Nel wild


Bello, l’Abruzzo; è un luogo dove ci si può sentire un viandante. L’avventura è vera, lo testimoniano le foto. Parlo del “wild” perché lo faceva pure Jack London.

Me ne vo per il nostro wild, sentendomi come London sulla slitta e Chatwin in Patagonia, me ne vo in albergo però, perché io sono meno inquieto, ma so che sui monti d’Abruzzo anche un borghese panzuto può sognare avventure di lupi secolari.
E io voglio sognare, anche se siamo nel duemila e pure i lupi si saranno ben evoluti, dico, e poi magari non saranno più così selvaggi quei monti, da che la Luna a cui ululare esibisce, anche sugli atlanti scolastici, perfino la sua faccia tenebrosa; una Luna da tinello, oramai. Vo dunque a sognar pacatamente, credo bene.

Non è la Patagonia, qua, e voglio dire che l’Abruzzo dei boschi non ha l’aspetto d’una vecchia soffitta dove stanno accatastati i ricordi di tutti. Per che altro vorreste andare in Patagonia? Per ricordare cose lontanissime, non necessariamente vostre, e guardare sognanti in quel vecchio cassettone mille evocazioni polverose e perdute; no, non è così in questo anfiteatro di foreste;

anfiteatro

piuttosto richiama memorie più recenti e meno universali; ma ecco un cervo.
Sull’asfalto di un verde misterioso (come mai è verde? È stato fatto appositamente per uniformarsi al grande Verde intorno o forse la esuberante polluzione di tutta quella natura lì tale lo colora, tanto che se dormissi all’aperto, verde mi sveglierei un mattino anch’io, come un elfo?) su tale asfalto insomma, un cervo senza corna sta, si gira, ci vede, salta improvviso e leggero sulla scarpata, volta ancora la testa a noi con atto di sorpresa (“ma chi sono? Di solito qua non passa nessuno!”) e volatile come un merlo se ne va. Non l’avevo mai visto, io, un cervo così da vicino, e con quella faccia.

IMG_0001

A Civitella Alfedena, un nome mezzo latino e mezzo chissà, la foresta è vicina; vicina tanto che la notte risuona delle grida degli orchi, e tanto blando è il limes che l’orso viene in paese quasi ogni sera a far spesa d’immondizie o di pollai, e talvolta provoca coccoloni ai turisti ignari, ma – mi assicura il guardaparco, compassato come ogni buon abruzzese – non è pericoloso.
– Ma se lo incontro cosa devo fare?
– E cosa vuole fare: gli dica “pussa via!” – sorride l’uomo in verde e, forse, con le orecchie a punta.

Civitella dentro

Fumo la mia sigaretta in uno slargo del paesino, la notte, ascoltando le grida del buio, ma non mi avventuro a quel limitare perché qualcosa sulla storia della belva bonaria ed elusiva non mi torna: carnivoro lui, di carne io. M’arrampico sulla mia stanza, un ultimo orecchio a quei richiami, e m’intàno nel giaciglio.
In questo paese di Biancaneve, un recinto a doppia, distanziata rete metallica alta quattro metri con appesi cartelli d’allarme: “attenzione, non avvicinarsi, animali pericolosi” sembra rinchiudere il Tirannosauro di Jurassic Park, ma è lo spazio dei lupi; è uno spazio gigantesco, una intera collina con bosco e radura, e le belve dentro sono un piccolo gruppo. I lupi però stanno via, via da quelle maglie di confine e non si vedono se non, talvolta, saltare fra loro sullo sfondo, ma appena vengono scorti svaniscono e la collina resta immobile, come ad attendere di esser sola.
M’avvicino una mattina presto, sono solo come Cappuccetto; nell’angusto sentierino che costeggia la rete sfilo, senza sperare di vedere Il Lupo, come si pronuncia qua, in grassetto, con la maiuscola. Ma ecco che.

il lupo 1

E’ li, tu agghiacci, il cuore non regge
come ti muovi, lui scatta e ti punta
tu speri di non somigliare a un gregge
ma hai gambe molli e la faccia smunta

Lui viene avanti con gli occhi gialli
tu dici ecco che mi si magna
se corro adesso, malgrado i calli
pochi minuti, e sono in Spagna

il lupo 2

Ma ecco, sorpresa e stupefazione
la belva rotola come un gattone,
vuole le coccole, fa il cucciolone,
che commozione, che delusione.

Siam separati da reti in ferro
e il mostro si struscia ai diti miei;
io leggo l’allarme di quel cartello:
se fossi pecora, oh, riderei

Dopo l’incontro col lupo cattivo
la belva feroce, il sogno nero,
torno pensoso lungo il sentiero
un poco deluso di essere vivo.

