Cuore mio – Nadia e Annunziata


Nadia ed Annunziata erano vecchie. Porca l’oca: Nadia ed Annunziata erano proprio vecchie.
Come potessero essere vecchie, era una cosa che non capivamo; eppure avevano il grembiulino bianco da infermierina, come tutte le altre bambine, e Nadia portava i codini coi fiocchetti mentre Annunziata no, lei teneva i capelli sciolti sulle spallone che aveva, e ti guardava come guardano le mucche, da tutto quel cascàme. Dovevano essere bambine, avrebbero dovuto, venivano a scuola, con la cartella. Eppure.
Nadia ed Annunziata ci mettevano a disagio, perché erano vecchie.
Non erano vecchie, perché avevano la nostra età, ma da bambini non si cercano ragioni oltre l’apparenza, perciò erano vecchie, ed essendo ciò irragionevole, la cosa ci spaventava e ci teneva lontano da loro come da uno strano e forse pericoloso fenomeno.
Nadia era piccola piccola, mingherlina ed aveva la faccia da bisnonna, da vecchina di paese, quelle con un cataplasma di panni in testa, il bastone e il cesto. Come quelle era seria e vagamente dolente nell’espressione; la sua bazzetta prominente cercava il nasetto adunco e viceversa, la bocchina senza labbra, un po’ risucchiata era perfettamente orizzontale, come segnata a riga; ella era sempre silenziosa, non andava bene a scuola e non giocava, o forse giocava, ma nessuno se n’è mai accorto.
Annunziata era alta come una mamma, robusta come un papà e aveva le tette. Aveva anche un po’ di baffi, e capirete come le due cose insieme acuissero la nostra diffidenza: nessuna bambina del nostro immaginario poteva avere le tette, e men che meno i baffi; forse ad una sola delle due cose, per quanto inconsueta presenza, avremmo potuto far l’abitudine, scontando nell’adolescenza il trauma comunque subito, ma ad entrambe mai ci fu possibile assuefarci e ciò ci ha salvato dal trauma, ma ha rinforzato il ricordo.
Il visone di Annunziata era corniciato da una chioma nera e piovosa ed in mezzo alla faccia la traversava un unico sopracciglione che separava come un cancello la sfumata attaccatura dei capelli dagli occhi perennemente a mezz’asta, come di chi si sia appena, e non del tutto, svegliato. Annunziata stava all’ultima fila, sovrastando il bancuccio sotto di lei e coprendo la cartina dell’Italia alle sue spalle, fino alla Toscana. Inutile forse dire che Annunziata non andava granché bene nelle materie come matematica, italiano e scienze. Eccelleva però negli sport dinamici e poteva, d’un sol colpo, svellere la rete della pallavolo con una schiacciata delle sue. Nella nostra scuola però, il campo di pallavolo non c’era e lei non divenne mai qualcuno per alcuno.
La Maestra girava per i bancucci, torva come sua natura le imponeva ed invariabilmente, giunta presso Nadia, si chinava un poco ad esaminare il compitino che la vecchina stava eseguendo con tanto di matita e penna ad inchiostro. Mi son chiesto, talvolta, perché andasse sempre lì quand’era chiaro che Nadia stava sbagliando il compito. Le anime pie potrebbero pensare che ci andasse per aiutarla, ma io sono più incline a credere che fosse per menarla, e infatti il copione prevedeva che la Maestra, dopo un vocalizzo crescente di scandalo, aggranfiasse Nadia per una didattica punizione.
Nadia non aveva quelle belle orecchie di Cosimo, così comode per la Maestra irritata, in compenso aveva i codini, e per quelli veniva mantenuta ed un poco sollevata da terra, finché alla Maestra piacesse di considerare l’opera come sufficiente. Nadia, non appena atterrata, piangeva come piangono le vecchine, ed anche i cani: uggiolava piano singultando e poi emetteva un più lungo, lugubre lamento. E continuava così per un poco, sfumando infine il volume, come se la sua piccola tristezza piangesse al posto suo mentre la abbandonava.
Mai ricordo che la Maestra punisse così Annunziata; se le capitava di dare un’occhiata a quel quaderno sgorbiato che la donnona cincischiava davanti a sé, subito si allontanava con un grugnito. Saremmo stati curiosi però di vedere come un incontro tra la Maestra e la grande Annunziata si sarebbe svolto; immaginavamo l’attacco della Maestra ed una gran pacca in testa a lei inferta dall’Annunziata, pronta – come a noi appariva – al combattimento; vedevamo la Maestra piegarsi sul bancuccio e l’Annunziata ergersi su di lei come un guerriero Osco, poi finirla con una manata tra capo e collo ed infine conquistare la cattedra tra il tripudio di noi piccini.
Sarebbe stato bello. Ma Annunziata restò inerte per cinque lunghi anni nei quali non cambiò neppure età; arrivò già grande e se ne andò sempre grande da quella scuoletta che – secondo la nostra scala di prevalenza tutta basata sulle dimensioni fisiche – avrebbe potuto dominare solo volendo.
Lì cominciammo a capire come fa il contadino a fregare il latte alle mucche senza che esse lo schiaccino come una mosca; cominciammo ad avere il sentore che le dimensioni non sono tutto e che non sempre serve la forza per aggiogare gli altri come buoi, se son buoi.
Quando fui più grande, feci una gita in Svizzera e mi ricordai di quel pensiero di bambino; mica fesso, ero. E – capii con una illuminazione – nemmeno gli Svizzeri.

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