Facendo l’orango


Ma allora, ci si può dar dell’orango? E a chi lo si può dare? Ai bianchi, ai neri, gialli, a quelli a strisce, o bisogna avere un aspetto determinato? In attesa di una legiferazione sul caso io dico che

orango1

Gli oranghi sono belli.

Magari non dal nostro punto di vista, perché hanno forme che esagerano le nostre proprie e questa esagerazione è percepita come deformità, però vai a sfidare un orango a salire sugli alberi e ti rendi conto di come quelle forme siano utili, adatte, conformi e dunque “belle”, perché la bellezza è armonia in un contesto.
Se invece l’orango dovesse suonare il piano come Stefano Bollani, è ovvio capire che le sue manone adunche e bislunghe non siano appropriate.

bollani

Dunque: rispetto allo Stefano Bollani musicista, l’orango è deforme, ma lo è il Bollani (che mi scuserà per averlo preso a paragone) rispetto all’orango arrampicatore arboricolo; come dice la fisica, “tutto dipende dal sistema di riferimento”.
Se dunque qualcuno desse dell’orango a (per esempio) Bollani, o viceversa, dimostrerebbe di non conoscere nulla di fisica, che è materia richiesta agli esami di maturità in diverse scuole superiori, e dunque rivelerebbe di aver superato quell’esame (quando l’avesse effettivamente superato) immeritatamente, cosa della quale sarebbe responsabile lo Stato, è evidente, perchè quelli sono esami appunto di Stato.
E il fatto metterebbe pure in tutta evidenza come l’esame “di maturità” abbia una denominazione, fino ad ora, sbagliata; la maturità è conoscenza e capacità di collegare la conoscenza ai diversi, continuamente cangianti aspetti della vita; se uno, oltre a non aver appreso che la fisica non serve solo a sbignare gli atomi, non sa manco la differenza tra un orango ed un musicista, che razza di maturità avrà mai potuto conquistare, dopo ben tredici anni di studio? E come mai la scuola non s’è resa conto di diplomare un ignorante, liberandolo all’opportunità di studi superiori e poi al lavoro? Qui siamo nel tremendo campo dell’angoscia esistenziale, ragazzi, qui non si scherza più, camminiamo sulle sabbie mobili.

somaro1

Ora, mettiamo che uno a scuola sia un somaro. Vedete: “somaro”. Cos’è il somaro? E’ l’asino, un equide perissodattilo parente del cavallo, ma a nessuno viene in mente di dire che a scuola uno è un cavallo, si dice che è un somaro. Chi lo dice? La scuola, lo dice proprio la scuola, magari nella persona dell’insegnante di fisica. Se volevamo lenirci l’angoscia, non ci siamo riusciti. La scuola dice “somaro” ad un allievo negligente, mentre qualifica il primo della classe come “un’aquila”. Sembra di parlare in un consesso di stregoni fumatori di funghi; ma un minimo di zoologia, Dio santo! L’aquila è un uccello accipitride, l’asino un mammifero equide, l’uomo un mammifero dell’ordine dei primati, della famiglia hominidae e della specie sapiens (pure se dice scemenze). E l’orango?

aquila1

L’orango è un mammifero primate della famiglia hominidae e della specie pongo, dal congolese “mpungu” ovvero “scimmia”. Primati ominidi sono dunque l’uomo e l’orango, che differiscono solo nella specie. Allora l’uomo è più simile ad un orango che ad un somaro od all’aquila? Zoologicamente, sì. Ricorda un orango? Certo più di quanto ricordi un somaro od un’aquila. È un orango, potrebbe mai diventarlo? No, questo gli è precluso dalla filogenesi, che lo ha allontanato da quella specie alcuni milioni di anni fa. Ed un somaro, un’aquila? La diramazione divergente della specie homo dagli uccelli e dai mammiferi perissodattili, si perde nella notte dei tempi: possiamo solo essere homo, il che unisce tutti gli uomini della Terra in una unica specie interfertile ed omogenea.
Allora con ciò si determina inoppugnatamente che voi, io e – mettiamo – un imbecille che non capisce un accidente siamo, per quanto ci sembri incredibile, della stessa specie, pure interfertile? Ebbene, sì, lo siamo. Perciò dobbiamo fare attenzione a chi frequenta nostra figlia, sia mai che – contro ogni dogma zoologico – si possa verificare una involuzione; gli indizi ci sono, e la scienza ha già subito troppe sconfitte per colpa degli ignoranti.
Che Darwin ci protegga.

Ecco che “ho fatto l’orango”, cioè ho ragionato per similitudini apparenti, come fanno gli animali che sanno ragionare. L’uomo ragiona in modo più complesso, ovvero anche per metafore, che sono analogie non apparenti. Per quanto ne sappiamo oggi, gli animali non lo sanno fare. Per quanto ne sappiamo oggi, pure alcuni umani non lo sanno fare. Dobbiamo essere comprensivi con questi poveri sciagurati ed aiutarli a non nuocere a sé ed alla società, come faremmo se – per esempio – un orango particolarmente imbecille si aggirasse per le civili strade di una Capitale. Senza violenza, con gentilezza e una banana, mettiamolo in gabbia.

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