Cenni per una dinamica dell’origliamento transparietale


Stavo proprio in un ambiente piccolo-borghese di periferia, e quindi…

equilibri

Io abito un loco d’una palazzina di due piani, composta di quattro piccoli appartamenti, fiorita d’un giardinetto e contornata di edifici eguali. Facile sentirne l’atmosfera quieta oltre l’umana sopportazione, tanto da indurne i prigionieri a guardar dalle finestre verso altre finestre, in attesa di. È per questo che ho indossato una bigarla, impugnato un ramaiolo e, facendomi petònega fremente, ho iniziato a spettegolare anch’io, su cosa trafficasse l’inquilona che abita me dirimpetto, ma, per comodità, sullo stesso pianeròtto’.
La signora è grandemente attempata, ha l’aspetto consueto dei piccolo borghesi lombardi: scipito e limitato, nel cui volto leggi, come su una mappa del DNA, rughe di generazioni ad ascoltare pàrroci, girare intingoli, seguire feretri e spegnersi in zonule residenziali irte di pansé.
La signora è fuggevole, fredda; getta saluti appena mormorati in risposta ai miei buongiorno di sbrigativa educazione, svìcola lesta in casa o trotta oltre il cancello evitando l’incrocio sulle scale e l’intimità dell’androne; solo una volta, nel confronto che ha avuto con la brava anziana tuttofare del piano di sotto, ne ho potuto apprezzare il ringhio nevrotico dentro il quale strideva una nota di vecchio pianto. E si parlava solo di uno zerbino.
La signora ha la macchina; ùsce dal box con destrìa e a mano manca svolta, per svanire come un merlo oltre il confin dell’isolato, tutti i giorni. Ciò la rende più interessante, per un etologo.
Ormai devo saper tutto di quella, e dunque eccomi all’opera: verdovestìto per mimési, cannocchiale, taccuino per appunti, diapositivatrice, razioni cappa, m’apposto sulle scale.
Ellarrìva; scende, sale, torva sbigna intorno e quindi sguscia in ca’. Ho scattato settecento esegesi di un comportamento così inusuale. Passa un giorno, passa l’altro, mai non torna il nostro anselmo, ma io sto seguendo la signora e me ne sbatto; il dì trascuro la famiglia ed intreccio complessi grafici di studi di settore sulle vecchie carampàne, la sera mi strapènnico elucubrando maccheffarà costèi.
Quand’ecco che, quand’ecco che, qualcuno sàlle scale: chi ssì – mi dico – o straniero? Come in un roman de Luìs Borgès, l’Aleph vien su struscicando i gradini, ‘opprimente, lento e plurale’; comincio a sentirmi come Indiana Jones, solo un po’ più figo. Ecco, appare una palla bianca, ecco, è seguìta da due orecchie pendule, ecco, è una vecchietta che vien su: la va, la crepa, la va, la crepa, la sona il bindèl e si derva il purtùn: che farà nell’appartamenticolo della mia dirimpetta? – m’aggrotto. Ascolto collo stetoscopio.
Vociar sommesso di vecchie scipite.
Mamentre son lì col culinaria, ecco che un clangore di portone mi resuscita: Olà – profferisco – chi mi guata le terga, un inimico? – poi repente mi restauro dall’allarme: essa è un’altra vecchietta, che la monta le scale e – ansimando, tremando, singultando e crepando – reggiònde il ballatoro e con l’ultimo fia’ pùscia il trillabuttùn, sparendo hinaus nella mema guisa della consorella. Annoto e protocollo.
Vecchie. Vecchie grinzose, a volte dùplici che s’aiutano a salir la rampa imbizzarrita; in un caso, tre addirittura cozzano tra parete e balaustra come ballette d’un flipper tiltàto, tanto che mi devo squadernar sul muro per far posto alle zombie sorridenti che s’approssimano al mio bel personale, ghiotte di sana gioventù.
Mi lancio dalla finestra dandomi fuoco.
Ma esse non si occupano d’altro che di calcagnare la scala fino a quella porta ed allora delle ipotesi scientifiche s’affrottano, in folla gorgogliante in testa a me:
– Cianciùlli? – mi chiedo spavènto; la racchia Perpetua fa la saponificatrice di tubolari befane pencolanti? Le attìra in casa con l’onor del tè, quindi le rapina dei bei giorni a venire e ne cela con malizia le dentiere nel trumeau? Ed è una.
– BR? – ipòto ridendo; la povera sciura è ancora lì viva e quelle che arriva’ compagne le son? L’età ci starebbe; che stanno tramando? Rapiranno il macellaro? Sarà gambizzato il frutticagnolo del mercoledì? O metteran mitràglie ‘n’le cantine? Ma col tempo che gli ci vuole a montar le scale avremo terrore al rallentatore, cioè pacate ambasce. Ci si può vivere. E son due.
– Orgia saffica? – pronuncio e me sorprèndo; antiche zozzone dell’altro millennio riprendono il libro di greco e – ormai dimenticato Heliòs – si rifan col mito di Lesbo, titillandosi l’amplifon? Mah. Son tre neh?
– Diaconali di novena interiore pregerrima? – scioglilinguo; quattro moribonde scialacquette in odor di tomba rincagnano i lor peccata con la recita del rosario quotidiano, e intanto malignano sulla amante sessantenne del dottore e su com’è rifiorita la Rita da quando gl’è morto ‘l marita (che morì per il peso delle corna, ça va sans dire) mentre la figlia della Jolanda, alla sua età, s’è fatta bionda al par della nipote – avemarìa graziappiéna – e la Norma allora?… E quattro.
Scrivo, appunto, bòllo e sèrro nel tascapane da campo che mi piove a destra. M’infuggo poi nei miei locali e riverso il materiale nel computer, così lavoro febbrilmente fino alla mattina al mio capolavoro: “Acribìa euristica della Vecchia della Porta Accanto – Cenni per una dinamica essenziale dell’origliamento transparietale” la seconda parte del titolo l’ho messa per modestia.
Ma il futuro dovea cancellarmi la gloria.
Né‘ssassinaseriàl, né virago omosecs, né figlia demarìa, e nénneversòra d’ordine costituito.
La mia sciapa vicina, madamina e serotina, sciurazza parrocchiale che scende e sale scale, questa anòma signora, così comune ancora in tutte le nostre lande, ha avuto un’idea più grande:

Import-export di vecchiette. Era così semplice; c’è sempre da imparare.

4 pensieri su “Cenni per una dinamica dell’origliamento transparietale

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