Cuore mio – Storia Maestra


Forse che nessuno di voi ricorda come si svolgeva l’ora di Storia alle elementari? Per fortuna c’è il Pascoli, no, volevo dire il De Amicis – a ricordarlo per bocca mia.
 
La Maestra (un mélange di Edgar Hoover ed il brigante Villella) ha agguantato il sussidiario di Cosimo, che tanto a lui non serve, e si appresta alla lettura. Legge, perché di suo non sa un vigoroso virgulto, ma niente paura: c’è il sussidiario che è appunto il di lei sussidiario, e dunque, cari bambini, oggi scegliamo la storia di una famosa battaglia: la Battaglia di Legnano, che contrappose i comuni dell’Italia del Nord al dominio schiacciante dell’Imperatore Barbarossa, tedesco come pochi.
Al nome “Legnano” il piccolo io fece tanto d’orecchi, perché egli era nato a Legnano ed il fatto che si parlasse del suo paese come luogo d’una famosa battaglia lo inorgogliva come di quella battaglia n’avesse fatto parte decisiva. Bisogna capirlo: il piccolo io c’aveva forse sett’anni.
Per leggere di quelle pagine, la Maestra tralasciò perfino parte delle sue abitudini mattutine quali ceffare di ceffoni Cosimo, scappellottare Nadia, tirar le trecce a Lidia ed imbestialire sulla memoria della mamma di Marco, che s’era morta dandolo alla luce. La Storia di Legnano era più importante e sul nostro sussidiario di giovani marmotte faceva così:
L’imperatore tedesco Barbarossa aveva conquistato l’Italia e la strangolava di decime e balzelli (cosa sono le decime e i balzelli, Signora Maestra? – zitto, somaro); un bel giorno, un grande condottiero lombardo, di nome Alberto da Giussano disse: “morte all’invasore!” e con lui gridarono “morte all’invasore!” i comuni di Milano, Pavia, Mantova, Lodi, Lecco, Canavese Galattico, Strippola e Bellimbusto. I comuni formarono una lega detta, guardate un po’, “Lega dei comuni”, tanto per ribadire, perché nel medioevo c’erano diversi ignoranti.
Essa mosse guerra alle armate dell’Imperatore che, invece di farl’arrivare stanca fino in Germania, le fece il piacere di arrivare lui un po’ dopo il confine (quale confine? – il confine medioevale) aspettandola a Legnano, che pare venisse comoda un po’ a tutti.
L’esercito della Lega era formato dall’esercito della Lega, più un drappello capitanato dal Da Giussano e chiamato “La compagnia della morte”, così da sdrammatizzare un po’ la giornata. Questa compagnia prese posizione sulle alture attorno alla piana, in attesa di non si sa che.
Avanti all’armata della Lega procedeva il Carroccio; era questo un carretto (dunque non un carroccio) tirato da dei buoi molto sfortunati e sul quale stavano la bandiera della coalizione, una campanella per dar l’allarme alla Compagnia della Morte ed un ragazzo monco che doveva tirar la campanella. Allora perché era monco? Perché così la storia è più commovente.
Iniziò la battaglia. Dopo poco, le truppe della Lega si trovarono intruppate malamente e malmenate duramente dall’armata tedesca: i soldati gridavano e morivano, le bandiere garrivano, i buoi muggivano; l’unica che faceva un po’ di silenzio era la campanella, perché il ragazzo su era monco e questo dimostra che la Storia raccontata così sarà anche commovente, ma insomma.
Ormai la Lega sembrava aver perso la battaglia: con la sua disfatta, il Barbarossa avrebbe avuto campo libero per scendere fino in Cirenaica, ma ecco che il ragazzo del Carroccio ebbe uno slancio eroico (sennò che ci stava a fare un monco lassù): afferrò la cordicella della campanella tra i denti e tirò, tirò, tirò fino a quando un colpo di picca non lo levò di mezzo, finalmente. E adesso capite dov’è che si è ispirato il De Amicis per la sua Piccola Vedetta Lombarda.
A quel suono, Alberto Da Giussano gridò: “alla carica, miei prodi! Vittoria o morte! Scacciamo lo straniero! Arrossiamo del suo sangue il sacro suolo della Patria! Oggi scolpiremo il nostro nome nel marmo degli eroi! Voi siete i più…” e insomma, si stava facendo tardi. Ma proprio mentre il Barbarossa stava completamente travolgendo l’esercito dei comuni, ecco arrivare quei quattro saltapicchi della Compagnia Della Morte che, con due sganassoni, lo fanno volare fino in Germania, lo fanno.
Finito.
Il piccolo io era trasecolato: che bellissima storia; non appena ebbi il motorino, mi feci un viaggio fino là per vedere il luogo di tanta battaglia, càspita.
E mi accorsi cos’è che anche la prima volta non mi tornava:
Intanto, a Legnano non ci sono alture; le più vicine sono addirittura a Como e pensare che l’Alberto con tutti i suoi si fosse inerpicato sulle Prealpi del Lario in vista di uno scontro combattuto trenta chilometri più in là, poteva voler dire solo che: 
– non arrivava a cavallo, ma col bob, sulla neve, e arrivava con un bello slancio sì, dal monte Tamaro (1961 m) per esempio, in modo davvero impetuoso sebbene un po’ rasoterra.
– aveva previsto che se la sfangassero gli altri, sicuro della vittoria, e si era dato intanto alla cerca di ovoli e mazze di tamburo per la grigliata della festa serale.
– gli avevano comunicato male la toponomastica dello scontro ed egli, spadonando tra le liane, imprecava su chi mai avesse scelto un campo di battaglia consimile e su quanto fosse arduo passare alla Storia stando celati tra i boschi.
– era un altro banfone, come tanti suoi emuli poi, ed aveva trovato un luogo optimo per star fuori dalle grane.
E poi non mi tornava che quattro bilotti, scendendo col fiatone dalle Prealpi, avessero potuto in quattro e quattr’otto far quello che tutto un esercito non era mica riuscito a fare lungo un intero giorno di battaglia; se era così semplice prendere a pedate quei tedeschi come mai l’intera armata della Lega s’era fatta mazzolare così? E se la Compagnìa della Morte poteva far tanto meglio in pochi minuti, perché se n’era dunque stata là in fondo fino al suon di quella cacchio di campanella? Non poteva – dico io – venir subito lì e buttare via alle spicce ‘st’imperatore da l’ostia?
Questa storia somigliava tanto a quella di Furio Camillo, che Edgar Hoover Villella ci aveva letto qualche tempo prima: 
era, Furio Camillo, un romano di quelli d’una volta che, quando Brenno re dei Galli giunse fino a Roma mettendola a sacco (non si dice “nel sacco”? – no, si dice “a sacco”) ed occupatala stava pesando su bilancia le ricchezze depredate, arrivò bello bello e gli disse fiero: “Roma si conquista col ferro, non coll’oro!” poi pim pum, con due o tre sberle delle sue, Furio Camillo in un baleno scacciò i Galli.
E io ad occhi sgranati mi chiedevo: ma dov’era stato, fino a quel momento? Sulle alture di Como a far dadi coll’Alberto? 
Che misteri, che misteri.
 
E ce n’è voluta, vi assicuro, per rimediare poi ai danni dei sussidiari. Ma non posso ancora dire di esserci riuscito. Chissà mai se ce la farò.

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