Non bisogna credere alle favole. E nemmeno ai miracoli, naturalmente, ma al lupo di Dubbio ora ci credo sì. Eccolo là.
Il sentiero che va nel bosco porta verso una fonte, così promette il cartello. E io ci vado, a quella fonte, spensierato come Pollicino. Cammina, cammina, cammina, son passate due ore, della fonte nemmeno una goccia ed io sono al buio. Son le tre d’un pomeriggio d’estate, è vero, ma le fronde degli olmi (o sono querce? O ontani? Mai capito una ceppa di botanica; son frassini, via, e che il Signore s’accontenti) son tanto fitte che la luce non vien giù. Improvviso mi viene un pensiero: e se incontro un cinghiale? Due cinghiali? Due cinghiali, un orso e un tirècs? Una ombra repentina scivola fra i tronchi: m’arresto e mi fo frassino pur’io, con poca fatica. Guato la direzione di quello sgusciare e te la vedo, la volpe fluida scivolar via come una serpe; ah, be’: memento il tipo di lupo e, rassicurato, le fischio spavaldo come fo al mio cane.
Si ferma, mi guarda e rapida viene; o cacchio: perché non mi teme? – penso; perché non fugge l’uomo dominatore del creato, il primo predatore, l’angelo sterminatore che io rappresento? Che, non lo rappresento?
Un dubbio mi trafigge: rabbia silvestre! È certo rabbiosa e i suoi istinti devastati dalla follia del male sono travolti da un unico imperativo: mordere mordere mordere, ché è così che il virus ràbico s’impossessa degli infetti, come un sortilegio, per disseminarsi ovunque. Il piccolo zombie masticatore viene verso di me, corre, sta arrivando, è qui.

volpe in attesa 2
E mi si siede davanti, in fin troppo evidente attesa.

volpe in attesa

Non solo non ha paura, questa svergognata bestia, ma vuole proprio qualcosa da me; un panino da turista andrebbe benissimo, suppongo. Purtroppo ne sono sprovvisto e tutto ciò che ho è la macchina fotografica.

volpe delusa

Mi guarda come vedete; ed io, solo su un sentiero oscuro in un bosco delle fiabe, ad una volpe selvatica seduta porgo scuse e giustificazioni. Se ne va, poco convinta.
Riprendo il viaggio e la trovo infine, quella fonte della malagloria; stiam lì un poco presso d’essa in tre, gli altri essendo stranieri con zaini tali da potervi contener l’Abruzzo e un poco del Molise. Io son privo di tutto e ho pure finito, con la volpe, il rullino di tre pose. Fingo quella compunzione liturgica di cui, nella natura, son maestri i nordici e così mi mimetizzo.
E rieccomi per la via; m’infiltro tra le fratte, sulla strada del paese; attorno a me tronchi centenari ritti al cielo o riversi in terra: nel parco più antico d’Italia, i cadaveri degli alberi sono rispettati come da vivi e si dissolvono nella stessa terra che li ha nutriti, in compagnia di tutto. Chissà cosa sta accadendo sopra quelle fronde; so che oggi c’è il sole. Arrivo ad una radura ed è come uscire da una camera oscura; sono sopreso di tanto spazio fulgente; passeggio nella luce piena carezzato dal prato, frusciato di farfalle, deliziato di forme e colori, bucolico come il dio Pan.
Quand’ecco che, quand’ecco che inattesi sgorgano dal sentiero tre grossi figuri.
Conoscete il mastino abruzzese?

