Papè Satàn brematurato con aleppe a destra


Parlavo con un giovane architetto. Femmina. (Architetto: un mestiere indefinito; femmina: un animo indefinito. Sì, sono un uomo avventuroso). La giovane professionista, pure bella, si dava gran tono nello spiegarmi i rudimenti dell’arte moderna, della quale – mi disse – ella curava una mostra. Io sostenevo garbatamente che l’arte moderna mi sembrava cosa velleitaria da quando la iniziò Picasso che definii, con qualche eufemismo, un fregnacciaro di successo. Di fronte a questa posizione La Bella mostrò grande pazienza e tatto e comunque mi avvertì che l’arte va capita, che per capirla bisogna studiarla e, anche studiandola, non è detto che la si capisca, ragion per cui esistono gli “esperti” che ci spiegano quando una cosa ci deve piacere.
A fiducia – replicai. È inevitabile – rispose con un leggero volo di mani, mentre mi illustrava una “installazione” che esponeva forme astratte realizzate con la frazione secca delle pattumiere. Naturalmente, sostenne, aveva un senso, quella cosa; non immediatamente perspicuo, ma l’aveva; lo giuravano gli Esperti.
Insieme alla bella architetto, mi muovevo per Bergamo, nella parte altrettanto bella ed alta, e le proposi di visitare la chiesa di Piazza Vecchia dove, le dissi, c’erano importanti affeschi di Guido Reni.
Mi pare quasi inutile specificare che Guido Reni non affrescò quella chiesa manco per sogno, ma anch’io so fare cose a caso, e quel giorno volevo essere in tema col discorso.
Indicando le volte della chiesa, con la maggior soave autorevolezza che sapessi mimare, dissi alla mia compagna di visita: “ecco vedi, quelli sono gli affreschi della scuola del Giarimberto, con i santi tonitruanti, e più in là ci sono quelli del Reni, con il famoso verde saclà”.
L’architetto femmina guardava emettendo fonemi di meraviglia – “aah… è il verde saclà…” – quasi chiese, per approfondire senza dare nell’occhio; – “sì, quello tra i putti, vedi” – le risposi – “in mezzo ai cartigli ed ai sinfòsi; ci sono solo tre chiese al Mondo che ce l’hanno: questa, la cattedrale di… ma scusa, ti sto dicendo cose che tu conosci meglio di me” – conclusi con modestia.  “No, no” – si affrettò a dirmi la Bella – “è interessante…”

Non è poi difficile, il lavoro dell’esperto, e nemmeno quello del prestigiatore; grazie al nostro prossimo.

L’arte, l’arte; come quando si viene ordinati sacerdoti e si passa d’emblée da normale pisquano a facitore di miracoli, anche con l’arte, succede così; non appena si paciuga qualcosa e ci si veste acconcio (vidi un artista in una mostra indossare una giacca elegante, ma con le maniche rimboccate come una camicia; – altro che orologio sopra il polsino – pensai) si diventa, per soffio divino, artisti. Essere artista significa, fondamentalmente, convincersi di botto che gli altri non capiscono una fava; l’artista se ne fotte, così, del “messaggio” e tira per la sua strada; sei tu che, casomai, lo devi seguire, tutto impantanato, mentre lui vola leggero come una nube sopra le sue guazze. Se non gliela fai è perché sei ignorante, sei un buzzurro inumano, un paria puzzolente; ti conviene dunque far di sì con la zucca e stare al gioco, o visitatore mesto di quella mostra che ti amministra mostruosità, ma anche ti ammaestra grazie al suo ministro: lui, il Maestro, con la giacca rimboccata ed una lunga treccia di tre capelli che struscia fino in terra partendo dal cranio di genio, peraltro calvo.

Alcuni esempi:

