mise anche in piedi una storiaccia con l’Ufficio per gli Affari Esteri allo scopo di far fuggire in Svizzera gli ebrei berlinesi perseguitati, che il Regime si stancò di lui. E lo attaccò ad un trave per mezzo di corda insaponata. Quand’è troppo, è troppo.

Dohnanyi

A mio avviso, si vede che è tosto

Ernst Thälmann, operaio, negli anni trenta capo del Partito Comunista Tedesco, all’avvento del Nazismo viene incarcerato e lungamente torturato; indefesso nelle sue convinzioni libertarie, niente: non vuole abiurare (Galileo è stato molto meno strenuo) e allora, se l’è proprio cercata: nel lager di Buchenwald, un colpo alla nuca e via.

Thal

Un altro eroe bonario, o un uomo normale che ha dovuto essere eroe

August Landmesser, operaio, per riuscire a trovare lavoro si iscrisse perfino al Partito Nazionalsocialista, ma poi il suo buongusto ebbe il sopravvento: antipatizzò il Regime e sposò una donna nientemeno che ebrea. Accusato di “disonorare la razza”, venne mandato ai lavori forzati (intanto la moglie fu fatta fuori in quattro e quattr’otto) e poi spedito al fronte in un battaglione punitivo di prima linea, dove durò lo spazio d’un momento. Il suo matrimonio interrazziale non fu registrato ed i figli nati da esso, miracolosamente scampati agli idrofobi, attesero fino al 1951 per sapere ch’eran figli di chi. Una prece davvero per tutti.

Landmesser

Lui ci ha provato, ad avere una vita normale

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano convinto pacifista, cospirò pur’egli cercando di gettare Hitler al tappeto; con un continuo lavorìo d’interdizione, il pastore-guerriero sacrificò perfino la sua ideologia non-violenta alla Causa. Disgraziatamente, non ebbe modo – come tutti i suoi compagni – di sferrare il colpo fatale ed invece subì il contraccolpo della Bestia, ritrovandosi a dondolare dalla forca del campo di Flossembürg proprio un attimo prima della fine della guerra. Quando si dice: chi la fa l’aspetti.

Bonhoeffer

Se non sei torvo e tirato, come puoi essere fascista?

 

Marlene Dietrich, famosa attrice tra le due guerre (“tutte le sere / sotto quel fanal…”) fu stomacata dal nazismo tanto da tentare di assassinare il Führer. Facendo leva sul proprio fascino maliardo, Marlene provò ad ottenere un appuntamento con Hitler facendo intendere di esserne molto affascinata; l’attrice aveva progettato di sedurlo e quindi ucciderlo con uno spillone che teneva celato tra le chiome. Purtroppo Hitler aveva tra i suoi tanti difetti quello di non essere particolarmente attratto dalle donne ed il piano della coraggiosa partigiana sfumò miseramente. Lei allora si dimise da tedesca e raggiunse gli Stati Uniti dove fece gran proselitismo antinazista. Al termine della guerra provò a rientrare in Patria, ma la Germania denazistificata non le perdonò il suo antinazismo, non strano a credersi per chi conosce la Germania. Disgustata, la Dietrich tornò nel mondo civile, giustamente ben accolta.

 marlene dietrich

Grazie, bella donna; io ci sarei cascato.

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Non sono tutti qui, gli Altri dal Nazismo: circa un milione di cittadini tedeschi subirono la deportazione nei campi di prigionia o furono torturati ed uccisi in quegli anni; la ragione di questo è che si opponevano, in vario modo, al Regime. Il Nazismo non tollerò mai alcuna opposizione e reagì sempre con la massima violenza contro qualsiasi azione percepita come contrasto. Ad onor del vero, comunque, la violenza dello Stato tedesco contro gli oppositori non iniziò e non finì con il Nazismo: basti ricordare che ne fu, nel 1919 durante un Governo socialdemocratico, di Rosa Luxembourg* e Karl Liebknecht e, nel 1976-77 durante un Governo democristiano-socialdemocratico, di Andreas Baader ed Ulrike Meinhof.  Ma queste sono forse altre storie.  O almeno vorremmo crederlo.

* Sulla storia di “Die Rote Fahne” e del movimento di Rosa Luxembourg, consiglio: Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920, di Paul Frölich ed altri, edizione Pantarei; un libro molto documentato fattomi conoscere da un distintissimo e ferocissimo giovane di “Lotta Comunista” che tentava così un proselitismo porta a porta. Le discussioni tra lui, sbarbato a sangue, pettinato, elegante in giacca, cravatta ed occhiali da intellettuale, pieno di Verità Rivelate e me, barba di tre giorni, maglione a cencio, scettico anarcoide più comunitario che comunista, sono un ricordo piacevolissimo tra i miei. Lo scambio di quei giorni che rammento più volentieri:
– Lui: –
 vieni a parlare un po’ nella nostra sede, qualche volta
– Io (motteggiando): – ah, sarebbe interessante; ma poi mi permetterete di tornare a casa?
– Lui (serissimo, guardandomi come Beria): – per ora, sì.

 

2 pensieri su “Uomini contro per

  1. La ringrazio, sebbene non mi offenda chiamando “lavoro” il mio tempo libero, altrimenti mi offendo. (Vede, io tengo alla logica ed alla consequenzialità del discorso).

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