maremmani

È così che qui chiamano il pastore maremmano, e non vi fate sentire a chiamarlo in quel modo perché questa bestia è una gloria regionale che, a sentir la gente del luogo, è una loro esclusiva magica chimera di differenti specie, a comporre un essere forte come un orso, incurante del freddo come una foca, coraggioso come un leone, fedele come un cane e spietato ed inesorabile come un marchionne; sembra una palla di neve di ottanta chili, ma non fidatevi delle apparenze: è invece micidiale quanto uno shogun e ha pure l’intelligenza di un Nobel; c’è chi dice sia uno spirito dei boschi che Mercurio regalò agli uomini insieme a quel vaso; altri pensano si tratti di Marte in persona (canina), sopravvissuto alla caduta degli dèi.
Ma a me quei tre botoloni giganti paiono semplici orsi bianchi incazzati: abbaiano e ringhiano mostrando denti lunghi così e corrono verso di me. Mi vogliono mangiare.
La radura è corniciata da alberi di varia misura; un babbuino potrebbe avere una crisi depressiva a vedere con quanta rapidità e sicurezza io ne raggiungo la cima più svettante.
Ora, sull’albero come un bel gufo spettinato, considero la situazione: sono a chilometri dall’abitato, il pomeriggio è ormai vecchio ed il cellulare (ecco che controllo) non prende. I tre bastardi di superrazza sotto circondano il tronco e principiano un coro lugubre: ululano insieme, ma basso, sottovoce. Mai sentito, prima, un coro tanto suggestivo tutto per me.
Suggestivo, sì, però il tempo passa e, digiuna, la canaglia infine s’annoia; allora slunga dal tronco e poi, al passo vago, si distrae. È il momento: scendo stile scoiattolo indemoniato ed aro a traverso il campo, come fa Mi-mip; gabbate, le belve candide m’inseguono in ritardo; brucio il tracciato in discesa verso valle mentre il sole cala, inseguito dai fantasmi, uguale a Pinocchio. Non so quanto quel supercane del malanno sia veloce (dicono che fili come un ghepardo in piena forma) ma io li stacco di chilometri e arrivo in paese alla carica come un esercito invasore, in una nuvola di pulviscolo e ramoscelli.
L’ineffabile guardacaccia a cui la sera racconto l’accaduto, placido mi conferma: “non sono pericolosi”.
–  Allora sono molto spiritosi – replico tra le extrasistole. Non capisce. Ci beviamo un Centerbe, che brucia, smèmora e carbura.
E me ne vo a veder la lince.
Ma sì, perché qua abbiamo anche la lince, il gattopardo; un felinone macchiato dalle orecchie cespugliose, le basette come un Agnelli e zampe lunghe da qui a lì. È il nostro leopardo, un’altra gloria di qui; solo la lince può competere con Il Lupo, forse, ma sta a lui  come la tigre sta al leone: per quanto forte e bella l’una, il Re è l’altro.
Il guardaparco, complice, mi dà la dritta: se voglio vederla davvero devo andare di lì e di là per stretti vicoli e sentieri finché trovo una rete di recinzione immersa tra i cespugli, ed attendere immobile: quello è il luogo ove la lince riceve cibo e fatalmente arriverà aspettandosi il pranzo, certo non aspettandoselo così sostanzioso.
Cappellaccio alla dottor Jones, parto verso nuove avventure.
Sono alla rete. Se quella dei lupi sembrava contenere il mostro degli incubi, questa è recinzione da polli. Ma la lince non salta cinque metri in alto, senz’asta? Mah. Osservo perplesso la scarsa struttura che mi separa dal wild e capisco che la zona non è destinata all’osservazione turistica, perché il turista, con una recinzione così, si farebbe subito mangiar la nikon, insieme alle mani, con entusiasmo. Il suggerimento del guardaparco era un segreto soffiato nell’orecchio; qui, la lince viene e se vuoi e sei pazzo riesci anche a toccarla e se non vuole, come ti accorgerai, te màgna.
Pure qui non c’è nessuno, e lo credo: io, il guardaparco e la lince conosciamo questo posto. Attendo. Gli steli altissimi dell’erba oscillano, sullo sfondo; sembra di percepire un fruscìo intermittente. Improvviso, un uccello invisibile grida acutissimo; io e il mondo siamo fermi a guardare.

Come fosse stata sempre lì, ecco la lince:

lince

un gatto smisurato dalla coda mozza, magro e dinoccolato, con occhi enormi e le orecchie come un mulo; viene avanti rigida come fosse malata. Capisco che non le torna nota la mia immagine, ché s’attendeva l’uomo del pranzo; non mi conosce, e la tensione di questo incontro inatteso la tiene sul bilico delle decisioni di venire e scappare, ingroppandole i muscoli.
Evita di guardarmi ed avanza con una cautela fantastica, come se in terra ci fossero delle spine; resta ad un metro da me e poi mi dà un’occhiata d’indagine, finalmente: quegli occhi bistrati, da pittura egizia, e così oblunghi, vividi ed esagerati sulla testa troppo tonda, troppo piccola e montata su un corpo così alto e corto da gatto malformato, mi fanno girare la testa. Rabbrividisco. La lince lo sente, gira lentissima su se stessa, torna nel wild; allora voglio trattenerla, mentre armeggio con la macchina fotografica: come si chiama una lince? – PST! – sibilo; l’animale, che si reggeva per miracolo a causa della tensione, quasi casca in terra, poi si scioglie all’istante nell’erba e raggiunge il suo dovunque.
Torno a casa senza una buona immagine di quel gatto malandato, così come non ho fermato su carta altre meraviglie: l’aquila Serafina, l’orso Giuseppe, il gufo Gennaro, Roberto il tasso e Pasquale il cinghiale, per non dire del camoscio di cui non ricordo il nome; ma insomma, bisognerà che dopo essermene tornato, ritorni, perché le mille altre bestie di questi monti d’una volta, le voglio vedere. Ad ognuna di esse i guardaparco danno un nome, e così dev’essere perché è impossibile che qualcuno che vive così vicino a te non ce l’abbia, un nome. Io, per esempio, a casa ne conosco un sacco, di nomi: Gigio, il mio cane, e poi Luisa, ma anche Silvia, Teresa, Armida, Claudia, Elisabetta e tutte le altre pulci.

Tornerò.

Parliamone

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...