Cuore mio – Cosimo


 Inaugurai un tempo con queste righe una nuova sezione di racconti collegati che s’intitola “Cuore mio”, perché sebbene quel libro sia grandemente scocciante, è pur vero che parla di cose vissute, un tempo, da tutti noi. Solo non come ce le racconta, ma invece, ad esempio, così: 

 
Cosimo c’aveva sfiga; proprio tanto. Aveva solo sei anni, eppure tutto si accaniva sul bruno e minuto bimbo che era. Perch’egli era brutto assai, piccoletto, rachitico e con grandi orecchie sventolanti di qua e di là dalla capa bislunga.
E non capiva un cacchio. In più, era povero. Povero come il Muratorino od il Piccolo Carbonaio? Non so, ma povero abbastanza per non piacere alla maestra, cui piacevano i bravi, i ricchi e i belli pettinati. Quando una di queste tre indispensabili qualità non splendesse come ornamento sullo scolaro seienne, ella ricorreva ad una sua valutazione gerarchica: prima, la ricchezza; seconda la bravura; terza, la pettinatura. Cosimo aveva niente di tutte e tre.
Parlo di ricchezza e povertà, senza eufemismi e gradazioni, perché a sei anni ed in quella tempèrie non si avvertivano sfumature: si era ricchi o poveri, belli o brutti e bravi o somari, senza ulteriori distinzioni. Le distinzioni, che pure c’erano, le avremmo imparate solo molto, molto più tardi. E nemmeno tutti fra noi; di certo mai le imparò la Maestra.
Le orecchie di Cosimo erano una calamita per la nostra Maestra; fosse per un errore d’ortografia, per un silenzio non rispettato, per una distrazione abusiva o – en passant – per un capriccio docente, quelle orecchie aviatorie subivano prese forti ed adunche. Quando la Maestra afferrava le orecchie di Cosimo, lo faceva con hýbris; entrambe le mani corte che aveva si agganciavano alle cartilagini in eccesso e le stiravano ulteriormente, facendo loro raggiungere distanze davvero sorprendenti da quel capino. Cosimo, nella morsa, gemeva tutto contratto ed in qualche caso i suoi piedi sandalati, durante secondi di tempo tormentato, fuggivano inutilmente in aria.
Cosimo stava dietro di me, nel banco, ed io in quei frangenti sentivo da così poca distanza una aerea pressione violenta arrivarmi contro a zaffate. M’irrigidivo, confusamente avvertendo quanto nella vita non serva alcun elemento separatore visibile per farti diverso. Il mio mondo non sarebbe mai stato toccato: era lì fluente, ma non era lo stesso di Cosimo. Allora, ne ero inorgoglito.
Al termine di quella ordinaria punizione, Cosimo piangeva nel suo banco. La quadrata Maestra s’allontanava verso la predella, con i capelli simili a lana che sciuffavano qui e là dalla linea arcuata delle spalle. Il momento era passato ed il pianto di Cosimo si faceva via via meno disperato fin quando non rimaneva che un poco d’umido ed il rossore sul suo visuccio triste e sulle sue grandi orecchie.
La Maestra operava una scelta. Ella definiva i buoni ed i cattivi una volta per tutte, come il Dio protestante; non si transitava mai dall’una all’altra categoria, qualunque potesse essere il proprio impegno: si era predestinati da lei. Cosimo, certo, stava dall’altra parte. Veniva sempre zittito, scritto dal capoclasse tra i “Cattivi” anche se non ne aveva dato motivo, schernito e disprezzato dai Buoni. Lui reagiva a tutto questo come un Franti incerto; talvolta assoggettandosi con una specie di piacere al ruolo che gli era imposto, altre volte ribellandosi con male parole, oppure col pianto. E talvolta ricercando una comprensione che non avrebbe mai trovato, perché lui era Cattivo, era sempre stato Cattivo e non poteva che essere quello Cattivo.
E fu così che un giorno gli demmo la caccia.
La miccia che ci accese non so quale fu, ma forse d’una miccia non c’è più bisogno, una volta Dio abbia definito esistere un confine tra i beati ed i reietti; sta di fatto che la caccia scoppiò e il gruppo dei Buoni si scatenò contro Cosimo. Malmenato, inseguito, Cosimo ad un certo momento capì che non sarebbe finita presto, che quella caccia non era uno scherzo, non era per gioco; capì, sentì che la cosa era grave, si terrorizzò, ma il suo terrore ci fece cani.
Cosimo fuggì come fugge un animale selvatico, scappò per la via fuori dalla scuola, abbandonando la cartella che fu smembrata in luogo suo; nella corsa frenetica, la preda che era diventato trovò un ingresso socchiuso d’un portone e in quella fessura si infilò come un topolino; i cani arrivarono come una tempesta.
Ma quando arrivammo al portone, una donna teneva Cosimo forte per mano e lui a lei si era aggrappato, con in viso la paura che ci eccitava; “mi vogliono ammazzare!” – disse agitatissimo a quella donna che ci parve anziana. Lei ci guardò stravolta.
Ammazzare, disse Cosimo. Noi non sapevamo nemmeno cosa volesse dire “ammazzare”, non avremmo mai capito come potesse finire quell’azione, non pensavamo certo ad uccidere.
Ma ad eliminare sì. Noi non volevamo “ammazzare”, noi volevamo ripulire il nostro mondo da ciò che Cosimo rappresentava: il male, la cattiveria, il rifiuto. Così ci era stato insegnato. Noi eravamo i Buoni.
La donna strinse Cosimo a sé e ci fronteggiò: “ma non vi vergognate?! Andate via, disgraziati! Delinquenti!” – ci disse.
Disgraziati, delinquenti. A noi.
Come una muta di fronte ad un toro, rimanemmo interdetti; ma quello che ci disorientò del tutto fu il capovolgimento del mondo che le parole di quella donna avevano evocato: disgraziati, delinquenti; a noi, noi che eravamo i Buoni. “È stato lui, è lui che…” – provò a dire qualcuno dei cani, senza più convinzione, ma la donna ripeté: “via! Via! Sennò chiamo i vigili! E vergognatevi! Delinquenti!”.
Ce ne andammo umiliati, confusi, cartelle in spalla, offesi e colpiti intimamente nel nostro saperci nel giusto, un giusto che veniva dagli adulti e che un adulto non aveva riconosciuto; non sapevamo che pensare. Cosimo era rimasto là, protetto, scortato, perfino abbracciato, lui che era Cattivo.
Non cambiò nulla tra lui e noi dopo quell’episodio; restò solo un momento in cui Cosimo ebbe forse per un attimo la sensazione che potesse esserci un mondo accogliente anche per lui; e per noi, i Buoni, restò lo sconforto al pensiero che il mondo non fosse sempre uguale ed i precetti di cui avevamo esperienza non potessero considerarsi più leggi universali.
Solo molto più tardi, ormai adolescenti, studiammo cosa fosse il razzismo.

Un pensiero su “Cuore mio – Cosimo

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