I “Concetto spaziale” di Lucio Fontana ci piacciono di più quando sono blu; quando son rossi, ecco come dei puntini neri o delle coltellate in campo rosso non ci rendono compiutamente il concetto di “spaziale”, che noi istintivamente correliamo allo spazio cosmico. Lo spazio cosmico non è certo blu, è nero, ma noi viviamo sulla Terra e ragioniamo così. E poi, secondo la scelta punteggiante dell’artista, dei puntini neri in campo nero avrebbero evidentemente ancor meno reso quel concetto lì, insieme a qualsiasi altro. Insomma: sono belli i quadri puntinati e accoltellati di Fontana, e lui è un furbacchione.
O guardiamo Cattelan: è riuscito a piazzare davanti al Palazzo della Borsa di Milano una statua che rappresenta una manona col dito medio ritto; una statua sfanculante in mezzo alla piazza. E tutti ammirati, sono: Cattelan infatti, è un artista.
Ora, io me la prendo con lui; ma non per la statua (ognuno ci ha i suoi difetti e nessuno siamo perfetti), ma per la scelta di sfanculare in inglese: cosa c’è che non va nel meraviglioso, nostrano, grandemente espressivo gesto dell’ombrello?
Certo, è la dinamica a renderlo di grande soddisfazione ed efficacia per chi lo compie e perfino per chi lo riceve, ma è proprio lì che io vedo l’artista: facile farlo facile; rèndimi un po’ la forza esplosiva di un movimento di “‘fanculo” in italiano (che lingua ricca! – ma non abbastanza) con una statua. Sennò non sei un artista, sei un carpentiere come tanti.
E il Vate, il Padre Nobile: Picasso. “Guernica” è brutto. No, non è brutto: è bruttissimo. Non comunica un cacchio perché, credo io, non è semplicemente stortando lo stortabile che si dà forza espressiva: ci vuole di più, e quel di più “Guernica” non ce l’ha. E’ solo un fumetto, squilibrato da cattive proporzioni. Posso dirlo fischiettando mani in tasca, perché io son mica l’Esperto, sono io.
Finisco la mia piccola lista con Marcel Duchamp che, nel 1917, espose  l’opera considerata una delle più importanti del novecento. Cos’era? Un orinatoio. Vero? Vero. Ci si poteva pisciare dentro? No, sennò venivi arrestato per onfalogiastrumebolia. E che cazzo è? Ma cosa ne so.

In ogni caso, con quell’opera Duchamp voleva “indicare un altro modo di guardare la realtà”, però poi non ha pulito e così tutto è rimasto esposto come l’aveva fatto.
Concludendo:

Beh, insomma: si può chiarire il problema del creare arte? Io lo vedo chiarito dalla musica.
La musica è composta di armonia, ovvero accompagnamento, e melodia, cioè canto. Nel jazz, è evidente come un accompagnamento di accordi indeterminati (cioè difficilmente classificabili, misti, inquinati di note altre) renda possibile una maggior libertà espressiva alla melodia. Con accordi non schematici, insomma, la melodia può variare grandemente, senza scontrarsi con le spigolosità di un accompagnamento rigido, e questo permette ai solisti di jazz i loro voli turbinosi e tutta l’espressione della loro fantasia.
Perciò, se io annebbio i contorni del mio accordo, lo oscuro, lo distorco, apro terreni vasti per le corse del mio sassofonista. Ma questo sembra smentire ciò che dicevo prima; allora la distorsione può essere arte!
Può, ma anche no; perché il mio accordo di accompagnamento non può essere qualsiasi cosa; deve avere una distorsione regolata, altrimenti rischia di diventare una pernacchia anziché un sussurro. E poi: se io faccio un concerto di soli accordi fumosi, senza melodia, non si capisce un cazzo. Questo mi sembra sottolineare che ogni forma di espressione deve ricordarsi di essere comunicazione (ovvero melodia), e se un Maestro di conservatorio vede comunque la musicalità di un concerto di soli accordi perché è esperto, allora un concerto siffatto dovrebbe essere tenuto per un pubblico di soli esperti, altrimenti è come incontrare il vicino di casa per dirgli della riunione di condominio, ma parlargli in cinese.
E il cinese non è la lingua degli “esperti”, è la lingua dei cinesi, perciò, benedetti artisti, fatevi un po’ il problema di imparare almeno bene le lingue. Visto che non sapete o non volete disegnare (designare).

Oppure fate onestamente come il poeta impersonato dall’ottimo Corrado Guzzanti:
– Ora forse potrà stupire quello che dirò: “brombagliumbal!”, strano, eh? Sì, stupisce anche me, ogni volta è una sorpresa… –

2 pensieri su “Papè Satàn brematurato con aleppe a destra

  1. Mi era già stata fatta questa osservazione, ma riproponendo il branetto non ne ho tenuto conto perché il fatto che il vaffaculo mediano sia d’origine greca sfugge ai più; un po’ come accade per i “media” (gli strumenti di informazione), che tanti pronunciano mìdia trascurando il fatto che sia parola latina. D’altra parte noi abbiamo appreso questo debole e poco significante gesto offensivo non dai greci, ma dagli americani ed, adottandolo, ci siamo sdraiati non sulla cultura mediterranea, ma sullo spirito bru-bru della colonia (nel senso geo-politico ed in quello di detenzione di piccoli incapaci). Per me dunque il dito medio ritto e appena oscillante rimane roba USA, e lo trovo molto ben adattato a quello spirito confinato e sperso allo stesso tempo, mezzo tribale, senza chiarezza né incisività di idee (lo so, sembro esagerare, ma ho fatto di tutto per moderarmi dopo aver visto un documentario televisivo di due ore sulla provincia americana, roba che la nostra Afragola a confronto pare un campus universitario.

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